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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

aprile 2007    


Non lasciatevi imporre di nuovo il giogo

Capita a me, capita, immagino, a parecchi di noi, entrando in una libreria, di rimanere all’inizio come storditi dal profumo dei libri. Stordente profumo dei molti libri. E ti succede di patire quasi una sorta di spaesamento: se non entri con un titolo in testa, non sai dove puntare.

Qualcuno dirà che non è una scelta molto razionale, ma a me succede a volte di fermarmi a un nome, nome e cognome. Ci sono persone che nella vita forse non avremo mai incontrate, eppure ci siamo parlati, abbiamo camminato giorni e notti insieme attraverso la scrittura. Loro, gli autori, non ne verranno forse mai a conoscenza, ma il nostro cuore ardeva su quelle loro pagine. A volte la mia sosta tra uno scaffale e l’altro della libreria, lo confesso, è ancor più irrazionale. Mi succede di fermarmi a un titolo. Affascinato semplicemente da un titolo.

Pochi mesi fa, dopo lo stordimento iniziale per la moltitudine dei libri, nella libreria dell’”Ancora” in via Larga, a fermarmi furono due cose insieme, il nome dell’autore del libro, Christian Duquoc, e, lo confesso, forse ancor più, quel titolo accattivante: “Gesù uomo libero” (Queriniana editrice).

Ci sono titoli attribuiti a Gesù che hanno il suono imponente delle definizioni. Li ascolti e non ti commuovono, ti ricordano poco o nulla della sua vita. Ce ne sono altri, meno in uso forse, come questo, che, appena lo sfiori, ti crea un sussulto di pagine e pagine di vangelo. Immagini vive e piene di colori. Come se tu sfiorassi in quel titolo il suo modo di essere, il suo modo, affascinante, di stare nel mondo.

Forse per questo quel titolo mi aveva segretamente stregato. O forse perché tutti, chi più chi meno, soffriamo di imprigionamenti. E il fascino di Gesù uomo libero accende trasalimenti in ognuno di noi. Non ci sono stereotipi che tengano: se tu ti fai lettore attento del vangelo non puoi sfuggire all’incantamento per la libertà di Gesù. Libertà a caro prezzo.

I racconti della sua risurrezione custodiscono l’incantamento. Quel suo andare, quasi a sfidarle, per porte chiuse, quel suo rifiuto ad essere catturato in una sola immagine - custode del giardino, pellegrino nelle ombre della sera, uomo in cerca di pesce dalla riva in un alba di lago? - e quell’invito a Maddalena, quando ancora dentro vibrava del sussulto della sua voce, quell’invito: “non mi trattenere!”. E quanto sarà costato, mi chiedo, a Maddalena sentire quelle parole e forse anche a lui dirle? Era il prezzo, caro prezzo, di una libertà. Pausa di incantamento e subito strappo della libertà.

Mi si è affacciata una domanda, che in qualche misura può sembrarti impertinente: se oggi stentiamo a rinvenire spiriti liberi tra i credenti, se l’immagine prevalente che rimandiamo al mondo è quella della meticolosità e non quella dell’ebbrezza del vento che scompiglia i capelli, figli delle istituzioni e dell’inquadramento più che figli del vento come ci voleva il Maestro di Nazaret, non sarà anche perché abbiamo addomesticato la figura di Gesù, per via di sdolcinature irreali, cancellando o sfocando la sua immagine di uomo libero? Con la deriva di un cristianesimo dove la fissità dei codici sembra prevalere sulla imprevedibilità del vento. Qualcuno ha scritto che “uno degli scandali peggiori che le comunità cristiane possono offrire al mondo è il fenomeno di persone che, dopo una meticolosa fedeltà a tutta una vita di osservanze religiose, falliscono manifestamente nell’impresa di diventare umane. Sono acide e spietate, sembra che proprio il tipo di vita che conducono invece di addolcirle, le abbia rese meschine, rigide, di vedute ristrette, dalla lingua tagliente, dure con la gente, incapaci di amare e lente a perdonare” (Mary Boulding).

Eppure a Nicodemo, nel fitto parlarsi di una notte in cui in ascolto erano perfino le stelle, Gesù aveva dato, dei credenti in lui, un’immagine diversa, l’immagine della imprevedibilità, creature imprevedibili come il vento, che - diceva - “non sai di dove viene e dove va”. Hai mai tentato di trattenere il vento? “Non mi trattenere!”.

Anni fa, ricordo, era l’estate 1999, in Giordania, sedotto dalla magia di quella terra, mi avvenne di pensare ai giorni i cui avrei a lungo patito la distanza dal deserto e dalle sue piste, disegnate dal vento sulle sabbie. Quasi un’icona di libertà.

E mi sveglierò
su strade grigie
e griderò inascoltato
l’assenza.
Orfano
della magia del deserto
delle sabbie rosate
delle rocce
ubriache di colore.
E sognerò
folate di vento
di libertà
e sabbia nei capelli
spazi senza recinti
e l’eco dopo millenni
di messaggi segreti
incisi da beduini
su rocce di basalto
a segnalare
ai nomadi del futuro
piste segrete
d’indipendenza
nell’infuocato deserto.

Oggi sono arrivato a pensare che quell’estasi per la libertà dello spirito, ognuno di noi potrebbe riviverla, con la stessa emozione, fermandosi a contemplare, sorpreso e affascinato, le tracce del più grande tra i nomadi della storia, Gesù di Nazaret: da dove veniva e dove andava? Tracce incise non su rocce di basalto, ma su frammenti vivi di vangeli.

Sfogli le pagine e resti sorpreso dalla sua libertà, sorpreso e affascinato per come reagisce davanti a ogni tentativo di imprigionamento. Da chiunque gli venga, fossero pure suo padre e sua madre, o i suoi, che cercano di “riportarlo a casa”, di ricondurlo a più miti consigli.

Là dove vige un’adorazione acritica della legge, lui scompiglia la fissità senz’anima dei codici: guarisce di sabato, tocca i lebbrosi, mangia con gente di dubbia reputazione, ha al suo seguito delle donne, si lascia profumare e ungere dalle loro mani, promette memoria futura a una peccatrice, trova la fede nei pagani, demitizza il luogo in cui adorare, un monte o un altro, canonizza un ladro sulla croce. Gli interessa Dio, un Dio che libera, gli interessa l’uomo, l’uomo e la sua libertà.

La sua era una religiosità diversa, libera, sciolta, in movimento. Ascoltalo: “Quando digiunate non fate come gli scribi e i farisei…profumati il capo”. La sua è la religiosità del figlio e non dello schiavo. La religiosità dello schiavo è una religiosità paralizzante: ferma la vita, la chiude. È la religiosità della paura, che fa di noi degli osservanti senza amore, senza invenzione, senza intensità, simili all’uomo della parabola che va e nasconde “per paura” il suo talento, a differenza degli altri due che inventano ogni giorno strade per moltiplicarli.

Gesù ha lottato, instancabile, per la libertà, la libertà da una religiosità da schiavi. E fu motivo, uno dei motivi determinanti, per decidere di toglierlo di mezzo.

Non gli perdonavano la sua libertà. Non gli perdonavano la sua idea di Dio.

Se ci fu contrasto tra lui e un gruppo di scribi e farisei, non fu perché li giudicasse degli “amorali”, erano meticolosi osservanti. “Farisei, scribi e sadducei “ scrive Christian Duquoc “sono attaccati come classi dominanti perché si appropriano in maniera unilaterale del potere di interpretare la legge e di definire il rapporto autentico con Dio. Gesù condanna la loro funzione sociale e vuole spezzare il loro eccessivo potere: in ciò manifesta la sua libertà. La sua rivolta contro i padroni della legge è una rivolta in favore dei piccoli. Tali padroni impongono a questi ultimi un giogo insopportabile. Ignorano che Dio rende liberi, senza affrettare le tappe. Gesù ridà a Dio la libertà che gli appartiene.”

Leggi il vangelo, respiri a pieni polmoni la libertà. Che ha un segreto: il segreto è quel pezzo di Dio che è in te, che i veri maestri dello spirito ti invitano a scoprire e ad adorare. Se sei fedele a questo pezzo di Dio, sei libero dalla schiavitù degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici senz’anima, dalle aspettative degli altri, dalle immagini che gli altri hanno di te. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta un piccolo pezzo di lui in te.

Era ciò che faceva sentire paradossalmente libera, nella prigionia di un lager, Etty Hillesum, e le faceva dire, rivolgendosi a Dio, sveglia al buio, con gli occhi che le bruciavano: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini (…). Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento, invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia”.

Ritorna la domanda: perché respiri questa libertà nelle pagine di una donna che sfuggiva ad ogni appartenenza e respiri tanta povertà di visioni, rigidità d’anima, sudditanza a convenzioni, in persone che amano sbandierare appartenenze?

Dovrò riprendere in mano il vangelo, osservare più da vicino Gesù, il mio Signore, un uomo libero. E fissare a memoria le parole di Paolo: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1).

don Angelo

 



LA STRADA, LA LOCANDA E UN PELLEGRINO

Omelia di don Angelo nella terza domenica di Pasqua
domenica 6 aprile 2008 (At 2, 14.22-28; 1Pt 1, 17-21; Lc 24, 13-35)


La liturgia ripropone oggi alla nostra riflessione una tra le pagine più affascinanti del vangelo. E forse il fascino sottile di questa pagina, il suo fascino segreto sta proprio qui: nel fatto che questa avventura nelle ombre della sera trascende la vicenda di quei due lontani discepoli. Disegnata è l’avventura di tutti i tempi, l’avventura di ogni discepolo. La diresti scritta per noi, oggi.

Per noi che ce ne andiamo come quei due discepoli, dopo il crollo di tanti sogni cui avevamo consegnato mente e cuore, per strade che si vanno riempiendo di buio, il buio delle nostre disillusioni, personali, sociali, ecclesiali. Strade colme, fitte di discorsi e discussioni: “Mentre discorrevano e discutevano insieme” è scritto.

“Stolti e tardi di cuore” è vero, sarà il rimprovero di Gesù. Ma lasciate che io sottolinei di Cleopa e del suo compagno di viaggio anche un piccolo spiraglio positivo, che quasi mai viene ricordato. Strada della sera, del tramonto, del tramonto delle speranze. Eppure ancora parlano, discutono. Di chi? Di Gesù e lo dicono “profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo”. Lasciatemi dire che questa memoria, memoria di Gesù, che filtra nei discorsi anche delle donne e degli uomini del nostro tempo, che affiora dalle loro memorie, forse già è grazia. E noi non ce ne rendiamo conto. Forse già è un filo, piccolo filo che dice che non è cancellazione totale, non è spegnimento. Lo stoppino arde, se pur a fatica, arde di una fiamma minima, che è quel parlare di lui. Di Gesù. Siamo noi che, preoccupati delle appartenenze totalizzanti, non ascoltiamo i discorsi delle donne e degli uomini delle strade, i discorsi della strada, come invece faceva Gesù. Spesso incapaci di cogliere sul viso stanchezze e tristezze.

E Gesù si accompagna, silenzioso, discreto, nemmeno preoccupato di dire subito, tanto meno di dire in tono trionfante, la sua identità. Come faremmo noi. Che lezione per noi! E che grazia! Sì, dico “che grazia”, perché io non posso dichiarare che nella vita non mi capiterà mai di essere “stolto e tardo di cuore”. Non sta qui la mia speranza. Ma sta nel fatto che lui pazientemente mi si farà vicino e si farà compagno di viaggio. Del mio viaggio.

Il Risorto ascolta. Prima ascolta poi parla. Così faccia la chiesa, così faccia ciascuno di noi. Sia salva la precedenza disegnata dal Signore. Prima ascolta le interrogazioni, le tristezze. E dopo, solo dopo, parla, attingendo luce alle Scritture sacre. Non parlare mai se prima non hai ascoltato. Se vuoi che le tue parole, come quelle del lontano pellegrino, facciano ardere il cuore di chi ti ascolta.

Io non so se Luca, raccontando di Gesù risorto, avesse già negli occhi, forse sì, il convenire delle prime comunità cristiane, fatto dell’ascolto delle Scritture e dello spezzare il Pane, la liturgia della parola e la liturgia del pane del Signore, come succede oggi. Certo nel brano troviamo questi due momenti. Con una differenza che non finisce mai di colpirmi: che la liturgia della Parola nel racconto di Luca avviene per strada, lungo la strada. Quasi si potesse immaginare per il nostro tempo - ma forse sto sognando - una liturgia anche diversa. E chi dice che la liturgia della Parola debba avvenire sempre e soltanto nelle chiese? E con abiti ecclesiastici o clericali? E non anche, come in quell’indimenticabile sera, per le strade, dove uomini e donne discorrono e discutono di ciò che è accaduto. E chi lo dice che non ci possano essere luoghi diversi: la strada, più aperta, e la locanda, più intima? Avremo fatto bene a riportare tutto solo nella locanda-istituzione?

E ora vorrei dirvi di quell’invito a rimanere. Perché giustamente si insiste sul gesto di Gesù che spezza il pane, ma io non vorrei sorvolare su quell’invito dei due, pensate, rivolto a uno sconosciuto, non sapevano chi era. Lo vogliono con loro: “Resta con noi”. Ditemi se non c’ è in quell’invito un bagliore di ospitalità, gratuita, incondizionata, senza carte di identità. E mi chiedo: che non sia anche questo gesto - l’essere ospitali nella vita - una modalità che avvicina al riconoscimento di Gesù nel pane spezzato?

Sì, il pane spezzato: dopo il dono della strada, il dono della locanda. E davanti a Gesù che spezza il pane si aprono gli occhi. Come si aprirono gli occhi sotto la croce al centurione, contemplando su quel legno la vita, spezzata per amore, del profeta di Nazaret. Solo il segno di un amore, che non si ferma neppure davanti alla morte, può aprire i nostri occhi, anche quelli più testardamente chiusi. È il segno custodito nell’eucaristia, è il significato ultimo della vita: che sia una donazione! Il prete ti mostra questo pane che è la vita spezzata del tuo Signore. E ti si aprono gli occhi: questo è il senso della vita. Risorge chi dà la vita.

E il Signore scompare dalla vista. Non importa: ci basta quel barbaglio di luce che dimora nelle Scritture e nel Pane spezzato. Ci basta. Quello e non di più. Ci basta per ritornare, non più da disperati, alla città, alla vita. Da cui ci veniva voglia di scappare. È scritto: “partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”.



SGOMBERO, MA NON SOLO SGOMBERO
La legalità è sacra, ma altrettanto sacri i diritti umani

Voci scomposte, che hanno rasentato l’insulto e la rozzezza, si sono alzate in questi giorno, dopo che sul sito della nostra Diocesi è apparso l’intervento che ora pubblichiamo. Pubblicandolo pensiamo di fare corretta informazione. Ognuno che lo legga senza precomprensioni e pregiudizi, lo troverà molto più articolato di quanto certi commenti hanno voluto far credere. Il documento distingue tra situazioni e situazioni, ammette la necessità di alcuni interventi, ma invita anche a guardare sapientemente oltre, tra l’altro non scarica solo su altri le situazioni, tirandosi “pilatescamente” fuori da problemi, in cui in realtà la diocesi a vari livelli già, e non solo a parole, è impegnata, ma chiedendo un luogo istituzionale in cui, con l’apporto di tutti, si possa progettare in termini promettenti un futuro.

È giunta all’epilogo la situazione del campo rom abusivo di via Bovisasca. Da una decina di giorni le forze dell’ordine sono state quasi costantemente presenti nei pressi dell’ex area Montedison. Ripetuti e opportuni interventi di demolizione di diverse baracche hanno inizialmente “compattato” il campo, impedendo nuovi arrivi, mandando così un chiaro segnale agli occupanti per indurli a non ritenere definitiva questa situazione. Interventi nell’immediato positivi, che sono serviti anche a costruire una fascia di sicurezza intorno al campo, per evitare provocazioni dall’esterno (che non sono mancate, specie per opera di qualche esponente politico in cerca di visibilità).

Non si spiega invece la logica di quanto sta accadendo dall’alba di stamane, martedì 1 aprile: le forze dell’ordine si sono attivate per sgomberare tutti gli occupanti del campo. Nulla da eccepire sulla necessità dell’intervento: non era sostenibile il protrarsi di questa soluzione. Ma allontanare questi disperati, senza pensare per loro un’alternativa, cosa produce?

Presto detto: alcuni nomadi (ma tra loro sono molti i rumeni non rom) hanno tentato di entrare nell’area dimessa in via Colico. Allontanati. Un gruppo più consistente, un centinaio di persone, ha lavorato tutta la mattina ricostruendo i propri miseri cubicoli di assi in via Poretta a Quarto Oggiaro. Tra loro molti giovanotti (rientrati precipitosamente dai cantieri dove lavorano per ricostruire la propria “casa”) ma purtroppo anche donne in avanzato stato di gravidanza, una ventina di bimbi sotto i dieci anni e diversi piccoli al di sotto di un anno. In tarda mattinata le ruspe hanno di nuovo demolito questa ulteriore sistemazione.

Ora queste persone (donne incinte e neonati compresi) stanno vagando per la città in cerca di un ulteriore spazio dove costruire un riparo e - probabilmente - attirare nuovamente le ruspe per l’ennesima demolizione. Perché insieme alla dovuta fermezza non si è vista nessuna forma di assistenza elementare per loro, specie per i più deboli tra i disperati?

La legalità è sacrosanta: ma l’impressione è che qui si stia scendendo abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani che imporrebbero, insieme allo schieramento delle forze dell’ordine in atteggiamento antisommossa, qualche tanica d’acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa per i bambini, i malati e le donne in gravidanza.

Ci sono delle persone non in regola con la legge: occorre che la legalità prevalga nei loro confronti. Ma non si possono confondere i nomadi e i migranti che lavorano, con i delinquenti, oppure gli irregolari con chi è in possesso di regolare permesso di soggiorno. La maggioranza di loro lavora, tanti con un regolare contratto. Molti giovani uomini faticano nell’edilizia e in società attive dentro gli spazi della Fiera: 10 ore di lavoro al giorno, per sei giorni la settimana, per 800 euro al mese.

Una domanda allora si impone: a Milano questi immigrati servono o danno fastidio? Sappiamo che non stanno a Milano per turismo o per svago. La maggioranza di loro è qui per poter lavorare. Sanno che del loro lavoro Milano ha necessità. Cosa ne sarebbe infatti dell’imprenditoria ambrosiana e lombarda senza la manovalanza a bassissimo costo che rumeni (e non solo) offrono?

Non si vede traccia di un progetto a lungo respiro, di un piano condiviso: nessuno da solo può risolvere questa emergenza. Il volontariato da solo non riesce più a far fronte alla situazione. Don Colmegna e la Casa della Carità non possono farsi carico di altri ospiti, sono oltre le loro capacità ricettive. Non possono risolvere il problema da soli le forze dell’ordine (non è soltanto una questione di ordine pubblico), non è compito solo della politica e degli amministratori. Per uscire dall’emergenza e dalla logica dell’occupazione, dello sgombero, dell’ulteriore occupazione occorrono scelte condivise tra tutti gli attori prima citati e una progettazione a lungo termine.

Ricordava l’Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, nell’ultimo discorso alla vigilia della festa di S. Ambrogio: «Le attività della Caritas diocesana, della Casa della Carità, delle altre associazioni e gruppi di volontariato da sempre sono indirizzate a sviluppare percorsi di integrazione avvicinando le persone, cercando per loro un lavoro dignitoso e onesto, accompagnando e inserendo i bambini nelle scuole. Ma questa disponibilità operativa e tante volte faticosa ha bisogno di un maggior dialogo con le istituzioni, chiede di sentire le istituzioni alleate, ancora più presenti, autorevoli, capaci di far rispettare le leggi e solidali nel combattere la miseria».

È urgente la costituzione di un luogo istituzionale nel quale valutare come governare il problema. Così come è urgente tutelare i minori. Come il Tribunale dei minori può confermare, l’intervento a questo proposito delle Amministrazioni locali non è facoltativo ma obbligatorio.

C’è da augurarsi che il clamore e i festeggiamenti per la grande opportunità conquistata con l’Expo 2015 non diventino il paravento e il pretesto per nascondere o spostare un metro più in là, i drammi di questa città.

 



IL VOLTO DI GESÙ SECONDO I VANGELI
di Sabino Chialà, Monaco di Bose

Per il grande interesse che ha suscitato ci sembra bello portare a conoscenza di tutti la prima parte dell’intervento di Sabino Chialà, tenuto la sera del 13 marzo 2008 nell’ambito degli incontri comunitari di Quaresima

“Il volto di Gesù secondo i Vangeli”, un titolo che potrebbe suonare problematico. Ormai siamo tutti sufficientemente esperti per dire che c’è un Gesù di Marco, c’è un Gesù di Matteo, c’è un Gesù di Luca, c’è un Gesù di Giovanni, c’è anche un Gesù di Paolo. L’esegesi ci ha insegnato che Gesù ha più volti che possono essere percepiti attraverso i vari autori e i vari lettori. Ciascuno di questi autori in qualche modo ha una visione propria di Gesù. Quello che tenterò di proporvi non è lo schizzo di uno di questi differenti ritratti di Gesù. Cercherò invece di individuare una possibile via di accesso a Gesù, una via di accesso attraverso ciò che di Lui ci è rimasto.

La prima constatazione è che noi di Gesù non abbiamo che dei frammenti, frammenti di esperienze diverse, di Marco, di Matteo, di Luca, ma frammenti comunque, che noi dobbiamo comporre, e direi ciascuno e ciascuna comunità è chiamata a comporre. Cosa ci resta di Lui? Che cosa abbiamo per conoscere questo uomo, questo uomo-Dio, questo Dio che si fa uomo? Si tratta di una domanda a cui è assolutamente necessario rispondere, perché ne va della qualità e della profondità della nostra fede, non è una domanda per esegeti, è una domanda per cristiani.

La via di accesso che noi percorriamo per andare a Lui è fondamentale: a seconda della strada che percorriamo in questa ricerca del volto di Gesù noi possiamo arrivare a comporre dei Gesù che sono anche molto diversi tra di loro.

E allora da dove cominciare in questa composizione? Questa domanda, per noi cruciale, lo era molto di più per le prime generazioni cristiane. Al centro del Vangelo più antico che noi abbiamo, il Vangelo di Marco, troviamo una domanda che Gesù rivolge ai suoi, una domanda che ci può stupire: «Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8,27). E poi ancora, rivolto ai suoi discepoli, un’altra volta la stessa domanda: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mc 8,29). È un Gesù in cerca di identità? È un Gesù in cerca di apprezzamenti? È un Gesù che vuole verificare l’efficacia della sua missione, proprio Lui che ai suoi dirà di non cercare efficacia? Niente di tutto questo. Gesù vuole semplicemente suscitare nei discepoli e, direi, in ogni lettore dei Vangeli, la domanda fondamentale della fede: Chi è Costui? Chi ho dinanzi a me? Pietro nel nostro brano, in Marco 8, improvvisa una risposta, dice: «Tu sei il Cristo». Teologicamente parlando la risposta di Pietro è perfetta. Matteo la arricchirà ancora di più. In Matteo Pietro è ancora più brillante: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». La risposta di Pietro è esatta, ed è la risposta che ciascuno di noi oggi può dare, una risposta teologica, esatta, conforme a quello che ci è stato tramandato. Ma il Vangelo stesso ci dimostrerà che quella risposta di Pietro in realtà è una risposta ancora vuota di significato. E difatti Gesù imporrà il silenzio. Non solo, ma al primo annuncio della Passione, che segue immediatamente, Pietro reagisce a Gesù: «Signore, non ti accadrà mai!» e Gesù reagisce chiamandolo Satana, un appellativo che Gesù non ha rivolto a nessun altro uomo, un appellativo molto forte. Come a dire che c’è una distanza enorme tra quell’enunciato di fede e una percezione profonda circa l’essere di Gesù, una distanza che ha bisogno di essere colmata. Pietro stesso ne prenderà coscienza lungo tutta la seconda parte del Vangelo, quando osservando quello che accade intorno a Gesù, si chiederà il significato profondo di quella professione di fede. E Pietro alla fine di questo itinerario arriverà a quella che possiamo considerare in qualche modo una “antiprofessione”. Mentre Gesù è interrogato davanti al Sinedrio, Pietro si trova fuori, ed è sottoposto a un altro interrogatorio, un interrogatorio più popolare potremmo dire, un interrogatorio più quotidiano, meno ufficiale e, dopo avere negato per due volte di conoscere Gesù, ha una affermazione che è straordinaria, a mio avviso. Stando al testo greco, Pietro dice: «Io non conosco l’uomo, questo, questo uomo che voi dite». Noi leggiamo come se Pietro volesse dire semplicemente «Io non conosco l’uomo» nel senso di «io non ho a che fare con quest’uomo». Ma c’è qualcosa di più: qui Pietro prende coscienza davanti a se stesso innanzitutto, che quell’uomo con il quale ha vissuto, che quell’uomo di cui ha detto “è il Cristo, è il Messia”, in qualche modo sfugge anche a lui. Adesso è Pietro che non sa. “Io non so”. Qui c’è la vera confessione di fede di Pietro, nel momento in cui Pietro riconosce che quell’uomo in realtà lui non lo conosce. È il momento in cui Pietro prende coscienza del vuoto, della distanza tra l’enunciato teologico e l’esperienza interiore della qualità di questo uomo, tra la formula, l’enunciato di fede, e quell’indefinibile essere di Gesù, che noi possiamo chiamare sentimenti, logica, modo di pensare, modo di rapportarsi, con un’espressione: “il modo di stare al mondo” di Gesù. La percezione di questa distanza apre la porta all’oltre, e Pietro, ci dice il testo, a questo punto scoppia in un pianto.

E inizia un’altra pagina della sua esistenza. Curioso, l’altra pagina di Pietro non si apre nel momento in cui Pietro fa la sua bella confessione di fede: “È il Cristo”. Allora la risposta di Gesù sarà: “Dietro a me, satana!”. La pagina di Pietro si apre quando ha il coraggio di dire: “Io quest’uomo non lo conosco”, in tutta la ricchezza di significato di questa espressione. Ed è qui, io penso, l’esercizio della fede, che noi siamo chiamati a fare: percepire e dunque cercare di colmare la distanza fra quella definizione su Gesù che noi più o meno abbiamo come acquisito, e l’intuizione del suo modo di essere. Ecco la fatica della fede, discernere questa distanza, elaborarla, cercare di colmarla. È l’esercizio di tutta una vita di fede, di tutta una vita di ricerca.

Ma di cosa disponiamo noi per cercare di colmare questa distanza, di cosa disponiamo per questa ricerca? La tradizione ci ha lasciato tre generi di frammenti su Gesù. Ci ha lasciato innanzitutto dei gesti, dei fatti relativi alla vita di Gesù. Poi ci ha lasciato delle parole dette da Gesù, messe in bocca a Gesù, in maniera più o meno fedele, più o meno elaborata. E poi ci ha lasciato delle parole dette su Gesù, qualcosa in cui evidentemente noi percepiamo un’elaborazione abbastanza profonda. Attenzione: l’ordine in cui ho enunciato questi tre frammenti è importante, come hanno ben compreso le prime generazioni di cristiani che ci hanno trasmesso i Vangeli. Cosa hanno messo innanzitutto per iscritto? Innanzitutto quel nucleo in cui di Gesù non restano che gesti, fatti, la Passione, Morte e Risurrezione, il momento più silenzioso di Gesù: egli va verso la morte, in realtà va verso il silenzio totale, le parole di Gesù sono sempre più rare man mano che si avvicina il momento cruciale: questo è il primo nucleo che viene messo per iscritto. Poi si passa ad allargare questo nucleo originario composto di fatti, con i gesti che lo precedono. E abbiamo innanzitutto l’Evangelo di Marco, un Vangelo fatto essenzialmente di gesti, il Vangelo più antico che noi abbiamo, il Vangelo in cui le parole di Gesù sono rarissime, ci sono alcune parabole, ma i discorsi sono estremamente limitati. Quindi si passa al Vangelo di Matteo e di Luca, dove invece le parole di Gesù cominciano a prendere uno spazio maggiore, per giungere infine al Vangelo di Giovanni, in cui non vediamo più solo le parole “di” Gesù, ma già parole “su” Gesù, troviamo un discorso teologico su Gesù. Noi sappiamo che accanto a questi Vangeli in realtà c’erano dei vangeli fatti solo di parole, molto antichi. Ma attenzione, è interessante notare come la comunità cristiana rifiuti un vangelo fatto solo di parole: Gesù non può essere ridotto a delle semplici parole, non è lì il punto di partenza: non è dalle parole di Gesù che dobbiamo cominciare.

E qui si innesta tutto il problema delle vere parole di Gesù, gli ipsissima verba Jesus, tutta una ricerca esegetica tesa a trovare che cosa Gesù davvero ha detto. Gesù sfugge a tutte queste riduzioni, Gesù sfugge alle parole dette su di Lui, alle nostre definizioni teologiche, che vogliono definire, che vogliono arginare, che vogliono riassumere, che vogliono regolare, che vogliono dominare. Gesù sfugge anche a chi vorrebbe renderlo un maestro di sapienza, a chi cerca le sue esatte parole, perché anche questo sarebbe un tradimento: noi di Gesù non abbiamo nessuna parola che Lui abbia certamente detto, e questa è una delle grazie più grandi della nostra fede. Neppure il “Padre nostro”! Per il semplice fatto che ne abbiamo due redazioni diverse. Gesù non è un autore, non ha scritto nulla e nulla di Lui possiamo ricordare come certamente uscito dalla sua bocca. I Vangeli direbbero che Gesù non è uno scriba. Già in Marco 1,22, la gente che vede Gesù all’opera dice che lui non parla come gli scribi. Non parla, noi diremmo oggi, come i professionisti della parola. Affiora una polemica: la gente percepisce in questo stare al mondo di Gesù una qualità diversa rispetto a coloro che invece trasmettono parole, trasmettono scritture e scritture. Gesù non è uno scriba, anche se a noi farebbe comodo ridurlo a uno scriba, noi siamo più contenti di vivere con degli scribi che con dei maestri autorevoli. Lo scriba è colui che mi dirà esattamente quello che io debbo fare. Gesù sfugge a tutto questo, Gesù sfugge a essere ridotto a tecnico della parola e della scrittura. Le parole di Gesù hanno senso e valore solo come completamento di un qualcosa che viene prima, dei suoi gesti. È in questi gesti che davvero noi possiamo imparare l’essenziale: guardando a come Gesù ha vissuto, guardando a come Gesù ha reagito, guardando a quello che Gesù ha provato nelle varie situazioni della vita. Tutto il resto vuole solo spiegare il vissuto. Ma è in quel vissuto il primo frammento, il frammento più prezioso.

Come cristiani abbiamo innanzitutto da familiarizzarci con il vissuto di Gesù: non c’è altra strada per poterlo conoscere, non c’è altra strada per vivere da cristiani, per diventare cristiani. Ecco perché il Vangelo in qualche modo rimane qualcosa di insostituibile. Non perché sia un testo letterario migliore di tanti altri, c’è di meglio nella letteratura. Ma è insostituibile, perché narra dei fatti che non si possono riassumere, narra una sapienza che non si può dire altrimenti, narra delle realtà che non si possono sintetizzare, che non si possono sistematizzare in nessun manuale, direi in nessuna summa teologica. E per farcelo capire i Vangeli ci mettono spesso di fronte a contraddizioni, a gesti di Gesù che si contraddicono l’uno con l’altro e che mettono in crisi i nostri schemi. Pensiamo ad esempio a quando i discepoli (Mc 14,5), di fronte alla donna che rompe quel vasetto di alabastro per ungere Gesù, finalmente reagiscono in maniera degna del loro Maestro, dicendo: «Ma Signore, si poteva vendere questo profumo, si poteva darlo ai poveri», è la nostra reazione, è la reazione di un cristiano che ha cominciato a fare un cammino di fede e che sa che c’è bisogno di condividere con i poveri. Gesù aveva appena detto in Marco 10,21: «Chi vuol venire dietro a me, vada, venda tutto quello che ha, lo dia ai poveri e venga e mi segua». I discepoli hanno capito, cercano di fare quello che il Maestro ha appena detto. Ed è sbagliato: Marco racconta, che Gesù fa vivere ai suoi discepoli una contraddizione, una contraddizione che in realtà rivela un’unità nella persona di Gesù, nel suo modo di pensare una coerenza che non è possibile esprimere altrimenti che con la narrazione di due episodi che sono in netta contraddizione fra di loro. E di questi esempi i Vangeli sono pieni; pensate a Matteo, che narra la parabola della pecorella smarrita, dice: Se uno ha cento pecore e ne perde una, lascia le novantanove sulla montagna e va alla ricerca di quella perduta, non si preoccupa del gruppo, va a cercare quella perduta finché non l’abbia trovata, a costo di perdere tutte le altre. Subito dopo che cosa dice? Dice che chi sbaglia prima va ammonito da solo a solo, poi con due, poi da tutta la comunità. Se non si converte, sia cacciato via, e sia come un pubblicano e come un peccatore. Ma non è lui la pecorella smarrita? Dov’è la soluzione? La soluzione è nell’unità della logica che sta dietro a due gesti così diversi tra di loro, un’unità che non può essere spiegata, può essere colta solo attraverso quella fatica di interiorizzazione, di illuminazione, di familiarizzazione di quei due episodi. E ciascuno arriverà alla sintesi del pensiero di Cristo.

Le parole al contrario vivono di vita propria nel bene e nel male e a volte comunicano l’opposto di quella linfa che pure le ha generate, Le parole a volte diventano velenose, uccidono la radice dalla quale sono nate, anche le migliori, anche le parole di Gesù uccidono. E noi conosciamo purtroppo una tradizione, “venerabile” tra virgolette, di omicidi fatti con queste parole; conosciamo una tradizione nella quale queste parole sono diventate armi. È per questo che Gesù non si affida alle parole, ma si rivela a noi tramite gesti, tramite sguardi. Tramite sentimenti, tramite il suo modo di stare in mezzo agli altri. Prima i gesti, poi le parole. Noi invece amiamo più l’arte dello scriba, l’arte delle parole, anche perché ci viene più facile. È molto più semplice, ma è anche molto più falsa e molto più pericolosa.

Trascrizione dalla viva voce a cura di Rita Girotti



L’ASSOCIAZIONE “AMICI DEGLI ALAGADOS”
E LA PROSSIMA VISITA DI PADRE CLOVIS SOUZA SANTOS

Lo scorso 17 dicembre 2007 è stata costituita, a sostegno di Padre Clovis, l’Associazione “Amici degli Alagados”, associazione di volontariato senza fini di lucro, apartitica e aconfessionale, che ha la finalità di migliorare le condizioni delle persone più povere da un punto di vista culturale, sociale, economico e spirituale della città di Salvador de Bahia in Brasile, creando le condizioni che permettano loro di crescere e di essere indipendenti mediante:

- la realizzazione di progetti di sviluppo, in particolare riguardanti l’educazione scolastica e la formazione professionale dei bambini e dei ragazzi brasiliani più svantaggiati, quali sono quelli di strada;
- la realizzazione di progetti per l’alfabetizzazione degli adulti;
- scambi culturali, progettuali e di educatori tra scuole italiane e scuole del Brasile;
- collaborazione con enti pubblici ed associazioni per incrementare iniziative sociali per l’attuazione dei fini statutari;
- raccolta di fondi per potere attuare le attività sopra indicate.

Padre Clovis, riconoscente per gli aiuti significativi già ricevuti in questi anni dalla nostra Parrocchia, desidera ringraziare il Signore con noi per i suoi quarant’anni di impegno con i più poveri della terra, celebrando una Eucaristia a maggio tra noi.

La data prevista è Giovedì 8 maggio 2008

Questo il programma della serata:
ore 17.30: Incontro con i ragazzi del dopo cresima
ore 19,00: S. Messa nella chiesa parrocchiale
ore 20.00: Cena con gli amici in oratorio
ore 21.00: Incontro con gli amici e con tutta la comunità nel salone dell’oratorio.



CRESCE IL PIL, LA QUALITA’ DELLA VITA NO

Chiedo scusa.
La chiedo a tutti quelli che leggeranno queste righe e per maggior cultura, esperienza professionale o titolo di studio avrebbero assai più competenza di me per parlare di quello di cui parlerò. Io parlerò da semplice lavoratore dipendente, da padre di famiglia, da uomo qualunque.

È tempo (ahinoi) di campagna elettorale e come al solito da destra e da sinistra tutti fanno a gara nel promettere miracolose rinascite economiche per il nostro paese. Presto uno degli sfidanti sarà dichiarato vincitore per consenso popolare e tra un annetto gli economisti ci diranno se le sue promesse saranno state mantenute, misurando la crescita del PIL.
Il PIL (come saprete) è il prodotto interno lordo, ossia (se non mi sbaglio) quanto prodotto dalle industrie presenti sul suolo nazionale in capo a un anno. Da molti anni gli economisti usano il PIL per confrontare le economie dei diversi stati (più il PIL è grande, più l’economia di un certo stato e lo stato stesso è importante) e soprattutto valutano la salute generale di un paese in base al tasso di crescita del PIL stesso da un anno all’altro. I risultati del PIL, messi in risalto sui giornali, determinano le sorti dei governi, delle borse mondiali e anche un po’ il nostro stato d’animo, come se ci cambiasse qualcosa in modo diretto ed immediato se le industrie italiane non avessero prodotto un po’ di più…
Bisogna crescere. A livello nazionale. Ma bisogna crescere soprattutto a livello aziendale. Il PIL non cresce se non crescono le singole produzioni. E dunque forza, tutte le aziende devono fare la loro parte. Non mi importa quello che produci: computers, casse da morto, pillole anticoncezionali, rivoltelle, se sei un bravo italiano cerca di produrre almeno un 3 o 4 % di pistole in più di quelle che hai prodotto l’anno scorso. E qui attenzione, non possiamo fare tanto gli spiritosi a dire che mangiamo lo stesso anche se la nostra azienda non è cresciuta anno su anno: già, perché se la tua azienda quest’anno ha prodotto di meno, molto probabilmente avrà anche venduto di meno e se per disgrazia questo ha portato ad un risultato al di sotto delle attese (nelle aziende per dirlo si usa una parolina spaventapasseri… sottobudget) la direzione generale in una riunione convocata d’urgenza con il controllo di gestione ed il personale si vedrà costretta (però, dovete crederle, a malincuore) a varare un piano di ristrutturazione. Che fuori dai vellutati e mistificanti gerghi aziendali significa: licenziamenti, tagli di personale o, nella migliore delle ipotesi, prepensionamenti. Quando il piano di ristrutturazione sarà implementato, se saremo tra i fortunati dipendenti salvati da esso, torneremo in ufficio e troveremo alcune scrivanie vuote ed un capo ben vestito e ben pettinato che ci spiegherà con voce calma e monotona che di questi tempi serve rimboccarsi le maniche e ci assegnerà un bel pezzetto del lavoro che svolgeva il nostro ex-collega inghiottito dal piano di ristrutturazione. Ci spiegherà anche, qui con un po’ di imbarazzo e la testa inclinata da un lato, che questa novità dobbiamo prenderla come una grande opportunità di crescita e ci inviterà ad astenerci dal chiedere l’adeguamento retributivo che sarebbe ben giustificato da questo innalzamento delle nostre responsabilità. Non sono proprio momenti adatti a richieste di aumento salariale...
Usciremo da questo solitamente brevissimo colloquio con ancora stampato sul volto il sorriso fatto solo di denti con cui abbiamo salutato il giovane capo ed una strana sensazione di malessere percepita tra stomaco e intestino. Proviene dalla consapevolezza che già oggi ci sentiamo sovraccarichi, dal timore che per sostenere i nuovi compiti assegnatici dovremo sacrificare l’ultimo pezzettino di vita familiare (spesso torniamo a casa che i bambini han già finito di cenare, adesso riusciremo almeno a salutarli prima che vadano a letto?).
Non so se è sempre stato così, ma oggi la maggioranza delle aziende disegnano le loro organizzazioni in modo che tutti siano sfruttati al limite delle loro possibilità e oltre. Tra i colletti bianchi lavorare “overtime” (più delle otto ore contrattuali) è diventato un segno distintivo, però non è più “straordinario” ma assolutamente ordinaria amministrazione o meglio ordinaria necessità per il raggiungimento dei propri obiettivi. In questo scenario, la richiesta di un part-time da parte di una neo-mamma viene vissuta come una sorta di attacco alla salute dell’organizzazione e la pressione psicologica esercitata per limitare al minimo la durata della licenza di maternità è forte.
La politica espansionistica del tempo lavorativo o dedicato all’azienda ai danni del tempo libero o dedicato alla famiglia ha anche i suoi armamenti; hanno nomi bellissimi in lingua inglese: laptop (il portatile), blackberry (è il gameboy del manager, che ti permette di ricevere e inviare e-mail ovunque tu sia), diaboliche prolunghe dell’ufficio che esplodono un giorno nel privato della nostra vita e distruggono le relazioni familiari minandole alla radice.
Quello che mi spaventa è il collaborazionismo ossia l’incosciente disponibilità di noi lavoratori a massacrare le nostre vite omologandoci a questa cultura. Siamo quasi tutti disposti a sacrificare qualcosa per la crescita del PIL: chi lo sport (“non ho mai tempo di andare in palestra!”), chi il pranzo (“no grazie, mangio un panino in ufficio così mi porto avanti”), chi il progetto di una vita nuova (“vorrei dei figli, ma non intendo rinunciare alla mia carriera proprio adesso”).
Forse ci vorrebbe qualcuno che alzasse la voce a proporre un modello alternativo, fondato, anziché sulla crescita, sulla stabilità, sull’equilibrio. Forse dovremmo spiegare più spesso ai ragazzi che per sentirsi realizzati nella vita più di un bel conto in banca serve una bella famiglia in casa.

Feliz




Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

TOMAS ERIK CALAMITA
MARIA VAN GEEMEN
ELEONORA RAINOLDI
ANDREA MARZORATI



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

MARISA DE NOVA (a. 83)
LUIGI CRISTALLO (a. 85)
FERNANDO ZANDA (a. 87)
FILOMENA IAQUINTA ved. GULLO (a. 77)
SANTINA FACCHETTI (a. 74)
ANNA BRUZZONE (a. 85)
ROSA GIANNINA PELLEGRINI TOMIROTTI (a. 81)
MARIA LENZI ved. TALLACHINI (a. 84)
GIOVANNI LEONETTI (a. 80)




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