parrocchia - celebrazioni - omelie - cattedra - oratorio - gruppi - come albero - preti - blog - link
 
 
Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

aprile 2009   


NELLA CHIESA CON ESULTANZA

Scrivo queste pagine alla conclusione della visita alle famiglie. Per Natale non mi era stato possibile completare tale visita e così in queste settimane pre-pasquali ho portato a termine questa faticosa ma lieta esperienza. Con una piacevole sorpresa: diverse persone hanno apprezzato questa benedizione pre-pasquale che ha ricordato loro le consuetudini dei loro paesi d’origine non ambrosiani: è infatti tradizione solo ambrosiana quella di portate la benedizione nelle case per Natale, mentre il rito romano prevede questa benedizione per il tempo pasquale. Ringrazio tutti per l’accoglienza e prometto a chi non ho potuto incontrare la mia disponibilità a far visita alla famiglia: basterà avvertire in Segreteria parrocchiale. Durante i brevi colloqui che accompagnano queste visite molti mi hanno manifestato sincera stima e mi hanno chiesto se, dopo sei mesi, mi trovo bene a san Giovanni in Laterano. Sì, sono davvero felice d’essere qui: comincio a conoscere le strade, le persone e sempre più facilmente mi sento chiamare per nome. Sto davvero con esultanza in questo quartiere, in questa parrocchia, con voi. Questo mio stato d’animo e soprattutto le feste pasquali mi suggeriscono di riflettere con voi sullo stile di esultanza che dovrebbe caratterizzare la nostra vita di credenti e l’atmosfera della nostra comunità. In particolare dalle nostre labbra e dai nostri cuori dovrebbero scaturire parole di esultanza. Riconosciamolo: questo stile non ci è abituale. Più facilmente abbiamo sulle labbra implorazioni di aiuto, domande, richieste, oppure umili invocazioni di perdono. Talvolta protestiamo con Dio, gli chiediamo perché non ci ha risparmiato sofferenze, lutti… anche queste invettive sono una autentica preghiera. Invece non ci è abituale una preghiera fatta di gioia, di esultanza.

I Vangeli ripetutamente annotano quanto tempo Gesù dedicasse alla preghiera. Eppure di queste lunghe veglie in preghiera ci sono stati conservati solo pochissimi frammenti. Uno è appunto una preghiera di esultanza, un grido di giubilo. Bisogna pregare con esultanza perché Gesù ha esultato: «In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”» (Lc 10, 21 s.).

Questo “grido di giubilo” è analogo al cantico di Maria che ha esultato scoprendo nella trama dei suoi giorni e nella storia del suo popolo la presenza fedele di Dio: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore perché ha guardato l'umiltà della sua serva d'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente, santo è il suo nome di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quanti lo temono ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai Nostri Padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre.

Vi invito a ripercorrere attentamente questo cantico: ho messo in corsivo dieci verbi che hanno tutti come soggetto Dio. Dio ha guardato, ha fatto, stende la sua misericordia, ha spiegato, ha disperso, ha rovesciato, ha ricolmato, ha soccorso, si è ricordato, come aveva promesso. Guardando le vicende umane Maria legge in esse la fedele presenza di Dio, la sua azione. Quante volte la nostra lettura della realtà non è capace di scorgere questa presenza, è piuttosto dominata, ossessivamente, dalle nostre piccole e talvolta squallide azioni. Maria legge con gli occhi della fede la storia scorgendovi la traccia della presenza di Dio. Nasce di qui l’esultanza. Forse i nostri volti accigliati e disfattisti traducono una lettura delle vicende del mondo non abitata dalla certezza che Dio ha irrevocabilmente amato il mondo.

Essere capaci di esultanza vuol dire saper leggere la storia con gli occhi della fede che, pur riconoscendo la presenza nella storia umana di superbi, potenti e ricchi riconosce nella storia la grande azione di Dio. La nostra esultanza non è solo un sentimento di benessere psicologico: è teologale, ovvero scaturisce dalla certezza che Dio ama il mondo e accompagna la vicenda dell’umanità.

Proviamo a chiederci se guardiamo il mondo con gli occhi della fede o se invece prevale in noi scetticismo, disperazione e disfattismo. La preghiera cristiana è sostenuta dalla certezza che Dio è per noi, rivolto da sempre e per sempre verso di noi. Questa certezza non può che generare esultanza. La gioia cristiana prima d'essere frutto di uno stato di benessere è frutto della fede in questo Dio così affidabile da dissipare ogni timore. Dobbiamo allora sconfiggere quegli atteggiamenti pessimisti che troppo spesso si trovano in coloro che frequentano le chiese. Il lamento per la nequizia dei tempi, per la crisi dei valori, per il venir meno di punti di riferimento consolidati… perché la predicazione cristiana assume più facilmente i toni del lamento, del rimprovero? E invece sulle nostre labbra dovrebbe esserci sempre e solo l’EVANGELO. Mi piace usare questo termine invece di quello più consueto di Vangelo perché meglio custodisce il termine originale greco composto da un prefisso eu (buono, bello) e dal termine vangelo (notizia, annuncio). Tutte le volte che dico: evangelo, penso che mi è stata affidata solo una bella notizia, quella che nella notte pasquale è risuonata: Cristo Signore è risorto. E una bella notizia non può non essere detta, raccontata a tutti, le belle notizie sono contagiose. Non possono star chiuse nel segreto del proprio cuore. E la bella notizia deve esser detta, comunicata prima che con parole con la luce dei volti, con lo splendore degli occhi, con l’esultanza del sorriso. È nota la provocatoria parola di Nietzsche ai cristiani: «Crederei che il loro Signore è risorto se avessero un volto da risorti». Troppo spesso i nostri volti sono chiusi, diffidenti, ostili, volti sui quali non passa alcun fremito di esultanza.

Una seconda ragione della nostra esultanza è contenuta nel grido di esultanza di Gesù e anche nel cantico di Maria: Dio è difensore dei piccoli e dei poveri, Dio si rivela ai piccoli mentre si nasconde a quanti confidano solo nelle proprie risorse. Di fronte alla superbia degli intelligenti e dei sapienti, di coloro che confidano solo in se stessi, di fronte ai potenti che schiacciano il piccolo e il povero Dio non è indifferente. Dio vuole che ogni uomo sia salvato e che niente vada perduto. Il credente sa che Dio è dalla parte del piccolo e del povero e che questa è la buona causa e che per essa vale la pena di spendere la vita. Benediciamo il Signore perché è difensore della vedova e dell’orfano, perché ascolta il grido del povero e ne ristabilisce il diritto. E se noi ripetiamo il grido di giubilo di Gesù o cantiamo con Maria il suo Magnificat dobbiamo essere pronti a stare dalla parte del piccolo e del povero, dalla parte delle vittime. Questo cantico di gioia non è né “leggero”, né disimpegnato, anzi, è il cantico di chi è persuaso che Dio fa giustizia e chiama ognuno di noi, suoi servi a mettersi a disposizione della sua volontà di giustizia. L’esultanza che deve abitare il cuore del cristiano non ci chiama fuori, lontani dalle contraddizioni che sfigurano il volto dell’umanità. L’esultanza cristiana è libero, coraggioso ingaggio accanto ai piccoli e ai poveri con la gioia nel cuore e volti da risorti.

don Giuseppe

 

 

 

Di fronte alla morte

omelia di don Giuseppe nella quinta domenica di Quaresima
domenica 29 marzo 2009 (
Dt 6, 4a.20-25; Sal 104; Ef 5, 15-20; Gv 11, 1-53)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"






El Salvador: il popolo canta la sua liberazione

Forse qualcuno ricorderà una canzone di Claudio Chieffo, in voga nell’ormai lontano 1975: Il popolo canta la sua liberazione. Erano gli anni in cui in Europa si andavano spegnando gli echi di rivoluzioni mai compiute, mentre l’America Latina veniva sempre più stritolata nella morsa di orribili dittature: dal Cile di Pinochet al Guatemala di Ríos Montt, dal Nicaragua dei Somoza alla Argentina di Videla... tutte cresciute sotto l’egida dell’«Operazione Condor», un famigerato progetto di repressione, ideato e coordinato dagli USA, costato tra l’altro 300 mila desaparecidos (scomparsi) nell’intero subcontinente. Dappertutto sorsero carceri clandestine, in cui la tortura veniva praticata secondo le tecniche più diaboliche e sofisticate, insegnate presso la “Scuola delle Americhe”, con sede a Panama, dove venivano addestrati migliaia di ufficiali, venuti da ogni parte. Di conseguenza, i tentativi d’insurrezione furono costanti e generalizzati; ma con le sole eccezioni di Cuba, che aveva giocato d’anticipo, rovesciando Batista nel 1959 e del Nicaragua, che riuscirà a cacciare la dinastia dei Somoza nel luglio del 1979, dovranno tutti aspettare le decadi successive, per passare attraverso diverse fasi di pseudo democrazie. L’unico a non farcela resterà El Salvador: nonostante 12 anni di dura guerra civile (1980-1992) e 80.000 morti (tra cui l’arcivescovo Romero) su una popolazione di circa 4 milioni di persone, la sproporzione tra il “pollicino del Centroamerica” e il potente vicino del nord, che assisteva logisticamente ed economicamente il dominio oligarchico-militare locale, era infatti insuperabile.

Così, mentre gli altri poco alla volta riuscivano a rinascere, El Salvador è andato sempre più sprofondando. Un quarto della sua attuale popolazione è migrato all’estero (circa 2 milioni contro 6), mentre in patria si conta che il 50% sopravviva, il 30% si arrangi con lavori di fortuna e solo il 20% abbia un lavoro stabile. Tra costoro però sarebbero già 24.000 i disoccupati a seguito della crisi mondiale. L’idea più chiara della situazione ce la offre il potere d’acquisto: a fronte di un costo medio della vita di 762,78$ mensili (anche la moneta nazionale, il Colon, è stato sostituito dal dollaro USA), il salario minimo dell'industria è di 203,10$; quello del commercio e dei servizi di 207,60$; quello delle “Maquillas” (fabbriche di assemblaggio, in “zone franche internazionali”: le più diffuse) è infine di 173,70$. El Salvador detiene inoltre il triste primato percentuale della violenza, con 13 assassini al giorno... Il tutto sotto il dominio incontrastato d’un partito istituzionale, Alleanza Repubblicana Nazionalista (ARENA), ininterrottamente al potere dal 1989, quando fu fondato dal maggiore Roberto D’Aubuisson (mandante riconosciuto dell’assassinio di mons. Romero), in continuità con il gruppo paramilitare ORDEN, uno dei cosiddetti “squadroni della morte”, da lui stesso creato in precedenza. Se pertanto è difficile offrire in poche righe un quadro completo della situazione, è ancor più difficile rendere credibili le contraddizioni che talvolta la realtà disvela. Così, se il principale eroe nazionale resta indiscutibilmente mons. Romero, a cui sono dedicate vie e monumenti, nemmeno D’Aubuisson è privo di onori. E se il 24 marzo gran parte del paese si ferma per festeggiare l’anniversario del proprio pastore, profeta e martire, anche il 23 agosto l’Assemblea Legislativa sospende i lavori, per permettere ai deputati di commemorare il genetliaco del loro fondatore, scomparso a sua volta nel 1992, un mese dopo gli accordi di Pace.

Su un piano diverso, troviamo la stessa contraddizione nella contrapposizione economica tra il paese reale, ridotto alla fame e la presenza di moltissimi e modernissimi centri commerciali, che nulla hanno da invidiare a quelli dei paesi sviluppati: a legittimazione delle più comuni illazioni, che parlano di riciclaggio. È in tale contesto storico, politico, economico e sociale, che il 15 marzo scorso i salvadoregni sono tornati alle urne. Noi eravamo presenti con una delegazione congiunta dell’Associazione Oscar Romero (per intenderci: quelli del Banchetto Equo e Solidale) e Pax Christi Italia, in qualità di Osservatori Internazionali. Ed è stato alla sera, uscendo dal Centro di votazione cui eravamo stati assegnati, che mi è tornata alla mente quella vecchia canzone. L’attesa infatti era carica di speranze, ma l’esperienza dei brogli clamorosi cui avevamo assistito impotenti nel 2004, le ridimensionava parecchio. Di fatto, anche questa volta non sono mancate intimidazioni, mesi di campagna violenta, voti doppi, morti che “votavano”, certificati falsi, pullman di honduregni, guatemaltechi e nicaraguensi portati a votare... in “virtù” del fatto che il voto non residenziale impedisce alla gente di riconoscersi. A fronte di tutto ciò però, vi erano anche delle novità determinanti. La prima è stata una maggiore consapevolezza e determinazione popolare, motivata sia dalla disperata contingenza, che dalla popolarità dello sfidante, Mauricio Funes. Il maggior partito d’opposizione, il Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (FMLN) – già confederazione di diversi gruppi guerriglieri, trasformatosi in organizzazione politica, in seguito agli accordi di Pace – aveva infatti scelto di candidare non un politico di professione, ma un intellettuale, un giornalista molto stimato dalla gente.

Lo avevo conosciuto sette anni fa, presentatomi da alcuni amici, proprio nella cripta dove è sepolto Romero: era appena stato licenziato dalla maggiore televisione locale, per la sua correttezza professionale, ovviamente sgradita al regime. Un secondo elemento significativo è stato rappresentato dal generale riposizionamento politico dell’intera America Latina, che ha offerto ai più un motivo di incoraggiamento. Infine, ma non ultimo, il nuovo corso della politica statunitense. E il buon giorno si è visto dal mattino. Anzi, prima ancora dell’alba, quando, giunti in loco, abbiamo trovato una città blindata, ma anche una cortesia inattesa... direi persino una certa premura nei nostri confronti. Tanto che se i militari hanno rimosso i blocchi stradali per permetterci l’accesso, i poliziotti ci hanno addirittura accompagnato al Centro, per garantirci di arrivare in tempo (prima delle 5) a controllare le operazioni preliminari. Nel corso della giornata avremmo poi scoperto l’arcano: l’ostinazione cerbera dei ricchi nel ritenere “cosa propria” lo Stato (evidentissima nelle reazioni scandalizzate della sera, come se il voto l’avessero rubato nelle loro case) e l’ingordigia di un accumulo senza misura, avevano ormai alienato persino l’appoggio tradizionale della base e dei settori intermedi dei corpi di sicurezza. Per questo la giornata è trascorsa senza particolari problemi. La sera, completato lo scrutinio, siamo finalmente usciti e allora è successa la cosa più bella, indimenticabile, ma anche più difficile da raccontare. Come esprimere, infatti, l’emozione dell’essere avvicinati da molti, che con la discrezione tipica dei contadini ci chiedevano sottovoce se il sogno si fosse finalmente realizzato? Come non cogliere quella sottile discrepanza tra sorrisi offerti e occhi umidi, che in realtà tradivano il ricordo di volti: figli, fratelli, genitori, amici... cui dedicare una vittoria, frutto del loro sacrificio? Davvero in quel momento tutti i martiri del Salvador erano tornati per festeggiare insieme.

Più tardi, un’amica mi ha mandato un sms con scritto: «Questa sera Mons. Romero sorride al suo El Salvador liberato». E davvero il popolo cantava la sua liberazione! Poi… qualche ora d’apprensione: il Tribunale Supremo Elettorale (TSE) tardava a comunicare i dati e quelli che uscivano erano inverosimili. Era chiaro che ci stessero “riprovando”. Alle 20.40 però, inaspettatamente, per la medesima strada da cui per decenni erano giunte cattive notizie, è arrivata la svolta: il Segretario di Stato Statunitense (Hillary Clinton) ha telefonato al TSE comunicando la totale indisponibilità del suo governo a legittimare qualsiasi broglio. Del resto gli occhi del mondo erano puntati sul piccolo paese centroamericano, quale banco di prova della nuova amministrazione USA. E fu la svolta. Adesso tocca a Mauricio Funes compiere quello che ha tutta l’apparenza d’un miracolo: con le casse statali vuote e i capitali in mano a banche straniere deve rialzare il paese. Di fronte ha due opzioni: quella di una radicale alternativa al modello economico liberista, fin qui perseguito, come vorrebbe la gente e il suo stesso partito o quella di un’alternanza più morbida (noi diremmo riformista), come gli consiglierebbe un certo realismo politico. Forse nessuna delle due è pienamente praticabile, ma nemmeno trascurabile: un bel rebus. Certamente le speranze poste su di lui sono esorbitanti e forse persino eccessive. Ne parlavo con un vescovo amico, che ne aggiungeva un’altra, del tutto particolare: “Adesso anche il Vaticano avrà meno problemi a proclamare santo mons. Romero”. E leggendomi nel pensiero, continuava ridendo: “Certo non riuscirai a spiegare in Italia perché la vittoria di un partito di sinistra, ex guerrigliero, spiani la strada a un santo, ma… El Salvador è anche questo!”. Verissime entrambe le cose. Comunque sia, tra mille contraddizioni e altrettante sfide, per questo amato paese è finalmente sorta un’alba nuova. Good morning, El Salvador!

don Alberto

 

 

 


ABBIAMO DEDICATO QUATTRO SERATE DELLA NOSTRA CATTEDRA DEI NON CREDENTI ALLA GRAVE SITUAZIONE ECONOMICA. DI SEGUITO DIAMO PARZIALMENTE CONTO DEGLI ULTIMI DUE INCONTRI.

UNA CRISI CHE NON È SOLO ECONOMICA

Ferruccio De Bortoli direttore de Il Sole 24 ore ha affrontato dopo un’ampia descrizione della crisi economico-finanziaria i risvolti etici. Di seguito l’inizio e la parte conclusiva della relazione. Al nostro Parrocchiano in questi giorni chiamato alla direzione de Il Corriere della sera, il nostro affettuoso augurio.

Spero di non deludervi con questa conversazione su un tema così delicato, così vasto, per certi versi in parte ancora sconosciuto. Accetto con grande gratitudine l’invito di don Giuseppe di spendere qualche parola anche sugli aspetti etici. Vi faccio una conversazione da giornalista economico e da osservatore dei fatti economici e sociali di questo Paese che spero non sia noiosa e anche sia chiara. [...]

Faccio alcune considerazioni finali. Quel che è accaduto può in qualche modo suggerirci una riflessione etica che riguarda il modo attraverso il quale l’economia cresce, i soggetti economici si rapportano e i valori si affermano.

Certamente vi è stata una grande bramosia di potere e di denaro e la convinzione che si potesse guadagnare molto, semplicemente con una gestione finanziaria oculata, l’idea che la finanza potesse creare da sola la ricchezza e non dovesse aver bisogno anche dell’attività fisica, manuale, del sacrificio, del lavoro, di investimenti che hanno bisogno di tempo per poter dare dei risultati. Abbiamo avuto bramosia, avidità e la dimostrazione diseducativa che si potessero fare i soldi molto velocemente e che si potessero acquistare auto, barche, case anche dopo pochi anni di lavoro. È cresciuta una diseguaglianza tra l’attività semplice, impiegatizia e l’attività più elevata dirigenziale, una differenza che era di quaranta tra il capo azienda e l’operaio ed è arrivata ad essere di quattrocento, cinquecento. Questo ha prodotto, secondo me una conseguenza: per il fatto che la globalizzazione tende a affermare spesse volte un pensiero unico nel senso che se tutti fanno una determinata cosa e con successo, siamo portati a pensare che quella sia la cosa giusta. Sui mercati è accaduto quello che, con un esempio, accade ai concorsi di bellezza dove i giurati non devono dire quale ritengono sia la concorrente migliore ma devono indovinare quale concorrente gli altri giurati ritengono sia la migliore. Così investitori, banchieri, imprenditori, non si sono chiesti quale fosse il titolo migliore ma si sono comportati dicendo: se tutti gli altri pensano che quello sia il titolo migliore vuol dire che hanno ragione, visto che guadagnano.

Uno degli effetti è stato che abbiamo smesso di pensare con la nostra testa. Avendo la possibilità e la sensazione di poter disporre di tutto in tempo reale spesse volte si finisce per mettere in un angolo i pensieri contrari, residuali, laterali. Diventiamo meno inclini ad accettare il dubbio e a confrontarci con posizioni alternative. E tutto questo ha generato inoltre una straordinaria perdita di contatto con la realtà da parte delle persone più potenti nel governo dell’economia e della politica. Perché sennò non si sarebbero comportati così, non avremmo avuto che la più grande compagnia di assicurazioni del mondo – compagnia certamente in grado di valutare i rischi dei suoi clienti – scoprisse alle sei di sera della domenica che il mercoledì successivo sarebbe fallita. Non può succedere che un grande banchiere spenga il telefonino per una settimana perché impegnato in un torneo di golf. Questa è una persona che ha una concezione del proprio potere e della propria infallibilità che raggiunge delle dimensioni ex cathedra che evidentemente sono di pertinenza ultraterrena. Ma è la stessa persona che assume i suoi collaboratori sulla base del fatto che sappiano giocare a bridge. Io non ho nulla contro il bridge ma dubiterei del fatto che uno si circondi soltanto di persone che sanno giocare a bridge.

La perdita di contatto con la realtà che si presume abbiano avuto persone preparate e anche intelligenti fa in modo che una banca come la Merry Linch che viene poi presa dalla Bank of America a un certo momento si dà comunque il bonus sul 2008 quando il 2008 è stato possibile farlo solo con il contributo statale. C’è qualcosa che non ha funzionato nelle teste delle persone più in vista e che avevano grandi responsabilità se poi hanno commesso errori tanto plateali che qualche volta ci danno l’impressione che la globalizzazione sia un grandissimo fenomeno ma che non dispone di una leadership capace di contenerlo e disciplinarlo. Ma siccome l’economia si muove sulla base di aspettative, anche se non sempre razionali e la globalizzazione è fatta di leadership e speriamo possa essere quella del nuovo Presidente americano, tale leadership deve essere in grado di influenzare quello che la gente si aspetta. E invece che cosa è accaduto? Non c’è stato solo perdita di contatto con la realtà da parte dei protagonisti dell’economia e della finanza ma oggi c’è anche un perdita di significato delle cifre in gioco, cifre così elevate da essere vuote. Il Presidente Obama vara il più grande pacchetto di interventi in economia da 787 miliardi di dollari, il più grande nella storia e non si muove nulla. Questo è quello che colpisce.

Spero di non aver fatto un quadro tanto negativo, io sono persuaso che la crisi come tutte le crisi si risolverà. Abbiamo passato crisi molto più serie probabilmente ci stiamo ridimensionando tutti rispetto a dei valori che erano fuori da ogni logica. Però in questa fase, probabilmente, abbiamo una nuova opportunità: rimettere il lavoro al centro, per ottenere risultati ci vuole tempo e pazienza, bisogna sudare, bisogna riscoprire il valore del lavoro manuale che è stato messo in un angolo, non pensare che gli uomini della finanza dirigono e che quel tipo di ruolo sia fondamentale per la società, allora questa potrebbe essere una grande occasione per riportare il valore della persona al centro del lavoro e dell’attività, riscoprire la forza di un capitale sociale fatto di relazioni. L’economia sta in piedi se c’è fiducia e la fiducia si ottiene se vi sono delle relazioni, se le persone parlano con le altre, se fanno comunità, se si tengono insieme, se esprimono anche dei valori comuni che non sono la semplice sommatoria di interessi individuali.

FERRUCCIO DE BORTOLI

Martedì 3 marzo 2009i

 

 

MALEDIZIONE E BENEDIZIONE DELLA POVERTÀ NELLE SCRITTURE

La crisi economica ci interpella. E in essa, ci interpella in modo particolare un fattore cronico: il fattore POVERTÀ, anzi: il grido delle povere e dei poveri! Gridano davanti o dentro alle nostre case. Gridano nel mondo che Dio aveva creato buono (vedi Genesi 1)! Secondo l’ISTAT (rapporto presentato nel novembre 2008), in Italia, «le famiglie che nel 2007 si trovano in condizioni di povertà relativa sono 2 milioni 653 mila e rappresentano l’11,1% delle famiglie residenti; nel complesso sono 7 milioni 542 mila gli individui poveri, il 12,8% dell’intera popolazione. La stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e persone povere sul totale delle famiglie e persone residenti) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi». Se accanto a questo poniamo il seguente dato comunicato dalla FAO il 9 dicembre 2008, notiamo inoltre che la povertà, quella assoluta, ha ancora ben altre dimensioni: «963 milioni di persone soffrono la fame nel mondo. Sono 40 milioni in più del 2007». La denuncia dell’altissimo share che ha la povertà assoluta e relativa presso intere popolazioni nel mondo è stata fatta dall’attuale papa della Chiesa cattolica nel suo discorso di inizio anno (cfr. Il Regno. Documenti 1/2009). In mezzo a questo scenario soltanto accennato sotto forma di cifre nude e crude, è ovvio che si nutrano fortissime preoccupazioni per il crollo non solo delle borse (per aspetti finanziari e inoltre speculativi) ma anche di diverse economie nazionali, e quindi la mancanza sia di liquidità sia di lavoro sia di soldi da spendere sia di viveri/derrate.

Chi vi parla non ha mai vissuto “povertà” sulla propria pelle, anche se i suoi antenati per certi periodi del XX secolo l’hanno vissuta, a motivo della Seconda guerra mondiale. E questo fatto mi ha creato parecchi problemi nel prepararmi a questa serata: perché senza esperienze concrete, vissute sulla propria pelle, posso correre il rischio di parlare “come il cieco, dei colori”. Non dobbiamo mai dimenticarci quanto influisca la nostra esperienza o non-esperienza, il nostro stile e tenore di vita sui nostri pensieri, sull’angolatura con cui ci avviciniamo sia a testi della Bibbia sia al nostro prossimo, povero, non povero, diversamente povero. Con questa consapevolezza vorrei aprire con voi la Bibbia dei due Testamenti per farla parlare, parlare della povertà, o meglio, di fattori, motivi, storie, meccanismi, azioni e omissioni che rendono povere delle creature amate da Dio. Perché la Bibbia ne parla, e molto.

Dal Primo/Antico Testamento: Il momento fondante di Israele è l’esperienza dell’esodo, più ancora di quella della fede nella creazione; troviamo chiari riferimenti a persone povere, nel senso vasto che ho sopra richiamato, ad es. in Esodo 6,20-24 e 22,20-23 ma anche in Deuteronomio 15,7-11. Anche nei libri profetici, la realtà della povertà è molto presente, ad esempio, ma non solo durante l’epoca dei re. Basta leggere Amos 2,6-7 e 8,4-6 oppure Isaia 1,13-17 per capire come la condizione delle persone povere viene chiaramente messa in rapporto allo sfruttamento continuo e sistematico da parte di persone ricche, abbienti, indifferenti, malvagie - membri dello stesso popolo di Dio!). Diversi commentatori dei testi del Primo Testamento vorrebbero distinguere, se non scindere una “originaria povertà profana” da una povertà religiosa spiritualizzata nel periodo dopo l’esilio babilonese. Sicuramente si assiste a un ampliamento del concetto di “poveri” quando arriviamo al periodo dell’esilio e del post-esilio: in Isaia 61,1 e seguenti, tutto il popolo viene considerato “poveri”. Ma un netta scissione tra povertà reale e povertà spirituale non è fedele ai testi biblici. Gli autori degli scritti cosiddetti “sapienziali” allargano lo sguardo fondamental-critico dei profeti ma sono anche memori del fatto che Dio ha creato tutti – non solo gli appartenenti al popolo d’Israele (vedi ad es. Proverbi 14,31).

Il Dio d’Israele, afferma la Bibbia sin dall’inizio della Genesi, è lo stesso Dio di tutti gli uomini. Creati «a sua immagine» (Genesi 1,27), tutti hanno la stessa dignità. «È per questo – sottolinea Alain Durand – che l’esclusione del povero è un attentato all’immagine stessa di Dio», allora che la pratica della solidarietà «renda testimonianza all’universalità dell’atto creatore». Nel linguaggio dell’Antico Testamento, che spesso si è sviluppato in continuità oppure in discontinuità con altre lingue semitiche anche anteriori, per povertà si intende quindi qualcosa di vasto, una condizione diffusa che trova motivazioni e fondamenta sociali, politiche. E teologiche! Un biblista (R. Martin-Achard) spiega che la parola maggiormente usata, ‘anawim, essere miseri, trasporta anche il significato «essere piegati, sottomessi. Da lì si hanno due aggettivi con significati collegati eppure distinti: povero e umile. Per “povero”, lungo i secoli della storia d’Israele a partire dall’esodo al periodo dopo l’esilio e il rientro parziale in Israele, si intende: povero, misero, miserevole, infelice – persona “che si trova diminuito nelle sue capacità, nella sua forza e nel suo valore”. Spesso si affianca a questo significato di fondo un ulteriore: avere meno diritti – come gli orfani, le vedove, le persone straniere, affamate, senza tetto, ignude, ecc.» Quindi, la persona “povera” è vittima di oppressione sociale. È quindi un termine che abbraccia tante situazioni, non di rado anche concatenate, che molte persone sperimentano: miseria nelle varie forme tipo tormento, sofferenza, umiliazione, oppressione. E qui dobbiamo anche menzionare la logica del sabato, del riposo delle persone a giovamento della loro saluto mentale, relazionale e sociale, e del riposo delle terre (cfr. Esodo 20,8-11 e Levitico 25!) Certo, troviamo nella Bibbia d’Israele anche alcuni testi che ci fanno capire che, per motivi di fede, alcune persone optavano per una vita povera, dimessa, emarginata. Ma tra scelta e condizione vi è una grande differenza. Pertanto condivido il pensiero di Gutierrez quando afferma che la povertà non può essere considerata una benedizione da parte di Dio.

Dal Nuovo/Secondo Testamento: Mi limiterò ad alcuni testi in cui Gesù parla chiaramente dei poveri, e ometto quindi diversi testi in cui ha affrontato il ruolo problematico assunto dal denaro (soprattutto Matteo 6,24!). Il testo più forte è senz’altro quella beatitudine che Gesù fa in Matteo 5 – e che un po’ diversamente viene riproposta in Luca 6: Beati i poveri (in ispirito). Certo, Gesù non dice: benedetti i poveri – ma poco ci manca. Nell’agire e nel predicare – due facce della stessa medaglia della sua missione messianica – vediamo come Gesù si pone in continuità con il messaggio del Primo/Antico Testamento a proposito dell’importanza assoluta, teologica e sociale, di stare vicini alle persone svantaggiate e di adoperarsi per affrontare le cause della povertà. Egli stesso si schiera dalla parte delle persone povere, emarginate (anche a causa di altri fattori). Eppure, in Gesù cogliamo anche una forte preferenza per la vita semplice, sobria, solidale, uno stile di vita ispirato alla vicinanza della Signoria di Dio (cfr. Matteo 6,25-33). E in questa ottica si situa anche la beatitudine di Matteo 5,3 che programmaticamente è la prima citata e dà quindi il là anche alle altre. Il fatto che Gesù, in Marco 14,3-9, abbia detto la frase «avrete sempre i poveri tra voi» (v.7), non deve farci dimenticare che Gesù qui cita Deuteronomio 15 dove, invece, sono raggruppate diverse regole proprio a sostegno dei non abbienti. Se lanciamo un breve sguardo in altri libri del Nuovo Testamento, possiamo notare come spesso si parli dell’importanza della vendita e della condivisione dei beni – cfr. Atti 4,32-35; Giacomo 2,14-17. “Vogliono essere dati via” – per meglio poter seguire Gesù, per poter meglio cercare la fede, per poter meglio divenire solidali con chi soffre, con chi ha poco, è nella miseria. Proprio su questa lunghezza d’onda troviamo anche l’apostolo Paolo quando ci scrive nel cuore che donare è meglio che ricevere (2 Corinzi 9,6-7). La povertà spirituale, la semplicità della fede, vissuta, condivisa, ri-cercata, è spesso incoraggiata, non solo ma anche da Gesù. Ma ciò non significa che la povertà possa essere di per sé, in quanto condizione che è frutto di ingiustizia e mantenimento dello status quo, venire considerata una benedizione. Aggiungo a questo proposito, diversamente da quanto sembra ad esempio nell’interpretazione calviniana (specie vista con gli occhiali d’analisi di Max Weber), una vita contrassegnata da successo e magari guadagni e ricchezza NON è di per sé un segno chiaro della benedizione o addirittura della predestinazione di Dio.

Tentativi di sintesi: Un filo rosso nella Bibbia è la condanna delle azioni che portano alla miseria, allo sfruttamento, e per contro l’elogio della condivisione, della rinuncia, ma anche della scelta dell’amore preferenziale per le persone povere. Alcune conseguenze teologiche E quindi pratiche/etiche; pratiche/etiche E quindi teologiche: Dio non solo guarda i poveri o li ama “in genere”, bensì si rende povero e condivide la povertà sprigionando i poveri, li apre alla speranza, alla comunione, mentre converte i ricchi alla condivisione dei cuori e degli stili di vita. Ricordo a questo proposito le assemblee dei vescovi cattolici romani dell’America Latina di Medellin (1968) e di Puebla (1979). Da loro è uscito il grido dei poveri, una teologia che ha scelto come tratto fondamentale l’opzione di Dio per i poveri; il suo amore privilegiato per i poveri; il suo schieramento scandaloso a favore di situazioni e condizioni di vera giustizia sociale e interpersonale. Diversi testi ed enunciati hanno ripreso questa impostazione, questo modo di valorizzare il messaggio, l’annuncio biblico per i poveri e tramite i poveri E contro quelle molteplici cause umane, antropiche delle condizioni di ingiustizia, povertà, deprivazione e fame. Ciò è avvenuto, anche se talvolta attenuandone molto sia la capacità analitica sia le conseguenze radicali; in parte sembra sia passato un po’ nel dimenticatoio, anche se ad es. Giovanni Paolo II e recentemente Benedetto XVI, ma anche diverse assemblee ecumeniche mondiali (dell’Alleanza Riformata Mondiale con il Documento di Accra 2004, ma anche del Consiglio Ecumenico delle Chiese riunito a Porto Alegre nel 2006) hanno ripreso e riacquisito l’esigenza che la Bibbia dei due Testamenti pone sulla questione della povertà come maledizione o come benedizione. Con teologi come Gustavo Gutierrez, Armido Rizzi e Rinaldo Fabris possiamo dire: Dio è il Dio di vita E il Dio dei senza vita – non vi è altro Dio nella Bibbia – non possiamo predicare quindi altro Dio, né seguire e adorare altro Dio – e ciò significa, come altra faccia della medaglia, di essere amanti del povero, far sì che non vi siano più poveri. E questo ci ricorda sicuramente due altri testi famosi, forse logorati, del Nuovo Testamento: Matteo 25,31 ss., ma soprattutto Luca 10,25-37: Dio chiama ogni credente a rendersi prossimo, anzi, scoprirsi davvero prossimo. Scoprirsi prossimi oggi più che mai significa divenire diversamente prossimi, diversamente dalle solite interpretazioni paternalistiche, una tantum, intese come gesto di bontà o forse di elemosine. Dio è, in un certo senso, nell’altro, si rende particolarmente vicino ai poveri – questa scia, questa prospettiva di benedizione e di sfida benedetta non possiamo elidere né eludere, se vogliamo provare giorno dopo giorno a professarci cristiani/e. Così facendo, insieme nella Chiesa e nella società possiamo invocare e accogliere ogni giorno di nuovo la benedizione che Dio affida, affinché noi stessi diventiamo benedizione (cfr. Genesi 12,1-3).

Ulrich Eckert,

pastore luterano presso la Chiesa Cristiana Protestante

Giovedì 12 marzo 2009

 

 

 

domenica 26 aprile 2009

FIERA DELLE RIVISTE MISSIONARIE

"L'altra faccia dell'informazione.

Il mondo visto da Sud"

Saranno presenti alcune fra le maggiori riviste missionarie

per raccontare il loro lavoro quotidiano

Esposizione nel salone dell'oratorio

dalle ore 10 alle 13 e dalle ore 15 alle 18

 

 

ESTATE 2009

"DIVERTIRSI RESPIRANDO GIOIA"

Oratorio Estivo

dal 5 al 26 giugno

dalle ore 8.30 alle 17.30

La montagna insieme a Marilleva 1400 (Tn)

dal 29 giugno al 4 luglio

per i bambini dalla III alla V elementare

dal 4 luglio al 10 luglio

per i ragazzi delle medie e delle superiori

Programma e iscrizioni in oratorio dopo Pasqua



Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

SOFIA AMBROSI
LUDOVICA MARIA CROSO
CHIARA PEZZULLO
ANDREA DELLA MONICA
CATERINA ZITTI POZZI
NICCOLÒ VITTORIO LUCCHESI
ANDREA GUZZI
BENEDETTA LONGONI



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

LUCIANO GILARDONI (a. 86)
TERESINA SPINELLI NOCITO (a. 60)

BENIAMINO DANI (a. 83)
ANGELA MARIA ANNA TACCONI LEVATI (a. 76)
ILEANA BOTTURA (a. 67)


 


torna alla homepage