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Come
albero
notiziario
mensile parrocchiale
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IN
NOME DI CLEOFA
Gesù, che mi hai bruciato il cuore
al crocevia delle Scritture,
non lasciare che questa ferita
in me si chiuda:
volgi i miei sensi entro di me,
spingi i miei passi all’avventura,
e il grande fuoco della nostra gioia
ne accenda altri!
La
tavola, a cui eri seduto
per rivelarti nel porgere il pane,
io la rivedo, mentre risplende
di te, Maestro.
Fammi uscire, fuori nel buio:
troppi sono senza la notizia;
mostrando il tuo nome nel mio sguardo,
di’ la Parola!
I loro occhi non sanno trovarti,
non entri più nella loro locanda,
e ognuno ripete: dove andare,
se Dio è lontano?
La tua primavera si è destata
ed entra nei miei tralci esangui:
è Pasqua, e divengo lo straniero
che tutto brucia.
DIDIER RIMAUD
da Gli alberi nel mare
Elle di Ci, Leumann 1977, p. 91.
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PER
AMORE NON TACERE
Nelle
ultime settimane la Chiesa, la nostra santa madre Chiesa, è stata
investita da una crisi profonda che ne ha compromesso la credibilità.
Gli episodi di pedofilia che hanno visto sul banco degli imputati
esponenti del clero di diversi paesi del mondo non possono essere
liquidati sbrigativamente. A questa grave e dolorosa vicenda vorrei
dedicare qualche riflessione. Mi è sembrato doveroso, nel corso
della celebrazione della domenica delle Palme, farvi cenno nell’omelia
riportata nelle pagine seguenti. Riprendo qui questa vicenda perché
l’amore per la chiesa ci impone di portare gli uni i pesi degli
altri e non stendere un velo di silenzio.
Tra
i gesti più significativi del pontificato di Giovanni Paolo II
di cui abbiamo ricordato lo scorso 2 aprile i cinque anni dalla
morte, vi è, a mio parere, la pubblica, solenne, confessione delle
colpe commesse dai figli della Chiesa nel corso dei secoli. Se
quella confessione venisse ripetuta oggi, non potrebbe mancare
il riconoscimento delle gravi responsabilità nei confronti di
minori abusati proprio da sacerdoti. Diceva allora papa Giovanni
Paolo II: «Riconoscere i cedimenti di ieri è atto di lealtà e
di coraggio, che ci aiuta a rafforzare la nostra fede, rendendoci
avvertiti e pronti ad affrontare le tentazioni e le difficoltà
di oggi» (Tertio millennio adveniente 3). E ancora papa Wojtyla:
riconoscere le proprie colpe «non danneggerà in alcun modo il
prestigio morale della Chiesa, che anzi ne uscirà rafforzato per
la testimonianza di lealtà e di coraggio nel riconoscere gli errori
commessi da uomini suoi e, in un certo senso, in nome suo… Solo
il riconoscimento coraggioso delle colpe e anche delle omissioni,
come pure il generoso proposito di rimediarvi con l’aiuto di Dio,
possono dare efficace impulso alla nuova evangelizzazione e rendere
più facile il cammino verso l’unità» (Riflessioni sul Grande Giubileo
dell’anno 2000 - Promemoria del 1994).
Se
queste parole avessero guidato in questi anni la lucida e coraggiosa
disanima del dramma della pedofilia, forse non avremmo avuto le
aspre invettive di queste settimane che hanno tentato di coinvolgere
la persona di papa Benedetto in questa vicenda. Non v’è dubbio
che si è cercato di coinvolgere il Papa, magari passando attraverso
suo fratello, in questa torbida storia. Un certo spirito anticlericale
ha cercato, anche in questo caso, di gettare fango sulla figura
del Papa, magari passando attraverso suo fratello sacerdote e
direttore della corale di dove sarebbero avvenuti episodi di pedofilia.
Oppure addossando al Papa, quando era Prefetto della Congregazione
della fede, silenzi colpevoli in questa vicenda. Si è arrivati
a evocare il fantasma delle presunte responsabilità di papa Pio
XII per non aver levato la voce e denunciato lo sterminio degli
Ebrei da parte di Hitler. Silenzi di papa Pio XII e silenzi di
papa Benedetto XVI? Non
è questo il luogo per sciogliere questi interrogativi gravi. È
vero che gli episodi di pedofilia erano da tempo noti ai vescovi
locali e alle istanze del Governo centrale della Chiesa e che
in questa materia non si è scelta la strada di portare alla luce
le responsabilità ma si è preferito isolare i singoli casi, trasferendo
da un luogo all’altro i presunti responsabili, nella vana speranza
di mettere a tacere lo scandalo.
Voglio
qui ricordare un episodio analogo e che ha coinvolto in prima
persona mio fratello. Il giorno stesso della sua ordinazione a
vescovo di Lugano si recò in una parrocchia della sua diocesi
dove si era verificato un episodio in un certo modo assimilabile
alla pedofilia e che coinvolgeva il parroco di quella comunità.
Il neo-vescovo parlò con franchezza alla gente assicurando il
suo impegno perché si facesse chiarezza sulla vicenda. Il presunto
colpevole venne allontanato dalla comunità e la giustizia fece
il suo corso. Perché invece nei recenti e numerosi casi di pedofilia
non si è seguita questa strada di chiarezza? Temo che la ragione
sia il prevalere del presunto bene dell’istituzione rispetto al
doveroso accertamento della verità e delle responsabilità. Temo,
in altre parole, che la salvaguardia dell’onore dell’istituzione
abbia fatto preferire la strada del mettere a tacere, del risolvere
caso per caso, non portando alla luce il male. Confesso che questo
pensiero mi preoccupa e mi addolora: far prevalere un malinteso
senso di difesa dell’istituzione a danno delle vittime che dovrebbero
invece esser le prime a ricevere tutela mediante l’accertamento
rigoroso delle responsabilità. E a questo punto la riflessione
mi coinvolge personalmente. Quando sono stato ordinato prete nell’ormai
lontano 1965 sull’immagine-ricordo ho scritto semplicemente dopo
il mio nome e cognome: prete per il servizio della chiesa di Dio
che è a Milano. E in tutti questi 45 anni di sacerdozio ho sempre
messo al primo posto il servizio alla chiesa rispetto ad altri
pur legittimi interessi, per esempio la “carriera” universitaria.
Dico questo perché questa chiesa ho sempre cercato di amarla e
servirla con tutte le mie forze e con tutti i miei limiti. L’istituzione
chiesa mi sta a cuore, per essa ho speso il meglio delle mie risorse
fino a chiedere al mio vescovo di poter dedicare gli ultimi anni
della mia vita al servizio di una piccola istituzione ecclesiale
quale è la parrocchia.
Ma
l’istituzione mi interessa solo in quanto è il tramite storico
per incontrare le persone e servirle. Per questo tra la difesa
del buon nome dell’istituzione e la tutela di una persona che
ha patito offesa da uomini dell’istituzione, non esito a scegliere
per la tutela della persona, della vittima. Temo che in questa
triste vicenda di confratelli pedofili l’istituzione abbia cercato
in primo luogo di salvare se stessa e il suo presunto onore invece
di accertare con coraggio la verità e le responsabilità. A questo
punto, forse, qualche lettore si chiederà: perché ritornare su
questa squallida vicenda? Rispondo con un antico adagio latino:
Sacramenta propter homines. I sacramenti sono a vantaggio, al
servizio degli uomini e non viceversa. La Chiesa stessa è per
gli uomini e non per il proprio incremento. Potremmo evocare l’atteggiamento
di Gesù nei confronti di una nobile istituzione come il sabato
ebraico. Gesù ricordava che la legge del riposo del sabato è a
vantaggio dell’uomo e non viceversa e che quindi si poteva, anzi
si doveva trasgredire tale legge se il bene della persona lo imponeva.
Temo che in questa storia di preti pedofili si sia scelto di tutelare
il sabato e non l’uomo, di proteggere l’istituzione e non le vittime.
Ecco perché ho scelto di non tacere su questo doloroso momento
della vita della Chiesa. Proprio l’amore per la nostra santa madre
Chiesa mi ha imposto di parlare.
don
Giuseppe
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IL
SEGNO DEL MINARETO
Proponiamo
qui la prima parte dell’intervento del Vescovo di Lugano Pier
Giacomo Grampa la sera del 18 marzo u.s.
Il nostro percorso quaresimale ci ha portati a riflettere sui
segni nei quali si esprime l’esperienza religiosa.
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Genesi
e portata dell’iniziativa popolare svizzera contro la costruzione
dei minareti
Nel
rumore delle grandi città moderne, l’avvenire dei minareti per
l’appello alla preghiera è molto incerto, così spiega Jonathan
Bloom, professore al Boston College, storico dell’arte islamica
e specialista di minareti. «Malgrado ciò continueranno a venir
costruiti per servire da simboli silenziosi, ma visibili dell’islam
nel mondo intero». Proprio per questo suo carattere simbolico,
il minareto oggi, in Svizzera, si ritrova al centro del dibattito
politico: dietro il minareto si profilano inquietudini e questioni
ben più rilevanti del semplice aspetto architettonico. Per meglio
comprendere la reale portata del dibattito, è bene ricostruire
come sia nata l’iniziativa popolare tesa a impedire l’edificazione
dei minareti, sulla quale il popolo svizzero si è pronunciato
il 29 novembre 2009, con i seguenti risultati:
- Svizzera: si 57.5 % no 42.5 % partecipazione 53.7 %
- Ticino: si 63.3 % no 36.7 % partecipazione 49.2 %
Sono 4 i Cantoni che hanno rigettato l’iniziativa:
- Ginevra (no 59.7 %; sì 40.3 %);
- Vaud (no 53.1 %; sì 46.9 %);
- Neuchâtel (no 50.8 %; sì 49.2 %);
- Basilea città (no 51.6 %; sì 48.4 %).
Paradossalmente i minareti sono rari nel paesaggio svizzero. Quando,
nel 2005, iniziò tutta questa controversia, ne esistevano solo
due. Il primo a Zurigo, 18 metri di altezza, costruito nel 1963,
che si innalza al disopra della piccola moschea del movimento
Ahmadiyya, i cui primi missionari arrivarono in Svizzera a partire
dal 1946. Gli ahmadi sono oggetto di forti critiche da parte di
altri musulmani praticanti: etichettati come “non musulmani” in
Pakistan e altrove, è stato loro vietato l’accesso a La Mecca.
Il secondo minareto svizzero si trova a Ginevra, al Petit-Saconnex.
Dall’alto dei suoi 22 metri, domina dal 1978 la moschea ed il
centro della Fondazione culturale islamica. L’edificio venne inaugurato
dal Re dell’Arabia Saudita e dal Presidente della Confederazione.
Nei trent’anni seguenti non sono più stati edificati altri minareti
in Svizzera. Bisogna però notare come in questi ultimi anni l’islam
si sia sviluppato in modo estremamente rapido soprattutto grazie
all’immigrazione dalla Turchia e dai Balcani. Tre decenni caratterizzati
da forti turbolenze che agitano il mondo musulmano: le controversie
sull’islamismo e sulla jihad la fanno da padrone anche sulle prime
pagine dei giornali elvetici.
In
questo difficile contesto, la questione dei minareti si è trovata
al centro del dibattito politico svizzero. Il 10 gennaio 2005,
a Wangen (Canton Soletta), un’associazione turca organizza un
sondaggio per il progetto di un “minareto simbolico” di 4-6 metri
di altezza. Il progetto di costruzione si scontra con un’ondata
di opposizioni, riassunte in una petizione firmata da 400 persone,
e viene respinta dall’assessorato comunale all’edilizia. Questo
rifiuto però, viene annullato nel luglio del 2006, dalle autorità
cantonali che condizionano il permesso di costruzione alla sola
restrizione di non utilizzare il minareto per chiamare i fedeli
alla preghiera. Una decisione del Tribunale amministrativo federale,
nel novembre 2006, sottolinea inoltre, che l’aggiunta di un minareto
nulla cambia all’uso dell’edificio quale luogo di preghiera. Una
pioggia di ricorsi trascinano le polemiche fino alla sentenza
del Tribunale federale che li respinge tutti il 4 luglio 2007:
il minareto viene così inaugurato alla fine del mese di giugno
del 2009. Il minareto che corona un centro islamico albanese nella
città di Winterthur, costruito nel maggio del 2005, non sembra
suscitare grandi reazioni, ma il fuoco è tutt’altro che spento.
L’affare di Wangen scatena un movimento di opinione: il minareto,
agli occhi di certi cerchi politici e di cittadini preoccupati,
diventa il segno evidente dell’islamizzazione della Svizzera.
A rendere ancora più instabile la situazione, nei mesi successivi,
fioriscono altri progetti: a Langenthal (Canton Berna) e a Wil
(Canton San Gallo) comunità islamiche presentano progetti per
l’edificazione di minareti. In entrambi i casi viene precisato
che la finalità di queste torri sarà prettamente simbolica e che
non verranno usati per l’appello alla preghiera. Proprio il simbolo
però, è ciò che disturba, come e forse più, del canto ipotetico
del muezzin.
La
reale portata dell’ostilità ai minareti sembra risultare dalla
somma di opinioni sparse e di forze politiche pronte a raccogliere
e dare voce a quest’inquietudine. A destra dello scacchiere politico,
la facinorosa Unione democratica di centro (UDC) si è impadronita
del tema islam e dei suoi pericoli, accendendo le polemiche anche
in Cantoni dove non ci sono progetti per la costruzione di minareti.
Nel settembre 2005 l’UDC del Canton Vallese propone al parlamento
cantonale che l’edificazione di moschee venga sottoposta ad un’autorizzazione
speciale: tale proposta viene spazzata via da 96 voti contro 5
(Le Temps, 15 settembre 2005). A partire dal mese di novembre
del 2005, sulla scia di quanto accaduto a Wangen, l’UDC del Canton
Soletta, interviene al parlamento cantonale al fine di «arrestare
la costruzione di edifici religiosi che disturbano»: ogni nuova
costruzione a carattere religioso, questa l’idea, dovrebbe venir
sottoposta al governo cantonale per una speciale autorizzazione.
La risposta del governo è che questa sarebbe solo una legge per
impedire la diffusione di certe religioni camuffata da riforma
del piano regolatore: essa sarebbe discriminatoria, arbitraria
ed incostituzionale (Neue Zürcher Zeitung, 1° marzo 2006). Nel
settembre del 2006, l’UDC a Zurigo, riesce a riunire un numero
sufficiente di voti per obbligare il governo cantonale a considerare
un’iniziativa parlamentare per rivedere la legislazione del piano
regolatore e vietare la costruzione di minareti nel territorio
cantonale zurighese sebbene fino a quel momento non sia stato
presentato alcun progetto. Certamente, riconosce un deputato,
un divieto dei minareti non risolverà i problemi, ma «la popolazione
si aspetta dal parlamento e dal governo delle misure contro il
pericolo islamico». Altri partiti invece, mettono in guardia da
«un’ideologizzazione del diritto della costruzione» (Tages-Anzeiger,
5 settembre 2006). Di fronte a queste crescenti critiche contro
l’islam e contro i minareti, certi musulmani si indignano, altri,
invece, giocano la carta del dialogo per calmare gli animi. Così,
Nadia Karmous, presidente dell’Associazione culturale delle donne
musulmane della Svizzera, preferisce sottolineare la buona intesa
con la popolazione svizzera: grazie a tutte le risorse tecnologiche
(programmi per il computer, segnali automatici sui telefoni cellulari,
sveglie, etc.) non c’è alcun bisogno dei minareti per sapere quando
è l’ora della preghiera (Matin, 8 settembre 2006).
Da
parte sua, il Vescovo di Basilea, mons. Koch, sostiene il diritto
dei musulmani a «poter avere un minareto come segno d’identità»,
visto che esso non pone più problemi di quanto non faccia un campanile
se le regole di costruzione vengono rispettate (NZZ am Sonntag,
3 settembre 2006). Secondo gli oppositori ai minareti, esso altro
non è che un segno visibile di potere e di conquista, un simbolo
“politico-religioso”, che mette in pericolo la pace religiosa
nel Paese, come lo dimostrerebbero le reazioni provocate da ogni
nuovo progetto. Nel settembre del 2006, a Egerkingen (nel Canton
Soletta), viene creato l’omonimo comitato che raggruppa i principali
attori dell’opposizione ai minareti e che nella maggior parte
dei casi erano già stati protagonisti attivi nelle controversie
scatenatesi a Wangen, Langenthal, Wil o Winterthur. Il Comitato
di Egerkingen è all’origine dell’iniziativa popolare per iscrivere
nella Costituzione federale il divieto alla costruzione di minareti.
Inizialmente si pensava di inserire anche altro nella proposta,
ma la forza e l’importanza simbolica del minareto pare essere
in definitiva, lo strumento migliore per mettere un freno a quello
che gli “iniziativisti” percepiscono come l’espansione islamica
e la palese incompatibilità tra il diritto musulmano e il diritto
svizzero. Non bisogna inoltre dimenticare il contesto internazionale
del momento: gli attentati di Londra di luglio 2005, gli strascichi
della pubblicazione delle vignette satiriche danesi all’inizio
del 2006 … questi eventi, ampiamente documentati dai media, hanno
largamente contribuito a creare un clima anti-islamico. Su scala
regionale o locale inoltre, sono molti i motivi di frizione: il
velo, i cimiteri riservati ai musulmani, le dispense dai corsi
di ginnastica per le bambine musulmane… a questo si sommi l’opinione
non sempre positiva sulle popolazioni straniere e i tanti problemi
e le difficoltà dell’integrazione: nel 2007, il comune di Buchs
(Canton Argovia), rifiuta la domanda di naturalizzazione di una
turca residente dal 1981, ritenendo che portando il velo lei dimostri
un’assimilazione insufficiente dei valori fondamentali della società
svizzera e dia prova di inclinazioni fondamentaliste. La decisione
comunale viene annullata nel 2008 dal Tribunale federale. Il minareto
cristallizza insomma tutte queste controversie.
Nel
maggio del 2007 si da vita così al lancio dell’iniziativa popolare:
ironia della sorte, la presentazione ufficiale della proposta
legislativa avviene in una sala dell’hotel Kreuz (croce) di Berna.
Difficile sfuggire ai simboli… il comitato iniziativista si compone
di membri dell’UDC e dell’Unione democratica federale (UDF), piccolo
partito di ispirazione protestante. Il testo proposto ha il pregio
della semplicità: si aggiungerebbe all’articolo 72 della Costituzione
federale un terzo capoverso che sancisca che «la costruzione di
minareti è vietata». Il Consigliere nazionale UDC Ulrich Schüler,
che si definisce rispettoso dell’islam, contesta una volta di
più il carattere religioso del minareto e si dice sorpreso che
i musulmani che vivono in Svizzera, dopo essersi accontentati
per anni di semplici sale di preghiera, ora, all’improvviso, sentano
la necessità di avere dei minareti. Il Consigliere nazionale UDF
Christian Waber si spinge più lontano, spiegando di non considerare
l’islam come una religione, ma piuttosto «una dichiarazione di
guerra al mondo cristiano e agli altri credi» (NZZ, 4 maggio 2007).
Il comitato per l’iniziativa deve raccogliere almeno 100’000 firme
valide in 18 mesi di tempo. Le autorità svizzere cominciano seriamente
a preoccuparsi di possibili ripercussioni internazionali, soprattutto
dopo la diffusione di un servizio sulla questione da parte del
canale satellitare al – Jazeera. In occasione di un incontro a
Madrid, Micheline Clamy-Rey, Ministro svizzero degli Affari Esteri,
spiega al Segretario generale dell’Organizzazione della conferenza
islamica (OCI), di ritenersi «fiduciosa nella capacità di giudizio
del popolo svizzero» (La Liberté, 16 gennaio 2008). Affermazione
che non impedisce però all’OCI, due mesi più tardi, di redigere
un rapporto nel quale si dice preoccupata per lo sviluppo dell’islamofobia
in Svizzera. Alla fine saranno ben 115’000 le firme raccolte e
consegnate a Berna presso la Cancelleria federale, l’8 luglio
2008. In occasione della conferenza stampa, il Consigliere nazionale
UDC Dominique Baettig inserisce l’iniziativa in un quadro molto
più largo: «l’islam appare oggi un modello d’identificazione semplice,
virile e combattiva di popolazioni povere, prolifiche, partite
alla conquista di ricchezze e di beni di consumo, con la volontà
di vendicarsi per le umiliazioni subite […]. Gli elementi positivi
della nostra cultura, la tolleranza, l’uguaglianza dei sessi,
il rispetto, il dialogo, sono destabilizzati da un’immigrazione
massiccia, alimentata sottobanco da militanti in guerra contro
la modernità, di cui disprezzano la debolezza nei loro confronti».
Non si può dunque permettere ad «una pratica intollerante, importata
[…] di lasciar piantare i suoi stendardi vendicativi». In nome
dei valori della società svizzera, bisogna «esigere discrezione
e contegno».
Già
il 27 agosto, con una rapidità insolita, il governo federale prende
chiaramente posizione contro l’iniziativa attraverso un lungo
messaggio. Esso tuttavia, rinuncia a dichiararla nulla: viola
certi diritti fondamentali, ma senza infrangere regole imperative
del diritto internazionale, visto che non impedirebbe ai musulmani
«di formarsi una convinzione religiosa e di vivere in funzione
di tale convinzione». Non di meno però, l’analisi del governo
è severa: l’iniziativa vuole imporre «un divieto inutile e sproporzionato»
che porterebbe poi de facto una restrizione della libertà religiosa;
essa manca chiaramente il suo scopo «di incanalare la progressione
dell’islam in Svizzera e d’impedire che il nostro sistema legale
venga soppiantato dalla charia», visto che in fondo, una moschea
può esser frequentata con o senza minareto. L’iniziativa introdurrebbe
anche una diseguaglianza di trattamento, dato che prende di mira
solo la comunità musulmana. Il governo inoltre, ritiene che la
nuova legge costituzionale, qualora venisse accolta in votazione
popolare, nuocerebbe agli interessi del Paese e non contribuirebbe
affatto a diminuire le discriminazioni subite dai cristiani nei
paesi musulmani.
Nella
sua esposizione, il governo federale svizzero ricorda anche un
fatto storico: le costituzioni del 1848 e del 1874 contenevano
delle disposizioni discriminatorie contro la Chiesa cattolica
romana (l’espulsione dei gesuiti dal territorio svizzero, il divieto
di costruzione di nuovi conventi, il divieto di creare nuove diocesi
senza il previo accordo delle autorità politiche). Le disposizioni
contro i gesuiti e i conventi furono abrogate nel 1973, ma si
dovette attendere il 2001 per vedere cancellato l’articolo che
limitava le diocesi. Si trattava dell’articolo 72 capoverso 3
della Costituzione federale, proprio quello che gli iniziativisti
vorrebbero ora riprendere per impedire la costruzione di minareti.
Una maggioranza delle due camere del Parlamento federale, pur
giudicando l’iniziativa valida dal profilo giuridico, raccomanda
al popolo di respingerla: 36 voti contro 3 al Consiglio degli
Stati e 129 contro 50 al Consiglio nazionale. Grazie ai media,
agli articoli sulla stampa, alle conferenze sul tema, ai siti
web e a delle emissioni radiofoniche e televisive, il dibattito
entra nel vivo. Senza grande originalità a dire il vero, visto
che entrambe le parti sembrano riprendere sempre gli stessi temi:
gli avversari dell’iniziativa la giudicano discriminatoria, lesiva
della libertà religiosa e un serio ostacolo all’integrazione dei
musulmani nella società. Dall’altra parte invece, i partigiani
dell’iniziativa pensano ch’essa esprima un rifiuto alla “conquista
islamica” e sono convinti che il nuovo articolo costituzionale
servirà ad evitare nuove tensioni qualora venissero presentati
altri progetti per la costruzione di minarti e che incoraggerà
la comunità musulmana ad adattarsi alle regole e al funzionamento
della Svizzera. Se si giudicasse la questione in modo distaccato
e freddo e alla luce di altre misure “simboliche”, come il divieto
di ostentare segni religiosi nelle scuole francesi (vale a dire
principalmente del velo islamico o del turbante sikh), sembra
difficile poter dare ragione ad uno o all’altro campo sulla base
delle loro previsioni.
In
ogni caso, l’osservatore potrà notare come il dibattito scivoli
sempre dallo specifico del minareto verso l’islam e le sue differenti
manifestazioni. L’ombra del minareto copre una moltitudine di
temi più o meno sensibili. L’UDF dice di voler mettere l’accento
su argomenti come la «reciprocità [per i luoghi di culto cristiani
nei paesi musulmani], il rispetto per la storia e per la cultura
cristiane in Svizzera, l’indifferenza dei musulmani moderati verso
le iniziative dei musulmani integralisti per porre la charia al
di sopra dello Stato di diritto» (Impulsion, organo stampa dell’UDF,
maggio 2009). In Svizzera oggi esistono anche altri dibattiti
sulla costruzione di edifici religiosi: un’associazione attiva
nella Svizzera di lingua tedesca, raggruppa chi si lamenta del
suono delle campane delle chiese (e in modo accessorio anche di
quello dei campanacci delle mucche al pascolo). Quest’associazione
afferma che s’impegnerebbe altrettanto per limitare le emissioni
foniche dei minareti nel caso in cui dei muezzin cominciassero
a lanciare l’appello alla preghiera. Ma la discussione a proposito
dei minareti è diversa da queste preoccupazioni relative al rumore
e al traffico. Essa costituisce una nuova tappa e per la Svizzera
una vera svolta nel dibattito sull’islam e sul suo posto in Occidente.
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SUCCEDE
ANCHE QUESTO ...
Giovedì
25 marzo una mamma della nostra parrocchia mi invia una mail inquietante,
nella quale afferma che Alberto (il nome è reale, non di fantasia),
il suo ragazzo di 12 anni, domenica 21 marzo aveva avuto un incidente
di gioco in via Hayez e che, sanguinante, non aveva trovato nessuno
ad aiutarlo.
Alberto è un ragazzo di ottima famiglia, mai trasandato o eccentrico
nel vestire: quando lo incontri non ti lascia il minimo dubbio
di non aver di fronte un ragazzo ben educato!
Questa vicenda triste ha scosso profondamente sia Alberto sia
la sua famiglia sia me: ancora oggi non riesco a credere che un’indifferenza
così cinica possa essersi insinuata nella nostra civilissima zona.
Ho chiesto ad Alberto di scrivere qualche riga per il nostro notiziario,
giusto per ricordare che “fatti non fummo per viver come bruti…”.
don
Paolo
Grondavo
di sangue. Panico. Panico assoluto, mi sono spaventato tantissimo.
Preso sottobraccio lo skate, con la mano sanguinante cominciai
a incamminarmi. “AIUTO, MI SONO TAGLIATO, AIUTO!”, gridai più
volte. Ma con molto dispiacere notai che nessuno di fermava. Alcuni
si girarono e mi guardarono, ma subito dopo ricominciarono la
loro strada, chini sui propri problemi, senza prestare aiuto a
chi di problemi ne aveva di più.
Da via Hayez, dove mi ero fatto male, sbucai in viale Abruzzi.
Stesse parole, stessi fatti: nessuno si fermava davanti il mio
grido d’aiuto. Finalmente, dopo troppi interminabili minuti, una
signora gentile mi soccorse, portandomi dentro a un negozio ancora
aperto pur essendo domenica, dove i proprietari cercarono di fermare
l’emorragia. Intanto quella signora gentile chiamò l’ambulanza
e mio padre. Però l’ambulanza faceva tardi. Allora, arrivato mio
padre, andammo con la sua macchina al primo ospedale. Mi diedero
13 punti e successivamente altri 7. Mi ero reciso 2 tendini.
Ora, a causa di questa ferita, per un po’ di tempo non potrò fare
molte cose che mi piacciono molto: giocare a calcio, andare sullo
skate, correre... insomma, fare sport proprio non posso, per un
po’.
Ho molto tempo per pensare all’accaduto.
E più ci penso, più tutte quelle persone indifferenti mi fanno
pena.
Alberto
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ROMA
AL TEMPO DI CARAVAGGIO
VIAGGIO-CONDIVISIONE
CON LE FAMIGLIE DELL'ORATORIO
DAL
30 APRILE AL 2 MAGGIO
30
APRILE:
partenza
ore 6 da piazza Bernini; pranzo al sacco; arrivo a
Roma e visita alla mostra di Caravaggio alle scuderie
del Quirinale (ingresso ore 18); rientro in albergo
(Salesianum, via della Pisana n. 111).
1
MAGGIO:
al mattino: piazza del Popolo e S. Maria del Popolo,
piazza di Spagna e Trinità dei Monti, Fontana
di Trevi, Chiesa di S. Agostino e Chiesa di S. Luigi
dei Francesi, piazza Navona; al pomeriggio: visita
a S. Paolo fuori le Mura, Chiesa delle Tre fontane,
visita alle Piccole sorelle di Charles de Foucauld;
rientro in albergo.
2
MAGGIO:
visita della Chiesa del Gesù, trasferimento
a Trastevere, S. Messa in S. Maria in Trastevere e
pranzo presso un ristorante tipico: Al piatto ricco;
partenza per Milano.
Il
costo è di circa 220 euro a persona (comprende viaggio,
albergo e cena, ingresso ai musei e pranzo di domenica
2; è escluso il pranzo volante del 1° maggio… sarà
un panino!)
Iscrizioni
entro domenica 18 aprile in Oratorio, salvo esaurimento
posti (è previsto solo un pullman da 55 posti).
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MAGGIO
DELLA FAMIGLIA 2010
MARTEDÌ
27 APRILE E
MARTEDÌ 18 MAGGIO
ore 21.00 in oratorio
con la prof. Silvia Vegetti Finzi
PARLIAMO DI FAMIGLIA
SABATO
8 MAGGIO
durante la S. Messa delle ore 18
festeggeremo
i 10-15-20-25-40-50 anni di matrimonio
... e oltre
Al termine un dono e un rinfresco
informazioni e iscrizioni in ufficio parrocchiale
entro giovedì 6 maggio
TUTTI
I GIOVEDÌ DI MAGGIO
ore 20.45 in chiesa
PREGHIERA MARIANA
GIOVEDÌ
6 MAGGIO E
GIOVEDÌ 27 MAGGIO
al termine della preghiera mariana
due meditazioni di Dora Castenetto
docente di teologia sprituale nella Facoltà teologica
di Milano su
MARIA DI NAZARETH E MARIA DI MAGDALA
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RITORNO
A SAINT-NICOLAS
Tutti
gli Oratori propongono un campo estivo in montagna e anche
la nostra Parrocchia non è mai stata da meno. Ma per chi
frequentava da noi il catechismo o i gruppetti negli Anni
Settanta e Ottanta, il campo estivo per antonomasia si svolgeva
nel Comune di Saint Nicolas, in Val d’Aosta, per la precisione
al Colle di Joux, sopra il paesino di Vens.
Ebbene,
in occasione del 45° anniversario di ordinazione sacerdotale
(e in vista del 70° compleanno) di don Giancarlo Bandera,
allora responsabile del nostro Oratorio (e compagno di Messa
del nostro parroco don Giuseppe) e ora parroco di San Giovanni
Bosco a Baggio, è stato proposto di tornare a Saint Nicolas
per un momento di preghiera e di convivialità.
La
proposta è stata accettata con gioia dal festeggiato, che
però ha posto la condizione che non si tratti di una banale
“operazione nostalgia”, bensì di un gesto sincero di ringraziamento
al Signore per l’esperienza di fede e di amicizia fatta
allora e – con la grazia di Dio – proseguita nel tempo.
La
proposta è quindi di trovarsi alle ore 11 del mattino di
mercoledì 2 giugno 2010 davanti alla Cappellina del Colle
di Joux per celebrare Eucaristia e consumare insieme un
frugale pranzo al sacco. Sono attesi tutti coloro che hanno
il desiderio di ringraziare il Signore per il ministero
sacerdotale di don Giancarlo.
Un
gruppetto di volonterosi si sta occupando di chiedere i
permessi per poter salire in auto, ma presumibilmente ne
sarà concesso solo un numero limitato, quindi la maggioranza
potrebbe essere nella necessità di salire a piedi. Si sta
anche valutando la possibilità di affittare un salone in
zona per mangiare al coperto in caso di maltempo.
Per
raccogliere le adesioni all’incontro e gli eventuali contributi
per il regalo, abbiamo chiesto la collaborazione del nostro
Ufficio parrocchiale, che è stata prontamente assicurata.
Tutte
le informazioni del caso, appena disponibili, saranno fornite
presso l’Ufficio parrocchiale o scrivendo una mail a: stefanopierantoni@tiscali.it.
Speriamo
a essere in tanti a pregare il Signore e a salutare don
Giancarlo a Saint Nicolas.
Stefano
Pierantoni
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Anche
quest’anno abbiamo la possibilità di destinare la quota del 5x1000
dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a “Sostegno del
volontariato, delle organizzazioni lucrative di utilità sociale,
delle associazioni di promozione sociale, delle associazioni o
fondazioni”. Segnaliamo due realtà presenti sul territorio della
nostra Parrocchia:
La
Tenda
uno spazio per e con gli anziani
via Filippino Lippi adiacenze civico n. 17
telefono 02 39 43 02 51 (cell. 339 28 71 993)
email: latenda@fondazioneaquilone.org
La
Tenda è un progetto di Parrocchia San Giovanni in Laterano e Fondazione
Aquilone Onlus (via Pinturicchio, 35 Milano - 02 23 65 385; via
Acerbi, 39 Milano - 02 64 65 818).
Con il 5x1000 potremo realizzare nuove iniziative e dare continuità
ad attività già in essere in zona 9 (Bruzzano e Comasina) e in
zona 3 (Città Studi), quali:
- acquisto
e manutenzione di mezzi per il trasporto di persone disabili
ed anziani;
-
punti di prossimità e di incontro per le persone anziane in
via Capsoni, p.za Gasparri e in via F. Lippi.
codice
fiscale 97167240155 (Fondazione Aquilone)
e
Associazione
CasAmica Onlus
www.casamica.it - tel 02 76 11 47 20
gestisce a Milano, in zona Città Studi, 3 Strutture d’accoglienza
aperte tutto l’anno
(via C. Saldini 26 – via Fucini 3 – via S. Achilleo 4)
per un totale di 84 posti letto, 3.000 persone l’anno e 26.000
pernottamenti offerti
I fondi raccolti contribuiranno alla realizzazione della quarta
casa di accoglienza, dedicata all’ospitalità di bambini ammalati
e delle loro famiglie. La costruzione della “Casa per i bambini”
prevede il recupero dei locali soprastanti la Cappella della Madonna
di Fatima nella Basilica di S. Nereo e Achilleo in V.le Argonne
e:
- 12
camere con i relativi servizi igienici, di cui una per disabili
con tre letti affinché i genitori possano stare insieme al proprio
figlio ammalato
- una
sala di soggiorno (pranzo) per i momenti ricreativi e di socializzazione,
attrezzato con libreria, televisione, videoregistrazione, DVD,
pc con accesso ad internet
- una
cucina con dispensa
- un
ambiente destinato alla gestione amministrativa
- alcuni
locali di servizio: magazzini, lavanderia e stireria;
- uno
spazio dedicato al gioco e allo studio
- un
giardino attrezzato per favorire la socializzazione e il gioco.
codice fiscale 97111240152
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Nella
Comunità parrocchiale:
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hanno
ricevuto il battesimo
DANIELE
LECCADITO
CARLA JULIA HALLAK
JACOBI SARMIENTO
PIERO VENEZIANI
SOFIA VISONÀ
FABIO PAPI ROSSI
CECILE JOELA CUSCELA
RICCARDO COLLURA
abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova
GIULIO
CASANOVA (a. 93)
GIANNI BACCHIEGA (a. 84)
PIERA PANIZZA (a. 84)
CARLA TERESA LATTUADA (a. 75)
UGO CAMI (a. 80)
LUIGIA GUERRERIO (a. 88)
SALVATORE AMICO (a. 68)
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