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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

aprile 2010


IN NOME DI CLEOFA

Gesù, che mi hai bruciato il cuore
al crocevia delle Scritture,
non lasciare che questa ferita
in me si chiuda:
volgi i miei sensi entro di me,
spingi i miei passi all’avventura,
e il grande fuoco della nostra gioia
ne accenda altri!

La tavola, a cui eri seduto
per rivelarti nel porgere il pane,
io la rivedo, mentre risplende
di te, Maestro.
Fammi uscire, fuori nel buio:
troppi sono senza la notizia;
mostrando il tuo nome nel mio sguardo,
di’ la Parola!

I loro occhi non sanno trovarti,
non entri più nella loro locanda,
e ognuno ripete: dove andare,
se Dio è lontano?
La tua primavera si è destata
ed entra nei miei tralci esangui:
è Pasqua, e divengo lo straniero
che tutto brucia.

DIDIER RIMAUD
da Gli alberi nel mare
Elle di Ci, Leumann 1977, p. 91.


 

PER AMORE NON TACERE

Nelle ultime settimane la Chiesa, la nostra santa madre Chiesa, è stata investita da una crisi profonda che ne ha compromesso la credibilità. Gli episodi di pedofilia che hanno visto sul banco degli imputati esponenti del clero di diversi paesi del mondo non possono essere liquidati sbrigativamente. A questa grave e dolorosa vicenda vorrei dedicare qualche riflessione. Mi è sembrato doveroso, nel corso della celebrazione della domenica delle Palme, farvi cenno nell’omelia riportata nelle pagine seguenti. Riprendo qui questa vicenda perché l’amore per la chiesa ci impone di portare gli uni i pesi degli altri e non stendere un velo di silenzio.

Tra i gesti più significativi del pontificato di Giovanni Paolo II di cui abbiamo ricordato lo scorso 2 aprile i cinque anni dalla morte, vi è, a mio parere, la pubblica, solenne, confessione delle colpe commesse dai figli della Chiesa nel corso dei secoli. Se quella confessione venisse ripetuta oggi, non potrebbe mancare il riconoscimento delle gravi responsabilità nei confronti di minori abusati proprio da sacerdoti. Diceva allora papa Giovanni Paolo II: «Riconoscere i cedimenti di ieri è atto di lealtà e di coraggio, che ci aiuta a rafforzare la nostra fede, rendendoci avvertiti e pronti ad affrontare le tentazioni e le difficoltà di oggi» (Tertio millennio adveniente 3). E ancora papa Wojtyla: riconoscere le proprie colpe «non danneggerà in alcun modo il prestigio morale della Chiesa, che anzi ne uscirà rafforzato per la testimonianza di lealtà e di coraggio nel riconoscere gli errori commessi da uomini suoi e, in un certo senso, in nome suo… Solo il riconoscimento coraggioso delle colpe e anche delle omissioni, come pure il generoso proposito di rimediarvi con l’aiuto di Dio, possono dare efficace impulso alla nuova evangelizzazione e rendere più facile il cammino verso l’unità» (Riflessioni sul Grande Giubileo dell’anno 2000 - Promemoria del 1994).

Se queste parole avessero guidato in questi anni la lucida e coraggiosa disanima del dramma della pedofilia, forse non avremmo avuto le aspre invettive di queste settimane che hanno tentato di coinvolgere la persona di papa Benedetto in questa vicenda. Non v’è dubbio che si è cercato di coinvolgere il Papa, magari passando attraverso suo fratello, in questa torbida storia. Un certo spirito anticlericale ha cercato, anche in questo caso, di gettare fango sulla figura del Papa, magari passando attraverso suo fratello sacerdote e direttore della corale di dove sarebbero avvenuti episodi di pedofilia. Oppure addossando al Papa, quando era Prefetto della Congregazione della fede, silenzi colpevoli in questa vicenda. Si è arrivati a evocare il fantasma delle presunte responsabilità di papa Pio XII per non aver levato la voce e denunciato lo sterminio degli Ebrei da parte di Hitler. Silenzi di papa Pio XII e silenzi di papa Benedetto XVI? Non è questo il luogo per sciogliere questi interrogativi gravi. È vero che gli episodi di pedofilia erano da tempo noti ai vescovi locali e alle istanze del Governo centrale della Chiesa e che in questa materia non si è scelta la strada di portare alla luce le responsabilità ma si è preferito isolare i singoli casi, trasferendo da un luogo all’altro i presunti responsabili, nella vana speranza di mettere a tacere lo scandalo.

Voglio qui ricordare un episodio analogo e che ha coinvolto in prima persona mio fratello. Il giorno stesso della sua ordinazione a vescovo di Lugano si recò in una parrocchia della sua diocesi dove si era verificato un episodio in un certo modo assimilabile alla pedofilia e che coinvolgeva il parroco di quella comunità. Il neo-vescovo parlò con franchezza alla gente assicurando il suo impegno perché si facesse chiarezza sulla vicenda. Il presunto colpevole venne allontanato dalla comunità e la giustizia fece il suo corso. Perché invece nei recenti e numerosi casi di pedofilia non si è seguita questa strada di chiarezza? Temo che la ragione sia il prevalere del presunto bene dell’istituzione rispetto al doveroso accertamento della verità e delle responsabilità. Temo, in altre parole, che la salvaguardia dell’onore dell’istituzione abbia fatto preferire la strada del mettere a tacere, del risolvere caso per caso, non portando alla luce il male. Confesso che questo pensiero mi preoccupa e mi addolora: far prevalere un malinteso senso di difesa dell’istituzione a danno delle vittime che dovrebbero invece esser le prime a ricevere tutela mediante l’accertamento rigoroso delle responsabilità. E a questo punto la riflessione mi coinvolge personalmente. Quando sono stato ordinato prete nell’ormai lontano 1965 sull’immagine-ricordo ho scritto semplicemente dopo il mio nome e cognome: prete per il servizio della chiesa di Dio che è a Milano. E in tutti questi 45 anni di sacerdozio ho sempre messo al primo posto il servizio alla chiesa rispetto ad altri pur legittimi interessi, per esempio la “carriera” universitaria. Dico questo perché questa chiesa ho sempre cercato di amarla e servirla con tutte le mie forze e con tutti i miei limiti. L’istituzione chiesa mi sta a cuore, per essa ho speso il meglio delle mie risorse fino a chiedere al mio vescovo di poter dedicare gli ultimi anni della mia vita al servizio di una piccola istituzione ecclesiale quale è la parrocchia.

Ma l’istituzione mi interessa solo in quanto è il tramite storico per incontrare le persone e servirle. Per questo tra la difesa del buon nome dell’istituzione e la tutela di una persona che ha patito offesa da uomini dell’istituzione, non esito a scegliere per la tutela della persona, della vittima. Temo che in questa triste vicenda di confratelli pedofili l’istituzione abbia cercato in primo luogo di salvare se stessa e il suo presunto onore invece di accertare con coraggio la verità e le responsabilità. A questo punto, forse, qualche lettore si chiederà: perché ritornare su questa squallida vicenda? Rispondo con un antico adagio latino: Sacramenta propter homines. I sacramenti sono a vantaggio, al servizio degli uomini e non viceversa. La Chiesa stessa è per gli uomini e non per il proprio incremento. Potremmo evocare l’atteggiamento di Gesù nei confronti di una nobile istituzione come il sabato ebraico. Gesù ricordava che la legge del riposo del sabato è a vantaggio dell’uomo e non viceversa e che quindi si poteva, anzi si doveva trasgredire tale legge se il bene della persona lo imponeva. Temo che in questa storia di preti pedofili si sia scelto di tutelare il sabato e non l’uomo, di proteggere l’istituzione e non le vittime. Ecco perché ho scelto di non tacere su questo doloroso momento della vita della Chiesa. Proprio l’amore per la nostra santa madre Chiesa mi ha imposto di parlare.

don Giuseppe

 


"SPRECARE" PROFUMO PER IL CORPO

omelia di don Giuseppe
nella domenica delle Palme

domenica 28 marzo 2010
(Is 52,13-53,12; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"


IL SEGNO DEL MINARETO

Proponiamo qui la prima parte dell’intervento del Vescovo di Lugano Pier Giacomo Grampa la sera del 18 marzo u.s.
Il nostro percorso quaresimale ci ha portati a riflettere sui segni nei quali si esprime l’esperienza religiosa.


Genesi e portata dell’iniziativa popolare svizzera contro la costruzione dei minareti

Nel rumore delle grandi città moderne, l’avvenire dei minareti per l’appello alla preghiera è molto incerto, così spiega Jonathan Bloom, professore al Boston College, storico dell’arte islamica e specialista di minareti. «Malgrado ciò continueranno a venir costruiti per servire da simboli silenziosi, ma visibili dell’islam nel mondo intero». Proprio per questo suo carattere simbolico, il minareto oggi, in Svizzera, si ritrova al centro del dibattito politico: dietro il minareto si profilano inquietudini e questioni ben più rilevanti del semplice aspetto architettonico. Per meglio comprendere la reale portata del dibattito, è bene ricostruire come sia nata l’iniziativa popolare tesa a impedire l’edificazione dei minareti, sulla quale il popolo svizzero si è pronunciato il 29 novembre 2009, con i seguenti risultati:
- Svizzera: si 57.5 % no 42.5 % partecipazione 53.7 %
- Ticino: si 63.3 % no 36.7 % partecipazione 49.2 %
Sono 4 i Cantoni che hanno rigettato l’iniziativa:
- Ginevra (no 59.7 %; sì 40.3 %);
- Vaud (no 53.1 %; sì 46.9 %);
- Neuchâtel (no 50.8 %; sì 49.2 %);
- Basilea città (no 51.6 %; sì 48.4 %).
Paradossalmente i minareti sono rari nel paesaggio svizzero. Quando, nel 2005, iniziò tutta questa controversia, ne esistevano solo due. Il primo a Zurigo, 18 metri di altezza, costruito nel 1963, che si innalza al disopra della piccola moschea del movimento Ahmadiyya, i cui primi missionari arrivarono in Svizzera a partire dal 1946. Gli ahmadi sono oggetto di forti critiche da parte di altri musulmani praticanti: etichettati come “non musulmani” in Pakistan e altrove, è stato loro vietato l’accesso a La Mecca. Il secondo minareto svizzero si trova a Ginevra, al Petit-Saconnex. Dall’alto dei suoi 22 metri, domina dal 1978 la moschea ed il centro della Fondazione culturale islamica. L’edificio venne inaugurato dal Re dell’Arabia Saudita e dal Presidente della Confederazione. Nei trent’anni seguenti non sono più stati edificati altri minareti in Svizzera. Bisogna però notare come in questi ultimi anni l’islam si sia sviluppato in modo estremamente rapido soprattutto grazie all’immigrazione dalla Turchia e dai Balcani. Tre decenni caratterizzati da forti turbolenze che agitano il mondo musulmano: le controversie sull’islamismo e sulla jihad la fanno da padrone anche sulle prime pagine dei giornali elvetici.

In questo difficile contesto, la questione dei minareti si è trovata al centro del dibattito politico svizzero. Il 10 gennaio 2005, a Wangen (Canton Soletta), un’associazione turca organizza un sondaggio per il progetto di un “minareto simbolico” di 4-6 metri di altezza. Il progetto di costruzione si scontra con un’ondata di opposizioni, riassunte in una petizione firmata da 400 persone, e viene respinta dall’assessorato comunale all’edilizia. Questo rifiuto però, viene annullato nel luglio del 2006, dalle autorità cantonali che condizionano il permesso di costruzione alla sola restrizione di non utilizzare il minareto per chiamare i fedeli alla preghiera. Una decisione del Tribunale amministrativo federale, nel novembre 2006, sottolinea inoltre, che l’aggiunta di un minareto nulla cambia all’uso dell’edificio quale luogo di preghiera. Una pioggia di ricorsi trascinano le polemiche fino alla sentenza del Tribunale federale che li respinge tutti il 4 luglio 2007: il minareto viene così inaugurato alla fine del mese di giugno del 2009. Il minareto che corona un centro islamico albanese nella città di Winterthur, costruito nel maggio del 2005, non sembra suscitare grandi reazioni, ma il fuoco è tutt’altro che spento. L’affare di Wangen scatena un movimento di opinione: il minareto, agli occhi di certi cerchi politici e di cittadini preoccupati, diventa il segno evidente dell’islamizzazione della Svizzera. A rendere ancora più instabile la situazione, nei mesi successivi, fioriscono altri progetti: a Langenthal (Canton Berna) e a Wil (Canton San Gallo) comunità islamiche presentano progetti per l’edificazione di minareti. In entrambi i casi viene precisato che la finalità di queste torri sarà prettamente simbolica e che non verranno usati per l’appello alla preghiera. Proprio il simbolo però, è ciò che disturba, come e forse più, del canto ipotetico del muezzin.

La reale portata dell’ostilità ai minareti sembra risultare dalla somma di opinioni sparse e di forze politiche pronte a raccogliere e dare voce a quest’inquietudine. A destra dello scacchiere politico, la facinorosa Unione democratica di centro (UDC) si è impadronita del tema islam e dei suoi pericoli, accendendo le polemiche anche in Cantoni dove non ci sono progetti per la costruzione di minareti. Nel settembre 2005 l’UDC del Canton Vallese propone al parlamento cantonale che l’edificazione di moschee venga sottoposta ad un’autorizzazione speciale: tale proposta viene spazzata via da 96 voti contro 5 (Le Temps, 15 settembre 2005). A partire dal mese di novembre del 2005, sulla scia di quanto accaduto a Wangen, l’UDC del Canton Soletta, interviene al parlamento cantonale al fine di «arrestare la costruzione di edifici religiosi che disturbano»: ogni nuova costruzione a carattere religioso, questa l’idea, dovrebbe venir sottoposta al governo cantonale per una speciale autorizzazione. La risposta del governo è che questa sarebbe solo una legge per impedire la diffusione di certe religioni camuffata da riforma del piano regolatore: essa sarebbe discriminatoria, arbitraria ed incostituzionale (Neue Zürcher Zeitung, 1° marzo 2006). Nel settembre del 2006, l’UDC a Zurigo, riesce a riunire un numero sufficiente di voti per obbligare il governo cantonale a considerare un’iniziativa parlamentare per rivedere la legislazione del piano regolatore e vietare la costruzione di minareti nel territorio cantonale zurighese sebbene fino a quel momento non sia stato presentato alcun progetto. Certamente, riconosce un deputato, un divieto dei minareti non risolverà i problemi, ma «la popolazione si aspetta dal parlamento e dal governo delle misure contro il pericolo islamico». Altri partiti invece, mettono in guardia da «un’ideologizzazione del diritto della costruzione» (Tages-Anzeiger, 5 settembre 2006). Di fronte a queste crescenti critiche contro l’islam e contro i minareti, certi musulmani si indignano, altri, invece, giocano la carta del dialogo per calmare gli animi. Così, Nadia Karmous, presidente dell’Associazione culturale delle donne musulmane della Svizzera, preferisce sottolineare la buona intesa con la popolazione svizzera: grazie a tutte le risorse tecnologiche (programmi per il computer, segnali automatici sui telefoni cellulari, sveglie, etc.) non c’è alcun bisogno dei minareti per sapere quando è l’ora della preghiera (Matin, 8 settembre 2006).

Da parte sua, il Vescovo di Basilea, mons. Koch, sostiene il diritto dei musulmani a «poter avere un minareto come segno d’identità», visto che esso non pone più problemi di quanto non faccia un campanile se le regole di costruzione vengono rispettate (NZZ am Sonntag, 3 settembre 2006). Secondo gli oppositori ai minareti, esso altro non è che un segno visibile di potere e di conquista, un simbolo “politico-religioso”, che mette in pericolo la pace religiosa nel Paese, come lo dimostrerebbero le reazioni provocate da ogni nuovo progetto. Nel settembre del 2006, a Egerkingen (nel Canton Soletta), viene creato l’omonimo comitato che raggruppa i principali attori dell’opposizione ai minareti e che nella maggior parte dei casi erano già stati protagonisti attivi nelle controversie scatenatesi a Wangen, Langenthal, Wil o Winterthur. Il Comitato di Egerkingen è all’origine dell’iniziativa popolare per iscrivere nella Costituzione federale il divieto alla costruzione di minareti. Inizialmente si pensava di inserire anche altro nella proposta, ma la forza e l’importanza simbolica del minareto pare essere in definitiva, lo strumento migliore per mettere un freno a quello che gli “iniziativisti” percepiscono come l’espansione islamica e la palese incompatibilità tra il diritto musulmano e il diritto svizzero. Non bisogna inoltre dimenticare il contesto internazionale del momento: gli attentati di Londra di luglio 2005, gli strascichi della pubblicazione delle vignette satiriche danesi all’inizio del 2006 … questi eventi, ampiamente documentati dai media, hanno largamente contribuito a creare un clima anti-islamico. Su scala regionale o locale inoltre, sono molti i motivi di frizione: il velo, i cimiteri riservati ai musulmani, le dispense dai corsi di ginnastica per le bambine musulmane… a questo si sommi l’opinione non sempre positiva sulle popolazioni straniere e i tanti problemi e le difficoltà dell’integrazione: nel 2007, il comune di Buchs (Canton Argovia), rifiuta la domanda di naturalizzazione di una turca residente dal 1981, ritenendo che portando il velo lei dimostri un’assimilazione insufficiente dei valori fondamentali della società svizzera e dia prova di inclinazioni fondamentaliste. La decisione comunale viene annullata nel 2008 dal Tribunale federale. Il minareto cristallizza insomma tutte queste controversie.

Nel maggio del 2007 si da vita così al lancio dell’iniziativa popolare: ironia della sorte, la presentazione ufficiale della proposta legislativa avviene in una sala dell’hotel Kreuz (croce) di Berna. Difficile sfuggire ai simboli… il comitato iniziativista si compone di membri dell’UDC e dell’Unione democratica federale (UDF), piccolo partito di ispirazione protestante. Il testo proposto ha il pregio della semplicità: si aggiungerebbe all’articolo 72 della Costituzione federale un terzo capoverso che sancisca che «la costruzione di minareti è vietata». Il Consigliere nazionale UDC Ulrich Schüler, che si definisce rispettoso dell’islam, contesta una volta di più il carattere religioso del minareto e si dice sorpreso che i musulmani che vivono in Svizzera, dopo essersi accontentati per anni di semplici sale di preghiera, ora, all’improvviso, sentano la necessità di avere dei minareti. Il Consigliere nazionale UDF Christian Waber si spinge più lontano, spiegando di non considerare l’islam come una religione, ma piuttosto «una dichiarazione di guerra al mondo cristiano e agli altri credi» (NZZ, 4 maggio 2007). Il comitato per l’iniziativa deve raccogliere almeno 100’000 firme valide in 18 mesi di tempo. Le autorità svizzere cominciano seriamente a preoccuparsi di possibili ripercussioni internazionali, soprattutto dopo la diffusione di un servizio sulla questione da parte del canale satellitare al – Jazeera. In occasione di un incontro a Madrid, Micheline Clamy-Rey, Ministro svizzero degli Affari Esteri, spiega al Segretario generale dell’Organizzazione della conferenza islamica (OCI), di ritenersi «fiduciosa nella capacità di giudizio del popolo svizzero» (La Liberté, 16 gennaio 2008). Affermazione che non impedisce però all’OCI, due mesi più tardi, di redigere un rapporto nel quale si dice preoccupata per lo sviluppo dell’islamofobia in Svizzera. Alla fine saranno ben 115’000 le firme raccolte e consegnate a Berna presso la Cancelleria federale, l’8 luglio 2008. In occasione della conferenza stampa, il Consigliere nazionale UDC Dominique Baettig inserisce l’iniziativa in un quadro molto più largo: «l’islam appare oggi un modello d’identificazione semplice, virile e combattiva di popolazioni povere, prolifiche, partite alla conquista di ricchezze e di beni di consumo, con la volontà di vendicarsi per le umiliazioni subite […]. Gli elementi positivi della nostra cultura, la tolleranza, l’uguaglianza dei sessi, il rispetto, il dialogo, sono destabilizzati da un’immigrazione massiccia, alimentata sottobanco da militanti in guerra contro la modernità, di cui disprezzano la debolezza nei loro confronti». Non si può dunque permettere ad «una pratica intollerante, importata […] di lasciar piantare i suoi stendardi vendicativi». In nome dei valori della società svizzera, bisogna «esigere discrezione e contegno».

Già il 27 agosto, con una rapidità insolita, il governo federale prende chiaramente posizione contro l’iniziativa attraverso un lungo messaggio. Esso tuttavia, rinuncia a dichiararla nulla: viola certi diritti fondamentali, ma senza infrangere regole imperative del diritto internazionale, visto che non impedirebbe ai musulmani «di formarsi una convinzione religiosa e di vivere in funzione di tale convinzione». Non di meno però, l’analisi del governo è severa: l’iniziativa vuole imporre «un divieto inutile e sproporzionato» che porterebbe poi de facto una restrizione della libertà religiosa; essa manca chiaramente il suo scopo «di incanalare la progressione dell’islam in Svizzera e d’impedire che il nostro sistema legale venga soppiantato dalla charia», visto che in fondo, una moschea può esser frequentata con o senza minareto. L’iniziativa introdurrebbe anche una diseguaglianza di trattamento, dato che prende di mira solo la comunità musulmana. Il governo inoltre, ritiene che la nuova legge costituzionale, qualora venisse accolta in votazione popolare, nuocerebbe agli interessi del Paese e non contribuirebbe affatto a diminuire le discriminazioni subite dai cristiani nei paesi musulmani.

Nella sua esposizione, il governo federale svizzero ricorda anche un fatto storico: le costituzioni del 1848 e del 1874 contenevano delle disposizioni discriminatorie contro la Chiesa cattolica romana (l’espulsione dei gesuiti dal territorio svizzero, il divieto di costruzione di nuovi conventi, il divieto di creare nuove diocesi senza il previo accordo delle autorità politiche). Le disposizioni contro i gesuiti e i conventi furono abrogate nel 1973, ma si dovette attendere il 2001 per vedere cancellato l’articolo che limitava le diocesi. Si trattava dell’articolo 72 capoverso 3 della Costituzione federale, proprio quello che gli iniziativisti vorrebbero ora riprendere per impedire la costruzione di minareti. Una maggioranza delle due camere del Parlamento federale, pur giudicando l’iniziativa valida dal profilo giuridico, raccomanda al popolo di respingerla: 36 voti contro 3 al Consiglio degli Stati e 129 contro 50 al Consiglio nazionale. Grazie ai media, agli articoli sulla stampa, alle conferenze sul tema, ai siti web e a delle emissioni radiofoniche e televisive, il dibattito entra nel vivo. Senza grande originalità a dire il vero, visto che entrambe le parti sembrano riprendere sempre gli stessi temi: gli avversari dell’iniziativa la giudicano discriminatoria, lesiva della libertà religiosa e un serio ostacolo all’integrazione dei musulmani nella società. Dall’altra parte invece, i partigiani dell’iniziativa pensano ch’essa esprima un rifiuto alla “conquista islamica” e sono convinti che il nuovo articolo costituzionale servirà ad evitare nuove tensioni qualora venissero presentati altri progetti per la costruzione di minarti e che incoraggerà la comunità musulmana ad adattarsi alle regole e al funzionamento della Svizzera. Se si giudicasse la questione in modo distaccato e freddo e alla luce di altre misure “simboliche”, come il divieto di ostentare segni religiosi nelle scuole francesi (vale a dire principalmente del velo islamico o del turbante sikh), sembra difficile poter dare ragione ad uno o all’altro campo sulla base delle loro previsioni.

In ogni caso, l’osservatore potrà notare come il dibattito scivoli sempre dallo specifico del minareto verso l’islam e le sue differenti manifestazioni. L’ombra del minareto copre una moltitudine di temi più o meno sensibili. L’UDF dice di voler mettere l’accento su argomenti come la «reciprocità [per i luoghi di culto cristiani nei paesi musulmani], il rispetto per la storia e per la cultura cristiane in Svizzera, l’indifferenza dei musulmani moderati verso le iniziative dei musulmani integralisti per porre la charia al di sopra dello Stato di diritto» (Impulsion, organo stampa dell’UDF, maggio 2009). In Svizzera oggi esistono anche altri dibattiti sulla costruzione di edifici religiosi: un’associazione attiva nella Svizzera di lingua tedesca, raggruppa chi si lamenta del suono delle campane delle chiese (e in modo accessorio anche di quello dei campanacci delle mucche al pascolo). Quest’associazione afferma che s’impegnerebbe altrettanto per limitare le emissioni foniche dei minareti nel caso in cui dei muezzin cominciassero a lanciare l’appello alla preghiera. Ma la discussione a proposito dei minareti è diversa da queste preoccupazioni relative al rumore e al traffico. Essa costituisce una nuova tappa e per la Svizzera una vera svolta nel dibattito sull’islam e sul suo posto in Occidente.

 



SUCCEDE ANCHE QUESTO ...

Giovedì 25 marzo una mamma della nostra parrocchia mi invia una mail inquietante, nella quale afferma che Alberto (il nome è reale, non di fantasia), il suo ragazzo di 12 anni, domenica 21 marzo aveva avuto un incidente di gioco in via Hayez e che, sanguinante, non aveva trovato nessuno ad aiutarlo.
Alberto è un ragazzo di ottima famiglia, mai trasandato o eccentrico nel vestire: quando lo incontri non ti lascia il minimo dubbio di non aver di fronte un ragazzo ben educato!
Questa vicenda triste ha scosso profondamente sia Alberto sia la sua famiglia sia me: ancora oggi non riesco a credere che un’indifferenza così cinica possa essersi insinuata nella nostra civilissima zona.
Ho chiesto ad Alberto di scrivere qualche riga per il nostro notiziario, giusto per ricordare che “fatti non fummo per viver come bruti…”.

don Paolo

Grondavo di sangue. Panico. Panico assoluto, mi sono spaventato tantissimo.
Preso sottobraccio lo skate, con la mano sanguinante cominciai a incamminarmi. “AIUTO, MI SONO TAGLIATO, AIUTO!”, gridai più volte. Ma con molto dispiacere notai che nessuno di fermava. Alcuni si girarono e mi guardarono, ma subito dopo ricominciarono la loro strada, chini sui propri problemi, senza prestare aiuto a chi di problemi ne aveva di più.
Da via Hayez, dove mi ero fatto male, sbucai in viale Abruzzi.
Stesse parole, stessi fatti: nessuno si fermava davanti il mio grido d’aiuto. Finalmente, dopo troppi interminabili minuti, una signora gentile mi soccorse, portandomi dentro a un negozio ancora aperto pur essendo domenica, dove i proprietari cercarono di fermare l’emorragia. Intanto quella signora gentile chiamò l’ambulanza e mio padre. Però l’ambulanza faceva tardi. Allora, arrivato mio padre, andammo con la sua macchina al primo ospedale. Mi diedero 13 punti e successivamente altri 7. Mi ero reciso 2 tendini.
Ora, a causa di questa ferita, per un po’ di tempo non potrò fare molte cose che mi piacciono molto: giocare a calcio, andare sullo skate, correre... insomma, fare sport proprio non posso, per un po’.
Ho molto tempo per pensare all’accaduto.
E più ci penso, più tutte quelle persone indifferenti mi fanno pena.

Alberto

 


ROMA
AL TEMPO DI CARAVAGGIO
VIAGGIO-CONDIVISIONE
CON LE FAMIGLIE DELL'ORATORIO

DAL 30 APRILE AL 2 MAGGIO

30 APRILE:
partenza ore 6 da piazza Bernini; pranzo al sacco; arrivo a Roma e visita alla mostra di Caravaggio alle scuderie del Quirinale (ingresso ore 18); rientro in albergo (Salesianum, via della Pisana n. 111).

1 MAGGIO:
al mattino: piazza del Popolo e S. Maria del Popolo, piazza di Spagna e Trinità dei Monti, Fontana di Trevi, Chiesa di S. Agostino e Chiesa di S. Luigi dei Francesi, piazza Navona; al pomeriggio: visita a S. Paolo fuori le Mura, Chiesa delle Tre fontane, visita alle Piccole sorelle di Charles de Foucauld; rientro in albergo.

2 MAGGIO:
visita della Chiesa del Gesù, trasferimento a Trastevere, S. Messa in S. Maria in Trastevere e pranzo presso un ristorante tipico: Al piatto ricco; partenza per Milano.

Il costo è di circa 220 euro a persona (comprende viaggio, albergo e cena, ingresso ai musei e pranzo di domenica 2; è escluso il pranzo volante del 1° maggio… sarà un panino!)

Iscrizioni entro domenica 18 aprile in Oratorio, salvo esaurimento posti (è previsto solo un pullman da 55 posti).

 


MAGGIO DELLA FAMIGLIA 2010

MARTEDÌ 27 APRILE E
MARTEDÌ 18 MAGGIO

ore 21.00 in oratorio
con la prof. Silvia Vegetti Finzi
PARLIAMO DI FAMIGLIA

 

SABATO 8 MAGGIO
durante la S. Messa delle ore 18
festeggeremo
i 10-15-20-25-40-50 anni di matrimonio
... e oltre
Al termine un dono e un rinfresco
informazioni e iscrizioni in ufficio parrocchiale
entro giovedì 6 maggio

 

TUTTI I GIOVEDÌ DI MAGGIO
ore 20.45 in chiesa
PREGHIERA MARIANA

GIOVEDÌ 6 MAGGIO E
GIOVEDÌ 27 MAGGIO

al termine della preghiera mariana
due meditazioni di Dora Castenetto
docente di teologia sprituale nella Facoltà teologica di Milano su
MARIA DI NAZARETH E MARIA DI MAGDALA


 

RITORNO A SAINT-NICOLAS

Tutti gli Oratori propongono un campo estivo in montagna e anche la nostra Parrocchia non è mai stata da meno. Ma per chi frequentava da noi il catechismo o i gruppetti negli Anni Settanta e Ottanta, il campo estivo per antonomasia si svolgeva nel Comune di Saint Nicolas, in Val d’Aosta, per la precisione al Colle di Joux, sopra il paesino di Vens.

Ebbene, in occasione del 45° anniversario di ordinazione sacerdotale (e in vista del 70° compleanno) di don Giancarlo Bandera, allora responsabile del nostro Oratorio (e compagno di Messa del nostro parroco don Giuseppe) e ora parroco di San Giovanni Bosco a Baggio, è stato proposto di tornare a Saint Nicolas per un momento di preghiera e di convivialità.

La proposta è stata accettata con gioia dal festeggiato, che però ha posto la condizione che non si tratti di una banale “operazione nostalgia”, bensì di un gesto sincero di ringraziamento al Signore per l’esperienza di fede e di amicizia fatta allora e – con la grazia di Dio – proseguita nel tempo.

La proposta è quindi di trovarsi alle ore 11 del mattino di mercoledì 2 giugno 2010 davanti alla Cappellina del Colle di Joux per celebrare Eucaristia e consumare insieme un frugale pranzo al sacco. Sono attesi tutti coloro che hanno il desiderio di ringraziare il Signore per il ministero sacerdotale di don Giancarlo.

Un gruppetto di volonterosi si sta occupando di chiedere i permessi per poter salire in auto, ma presumibilmente ne sarà concesso solo un numero limitato, quindi la maggioranza potrebbe essere nella necessità di salire a piedi. Si sta anche valutando la possibilità di affittare un salone in zona per mangiare al coperto in caso di maltempo.

Per raccogliere le adesioni all’incontro e gli eventuali contributi per il regalo, abbiamo chiesto la collaborazione del nostro Ufficio parrocchiale, che è stata prontamente assicurata.

Tutte le informazioni del caso, appena disponibili, saranno fornite presso l’Ufficio parrocchiale o scrivendo una mail a: stefanopierantoni@tiscali.it.

Speriamo a essere in tanti a pregare il Signore e a salutare don Giancarlo a Saint Nicolas.

Stefano Pierantoni

 


Anche quest’anno abbiamo la possibilità di destinare la quota del 5x1000 dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a “Sostegno del volontariato, delle organizzazioni lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale, delle associazioni o fondazioni”. Segnaliamo due realtà presenti sul territorio della nostra Parrocchia:

La Tenda
uno spazio per e con gli anziani
via Filippino Lippi adiacenze civico n. 17
telefono 02 39 43 02 51 (cell. 339 28 71 993)
email: latenda@fondazioneaquilone.org

La Tenda è un progetto di Parrocchia San Giovanni in Laterano e Fondazione Aquilone Onlus (via Pinturicchio, 35 Milano - 02 23 65 385; via Acerbi, 39 Milano - 02 64 65 818).
Con il 5x1000 potremo realizzare nuove iniziative e dare continuità ad attività già in essere in zona 9 (Bruzzano e Comasina) e in zona 3 (Città Studi), quali:

  • acquisto e manutenzione di mezzi per il trasporto di persone disabili ed anziani;
  • punti di prossimità e di incontro per le persone anziane in via Capsoni, p.za Gasparri e in via F. Lippi.

codice fiscale 97167240155 (Fondazione Aquilone)

e

Associazione CasAmica Onlus
www.casamica.it - tel 02 76 11 47 20
gestisce a Milano, in zona Città Studi, 3 Strutture d’accoglienza aperte tutto l’anno
(via C. Saldini 26 – via Fucini 3 – via S. Achilleo 4)
per un totale di 84 posti letto, 3.000 persone l’anno e 26.000 pernottamenti offerti

I fondi raccolti contribuiranno alla realizzazione della quarta casa di accoglienza, dedicata all’ospitalità di bambini ammalati e delle loro famiglie. La costruzione della “Casa per i bambini” prevede il recupero dei locali soprastanti la Cappella della Madonna di Fatima nella Basilica di S. Nereo e Achilleo in V.le Argonne e:

  • 12 camere con i relativi servizi igienici, di cui una per disabili con tre letti affinché i genitori possano stare insieme al proprio figlio ammalato
  • una sala di soggiorno (pranzo) per i momenti ricreativi e di socializzazione, attrezzato con libreria, televisione, videoregistrazione, DVD, pc con accesso ad internet
  • una cucina con dispensa
  • un ambiente destinato alla gestione amministrativa
  • alcuni locali di servizio: magazzini, lavanderia e stireria;
  • uno spazio dedicato al gioco e allo studio
  • un giardino attrezzato per favorire la socializzazione e il gioco.

codice fiscale 97111240152

 


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

 

hanno ricevuto il battesimo

DANIELE LECCADITO
CARLA JULIA HALLAK
JACOBI SARMIENTO
PIERO VENEZIANI
SOFIA VISONÀ
FABIO PAPI ROSSI
CECILE JOELA CUSCELA
RICCARDO COLLURA




abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova


GIULIO CASANOVA (a. 93)
GIANNI BACCHIEGA (a. 84)
PIERA PANIZZA (a. 84)
CARLA TERESA LATTUADA (a. 75)
UGO CAMI (a. 80)
LUIGIA GUERRERIO (a. 88)
SALVATORE AMICO (a. 68)


 


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