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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

dicembre 2007    


Piango sulla mia piazza… ed è Natale

È capitato qualche settimana fa, ma io ho ancora il cuore gonfio. Come rotto. Mi hanno rotto il cuore. Me l’hanno segato. E io ne porto ancora la ferita. Me l’hanno segato che ancora era notte.

Mi ero alzato, ed era buio, stavo scrivendo, quando mi ferì lo stridore di una sega elettrica. Era violenta. Come se volesse fare presto. Che fosse ancora buio, prima che il cielo vedesse. Urlava, come assetata di annientamento. Urlava e tu lo sai come si dilatano voci e suoni nella notte. Ebbi un presentimento. Corsi alla finestra, quello che temevo, quello che da tempo avevamo in tanti temuto, stava avvenendo. Nella notte, come è costume tra ladri, segavano impietosamente gli alberi della nostra piccola piazza, quella su cui guarda con occhi di tenerezza la nostra chiesa. Mi parve che piangesse. Quando poi il cielo si imbrividì di luce e apparve lo scempio, guardai in basso e poi in alto e, ti assicuro, mi sembrò triste, quel mattino, anche il cielo, quasi si chinasse ad accarezzare i tronchi segati. E noi a contare dai loro anelli gli anni della loro vita, recisa per atto violento, disumano.

Ti dirò che lo stridore di quella sega me lo sono sentito dentro, e non solo io, per giorni e per giorni, come appiccicato alla pelle, impigliato ai vestiti. Come se l’opera di oscena devastazione ora fosse dentro e non più fuori.

Ora passo sulla piazza. A volte chiudo gli occhi. È l’immagine della distruzione. Come fosse passata una guerra. E penso: è Natale. Natale di una piazza devastata. Patisco il paradosso. Celebriamo la nascita e diamo la morte. Lui viene per ridarci umanità, noi celebriamo la disumanità. Viene per restituirci dignità e noi ci spogliamo e spogliamo di dignità.

La mia piazza è diventata un simbolo. E così, ti dirò, anche la mia chiesa. Mesi fa sorrideva agli alberi, che, pur carichi di anni, reggevano, qualcuno un po’ a fatica. Reggevano il compito che Dio aveva loro assegnato. Passavi e loro a proteggere con misericordia chi, carico di anni, trovava una sosta alla fatica di vivere su una delle panchine. Passavi nelle ore asfissianti dell’estate e loro a regalarti sempre un leggero fruscio di vento. Passavi e c’era poesia nel verde delle foglie, ma anche nelle trame nere dei rami, spogli d’inverno e puntati al cielo come in attesa. La mia chiesa sorrideva, ogni volta che apriva gli occhi al mattino.

E, penso, è Natale. Ma, fuori, ogni volta che esco, è il simbolo dell’antinatale. L’antitesi della nascita. Che urla una logica malsana, che intristisce la terra. Una logica frutto di uno sguardo perverso, sguardo di rapina. Quasi a segnalare dolorosamente con che occhi siamo giunti a guardare noi stessi, gli altri, la terra.

Scrive Eugen Drewermann: “Come potete voi vedere Dio con i vostri occhi? Tutto ciò che guardate è deformato dall’ottica dell’avidità e della bramosia. Non vi è cosa sulla terra che sappiate vedere rallegrandovene, dovete spalancare gli occhi come belve per appropriarvene. Non sapete contemplare un albero per lasciarlo al suo posto, dovete chiedervi quanto renderebbe se fosse abbattuto. Non potete vedere un fiume solo per gioirne, dovete chiedervi quanto si potrebbe guadagnare possedendolo, quanta energia darebbe arginandolo con una diga, che cosa potrete farne quando sarà di vostra proprietà. Così per le montagne, le steppe e i mari. Non potete vedere nemmeno le stelle senza imparare da esse con quali esplosioni nucleari ci si può distruggere. Non sapete guardare il cosmo senza pensare come trasformare la vastità dello spazio in un’area in cui schierare apparecchiature belliche, marchingegni di annientamento, potenziali distruttivi. Qualunque cosa vediate è marchiata dall’avidità, dalla distruzione, dalla presa di possesso. E perfino quando vi guardate tra voi uomini domina l’avidità: chi appartiene a chi? chi prende possesso di chi? chi si appropria di chi? chi violenta chi? Come volete vedere Dio con occhi simili? Come volete vedere gli uomini con questo genere di percezione?”

Prendere possesso, appropriarsi, violentare sono i verbi che fanno lo scempio dell’umanità e della terra. E così ai miei occhi la mia piazza diventa un simbolo: era di tutti, quelle piante erano di tutti, quell’erba di tutti, su quella panchina andava a sedere chiunque, senza chiedere permesso a nessuno. Un segno di vita per chi beve cemento ad ogni ora del giorno, un’area in cui pulsava ancora il colore delle stagioni. Sulla piazza scorreva il ritmo delle stagioni. Cambia qualcosa sull’asfalto? Ha delle stagioni? Ti perdi ad ammirarne i colori?

Ma eri - qui forse è il problema - troppo piccola, piazza che ospiti la mia chiesa. E, con te, piccoli, senza raccomandazioni e protezione, i vecchi che ne godevano o i bimbi che l’attraversavano o gli uomini e le donne ancora in cerca di bellezza. Ma che cosa è mai un anziano o un bambino o un poeta, i loro sogni e le loro attese a confronto con le macchine, il loro impero, la pretesa dei box e dei parcheggi? E che ce ne facciamo, in una società come la nostra, delle anime gentili o dei poeti? Ditemi voi se rendono qualcosa. Terra di piccoli. L’attenzione è altrove: il cortile di Palazzo Marino trasformato in salotto dei grandi, in banchetto di cibi raffinati, quello, suvvia, rende. Ma la terra dei piccoli?

Tu, piazza, mi sei diventata un simbolo. Alzo gli occhi e poi subito li nascondo. Passo e mi dico: è Natale. Tu mi rimandi un bisogno accorato di Natale. Mi rimandi lacerante un disgusto per il mito seduttore della potenza, l’indignazione per il mito dell’uomo forte: ne vedo con occhi increduli gli esiti allucinanti. Mi raccontano di ragazzi che sgozzano per provare emozioni “forti”, mi raccontano di ragazzi che si pensano forti perché filmano chi sta morendo investito da un autobus, mi raccontano di filmati di torture, mi raccontano di personaggi “in vista” che possono permettersi parole che un giorno definivamo da “caserma”, tanto loro sono forti, mi raccontano di uomini in fiamme in acciaierie, tanto non sono forti.

Ti dirò, piccola piazza, che, contemplando con occhi tristi i tuoi tronchi segati, il Natale, che celebra il “piccolo” e il “debole”, può sembrare una festa dei folli o dei poeti. Tanto è in controtendenza. Folli e poeti, accompagnati dal risolino dei forti. Il risolino per coloro che vanno a celebrare un Dio che sceglie e difende piccolezza e debolezza. A volte sembra che nulla sia cambiato. Anche allora quei sognatori venuti dall’oriente li guardarono con occhi di compassione: ingenui a cercare un Dio nella carne e nella terra dei piccoli. Rimangono forse solo folli e i poeti ad alzare inascoltati un grido per uno scempio che è degrado in umanità, a inginocchiarsi al mistero della piccolezza.

E allora ti dirò che io, triste per scempio e per degrado, scempio e degrado di piazza e di umanità, fui in questi giorni consolato e affascinato da un biglietto di auguri, venuto da un monastero, quello delle monache benedettine dell’Abbazia di Viboldone. Vi ho ritrovato, ed ebbi un sussulto, il messaggio del vero Natale, quello della piccolezza. “Piccolo si fece per noi” stava scritto. E il biglietto continuava:
La benedizione del Signore
splenda in ogni dimora umana,
e attorno a ogni piccolezza
s’irradi in gioia
che sconfigge le tenebre
e restituisce la libertà
di legami affidabili e fecondi di vita.

Piccolo si fece per noi. E la benedizione di questo piccolo splende attorno ad ogni piccolezza. C’è da commuoversi, se ancora ci rimane cuore, per un Dio che si fa piccolo: non ci ha schiacciati con la sua fortezza. Ci avrebbe solo invasi di terrore. Ha chinato i cieli nel segno di un’immensa tenerezza. E noi abbiamo contemplato i suoi occhi, il suo sguardo sulla piccolezza. Ma poi li abbiamo dimenticati. Abbiamo inseguito il mito del-l’onnipotenza. L’onnipotenza fa la distruzione dell’umanità e della terra. L’onnipotenza che spesso sorprendo in un gesto quasi quotidiano, che per me è diventato simbolo, lo spintonarsi.

Spintonarsi o dare il passo? Che cosa insegna il Natale e che cosa insegniamo ai nostri figli? E se il segno dell’immensa tenerezza di Dio, anziché declinarlo in vuote liturgie, riprendessimo a declinarlo nelle liturgie quotidiane della vita, come fece lui. Curando lo sguardo. Roba da folli e da poeti o, al massimo, dai monaci e di monache, direbbero i superdotati: sei finito in uno sguardo? Sì. Mi sono innamorato dello sguardo di Gesù: in quella piega dei suoi occhi c’era Dio: E non so se c’è nella piega dei miei occhi. Ricominciamo dallo sguardo. Uomini senza sguardo hanno devastato la mia piccola piazza.

Ricominciamo dallo sguardo: mi dissero, in una sera di queste. due miei cari amici, che non osano dirsi credenti, ma forse lo sono più di me. Dallo sguardo e dalla gentilezza, che è il contrario dello spintonarsi. Che è dare il passo. Al più debole, al più piccolo, al più povero, a chiunque, per il solo fatto che è un uomo, una donna. C’è vuoto. E c’è sete. Di sguardi e di gentilezza.

Qualcuno storcerà il naso. Ma come hai ridotto in piccolo il mistero del Natale! L’hai accorciato in uno sguardo. Sei arrivato a una parola ben piccola, la gentilezza!

Ti dirò, la compagnia degli uomini e delle donne del mio tempo mi hanno reso sempre più diffidente delle parole declamate, magniloquenti, hanno il tono e la pretesa dell’onnipotenza, il più delle volte sono devastanti. Mi sto innamorando, come i folli e i poeti, di parole piccole e di sguardi che abbiano il colore degli occhi di Gesù, il piccolo. A scanso di equivoci, “piccolo” anche quando ebbe più di trent’anni. E forse lo dimentichiamo.

Guardo la mia piazza e so dove arriva l’onnipotenza. Ma so anche, me l’ha ricordato un monastero, che “lui si fece piccolo”. È notizia buona: la benedizione viene dalla piccolezza.

don Angelo



LA SUA POTENZA? SPRECARSI PER GLI ALTRI
omelia di don Angelo di domenica 11 novembre 2007 solennità di Cristo Re
(2 Sam 5, 1-3; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43)

Ancora una volta, tutti, io penso - e come fare l’abitudine? - abbiamo rivissuto l’emozione delle parole con cui Luca racconta che cosa avvenne il giorno della croce. E ancora una volta siamo stati fatti spettatori: “Il popolo stava a vedere” è scritto.

Ma forse, quello della folla, era un vedere senza capire. E allora come non augurarci, mi dicevo, di avere anche noi gli occhi e il cuore di quel ladrone, che vide, credette e pregò. Pregò l’ultima sua preghiera, l’ultima di una vita. La preghiera che, penso, anch’io vorrei poter pregare prima di andarmene: “Gesù, ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno”.

E, pensate, parlò di regno: “nel tuo regno”. Ma capite lo scandalo! In queste righe del vangelo, poche righe, c’è la notizia più consolante per gente di naufragio come noi, ma anche la più scandalosa. Noi purtroppo abbiamo fatto l’abitudine al racconto. Ma ve la immaginate? Una scena di crocifissione, come capitava di vedere, supplizio per delinquenti o per cospiratori. Non era certo un scena attraente. Tutto diceva sangue, irrisione, sconfitta, morte, morte atroce. Ma come potrebbe venirti di chiamare qualcuno, lì, re o Signore? Ai re leghiamo l’immagine di segni di dominio, di potenza, di gloria. Ma ditemi un po’ quale re, quale Signore, quale regalità?

E infatti, con le immagini e le idee che noi abbiamo di re, di Signore, di potenza, quel cartello non poteva sembrare altro che una burla: “Gesù di Nazaret, re dei Gudei”. Andatelo a dire a qualcuno che d’ora in avanti non è il trono, ma una croce, il luogo della vera regalità! Abbandona quel posto se vuoi farti vedere re. Ma non è quello che gli dicono tutti? Prenditi un posto nella società, un posto dove tu conti. Ma ti pare? Una croce! Ma tu, come Dio, come Messia devi contare.

E, se ci pensate bene, è l’ambiguità a cui non è sfuggita lungo i tempi la storia cristiana, a cui forse non sfuggiamo neanche oggi. Questa festa, nata in un certo contesto culturale, potrebbe alla fine insinuare una regalità di Cristo molto legata all’immagine del trono, all’idea dei trionfi terreni. Quelli di voi che hanno alle spalle molti anni come me, ricorderanno come anche i canti sembravano sognare un trionfo quasi terreno, anche certi canti latini che ben ricordiamo: Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat. Se sei il Signore devi vincere, devi regnare, devi imperare. Come l’imperatore. Imperare! Ma da che parte siamo finiti? Ma non era proprio questo quello che gli consigliavano i capi religiosi, i soldati, e uno dei malfattori legato a una croce con lui e come lui? Scendi, gli dicevano, salva te stesso. E ti crederemo. Ma anche oggi, capite, c’è qualcuno che pensa che bisogna dare potere, potere terreno a Gesù, o meglio alla chiesa. Il richiamo è forte e suadente: “Salva te stesso”, prendi un posto da re, un ruolo dominante, fa vedere che conti. Ma come pensi di costruire qualcosa senza difenderti?

Oggi, senza volerlo, o meglio senza accorgerci di dire cose che non sono conformi al vangelo, siamo arrivati a schierarci con i capi religiosi di allora. Che non potevano sopportare l’idea che il Messia fosse uno che non si difende, che non salva se stesso. Perché, ecco, il suo regno ha un’idea totalmente diversa di potenza. È potente nell’amore. Lui non è preoccupato di sé, non è occupato da sé, è preoccupato degli altri, è occupato dagli altri.

Non so se noi sempre misuriamo, io per il primo, come la nostra fede e la parola di Dio cambino alla radice l’immagine di Dio, di Dio e del Messia e di potenza. Noi abbiamo fatto l’abitudine al Gesù della croce. Ma, provate a pensare: Dio! Quel Dio che noi chiamiamo grande e onnipotente è lì. In che cosa onnipotente? Ditemelo voi. E il suo regno non è per quelli che dicono “sàlvati”. È per un malfattore che patisce la pena con lui. Ma allora, perdonate questo mio dubbio, mi chiedo se noi non siamo tornati all’immagine di Dio che stava prima di quella croce, a concepire la potenza come era concepita prima di quella croce, a concepire il regno come era concepito prima di quella croce. Quando parliamo di potenza della fede o della religione che cosa pensiamo? Per presenza dei cristiani nella società che cosa intendiamo?

“Ha salvato gli altri, salvi se stesso.” Guardate che in queste parole, urlate sotto la croce, c’è la nuova immagine di Dio, di Gesù, del regno, c’è la differenza cristiana. Eccola: uno che non salva se stesso, salva gli altri. E di conseguenza chi sono i cristiani, sono quelli che lo seguono, salvano gli altri e non salvano se stessi. Non sono quelli che mettono al centro se stessi, le loro cose, la loro vita, i loro interessi: purché vada bene per loro! Sono seguaci di uno che, pur di difendere gli altri, ha messo a repentaglio la sua vita. Uno che la potenza, la sua potenza, il suo trono - guarda la croce! - l’ha messo nello sprecarsi per gli altri. Questa la potenza vera del cristianesimo oggi. Dove lo vedi potente? Non certo in coloro che rincorrono strategie di esaltazione, non certo in noi se viviamo per noi stessi - questa è la vecchia immagine della regalità - ma in coloro che ogni giorno hanno occhi per gli altri, coloro a cui stanno a cuore gli altri, coloro che sono appassionati degli altri. Hanno guardato il Signore della croce e hanno rivoluzionato l’immagine dell’onnipotenza di Dio e dell’uomo. Da allora essi si sono detti: “onnipotenti sì, ma nell’amore!”. È l’unica potenza che li affascina.



La tentazione dell’ateismo
di Carlo Maria Martini

C’è una voce in ognuno di noi che ci spinge a dubitare di Dio.
«Ecco il senso della fede e la difficoltà di seguirlo sino in fondo»

Chi è per me Dio? Fin da ragazzo mi è sempre piaciuta l’invocazione, che mi pare sia di San Francesco d’Assisi, «mio Dio e mio tutto». Mi piaceva perché con Dio intendevo in qualche modo una totalità, una realtà in cui tutto si riassume e tutto trova ragione di essere. Cercavo così di esprimere il mistero ineffabile, a cui nulla si sottrae. Ma vedevo anche Dio più concretamente come il padre di Gesù Cristo, quel Dio che si rende vicino a noi in Gesù nell’eucarestia. Dunque c’era una serie di immagini che in qualche maniera si accavallavano o si sostituivano l’una con l’altra: l’una più misteriosa, attinente a colui che è l’inconoscibile, l’altra più precisa e concreta, che passava per la figura di Gesù. Mi sono reso conto ben presto che parlare di Dio voleva dire affrontare una duplicità, come una contraddizione quasi insuperabile. Quella cioè di pensare a una Realtà sacra inaccessibile, a un Essere profondamente distante, di cui non si può dire il nome, di cui non si sa quasi nulla: e tutto ciò nella certezza che questo Essere è vicino a noi, ci ama, ci cerca, ci vuole, si rivolge a noi con amore compassionevole e perdonante. Tenere insieme queste due cose sembra un po’ impossibile, come del resto tenere insieme la giustizia rigorosa e la misericordia infinita di Dio. Noi non scegliamo tra l’una e l’altra, viviamo in bilico (...). Come dice il catechismo della Chiesa cattolica, la dichiarazione «io credo in Dio» è la più importante, la fonte di tutte le altre verità sull’uomo, sul mondo e di tutta la vita di ogni credente in lui. D’altra parte il fatto stesso che si parli di «credere » e non di riconoscere semplicemente la sua esistenza, significa che si tratta concretamente di un atto che non è di semplice conoscenza deduttiva, ma che coinvolge tutto l’uomo in una dedizione personale. Su questo punto, come su tanti altri relativi alla conoscenza di Dio, c’è stata, c’è e ci sarà sempre grande discussione. Per alcuni la realtà di Dio si conosce mediante un semplice ragionamento, per altri sono necessarie anche molte disposizioni del cuore e della persona (...).

È dunque possibile conoscere Dio con le sole forze della ragione naturale? Il Concilio Vaticano I lo afferma, e anch’io l’ho sempre ritenuto in obbedienza al Concilio. Ma forse si tratta della ragione naturale concepita in astratto, prima del peccato. Concretamente la nostra natura umana storica, intrisa di deviazioni, ha bisogno di aiuti concreti, che le vengono dati in abbondanza dalla misericordia di Dio. Dunque non è tanto importante la distinzione tra la possibilità di conoscenza naturale e soprannaturale, perché noi conosciamo Dio con una conoscenza che viene e dalla natura, dalla grazia e dallo Spirito Santo, che è riversata in noi da Dio stesso. Bisogna dunque accettare di dire a riguardo di Dio alcune cose che possono apparire contraddittorie. Dio è Colui che ci cerca e insieme Colui che si fa cercare. È colui che si rivela e insieme colui che si nasconde. È colui per il quale valgono le parole del salmo «il tuo volto, Signore, io cerco», e tante altre parole della Bibbia, come quelle della sposa del Cantico di Cantici: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze voglio cercare l’amato del mio cuore. L’ho cercato ma non l’ho trovato. Da poco avevo oltrepassato le guardie che fanno la ronda quando trovai l’amato del mio cuore...» (3,1-4). Ma per lui vale anche la parola che lo presenta come il pastore che cerca la pecora smarrita nel deserto, come la donna che spazza la casa per trovare la moneta perduta, come il padre che attende il figlio prodigo e che vorrebbe che tornasse presto. Quindi cerchiamo Dio e siamo cercati da lui. Ma è certamente lui che per primo ci ama, ci cerca, ci rilancia, ci perdona. A questo punto, sollecitati anche dalle parole del Cantico «ho cercato e non l’ho trovato», ci poniamo il problema dell’ateismo o meglio dell’ignoranza su Dio.

Nessuno di noi è lontano da tale esperienza: c’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere. Su questo principio si fondava l’iniziativa della «Cattedra dei non credenti» che voleva di per sé «porre i non credenti in cattedra» e «ascoltare quanto essi hanno da dirci della loro non conoscenza di Dio». Quando si parla di «credere in Dio» come fa il catechismo della Chiesa cattolica, si ammette espressamente che c’è nella conoscenza di Dio un qualche atto di fiducia e di abbandono. Noi sappiamo bene che non si può costringere nessuno ad avere fiducia. Io posso donare la mia fiducia a un altro ma soltanto se questi mi sa infondere fiducia. E senza fiducia non si vive (...). L’adesione a Dio comporta un’atmosfera generale di fiducia nella giustezza e nella verità della vita, e quindi nella giustezza e nella verità del suo fondamento.

Come dice Hans Küng «che Dio esista, può essere ammesso, in definitiva, solo in base a una fiducia che affonda le sue radici nella realtà stessa». Molti e diversi sono i modi con cui ci si avvicina al mistero di Dio. La nostra tradizione occidentale ha cercato di comprendere Dio possibilmente anche con una definizione. Lo si è chiamato ad esempio Sommo Bene, Essere Sussistente, Essere Perfettissimo... Non troviamo nessuna di queste denominazioni nella tradizione ebraica. La Bibbia non conosce nomi astratti di Dio, mai ne enumera le opere. Si può affermare che ciò che la Bibbia dice su Dio viene detto anzitutto con dei verbi, non con dei sostantivi. Questi verbi riguardano le grandi opere con cui Dio ha visitato il suo popolo. Sono verbi come creare, promettere, scegliere, eleggere, comandare, guidare, nutrire ecc. Si riferiscono a ciò che Dio ha fatto per il suo popolo. C’è quindi un’esperienza concreta, quella di essere stati aiutati in circostanze difficili, dove l’opera umana sarebbe venuta meno. Questa esperienza cerca la sua ragione ultima e la trova in questo essere misterioso che chiamiamo Dio. D’altra parte ha qualche ragione anche la tradizione occidentale. Infatti tutte le creature hanno ricevuto da Dio tutto ciò che sono e che hanno. Dio solo è in se stesso la pienezza del-l’essere e di ogni perfezione, e colui che è senza origine e senza fine. Tuttavia nel mistero cristiano la natura di Dio ci appare gradualmente come avvolta da una luce ancora più misteriosa. Non è una natura semplicemente capace di tenere salda se stessa, di essere indipendente, di non aver bisogno di nessuno. È una realtà che si protende verso l’altro, in cui è più forte la relazione e il dono di sé che non il possedere se stesso. Per questo Gesù sulla croce ci rivela in maniera decisiva l’essere di Dio come essere per altri: è l’essere di Colui che si dona e perdona.

dal “Corriere della Sera”



Nuovi rami… per fare sosta

In una città che vede sempre meno piante - è stato triste ritrovare piazza Bernini con le piante tagliate - l’immagine della comunità parrocchiale “come albero dove vengono gli uccelli del cielo ad annidarsi tra i suoi rami” ci ha affascinato ed ha accompagnato questi primi mesi di conoscenza, di pensiero e di azione tra Fondazione Aquilone onlus e la comunità di san Giovanni in Laterano.
Don Angelo ci ha affidato la progettazione e la gestione di due progetti che contribuiscono a dare risposte concrete ad un pensiero che ha accompagnato in questi ultimi mesi la comunità: “La vita della famiglia ci interessa in tutti i sensi”. La collaborazione con la Fondazione Aquilone nasce dall’aver condiviso un modo comune di pensare il lavoro sociale, inteso non solamente come “erogazione di servizi” bensì come modalità di far crescere la comunità territoriale nel prendersi concretamente cura di chi è più fragile.
Il primo progetto riguarda le famiglie con anziani: “Una mano amica per la città”; la seconda iniziativa intende riproporre con modalità diverse l’esperienza già avviata dello “Spazio mamme e bimbi”. Abbiamo rinominato questa seconda iniziativa “Uno spazio per piccoli e grandi” e continuerà a rivolgersi a famiglie con bimbi piccoli.
È suggestivo rileggere entrambe le proposte come nuovi rami che la comunità parrocchiale in collaborazione con Fondazione Aquilone sta facendo crescere per offrire nuovi spazi di sosta, nuove opportunità per le famiglie e per tante persone che abitano questo territorio della città.
Se guardiamo poi alle finalità dei due progetti l’immagine dei rami si arricchisce di altri significati.

“Uno spazio per piccoli e grandi” vuole dare un’opportunità alle famiglie che hanno bimbi piccoli, che non frequentano i nidi. È la possibilità di condividere il gioco tra bimbi e l’avventura educativa tra grandi. È uno spazio che vuole dire alla comunità parrocchiale: “Prendiamo sul serio anche le cose dei più piccoli e delle loro famiglie, offrendo loro un altro ramo buono su cui possano annidarsi per poi prendere il loro volo…”

“Una mano amica per città” ha lo sguardo sull’ultima stagione della vita dove dare uno spazio di sosta a chi è più in là con gli anni è doveroso ed è anche occasione per ritrovare e ricondividere il senso della vecchiaia con le sue incertezze e le sue risorse, la sua sofferenza e le sue opportunità. Questo secondo ramo può sollecitare la comunità a porsi le domande ultime sulla vita, a non rimuovere l’esperienza del dolore e della morte, ma ad incamminarsi “coccolati per quanto possibile” verso un altro viaggio.

Le informazioni essenziali sui due progetti sono nei box a lato di questa pagina. Ciò che ci preme condividere con quanti di noi sono impegnati in questa avventura che sta vivendo la sua fase importante e delicata dell’avvio, è un pensiero di don Angelo: “Prenditi cura dell’inizio: l’inizio di un amore, di un’amicizia, di un nuovo percorso di studi, di un nuovo progetto di lavoro. Prenditi cura.

Loris Benedetti e Fausto Rizzi
Fondazione Aquilone onlus


Uno spazio per piccoli e grandi

Per chi?
Per i bimbi dai 12 ai 36 mesi accompagnati da mamma o papà, dai nonni o dalla tata.

Dove?
Presso la sala dell’oratorio con ingresso da via Nöe.

Quando?
Dal gennaio 2008 ogni martedì e giovedì mattina dalle 9 alle 11,30.

Per fare cosa?
I bimbi possono giocare in “centri di interesse” proposti da due educatrici (Mara e Paola), i grandi possono incontrarsi scambiare quattro chiacchiere su gioie e preoccupazioni dell’avventura educativa. Due giorni al mese sarà presente anche una pedagogista per qualche utile consiglio.

 

Una mano amica per la città

Per chi?
Per le persone anziane o i loro familiari.

Dove?
Presso lo spazio di via Donatello angolo via Lippi.

Quando?
Dal gennaio 2008 da lunedì a venerdì ore 9 - 13

Per cosa?
Operatori e volontari possono offrire uno spazio di ascolto e di orientamento, possono realizzare aiuti concreti a domicilio (accompagnamenti per visite, la spesa, il disbrigo pratiche).
Una mattina alla settimana sarà presente un operatore sanitario per la misurazione della pressione e per dare consigli su aspetti sanitari. In altre giornate da programmare verranno realizzati momenti di incontro tra anziani proponendo attività diverse, alcune delle quali saranno realizzate con la collaborazione degli Amici super…anta.

Con chi?
Il progetto è gestito dalla Fondazione Aquilone Onlus attraverso due operatori (Laura e Giusi) che collaborano con i volontari della San Vincenzo, gli Amici dei Nonni, gli Amici super…anta, e tanti altri volontari.



Accarezzare la poesia per oltrepassare il dolore
alla “Cattedra dei non credenti” del 28 novembre
Lorenzo Gobbi interroga Paul Celan


Le poesie: sono anche regali-
regali per chi è attento,
regali che portano con sé destino.

Paul Celan

“So di essere tra amici, altrimenti non avrei parlato così…”. Ora, in chiusura, le parole di Lorenzo Gobbi stanno esprimendo forse quel che la sua voce, dal tono intenso, intimo, come di conversazione a due in una piccola stanza, mi ha sin dall’inizio comunicato: una confidenza rara, insperata, un dono a sconosciuti, l’offerta generosa di una sofferenza rivisitata per amore. L’amore a una donna, a un poeta, alla vita che rinasce se ti fai capace di vivere la notte fino al suo fondo.
Sono arrivata all’incontro, trafelata, di corsa, per un treno in ritardo, dopo una giornata intrisa di pena e di rabbia per l’impotenza dinanzi al patire di chi ti è caro. Cercavo aria per il respiro dell’anima. E l’aria pura, benefica, risanatrice, è arrivata: una voce accogliente, un discorrere che ti porta al largo, in modestia senza pretese.

Poesia che risana: genesi di un libro

Presentato da Roberta De Monticelli, amica che conosce la ricerca che si fa ormai da anni nella Parrocchia, ricerca di senso attraverso l’esperienza, offerta, di chi non si stanca di interrogare e interrogarsi, Lorenzo Gobbi è per molti di noi, credo, una rivelazione: scrittore, poeta, traduttore ed esegeta rigoroso e profondo di poeti quali Rilke e Celan, amante della tradizione ebraica, di cui conosce lingua e letteratura, è tra noi per raccontarci la genesi del suo libro Carità della notte da poco pubblicato nelle edizioni Servitium, libro di spiritualità, prima che di critica letteraria.
“È questa la seconda volta che lo presento, è molto difficile raccontare come è nato, tanto è condensato di esperienza durissima di vita, esperienza di morte, di lutto, di buio. Una parola mi ha permesso di sopravvivere, e poi di vivere, la parola di un poeta, Paul Celan, amato fin dalla giovinezza, e che ora mi veniva incontro con versi che raccontavano la mia stessa storia di perdita, di tragedia.”
Si dipana un po’alla volta il filo del dialogo fitto, febbrile, ininterrotto e necessario, tra il giovane scrittore ferito a morte per la perdita della giovanissima moglie e la poesia criptica, franta, provocatoria del grande poeta, la cui vicenda di persecuzione, di esilio, di perdita - la famiglia sterminata nei campi di concentramento - attraversa, alimentandola, la sua scrittura poetica, e tuttavia non riuscirà a risparmiarlo: Paul Celan morirà suicida nel 1970 dopo un soggiorno di un anno nella città amata e sognata, Gerusalemme. Immerso nella lettura, rilettura, interpretazione e studio di quella poesia per giorni e giorni, Lorenzo Gobbi riversa in montagne di appunti i pensieri, le emozioni, le evocazioni, gli interrogativi, le associazioni che le immagini racchiuse in quelle parole del poeta gli venivano suscitando. Fino a sentirsi piano piano risanare, rivivere. Per anni, poi, quella fitta messe rimane nascosta, come chi, reso un servizio, si allontana, sommesso.
E un giorno, una svolta: se Paul Celan amava che la sue poesie avessero lettori capaci non tanto di capire, quanto di lasciarsi com-muovere e di restituire in lettura personale quella commozione, allora diventava non solo legittimo, ma necessario osare di dare alla luce almeno una parte di quello studio.
La parola che risana, e che fa vivere,la parola che si offre inerme al lettore, e che, se abbandoni la pretesa di capire, e l’accarezzi, leggendo e rileggendo, ti svela ogni volta una cosa nuova. Come la torah, come il midrash, il racconto denso di significato che la sapienza dei maestri chassidici ha così largamente adoperato per esprimere i mille sensi delle relazioni tra uomo e uomo, tra uomo e Dio. Sto in ascolto, e quando il poeta ci aiuta a coglier il senso di alcuni versi, vedo affiorare scenari amplissimi dove rintraccio frammenti preziosi di esperienza vissuta, semi perduti di speranza.

La notte e l’alba

Vivere il male, la distruzione, l’annichilimento che ti sprofonda nella disperazione può essere esperienza di ognuno di noi, ed è stata esperienza tragica del popolo ebraico. Lorenzo Gobbi si riconosce nei versi di Celan dedicati alla madre Conta le mandorle.
Eppure, quando la notte raggiunge il momento più buio, lo shahar, quando, sopravvissuto, hai potuto e saputo “sopportare con ordine”, allora affiora il primo raggio di luce, annuncio di alba, annuncio di salvezza. La notte porta lì. È della tradizione ebraica narrare che prodigi e salvezza accadono di notte.
Notte piccina:se tu
mi accetti, mi accetti,
lassù,
tre cubiti di dolore sopra
terra:
tutte le vesti di sabbia entro cui si muore, tutti
i vani soccorsi, tutto, ciò che ancora
con la lingua ride.

E così Lorenzo Gobbi commenta l’aggettivo kleine, piccolo “È piccola la notte di Celan: è l’umile notte della terra. L’asprezza del sostantivo tedesco
Nacht è mitigata dal dittongo ei che risuona inatteso tra le consonanti l ed n dell’aggettivo kleine; fedeli alleate esse sembrano introdurci in un’aura di trasognata dolcezza: un sussurro di risacca, uno sciabordio di mare, mobile e calmo, come nel mite suono ebraico layla (notte).

Terra, titolo di nobiltà

Solo allora, forse, quando intravedi l’alba, puoi anche cominciare a credere che la terra da cui vieni, di cui sei fatto, non è materia da disprezzare, ma titolo di nobiltà, privilegio. Terra da assaporare, da ringraziare, da assumere pienamente in ogni sua dimensione, anche quella dell’estremo momento, quando ci nasconderà: poiché non scompariremo per sempre, la promessa è che, attraversandola, “sbuchiamo da un’altra parte”, e non sarà “vita eterna”, ma risurrezione, rinascita affidata al mistero di Dio. La separazione allora, questo progressivo allontanarsi e divenire estranei l’uno all’altro, fino ad abitare terre di ghiaccio, è provvisorio sparire.
Posso ancora vederti: un’eco che si avverte con sensibili
parole, sullo spigolo vivo del distacco.
Il tuo volto, lieve, si adombra
quando ad un tratto come luce si fa chiaro
in me, nel punto in cui
con pena infinita diciamo: mai.

La terra custodisce e alimenta semi, nutre le radici dell’albero, i cui rami si protendono ad afferrare luce:
Filamenti di sole
sopra il deserto grigio scuro.
Un vasto albero -un pensiero-
trae a sé la gradazione della luce:
ci sono canti da cantare ancora,
oltre gli uomini”.

Ci bastino filamenti di sole, ci basti sapere che dal frammento, dal piccolo, dalla scintilla può venire l’intero, la grandezza, la luce piena. Il Dio della tradizione ebraico-cristiana è un Dio che si fa debole, che si ritrae per lasciare spazio alla creazione e all’uomo, un Dio sparso e sperso nel mondo in miriadi di schegge di luce, e che aspetta che noi, raccogliendole, gliele riconsegniamo, restituendolo a se stesso. Nel tempo che viviamo e che non è freccia scagliata verso un punto, né successione di eoni, ciclo che infinitamente ripete se stesso, ma forse è come il succedersi delle stagioni, uguale e sempre nuovo. A Ro-sha shana, capodanno, il popolo ebraico chiede a Dio di regnare sul mondo per un altro anno. Seguono giorni di penitenza, e poi c’è la riconciliazione, Kippur, in cui il mondo torna nuovo, come appena creato. Il lutto non è dimenticato, il passato non è perduto, ma le rose non sono quelle dell’anno prima e tu cammini verso un futuro che sarà altro.

In cammino dietro una stella

Mi sento ospitata in un territorio sconosciuto e ricco di promessa, partecipe di un incontro in cui parole poetiche si riconoscono e si parlano, dicono verità lucide ed amare: non per consolarti, ma per accompagnarti, nella solitudine, fino a lasciarti scorgere bagliori di luce, ad accogliere scintille di gioia. Ripetendo tra me il verso di Mario Luzi “Dico, prego, sia grazia essere qui…”, mi par di sentire stasera circolare tra noi quella hesed, benevolenza, di cui abbiamo poco prima ascoltato il senso. E so che, in qualche misura, stiamo apprendendo un “pensiero cortese, un sapere che apprezza”, cifra, come riconosce Roberta De Monticelli, del poeta-pensante che è Lorenzo Gobbi.
Allora, possa una stella guidare il nostro cammino, e non solo in questo tempo di Avvento, possa una capanna-tenda accoglierci quando siamo stanchi.
Anche noi vogliamo essere,
dove il tempo dice la parola di soglia
il millennio giovane si alza dalla neve,
l’occhio errante
si calma nella propria sorpresa
e capanna e stella
stanno nel blu da vicini di casa,
come se la strada fosse già percorsa.

Nelle ultime pagine di questo piccolo libro prezioso, Lorenzo Gobbi “accarezza” una poesia di Celan nata nella contemplazione di una candela, con queste parole, quasi una meditazione:
“Forse, tutti i lumi della terra sono uno, e moltiplicano se stessi in infinite fiamme. Forse, vegliare in assoluta solitudine di fronte ad un lume che veglia a sua volta - su un’icona, una pietra, una porta d’oro - è l’unico gesto veramente umano: il solo atto di speranza che ci sia concesso sulla terra.
Forse, ogni debole fiamma terrestre attira tutte le luci celesti e le risana: le riconduce poco a poco nell’unità originaria.
Forse, Dio stesso è disseminato in questi lumi: è uno con loro, è in loro e attende che ogni uomo dichiari col silenzio che essi sono uno per poter porre fine al proprio esilio. Sarà questa la “parola di soglia”: fatta di tenebra esultante e luce piena, di voce e gesto umano”.

Franca Ciccòlo

Milano,9 dicembre 2007



L’ALTRO NATALE

Sono passati più di dieci anni e ogni giorno, andando in ospedale, al lavoro, non posso non guardare l’aiuola a destra in piazza Caiazzo, guardando la stazione, ove lei ha lasciato a me e non solo a me un ricordo indimenticabile. Era novembre e sembrava non finire mai l’autunno, le piante si spogliavano molto lentamente e le gingo biloba di via Palestrina avevano dipinto tutta la via di giallo regalando generosamente le foglie ingiallite al vento. Era ancora buio, il traffico frenetico già di primo mattino catturava l’attenzione, la pazienza e il desiderio di silenzio in quel momento tuo in cui vorresti programmare la tua giornata, magari ascoltandoti un buon Vivaldi, giusto per essere in ritmo e sintonia.
Correvo, come sempre in ritardo, per timbrare il cartellino alle sette e mezza. Da via Palestrina ero quasi in piazza Caiazzo, giocando a rimpiattino con i minuti e il semaforo verde, quando venne il giallo e poi il rosso. E fu in quel momento che la vidi per la prima volta. Aveva appena appoggiato la bicicletta ad un albero, al suo albero, quello che guarda la stazione, alla destra della piazza, quando intorno a lei si materializzò un numero incredibile di uccelli: colombi, passeri, merli e due cornacchie appollaiate in cima alla pianta. Tolse un secchio dal manubrio e fu subito un frenetico battere d’ali, un cinguettio assordante, cui lei rispondeva, la si vedeva parlare con loro, quasi li conoscesse uno per uno. E fu quando si mise la mano nella tasca del grembiule, ove teneva i semi più golosi, che scesero anche le cornacchie. Il semaforo verde mi richiamò alla prosa della giornata facendomi scomparire nel tunnel della stazione, con negli occhi l’immagine di quell’incredibile, sicuramente quotidiano, incontro scandito da gesti d’amore. Era la fine di novembre e la vidi poche volte, i miei orari non erano i suoi, lei arrivava sempre tra le otto e le nove incurante della pioggia, del freddo e del buio delle mattine invernali. Con il gelo, sul grembiule apparve uno scialle, poi un golfone, una sciarpa e un gran berretto nero calato sui suoi occhi vivi e allegri. E parlava, parlava ai suoi amici, puntuali e affamati, riservando l’ultimo gesto alle cornacchie, cui andava la manciata dei semi che teneva in tasca. Ogni mattina arrivando in piazza Caiazzo il mio sguardo correva al suo albero, sperando di vederla arrivare, ma fu solo dopo S. Ambrogio che avvenne il miracolo. Arrivò più presto del solito, con due grossi sacchi appesi al portapacchi e il secchio per gli uccelli. Aveva appoggiato una scala al tronco della pianta che misurava con lo sguardo mentre spiegava ai suoi amici, arrivati puntuali alla colazione, quello che avrebbe preparato per loro. Avrebbero avuto il loro Natale. Il giorno dopo infatti l’albero era rivestito di tantissimi palloncini colorati. E non palline di plastica, lucide e comuni, ma vere palline di Natale in vetro, quelle di una volta, decorate, fragili, magiche testimoni dei nostri ricordi d’infanzia. Erano là, numerose sulla sua pianta, concorrenti discrete alle volgari luminarie che subito dopo S. Ambrogio richiamano alla paganità dei regali. Rivestito d’amore, l’albero rimase con le sue palline di vetro sino all’Epifania, per poi spogliarsi di nuovo e poter recitare il ruolo di sempre. Ma lei era sparita. Non la vidi più. La conferma che l’amica degli uccelli di piazza Caiazzo non c’era più la lessi sul Corriere, che le regalò due colonne nella cronaca di Milano, redatta da un giornalista sensibile a quel rito mattutino, recitato da gran protagonista da questa donna senza età, sparita nel nulla, sconosciuta ai più, sicuramente non ai suoi amici che l’aspettavano alle otto puntuali. Da tempo ho deciso di non avere rimpianti, ma davanti a quella pianta, alla sua pianta, ormai orfana, mi chiedo perché non mi sia mai fermata a parlare a quella donna amica degli uccelli, non abbia condiviso anche solo per qualche attimo il suo spazio, un’aiuola in una piazza che in pochi minuti vede correre una città distratta o non abbia avuto la curiosità di sentire la sua voce di novello san Francesco degli uccelli di piazza Caiazzo. Avrei potuto misurare la sua solitudine con la mia o la sua gioia con la mia o forse solo guardarci negli occhi e capire tutto in silenzio.
La strada che percorro ogni giorno non è cambiata, ne lo è il ritmo di questa nostra vita kafkiana scandita da corse, telefoni, smog, rumore e semafori che solo per un cambio di colore ti fanno vedere uno squarcio di vita vera, di gesti dimenticati, di volti anonimi, che solo quando spariscono parlano al cuore e fanno pensare che un momento di silenzio, una pausa può darti la grande magia di incontrare un Natale diverso, vero, caldo, generosamente offerto a tutti. In piazza Caiazzo.

Annagabriella Perdomini



Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

MATTIA FARGETTA
SOFIA LISA CASTELLUCCI
ELENA MASTALLI
MATTEO BRASCA
LUCIA BRASCA
MARGHERITA WEISS
TOMMASO WEISS
FLAVIO MINNITI
PIETRO de GRIMANI
MARIA BEATRICE PICCOLO-BRUNELLI
MATTEO PASINI
AURORA COLANGIONE
MATTIA BILETTI
FILIPPO BRIGATO
FEDERICO SPINELLI
FRANCESCO PUSINERI e,

SIRIWARDANA MUTHUPORUTHOTAGE RAVIN LAKSHAN PERERA



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

MARZIA PELLEGATTA (a. 104)
FILIPPO PULVIRENTI (a. 84)
ENRICO FIORENZI (a. 84)
VITTORIO CARBONARA (a. 65)
ROBERTO TAMBURINI (a. 74)
MARIO PADOVANI (a. 101)
MARIKA ARNABOLDI (a. 89)
DANTE PENUTI (a. 92)
ANTONIETTA SCAGLIA ved. QUAZZO (a. 78)
VANDA TOSARINI ved. CORTELLAZZO (a. 86)
MARIO NAVA (a. 75)
MARIUCCIA SELMIN ved. AMPOLLARI (a. 88)
CELESTE BOLZONI ved. BELTRAMI (a. 86)
GIACOMO PIETRO GUIDETTI (a. 73)




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