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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

DICEMBRE 2012


ECCE NOMEN DOMINI

Ecce nomen Domini Emmanuel,
quod annuntiantum est per Gabriel,
hodie apparuit in Israel,
per Mariam Virginem est natus Rex.
Eia! Virgo Deum genuit, ut divina voluit clementia.
In Bethlehem natus est, et in Jerusalem visus est
Et in omnem terram honorificatus est Rex Israel.

Ecco il nome del Signore, Emmanuele,
che è stato annunciato da Gabriele,
oggi è apparso in Israele,
dalla Vergine Maria è nato il Re.
Guardate, una vergine ha partorito un Dio,
come ha voluto la divina misericordia.
A Betlemme è nato e a Gerusalemme è stato visto
e su tutta la terra è glorificato Re di Israele.
(Tropo al Puer Natus)



VISITARE 7.784 ABITAZIONI

Nel mese di ottobre gentili e disponibili persone hanno visitato tutti gli edifici della nostra parrocchia per aggiornare la mappa della parrocchia. Là dove vi è ancora il servizio di portineria le informazioni sono attendibili, altrimenti bisogna affidarsi ai nomi scritti sui citofoni e qui i dati sono spesso imprecisi. L’indagine ha dato questi risultati: la parrocchia comprenderebbe 389 edifici per un totale di 7784 nuclei familiari.
Questo aggiornamento era necessario in vista della visita alle famiglie che don Paolo ed io stiamo completando. Il nuovo compito affidato dall’Arcivescovo a don Alberto come collaboratore dell’Ufficio diocesano per i migranti, ci ha privati del suo aiuto. Per questo non ci sarà possibile completare la visita prima di Natale: subito dopo l’Epifania porteremo a termine questa lieta fatica. Fatica, perché per quasi due mesi, dalle 9.30 del mattino alle 20 della sera non abbiamo altra occupazione se non quella di salire le scale delle nostre case. Certo ci sono gli ascensori, ma non in tutte le case, e in alcune gli ascensori sono chiusi a chiave e quindi…Fatica ma con qualche rara e cordiale sosta per un caffè, un bicchier d’acqua, una tazza di tè… Ma soprattutto fatica lieta.

Diverse le ragioni di questa letizia. La prima: in questi due mesi siamo noi, i vostri preti, a venire verso di voi, nelle vostre case, in tutte le case. E infatti, suoniamo a tutte le porte a meno che un biglietto sulla porta ci inviti a passar oltre. Ho raccolto alcuni di questi biglietti. Eccoli: “Ringraziamo per la visita parrocchiale ma non siamo interessati. Grazie”. “No Grazie”. “Caro don Giuseppe, purtroppo non ci trova in casa ma ci fa piacere ricevere una sua visita. Passeremo in Chiesa per concordare delle disponibilità condivise”. “La ringraziamo per l’importanza del suo ‘bussare’ alle nostre porte. A presto”. “Purtroppo possiamo arrivare solo dopo le 11.45. Se fosse possibile gradiremmo una visita a quell’ora”. “Caro padre, volevo avvisarla che purtroppo alle 14 durante la settimana non siamo in casa, mio marito ed io per lavoro e nostro figlio non è ancora rientrato da scuola. Spero che la benedizione cada comunque su questa famiglia. Le auguriamo ogni bene”. “Grazie ma non essendo cattolica non desidero la benedizione”. “Non posso esser presente ma desidero la benedizione”. “Benvenuto don Giuseppe, suoni qui”. “In questa casa la benedizione è gradita”. “Buongiorno, purtroppo non siamo in casa, Buon santo Natale”. “Benedizione?? No, grazie”.

La seconda ragione della mia letizia: l’accoglienza è largamente cordiale, purtroppo gli orari di lavoro impediscono a molti l’incontro. E davvero non vi sono orari favorevoli a tutti. Mi è capitato di visitare qualche palazzo nel tardo pomeriggio e all’ora di cena: anche in quell’orario diverse famiglie sono assenti. Altre accoglievano con il profumo di una cena pronta. Ne ho approfittato portando a casa un buon condimento di funghi! Nei miei giri visito sempre anche gli uffici che non sono molto numerosi nel nostro quartiere. Vi trovo sempre una simpatica accoglienza da parte di persone per lo più giovani. Con una eccezione: una signora durante la benedizione resta seduta al suo posto e mi chiede con poco garbo di ritornare nel periodo pasquale. Infatti non vuole la benedizione secondo il rito ambrosiano e quindi nel tempo prenatalizio!!! Negli Uffici ho raccolto tante preoccupazioni per il lavoro che è decisamente scarso, ma ancor più grave la mancanza di liquidità, l’insolvenza dei debitori. Un’altra richiesta mi è arrivata da una signora che voleva l’uso dell’incenso che fa tanto atmosfera… Mi pare francamente difficile girare le strade e le case portando turibolo e incenso… Bisognerebbe ripristinare i chierichetti: diverse persone si meravigliano di vedermi arrivare da solo. Allora spiego che questa mia scelta deriva dal desiderio di favorire un eventuale pur breve dialogo con chi mi accoglie nella sua casa.

Fatica lieta anche se talvolta la benedizione è accompagnata dalle lacrime nel ricordo di persone care defunte, oppure da una domanda, da una confidenza; situazioni che richiedono grande riserbo. Purtroppo non è possibile sostare a lungo, ma qualche volta si intuisce il desiderio di parlare, raccontare. E allora si può prendere un po’ di tempo per raccogliere la confidenza o per ascoltare parole di dissenso e di critica. I problemi creati dalla crisi economica segnano la vita di tante famiglie: figli che non hanno lavoro e non possono fare progetti per il loro futuro. Ho incontrato giovani bocconiani con titoli di studio di buon profilo che stentano a trovare occupazione.

Ogni sera torno a casa portando un carico di sofferenza per gravi problemi di salute: quante persone mi chiedono di pregare per loro e per persone care gravemente malate. Qualcuno si informa sulle mie condizioni di salute: trovo uomini che hanno avuto il mio stesso problema e si informano su come me la cavo dopo l’intervento chirurgico. Altri che sanno del mio problema con la protesi dell’anca mi raccomandano il loro chirurgo o l’Ospedale che li ha curati. Insomma, una bella solidarietà creata da qualche malanno condiviso. Mentre sta per concludersi questa mia quarta visita alle famiglie della nostra parrocchia sono sempre più persuaso della importanza di questo nostro entrare nelle case della parrocchia. L’impressione complessiva che ricavo è positiva: rari i casi di completa solitudine: i figli e i parenti sono vicini agli anziani, molte le situazioni assistite da personale proveniente dai Paesi dell’Est, da Sri Lanka, dalle Filippine o dall’America del sud: quanta riconoscenza dobbiamo a queste persone che lasciano le loro famiglie per lavorare qui da noi prendendosi cura dei ‘nostri Vecchi’.

Questo sguardo alla nostra comunità dovrebbe farsi ancora più accurata per conoscere meglio la varietà di questa nostra comunità, i suoi bisogni, le sue risorse. Vorrò coinvolgere il nostro Consiglio pastorale perché questa esperienza prenatalizia sia sempre più accurata e fruttuosa. Ogni sera, rientrando in casa, stanco ma felice, ringrazio per questa lieta fatica.

don Giuseppe

 


Ringraziamo di cuore per l’accoglienza
che ci avete riservato
durante la visita nelle vostre abitazioni
per la benedizione natalizia.
Dopo l’Epifania, passeremo nelle case
che non abbiamo visitato prima di Natale.
Saremo lieti di ritornare nelle case
di chi, assente, non ha potuto ricevere la benedizione. Telefonate in ufficio parrocchiale
per concordare data e orario.

don Giuseppe e don Paolo

 



AVVENTO NELLA CITTÀ E PER LA CITTÀ
omelia di don Giuseppe
nella IV domenica di Avvento
domenica 9 dicembre 2012


 

VENERDÌ 11 GENNAIO ALLE ORE 21
PRIMO INCONTRO DEL
PERCORSO DI PREPARAZIONE
AL MATRIMONIO

Per informazioni e iscrizioni
rivolgersi in Segreteria parrocchiale
dal lunedì al venerdì dalle ore 9.30 alle 12.30

 

 


 

DIALOGO:
NELLA CHIESA E CON IL MONDO


Riportiamo il testo dell'intervento di ENZO BIANCHI per la Cattedra del Concilio.
Il testo, trascritto dal sig. Bruno Natali, che ringraziamo, non è stato rivisto dall’Autore.

Vi dico la mia gioia nel tornare qui dopo un po’ di anni, ma non dimentico tutte le volte che son venuto, come non dimentico l’amicizia che tutt’ora vivo con il vostro don Angelo Casati. L’insistenza del vostro parroco attuale don Giuseppe, che conosco anche lui da tanto tempo, mi ha portato qui a parlarvi del Concilio e spero questa sera di poter dare un contributo nella memoria di questo evento che certamente ha determinato la vita di tanti di noi e vorremmo che ancora fosse capace di plasmare il volto delle comunità cristiane e di tutta la Chiesa. Permettetemi anche di salutare don Giovanni Barbareschi, ero un ragazzino quando ha avuto il coraggio di chiamarmi all’Alpe di Motta per una conferenza, 40 anni fa. Per la fiducia che ha avuto in me ventenne, Lo voglio ringraziare.

DIALOGO NELLA CHIESA
Non dobbiamo dimenticarlo: la Chiesa da due secoli era chiusa in una posizione difensiva, arroccata in una cittadella assediata dalla modernità e dal pensiero che era scaturito soprattutto dall’illuminismo, dalla rivoluzione francese e poi dalle ideologie umanistiche del Ventesimo secolo. Una Chiesa assediata, una Chiesa che non dialogava, una Chiesa che si esprimeva in posizioni non solo difensive ma anche di attacco verso la modernità. Il Concilio volle voltare pagina aprendo la Chiesa al dialogo. Ricordiamo un’immagine straordinaria offerta da Papa Giovanni: un Cardinale entra dal Papa e gli chiede: «Mi dica, Santità, perché ha voluto il Concilio?». Il Papa fa solo un gesto: apre la finestra e dice: «È tempo di aprire le finestre». Immagine straordinaria, uscire dal chiuso, uscire da una posizione in cui non c’è apertura per istaurare il dialogo. Ora è molto importante che quando noi parliamo di dialogo non ne parliamo semplicemente come di una prassi umana necessaria, ma come qualcosa che discende da Cristo, perché Cristo non è altro che il dialogo tra Dio e l’umanità. È il Dio fatto uomo, è la parola fatta carne, è colui che ha messo in comunione l’umanità e Dio. Ecco, il dialogo non è una prassi umana, ma sta al centro della nostra fede cristiana. E allora il primo punto sul quale voglio sostare è vedere la Chiesa costitutivamente dialogica. Il dialogo è costitutivo del nostro essere cristiani, è costitutivo dell’essere della Chiesa. Noi chiamati a un dialogo con Dio e a un dialogo anche con gli altri uomini. Il dialogo non è dunque per la Chiesa un’opzione che può assumere o rifiutare, non è un atteggiamento che dipende dalla moda o dalle conquiste culturali degli uomini, è semplicemente la postura della Chiesa, la maniera di essere fedele al suo Signore e di stare in mezzo agli uomini e alle donne nella storia.

Il dialogo: non è un caso che la Chiesa abbia saputo subito dialogare con quel mondo ostile che era l’Impero Romano, in un’epoca di persecuzione. In quei primi tre secoli i cristiani hanno dialogato coi cittadini dell’impero che erano pagani e che erano ostili. I cristiani hanno dialogato con la cultura filosofica pagana, con le diverse genti del Mediterraneo.E gli scritti degli apologeti come Giustino, dei Padri della Chiesa come Clemente d’Alessandria, Origene, Basilio ne danno testimonianza. I cristiani si mostravano in quei secoli cittadini leali verso l’autorità, pregavano per l’autorità politica romana, si sottomettevano alle leggi, cercavano di vivere in pace con tutti. Certamente il culto lo davano soltanto a Dio e non davano l’adorazione all’Imperatore e per questo erano perseguitati, verso di loro regnava una gran diffidenza e tuttavia essi tentavano sempre di mostrare una grande capacità di ascolto, di dialogo verso il mondo circostante. Così si esprime un testo del II secolo di un anonimo cristiano indirizzato a un certo Diogneto: «I cristiani non si distinguono dagli altri uomini, né per territorio, né per lingua, neppure per i vestiti, non abitano dei quartieri propri, non usano una lingua particolare, hanno uno stile di vita, a detta di tutti, paradossale». Troviamo in questo testo una grande simpatia per l’umanità, una grande fedeltà alla Terra, una visione positiva del mondo che ci lascia sorpresi, perché si era in un tempo di persecuzione.

Ma dobbiamo confessare che successivamente, dalla fine del IV secolo, questo atteggiamento è smentito dagli stessi cristiani e la Chiesa non è più luogo di dialogo. Inizia una difesa della verità cristiana che porta nel 372 l’Imperatore Teodosio a legiferare contro quelli che restavano pagani e a perseguitare quanti non si convertivano al cristianesimo. Nei secoli successivi l’inimicizia verso gli ebrei, la “caccia” delle eresie hanno fatto sì che la Chiesa non mostrasse mai un volto di dialogo. Invece del dialogo, dobbiamo dirlo, abbiamo praticato l’esclusione e, soprattutto nella difesa della verità, come ha affermato con coraggio il papa Giovanni Paolo II durante il Giubileo del Duemila: «i cristiani hanno assunto metodi in contraddizione con la verità di Cristo e con lo spirito del Vangelo, sono giunti a perseguitare gli altri, l’altro, chiunque mostrasse una diversità di opinioni, di etica e di fede ha avuto da parte della Chiesa non un dialogo, ma l’esclusione, la scomunica, la persecuzione».

Papa Giovanni XXIII fece nuovamente del dialogo l’atteggiamento della Chiesa. Cominciò col benedire gli Ebrei, ricordiamo questo gesto mentre passava davanti allo loro sinagoga il giorno di sabato, dopo sedici secoli di disprezzo antigiudaico. Osò invitare i cristiani, allora si chiamavano fratelli separati, al Concilio e volle il dialogo con tutti gli uomini non cristiani, appartenenti alle altre religioni, addirittura quelli non credenti, gli atei. Al dialogo Paolo VI ha dedicato la sua prima Lettera enciclica: Ecclesiam suam. Mi limito ad una brevissima citazione: «Noi daremo a questo impulso interiore di carità, che diventa dono di carità, il nome del dialogo. La Chiesa deve diventare dialogo, dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. Per questo la Chiesa si fa parola, la Chiesa si fa messaggio, la Chiesa si fa colloquio, la Chiesa si fa dialogo ancor prima di convertire il mondo bisogna ascoltare il mondo, parlare al mondo. L’origine del dialogo si trova nell’intenzione stessa di Dio che è venuto tra di noi in Gesù Cristo. Il dialogo deve ricominciare ogni giorno e da noi prima che da quelli ai quali rivolgiamo il dialogo». All’interno della Chiesa il dialogo è finalizzato alla comunione. La Chiesa è comunione, la Chiesa è immagine della tri-unità di Dio, che è comunione, comunione e attenzione nella pluralità, nella diversità seppur nell’unità divina. Per sintetizzare l’insegnamento del Vaticano II al riguardo, si giunge addirittura a parlare di ecclesiologia di comunione e se Paolo VI, fedele ermeneuta del Concilio, ha parlato di Chiesa che si fa dialogo, Giovanni Paolo II ha indicato la comunione come il frutto del dialogo nella Chiesa. Egli ha ricordato che il compito dei cristiani è quello della comunione che incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa. Questo esige da parte di tutti un impegno concreto contro gli individualismi, contro le spinte centrifughe che dissolvono la Chiesa e contro le logiche ispirate a preferenze di persona.

Oggi purtroppo viviamo in una stagione in cui nella Chiesa regna la conflittualità perché è avvenuta una polarizzazione tra posizioni che non si ascoltano e non dialogano tra loro. Questa non è la strada invocata dal Concilio, neanche certamente la strada che secondo il Vangelo dobbiamo percorrere e così oggi manca una opinione pubblica nella Chiesa, perché l’ascolto reciproco non è praticato, perché lo scambio e il confronto sono temuti, visti con diffidenza. Certo ascoltarsi è faticoso, il confronto richiede pazienza, ma senza questa reciprocità dell’ascolto, senza la logica del fare insieme le cose e non gli uni contro gli altri, non si fa comunione. La Chiesa non è opera di singoli, neppure di leader carismatici e neanche di movimenti; la Chiesa è un camminare insieme, è sinodalità: Papa, vescovi, presbiteri e fedeli, tutti impegnati a riconoscere e vivere la comunione nell’unico corpo di Cristo. Sinodalità, camminare insieme, ascoltando tutti, dal più piccolo al più grande secondo l’antico principio che è stato inventato dalla Chiesa: sulle decisioni che riguardano tutti, tutti devono essere ascoltati. Così la Chiesa diventa una casa di comunione e solo cosi potrà essere per gli uomini scuola di comunione.

DIALOGO CON LA SOCIETÀ
A noi cristiani che abbiamo avuto verso la società una posizione difensiva, a noi che abbiamo sovente visto in che era fuori dalla Chiesa l’insidioso nemico, a noi che abbiamo vissuto in contrapposizione al mondo, il Concilio ha chiesto di guardare al mondo, all’umanità con simpatia. Ci sono parole di Paolo VI che non posso dimenticare: «Noi guardiamo al mondo con immensa simpatia, e se anche il mondo si sente estraneo al cristianesimo, se anche il mondo non guarda a noi, noi continuiamo ad amare il mondo, perché noi cristiani non possiamo sentirci estranei al mondo». Noi cristiani siamo chiamati a vivere nella compagnia degli uomini, la nostra polis è quella degli altri uomini, delle altre donne, diversi per cultura, fede, appartenenza etnica, lingua e anche codice morale.

La tentazione è quella di chiuderci, di sentirsi umiliati e di lasciarci prendere dalla paura e dall’angoscia, che sono sempre cattive consigliere. Ci possiamo certo chiedere: ci sarà un domani per noi cristiani, nelle nostre terre di antica cristianità? Che ne sarà delle nostre chiese? Saremo ridotti a dei movimenti culturali, segni di un passato glorioso? L’attuale secolarizzazione, la presenza crescente di altre religioni contraddirà la nostra fede? Il Signore ci ha chiesto di non temere e, quando ha usato questa espressione verso tutti i discepoli, ha detto «non temere piccolo gregge». Importante per noi è di restare fedeli al Signore: se saremo significativi, se saremo sale della terra, saremo anche luce del mondo, ci ha promesso Gesù. Per questo occorrono dei cristiani fedeli alla Terra, cristiani che lavorano per una migliore convivenza, a servizio di tutti. Dialogare con il mondo attuale non è dissoluzione del cristianesimo nel mondo, non è neanche una mondanizzazione della Chiesa, ma è ascolto di una umanità che è sempre in ricerca, soprattutto l’umanità attuale che è bisognosa di senso.

Allora ascoltare gli uomini di oggi, le loro gioie, le loro sofferenze, le loro fatiche, le loro speranze è un compito che la Chiesa a immagine di Gesù deve assolutamente vivere. Ascoltare gli uomini di oggi per poter parlare loro, per un colloquio in cui sia possibile rispondere alla loro attese, che magari sono confuse, ma che sono presenti nel loro cuore. Non è vero che gli uomini sono refrattari al cristianesimo, oggi magari sono indifferenti al discorso su Dio, soprattutto le nuove generazioni sentono il termine Dio come abusato, non interessante, legato alla violenza, agli integralismi, ai fondamentalismi, addirittura al terrorismo. La Chiesa certamente non è in questo momento un’attrattiva per le nuove generazioni e anche per le nostre generazioni. Joseph Ratzinger diceva nel 2003, che la Chiesa è diventata per molti l’ostacolo principale alla fede! Ma noi sappiamo far vedere Gesù? Sappiamo raccontare Gesù? Sappiamo annunciarlo con la nostra vita, con le nostre azioni, il nostro comportamento, prima che con le nostre parole? Perché per noi cristiani ciò che è determinate è Gesù, non è Dio. Dio lo si scopre tramite Gesù, perché è Gesù colui che ci ha raccontato Dio, è colui che ci ha raccontato il Padre e Gesù ha detto: ormai nessuno può andare a Dio se non attraverso di me. La nostra fede non è in concorrenza con i monoteismi ebraici o islamici; c’è una irriducibile differenza che è Gesù Cristo e Gesù è veramente colui che ci dà una speranza, che ci dà un esempio di una vita umana spesa al servizio degli altri, una vita vissuta nell’amore fino all’estremo.

Allora cosa ci attende nel dialogo col mondo? Ci attende di assumere l’umiltà, la semplicità, di non confidare nelle ricchezze o nei grandi mezzi, ma di confidare in Gesù. Come dice un bel testo della Costituzione pastorale Gaudium et spes: «La Chiesa non pone speranza nei privilegi offerti dalle autorità politiche, anzi, la Chiesa rinuncia all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, dove constata che l’uso di questi diritti può far dubitare della sincerità della sua testimonianza. La Chiesa predicherà la fede utilizzando solo quei mezzi che sono conformi al Vangelo e in armonia col bene di tutti e diffiderà dell’aiuto che viene dai potenti». Così si dialoga con il mondo. Il Concilio ci propone una Chiesa che si fa povera per dialogare con gli uomini, una Chiesa che confida solo nel Signore, una Chiesa che non confida in mezzi mondani. Lo stile del dialogo si mostra proprio anche in questo, mitezza, mansuetudine, semplicità di mezzi. Solo così è Chiesa di Cristo, serva degli uomini e di Dio, come Gesù lo è stato. Una semplice conclusione: che cosa attendono da noi gli altri uomini? Attendono persone che siano capaci di incontrarli, di ascoltarli, di dialogare con loro e se saremo capaci di questo potremo generare negli altri fiducia e speranza. Allora può anche darsi che ci chiedano ragione di questa differenza cristiana che ci segna, ci contraddistingue e ci rende affidabili. Non preoccupatevi di nulla di più, dall’ascolto dell’altro nasce la conoscenza, dalla conoscenza nasce l’amore per l’altro.

L’umanizzazione avviene così, ma anche il cristianesimo si dilata così, grazie al dialogo le vie divergenti diventano complementari, verità nascoste in ciascuno emergono a istruzione dell’altro e dove non regna più l’ignoranza l’uno dell’altro, ma la parola scambiata, lì sono possibili il rispetto, la libertà, l’amore. Vivere così nella città significa edificare la Chiesa nella città, significa accrescere la fede e lo Spirito Santo allora si può rallegrare, mentre gli uomini trovano più ragioni per credere all’amore perché ciò che infatti è decisivo, e lo dice Giovanni l’apostolo nella sua prima lettera, è credere all’amore e noi cristiani siamo cristiani se crediamo all’amore e se aiutiamo gli altri a credere all’amore e questo avviene solo con il dialogo.

TERZO INCONTRO
DELLA CATTEDRA DEL CONCILIO
nell’Anno della Fede
nella memoria del card. Martini
15 gennaio 2013
Chi è la Chiesa?
card. Angelo Scola

 



SEMPLICITÀ DEL NATALE

Il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono. È composto magari di molte figurine disparate, di diversa grandezza e misura: ma l'essenziale è che tutti in qualche modo tendono e guardano allo stesso punto, alla capanna dove Maria e Giuseppe, con il bue e l'asino, attendono la nascita di Gesù o lo adorano nei primi momenti dopo la sua nascita.
Come il presepio, tutto il mistero del Natale, della nascita di Gesù a Betlemme, è estremamente semplice, e per questo è accompagnato dalla povertà e dalla gioia. Non è facile spiegare razionalmente come le tre cose stiano insieme. Ma cerchiamo di provarci.
Il mistero del Natale è certamente un mistero di povertà e di impoverimento: Cristo, da ricco che era, si fece povero per noi, per farsi simile a noi, per amore nostro e soprattutto per amore dei più poveri.
utto qui è povero, semplice e umile, e per questo non è difficile da comprendere per chi hal’occhio della fede: la fede del bambino, a cui appartiene il Regno dei cieli. Come ha detto Gesù: «Se il tuo occhio è semplice anche il tuo corpo è tutto nella luce» (Mt 6, 22). La semplicità della fede illumina tutta la vita e ci fa accettare con docilità le grandi cose di Dio. La fede nasce dall’amore, è la nuova capacità di sguardo che viene dal sentirsi molto amati da Dio.

Il frutto di tutto ciò si ha nella parola dell’evangelista Giovanni nella sua prima lettera, quando descrive quella che è stata l'esperienza di Maria e di Giuseppe nel presepio: «Abbiamo veduto con i nostri occhi, abbiamo contemplato, toccato con le nostre mani il Verbo della vita, perché la vita si è fatta visibile». E tutto questo è avvenuto perché la nostra gioia sia perfetta. Tutto è dunque per la nostra gioia, per una gioia piena. Questa gioia non era solo dei contemporanei di Gesù, ma anche nostra: anche oggi questo Verbo della vita si rende visibile e tangibile nella nostra vita quotidiana, nel prossimo da amare, nella via della Croce, nella preghiera e nell’eucarestia, in particolare nell’eucarestia di Natale, e ci riempie di gioia. Povertà, semplicità, gioia: sono parole semplicissime, elementari, ma di cui abbiamo paura e quasi vergogna. Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene, perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, sono tante le situazioni sbagliate, ingiuste. Come potremmo di fronte a ciò godere di vera gioia? Ma anche la semplicità non va bene, perché sono anche tante le cose di cui diffidare, le cose complicate, difficili da capire, sono tanti gli enigmi della vita: come potremmo di fronte a tutto ciò godere del dono della semplicità? E la povertà non è forse una condizione da combattere e da estirpare dalla terra?

Ma gioia profonda non vuol dire non condividere il dolore per l'ingiustizia, per la fame del mondo, per le tante sofferenze delle persone. Vuol dire semplicemente fidarsi di Dio, sapere che Dio sa tutte queste cose, che ha cura di noi e che susciterà in noi e negli altri quei doni che la storia richiede. Ed è così che nasce lo spirito di povertà: nel fidarsi in tutto di Dio. In Lui noi possiamo godere di una gioia piena, perché abbiamo toccato il Verbo della vita che risana ogni malattia, povertà, ingiustizia e morte. Se tutto è in qualche modo così semplice, deve poter essere semplice anche il crederci. Sentiamo spesso dire oggi che credere è difficile in un mondo così, che la fede rischia di naufragare nel mare dell'indifferenza e del relativismo odierno o di essere emarginata dai grandi discorsi scientifici sull'uomo e sul cosmo. Non si può negare che può essere oggi più laborioso mostrare con argomenti razionali la possibilità di credere, in un mondo così. Giustamente noi cerchiamo di approfondire il mistero della fede, cerchiamo di leggerlo in tutte le pagine della Scrittura, lo abbiamo declinato lungo vie talora tortuose. Ma la fede, ripeto, è semplice, è un atto di abbandono, di fiducia, e dobbiamo ritrovare questa semplicità. Essa illumina tutte le cose e permette di affrontare la complessità della vita senza troppe preoccupazioni o paure. Per credere non si richiede molto. Ci vuole il dono dello Spirito Santo che egli non fa mancare ai nostri cuori e da parte nostra occorre fare attenzione a pochi segni ben collocati. (…).

Talora noi siamo alla ricerca di segni complicati, e va anche bene. Ma può bastare poco per credere se il cuore è disponibile e se si dà ascolto allo Spirito che infonde fiducia e gioia nel credere, senso di soddisfazione e di pienezza. Se siamo così semplici e disponibili alla grazia, entriamo nel numero di coloro cui è donato di proclamare quelle verità essenziali che illuminano l’esistenza e ci permettono di toccare con mano il mistero manifestato dal Verbo fatto carne. Sperimentiamo come la gioia perfetta è possibile anche in questo mondo, nonostante le sofferenze e i dolori di ogni giorno. card. Carlo Maria Martini, Gerusalemme, dicembre 2006

VENERDÌ 8 MARZO ALLE ORE 21
PRIMO INCONTRO DEL
PERCORSO DI PREPARAZIONE
ALLA CRESIMA PER ADULTI

Per informazioni e iscrizioni
rivolgersi in Segreteria parrocchiale
dal lunedì al venerdì dalle ore 9.30 alle 12.30


ECHI DALLA SCUOLA DELLA PAROLA DECANALE ADOLESCENTI

Poiché ad Ottobre si è aperto l’Anno della Fede, insieme con don Paolo e con gli educatori delle altre parrocchie abbiamo pensato di dedicare due incontri decanali per gli adolescenti al tema della fede. Così abbiamo parlato della “fede come fiducia” e della “fede come rapporto”, sottolineando come tutti hanno fede in qualcosa, ma l’aspetto della fiducia è quel “di più” che ti permette di andare avanti anche nelle difficoltà. E ricordando che al centro della fede c’è una relazione, un rapporto appunto, che è quello con Gesù. Spesso si dice che ai più giovani il discorso della fede non interessa o che ciò è vissuto in modo superficiale. Eppure in questi primi mesi dell’anno e in particolare con questa scuola della Parola possiamo testimoniare l’esatto contrario! A dircelo sono i ragazzi, che dalla Parola hanno tratto spunti, domande e riflessioni. In modo semplice ci hanno comunicato la profondità delle loro attese, delle inquietudini, del desiderio di affidarsi con più fiducia e autenticità.

Ecco alcune delle loro preghiere:
“Ti preghiamo Signore, aiutaci a saperci affidare a Te perché possiamo capire quali siano le cose veramente importanti nella nostra vita.”
“Dio, noi ti preghiamo perché tu possa mostrarti a noi. Rendici capaci di vederti in ogni tua manifestazione, affinché tu possa aiutarci a non allontanarci da Te.”
“Signore, sei tu che stai alla porta e bussi, però sei anche Tu che ci dai la libertà di scegliere se bussare e entrare. Aiutaci a non rimanere sulla soglia”

Ecco perché le pubblichiamo: per pregare per loro con le loro stesse parole, avendo a cuore “gli stessi sentimenti” e per sentirci “un solo corpo e un solo Spirito” come dice l’apostolo Paolo.

Gli educatori adolescenti.


 

 

INVITIAMO LE PERSONE SOLE
A CONDIVIDERE IL PRANZO DI NATALE
IN PARROCCHIA ALLE ORE 12.30

Adesioni in ufficio parrocchiale
entro venerdì 21

 


 

IL NOSTRO NATALE


Sabato 15 dicembre ore 17,30
Per i ragazzi ritrovo in oratorio
ORE 18.00 S. MESSA DEI LUMI

Lunedì 17 dicembre ore 19,30
Cena e preghiera di Natale per tutti i ragazzi delle medie, superiori e università

Lunedì 17 - martedì 18 – mercoledì 19 - giovedì 20 dicembre ore 17.00 in Chiesa
Preghiera di preparazione al Natale per i ragazzi del catechismo

L’oratorio rimarrà chiuso dal 22 dicembre al 6 gennaio inclusi

SABATO 22 dicembre
Dalle ore 16 alle 18 i sacerdoti sono disponibili per le confessioni

LUNEDÌ 24 dicembre
Dalle ore 9.30 alle 12 e dalle 16 alle 18
i sacerdoti sono disponibili per le confessioni
ORE 18.00 S. MESSA DELLA VIGILIA
ORE 23.30 VEGLIA DI NATALE CON CONCERTO
ORE 24.00 S. MESSA NELLA NOTTE SANTA
SEGUIRÀ IN ORATORIO LO SCAMBIO DEGLI AUGURI

MARTEDÌ 25 DICEMBRE NATALE
Le S. Messe seguono l’orario festivo

MERCOLEDÌ 26 dicembre S. Stefano
Le S. Messe saranno alle ore 8.30 - 11 - 18

Le S.Messe feriali seguono l’orario consueto

DOMENICA 30 dicembre
Le S. Messe saranno alle ore 8.30 - 11 - 18

LUNEDÌ 31 dicembre alle ore 18.00
S. Messa con il canto del Te Deum

MARTEDÌ 1° gennaio 2013
Le S. Messe saranno alle ore 8.30 - 11 - 18
alla S. Messa delle ore 18.00 il canto del Veni Creator

DOMENICA 6 gennaio Epifania
Si riprende il consueto orario festivo: 8,30 - 10 - 11 - 12 - 18

 

 

 

 


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

hanno ricevuto il battesimo

LISA BOLOGNA
BEATRICE GARAVAGLIA
LAVINIA LAGATTOLLA
LEONARDO FINETTI
VIOLANTE LAURA TURA


abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

ANGIOLA MARIA AZRIA (a. 82)
EUGENIO MARCASSOLI (a. 91)
GIUSEPPE FAROLDI (a. 87)
LUCIANA PRESTINARI (a. 88)
CARLO ALBERTO POZZO (a. 84)
LIA PIROLA (a. 89)
GIAN FRANCO ERCOLE SCIANCA (a. 68)
GIORGIO VIGNATI (a. 87)
NUNZIA PATANÈ (a. 89)
GIACOMO CERLETTI (a. 72)

 


 


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