parrocchia - celebrazioni - omelie - cattedra - oratorio - gruppi - come albero - preti - blog - link
Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

febbraio 2007    


Di che colore sono i tuoi occhi?

Ho letto parole. Parole di vangelo, vangelo di Matteo. Era come se le ascoltassi. Avevano un timbro, non erano pura grafia, si accendevano. Rimangono accese, a dispetto dell’usura del tempo.

Ancora oggi, dopo duemila anni e più, risuonano nella liturgia, risuonano nelle nostre chiese le beatitudini del monte. E hanno il colore della grazia dentro visioni di ore grigie e deprimenti che tolgono fiato al-l’anima.

Che sia una mia fissazione, un’ossessione e niente più, questo sentirmi soffocare alla punta dell’anima? La sensazione dura purtroppo da giorni. Così che ti viene da ringraziare Dio quando i testi della Liturgia, per fessure a volte impercettibili, lasciano filtrare brezza di vento.

Mi è successo nel giorno dell’Epifania, mi succede oggi con il vangelo delle beatitudini. Pagine che hanno il potere, dico il miracolo, di farci respirare. E io ho bisogno di aria, ho bisogno, lo confesso, di respirare. Perché a volte, e non così raramente, la sensazione patita in certi ambienti, di fronte a certe prese di posizione, ascoltando certi discorsi, è che ti manchi l’aria. Hai la sensazione di vivere in un mondo angusto, in piccinerie dello spirito, in meschinità di visione. E ti manca l’aria. E senti un bisogno impellente, urgente, di respirare. Respirare boccate d’aria. A cielo aperto. E nel racconto dei magi trovi dune infinite, un cielo che nessuno può derubare della sua luminosità e ampiezza. E questo Dio dei cammini, nell’immensità. Finalmente respiri.

Oggi respiro ascoltando le parole del monte. Ascoltandole, mi verrebbe da chiedermi come fossero i suoi occhi, di che colore fossero i suoi occhi, quando quel giorno sedette sul monte e disse le otto parole. Mosè su altro monte disse le dieci parole. Otto le sue, come a dire che cominciava un tempo nuovo, una nuova settimana, una nuova stagione del mondo. Parole per un tempo nuovo. Quello che il primo Testamento aveva indicato come un tempo futuro, come il tempo del regno di Dio che sarebbe accaduto un giorno, ora accadeva. Ebbene quelle parole, le otto, erano per il regno di Dio che stava accadendo: accadeva sulla terra il sogno di Dio. Come sarà stato il colore dei suoi occhi?

E come saranno stati gli occhi di coloro che lo ascoltavano quel giorno sul monte, quale sarà stato il colore dei loro occhi? Perché i poveri erano loro, gli afflitti erano loro, i miti erano loro, gli assetati di giustizia erano loro, loro i puri di cuore, loro i misericordiosi, loro gli operatori di pace, loro i perseguitati per la giustizia. E lui diceva: felicità a voi, avanti voi, il regno di Dio lo si costruisce con gente come voi. Immaginate i loro occhi. A quelle otto parole.

E noi? Ecco la domanda. Noi oggi ascoltandolo? Ascoltando le sue otto parole? Noi dentro un tempo, in una società che, non diversamente da allora, esalta altre parole: esalta l’arroganza della forza, il luccichio della ricchezza, la furbizia delle cordate, l’incenerimento del nemico? Noi, ecco la domanda, noi che cosa proviamo all’ascolto delle otto parole?

Abbiamo fatto forse l’abitudine. Quante volte le abbiamo sentite. Non ci si accendono più gli occhi. O forse le consideriamo ormai un’utopia, parole utopiche, di cui riempire le chiese, ma poi la vita è un’altra, il comportamento è un altro, lo stile è un altro. Un altro nella stessa chiesa. Di che colore sono i nostri occhi al suono delle parole del monte?

Eppure intuiamo che, alla punta più desolata dell’anima e nella landa più arida della terra, un tempo nuovo, una nuova stagione potrebbero accendersi, dietro queste otto parole. E, insieme, intuiamo - nessuno ce la dà a bere - che niente nasce di nuovo - è una menzogna! - lontano da queste otto parole, le otto parole del monte. Che sono, se le ripercorriamo lentamente, lucidamente, le otto parole scritte nella carne di Gesù, nella vita di Gesù: tu le leggi e in trasparenza leggi Gesù. Lui, pienamente così!

Ma le otto beatitudini hanno un inizio che non è casuale, un inizio nella prima beatitudine. Che è come l’anima, l’anima segreta di tutte. Beati coloro che hanno uno spirito da poveri. Da poveri e non da padroni. Solo da uomini e donne che portano scritto in sé uno spirito da poveri nascerà, come attesta il profeta Sofonia, una umanità nuova, la terra in cui non si commetterà più ingiustizia né si proferirà menzogna, la terra ove si potrà pascolare e riposare senza che nessuno molesti (cfr. Sof 3,12-13). Abbiamo sotto gli occhi a quale esito conduce l’aver cancellato da noi stessi un cuore da povero e averlo sostituito con un cuore da padrone.

Cerchiamo di chiarire: uno spirito da povero è uno spirito umile, è lo spirito di chi non confida in se stesso, ma nel suo Dio.

Un cuore da povero è uno spirito umile, è lo spirito di chi in mezzo agli altri sta con quest’unico anelito, l’anelito di poter essere utile a qualcuno, sta come colui che serve la vita, serve gli altri, lontano dallo spirito di chi invece si serve, sfrutta, si approfitta. Della vita e degli altri.

La beatitudine della povertà evoca una terra dello spirito, un mondo di uomini e donne che non si sentono padroni. Né di Dio, né della verità, né degli altri. Né delle loro posizioni, né dei loro beni. Lontani da ogni forma di dispotismo culturale, sociale o religioso. Liberi e aperti. Nello spirito e nella vita.

Sono coloro che cercano in verità Dio. E Dio, ci ricordano i profeti, non ci si può illudere di cercarlo e di servirlo se non si cerca e non si serve la giustizia, se non si cerca e non si serve l’umiltà. “Cercate il Signore” ammoniva un giorno il profeta “cercate la giustizia, cercate l’umiltà” (Sof 2,3).

I credenti, solo che onorassero ancora l’intelligenza che Dio ha loro data - a tutti è stata data - solo che sostassero a riflettere su ciò che accade, su ciò che oggi passa sotto i loro occhi, ancora troverebbero forza di resistere alla seduzione delle parole, spesso verniciate del nome di Dio. Verniciate, solo verniciate!.

Guarda, ascolta e rifletti. Guarda, ascolta protagonisti dello “spettacolo” quotidiano, fissali in volto, ascolta il tono della voce, misura le proposte. Ti sembra che cerchino la giustizia? Ti sembra che cerchino l’umiltà? Avremmo un criterio stringente. Avremmo un motivo, e più d’uno, per resistere alla seduzione. La seduzione che, ancora oggi, come agli inizi, è nella voce di un Serpente incantatore, il grande Venditore, vende frutti dell’albero in cambio di adorazione. Venditore all’inizio, quando promise un posto da Dio, seggi da Dio, a chi avrebbe mangiato del frutto dell’albero: “Sarete come Dio”. Venditore il Serpente, non cambia pelle, quando a Gesù spudoratamente offrì “tutti i regni del mondo con la loro gloria” in cambio di adorazione: “Se prostrandoti” disse “mi adorerai”.

Razza di venditori suadenti che i credenti, se fossero tali, avrebbero il potere di smascherare solo che si chiedessero: “cercano la giustizia? cercano l’umiltà?”. E il re sarebbe nudo. Nudo su ogni terreno, non escluso quello dichiaratamente religioso.

Il regno, quello vero, quello di Dio, dove è espulsa ogni ombra di dominio, accade, secondo le parole del monte, ad opera di coloro che non si sentono padroni di niente e di nessuno, essi cercano giustizia, cercano umiltà.

Tu li guardi e ti si colorano gli occhi. Tu li guardi e respiri brezza di vento.
E ringrazi Gesù per il vento delle otto parole. Oggi lo ringrazio per quest’aria aperta e nuova che colora gli occhi di donne e uomini del nostro tempo. Che bello che ci siano. E che siano al di là di ogni steccato. Disegnano un mondo diverso. Che non è chissà dove. Non lo vedi se gli occhi sono a rincorrere il mito dell’eccellenza. Te ne accorgi se guardi nella piega della vita della gente. Allora ti innamori degli occhi, degli occhi delle donne e degli uomini delle beatitudini.

Perché il vangelo delle beatitudini non è innanzitutto una serie di norme. Disegna la bellezza di un progetto in costruzione, che qualcuno di noi chiama “regno di Dio”.

Che bello che, in un mondo di feriti ed esclusi, ci sia qualcuno che si china e lenisce.
Che bello che, in un mondo di prepotenze e arroganze, ci sia qualcuno che crede nella mitezza d’animo e di cuore.
Che bello che in un mondo di fame e ingiustizie ci sia qualcuno che ancora non ha cancellato la sete di giustizia.
Che bello che, in un mondo di durezze e spietatezze, ci sia qualcuno che ha il volto della tenerezza e della compassione.
Che bello che, in un mondo di corruzioni e intrighi, ci sia qualcuno integro e retto di cuore.
Che bello che in un mondo di guerre e di violenze, ci sia qualcuno testardo costruttore di ponti. Di comprensione, di rispetto e di pace.
Che bello che in un mondo di convenienze e opportunismi ci sia qualcuno disposto a pagare di persona per la difesa della verità e dell’altro.

Ora guardi. Forse anche tu respiri. Di che colore sono i tuoi occhi?

don Angelo



TROPPO POCO LA TUA VISIONE,
TROPPO POCO IL TUO ORIZZONTE
Omelia di don Angelo nella seconda domenica del tempo ordinario
20 gennaio 2008 (Is 49, 3.5-6; 1 Cor 1, 1-3; Gv 1, 29-34)

Vorrei fare una brevissima premessa: questi giorni per tutti noi sono giorni di grande tristezza, ci feriscono profondamente gesti e parole. Ci chiediamo perché. E tanti di noi sentono come un bisogno di parole altre, di orizzonti più alti. E mai come oggi, un bisogno di immergerci nella memoria di Gesù, e siamo grati che il nostro radunarci qui nel-l’eucaristia a ascoltare e a pregare ci consenta di immergerci nella memoria di Gesù. Ci consenta di guardare avanti. E più in alto.

Giovanni, il battezzatore, aveva visto lo Spirito scendere su di lui, su Gesù, mentre era in fila con tutti a farsi battezzare. Vide lo Spirito posarsi su di lui e “rimanere”. La voce di chi l’aveva mandato a battezzare gli aveva detto: «L’uomo sul quale vedrai scendere lo Spirito, e rimanere, è colui che battezza in Spirito santo». E lui vide, vide lo Spirito rimanere. Non era uno Spirito che veniva e andava. Come succede a noi. Chi di noi, chi sulla terra, chi tra gli umani, potrebbe essere così presuntuoso, ma anche così ingenuo, da credersi possessore dello Spirito in permanenza o pensare che le sue parole siano sempre e comunque dimora della verità e dello Spirito? Lo Spirito noi lo ospitiamo e non lo ospitiamo.

E così Giovanni vede passare avanti colui che prima era dietro di lui, colui che prima era un suo discepolo. Ora è lui davanti. Pensate, Giovanni era un gigante dello Spirito, nessuno più grande di lui, secondo Gesù. Tra i profeti il più grande, il più grande tra i nati di donna. Eppure gli era passato davanti lui, il rabbì di Nazaret. E il più grande si fa discepolo. Ma noi ancora non abbiamo imparato la lezione, quella di ritrarci, perché lui, Gesù, cresca: diventare umile sentiero di Gesù sulla terra. Tu non annunci te stesso annunci un altro. Guardate che non è lezione facile da imparare, dico non solo mentalmente, da imparare con la vita. Ritrarsi. In un costume imperante di sgomitatori. Ritrarsi. Purché lui cresca. Nemmeno i discepoli di Giovanni avevano imparato la lezione, direi quelli più vicini, perché se seguite il racconto e dal primo capitolo del vangelo di Giovanni arrivate al terzo, trovate annotato che alcuni discepoli di Giovanni andarono da lui e gli dissero. «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano, e al quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui». Giovanni rispose: «Nessuno può prendere qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui… questa è la mia gioia ed è completa, lui deve crescere e io invece diminuire» (cf Gv 3, 26-30).

Leggendo queste parole di Giovanni mi colpiva il paradosso, paradosso secondo i criteri mondani: la gioia nel diminuire. Non dovremmo accogliere questa parola di Giovanni e dire ancora una volta a noi stessi che è qui, o anche qui, il cristianesimo. Non è solo in alcune pratiche? È in questo sentirci scavalcati da Gesù. Ci è passato davanti, è lui il Maestro.

Gioia e spina nel cuore! Perché, se è avanti, lo vedi e non puoi non confrontarti con lui. Se è avanti, sempre avanti, l’avventura cristiana non è mai conclusa. Il confronto non è con il passato, con quello che sta dietro le spalle, ma con il futuro, con questo Dio che ci passa avanti.

E noi a tentare, poveri come siamo, di tenergli dietro, noi con il nostro fiato corto, noi con le nostre aspirazioni inconfessate di mettere lui dietro, dietro quello che pensiamo noi, con la nostra presunzione di mettere gli altri dietro, al nostro seguito. Che vengano al tuo battesimo, Giovanni, e non al suo!

Noi, vi dicevo, con il nostro fiato corto. Ed è vero. Ma non è tutto. Vorrei aggiungere: noi con il fiato di Gesù, o, se volete, con il suo Spirito. L’evangelista Giovanni racconta che lui, l’agnello di Dio, sgozzato come un agnello, sulla Croce emise il suo Spirito, il suo ultimo fiato, e così facendo ne fece dono a noi.

Voi mi capite, lo Spirito di Gesù, in noi. L’imperativo diventa allora questo: lasciarsi condurre dal Suo Spirito e non da uno spirito diverso. Non tutti gli spiriti sono di Cristo. Voi forse ricordate che quando Gesù non fu accolto in un villaggio dei samaritani, Giacomo e Giovanni, vedendo ciò, dissero: «Signore, vuoi che diciamo che un fuoco discenda dal cielo e li consumi? Ma egli voltatosi li rimproverò» (Lc 9, 54-55). Alcuni codici aggiungono: «e disse: non sapete di quale spirito siete».

Altre volte vi dicevo quale importanza rivesta, sempre più, per noi questo appuntamento domenicale che ci consente di confrontarci con lo Spirito di Gesù, perché non ci succeda di lasciarci condurre da altri spiriti.

Oggi il rotolo di Isaia descriveva colui in cui Dio mette la sua gloria, colui che mette in Dio la sua forza e ne dava una nota caratteristica, inconfondibile: lo spirito dell’universalità. Riascoltiamone le parole: «È troppo poco che tu sia servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».

Dunque lo Spirito di Gesù, come ha finemente annotato qualcuno, «porta con sé un passaggio dal particolarismo all’universalità, dall’orgoglio di gruppo all’amore per l’uomo e soprattutto per l’uomo più remoto da me, dall’orgoglio di cultura alla simpatia per il diverso, per l’incontro, per ciò che non rientra nei miei schemi mentali» (Ernesto Balducci).

È come se lo Spirito di Dio continuamente mi suggerisse “è troppo poco”. Troppa poco la tua visione, troppo poco il tuo orizzonte.

Ebbene quando una terra respira questa larghezza, larghezza della mente e del cuore, è terra fecondata dallo Spirito, dallo Spirito di Gesù, ed è terra che ha un futuro. Sta a noi credere, credere nel suo Spirito, nello Spirito di Gesù. Che possa ancora dimorare nei credenti, in ciascuno di noi!



Voi chi dite che io sia?
Itinerario di Quaresima 2008

INCONTRI

GIOVEDÌ 28 FEBBRAIO 2008 ore 21,00
Remo Cacitti docente di Letteratura cristiana antica
Università degli studi di Milano
Gesù e lo storico: tra rifiuto e identificazione

MERCOLEDÌ 5 MARZO 2008 ore 21,00
Don Paolo Croci
I volti di Cristo nell’arte

GIOVEDÌ 13 MARZO 2008 ore 21,00
Sabino Chialà monaco di Bose
Il volto di Gesù nel Vangelo

MARTEDÌ 18 MARZO ore 21,00
NELLA CHIESA PARROCCHIALE
Le ultime sette parole di Cristo in croce
Concerto di meditazione per la Settimana Santa
Coro Città di Desio - Dir. Enrico Balestrieri

Gli incontri si terranno nel Salone dell’Oratorio
con ingresso da via Pinturicchio e da via Nöe



“… da un giro che ho percorso sulla terra ...”
Riflessioni a partire dai numerosi viaggi
in “zone calde” del mondo

La nostra “cattedra dei non credenti” ha ospitato la sera del 22 gennaio 2008 il prof. Massimo Toschi. Pensiamo di fare cosa gradita pubblicando il suo intervento che ha colpito tutti per l’intensità del racconto.

Devo dire che sono molto contento di essere venuto fra voi. Anche perché per me è occasione per fare un bilancio di dieci anni. Il mio primo viaggio infatti è stato nel marzo del 1998 e dunque sono passati dieci anni. Fino al 1996 io ero un normale insegnante, di un normale liceo, di una normale città, di una normale diocesi che era quella di Lucca. Poi all’improvviso è avvenuto un fatto, u fatto che ha generato i passaggi successivi. Il fatto lo ricorderete. Il 26 marzo del 1996 nel Monastero di Tibhirine sull’Atlante in Algeria, vengono sequestrati sette monaci, da gruppi fondamentalisti. Inizia un lunghissimo sequestro che si conclude il 21 di maggio con l’annuncio che erano stati uccisi e con il ritrovamento delle sette teste, alla periferia di Medea. Era la città più importante di quella regione. Quindi il martirio di sette monaci, al cuore di una situazione particolarissima e delicatissima, sostanzialmente ignorata dall’Italia e dagli intellettuali italiani, che riguardava lo scontro drammatico in Algeria fra il fondamentalismo islamico e la possibilità di un futuro per questo paese, vicenda terribile che ha provocato in dieci anni centomila morti, trentatre volte le Due Torri, centomila morti tra la popolazione civile. Quello che abbiamo scoperto dopo l’11 settembre in realtà era avvenuto per dieci anni a un’ora e mezzo di volo da Roma, come dire in casa nostra. Ma noi pensavamo ad altro. Io rimasi molto colpito dalla testimonianza di questi sette monaci che vivevano in mezzo, tra l’esercito che saliva dalla pianura e i terroristi che stavano sulla montagna. In questo luogo mediano c’era il loro monastero. E ovviamente il sequestro di sette monaci ebbe un enorme scalpore, certamente fu un evento impressionante, soprattutto la sua conclusione.

Al di là della nuda cronaca degli eventi, si rendeva visibile una Chiesa povera, a mani nude, che voleva disarmare se stessa per disarmare il cuore di tutti e le mani di tutti. Ed era una presenza nel cuore dell’Islam, e dunque prefigurava qualcosa che sarebbe avvenuto dopo. Io ricordo che rimasi molto sbalordito, allora lo scrissi: l’arcivescovo di Parigi mise sette lumi nella cattedrale, che poi, quando morirono, spense. La cosa mi sembrò sconvolgente, come fosse un segno rovesciato, in realtà era vero il contrario: era nel momento in cui morivano che andavano accese le luci. Perché non era la fine. Qualcosa era avvenuto, che mi colpiva moltissimo. Mi colpiva questa Chiesa abbandonata da tutti, la Chiesa d’Algeria, segnata dalla morte violenta di fedeli laici, monaci, frati, suore, un vescovo, il Vescovo Claverie verrà ucciso il 6 agosto del 1996.

Questa Chiesa mi apparve subito testimonianza del futuro, perché nel mondo musulmano o si sta così o non si sta. E dunque la storia di questi monaci mi prese, ci prese, parlo di mia moglie, ci prese moltissimo. Bisognava conoscere questa Chiesa. Nel 1997, un anno dopo, una rivista a cui allora collaboravo, fece un convegno sulla Chiesa d’Algeria e chiamò l’Arcivescovo di Algeri, Mons. Teissier, che ancora oggi è Arcivescovo di Algeri. Mai fatto Cardinale. Ma il rosso della porpora era iscritto nella vita di quella Chiesa. È nata un’amicizia, una grandissima amicizia con questo Vescovo e quando venne a Lucca per ricevere un premio nel 1997, insieme all’unico monaco, che allora abitava a Tibhirine, Padre Robert che ancora è vivo, vive in un paesino a pochi chilometri da Medea, ci invitò ad andare ad Algeri, dicendo che se noi fossimo andati sarebbe stato il segno che qualcosa stava cambiando anche per quel paese. Siamo andati ad Algeri, siamo andati a Medea, siamo andati a Tibhirine. Siamo andati convinti che ci fossero tanti italiani che andavano in Algeria a sostenere quella Chiesa confessante. In realtà scoprii che non ci era andato nessuno. Lì si stava giocando una partita delicatissima e nessuno andava. Anche perché c’erano dei rischi, non bisogna essere ingenui. Io vi andai in un modo molto ingenuo: quando un amico chiama bisogna andare. E visitando l’ospedale di Medea, incontrai un ragazzino di dodici- tredici anni, che si chiamava Rani. Questo ragazzo era pallidissimo, il medico che mi accompagnava mi disse: “Guardi, ha perso una gamba su una mina” e mi fece vedere il moncherino della gamba. La cosa terribile che mi colpì non fu tanto la gamba amputata quanto il volto di quel ragazzo, che mostrava non solo di avere una gamba amputata ma di avere amputata la vita. E allora la cosa più semplice fu di provare a lavorare perché quel ragazzino avesse una protesi, e siccome ce n’erano molti di ragazzi amputati perché feriti sulle mine e feriti in azioni terroristiche, cominciammo a immaginare un progetto che portasse in Italia questi ragazzi algerini per avere le protesi e rimettersi in piedi, per riprendere il senso della vita. Esattamente quello che facemmo. Ne vennero ventidue in ospedali toscani, la cosa funzionò, poi tramite la generosità di Gino Strada costruimmo là un centro per protesi per tutti, a partire da coloro che ne avevano bisogno a causa di atti terroristici.

Ecco, la mia storia è cominciata da qui. Prima io facevo l’insegnante, oggi io faccio l’assessore, con un titolo un po’ strano perché noi toscani siamo un po’ estrosi, il titolo è “Assessore alla cooperazione internazionale al perdono e alla riconciliazione dei popoli”. Io ho cominciato occasionalmente un impegno che poi è diventato un impegno politico e che oggi è l’impegno della mia vita. Insisto su questo. Troppe volte noi cristiani pensiamo che la politica sia una “vocazione”. Attenzione perché a furia di pensare questo succede che poi ci si sta tutta la vita, e spesso con risultati catastrofici. L’impegno politico è un fatto occasionale, nel senso forte della parola. Quello che a me piace ricordare è che un impegno politico nasce dall’incontro con le vittime. Non ho avuto bisogno di scuole di politica, anche se mi piace leggere e studiare, non ho avuto bisogno di scuole di partito. È stato l’incontro con Rani, con un bimbo musulmano, che in un certo senso mi ha convertito, perché ha cambiato radicalmente la mia vita. In forza di quell’incontro, in forza di quel martirio, in forza di quel Vescovo la mia vita è cambiata e oggi, per un tempo che presto finirà, sono a operare politicamente con questa prospettiva: costruire una politica a partire dalle vittime, una politica non fatta di cose strane, complicate e difficili, ma fatta delle cose semplici. La politica è dare una protesi, la politica è sistemare un reparto di ospedale, la politica è cominciare a dialogare guardando le persone non a partire dalle nostre idee, ma dalla domanda di giustizia che ti pongono le persone più provate dalla guerra e dal sottosviluppo. Quindi una politica a partire dalle vittime. È molto semplice, non è una cosa difficile. Dopo questa esperienza, ho capito che non si poteva stare più fermi, lo dico perché c’è un qualche paradosso nella mia condizione.

La seconda tappa di questo viaggio fu nel 2000. Sono andato in Sierra Leone, un paese molto provato dalla guerra, sono andato per la questione dei bambini soldato. Mi sembrava una cosa sconvolgente che i bimbi, che sono le prime vittime di una guerra, diventassero vittime due volte perché diventavano soldato. Di nuovo chiamato da un Vescovo, Mons. Biguzzi, vescovo di Makene. Mi è capitato di andare anche sulla linea del fronte per liberare dei bambini. Di nuovo questi bimbi, che io non conoscevo nella loro storia. Il Vescovo Biguzzi mi aveva invitato; e di nuovo, quando un amico chiama, bisogna andare. Mi è entrata nell’anima così una grande passione per l’Africa, che io non conoscevo. Non avrei mai immaginato di andare in Africa e oggi l’Africa, dal punto di vista del mio impegno, è uno dei grandi luoghi in cui bisogna operare. Non solo per le responsabilità che portiamo rispetto alla politica di quel continente, ma anche perché là avvengono cose assolutamente straordinarie. Sono tornato la settimana scorsa dal Kiwu, dalla zona dei Grandi Laghi, che è nel Congo al confine con il Ruanda, regione ad altissima densità mineraria, dove è avvenuta una straordinaria conferenza di pace e di riconciliazione di tutta l’area, che ha circa una decina di gruppi armati e che ha rapporti molto delicati con il Ruanda: Sono riusciti a fare una conferenza che credo in Europa non saremmo stati capaci di fare. E devo dire che in Africa si trova il coraggio. Leaders politici di varia estrazione, a vario livello, usano parole come perdono, riconciliazione, cosa che noi non siamo capaci di fare, perché pensiamo che queste siano parole per preti. Ma se guardate in faccia i bimbi, di cui vi ho parlato e di cui vi parlerò tra poco, potete capire che queste sono le uniche parole che possono alimentare una minima azione politica, il resto sono chiacchiere, il resto sono sciocchezze.

Poi c’è stato l’incontro, anche questo straordinario per me, ormai è un incontro di anni, con la tragedia israelo-palestinese. Nel 2000 divento collaboratore del presidente della regione Toscana, Martini, e ovviamente la questione israelo-palestinese diventa la questione delle questioni per motivi che è inutile spiegare. Ma, vedete, io ho capito la tragedia di quel mondo, di quell’area, a partire da un episodio molto elementare. Nell’estate del 2001, vado a Nablus, vado nell’ospedale - “l’Intifada” era già cominciata- e mi presentano il caso di due bimbi, un bimbo piccolo piccolo, di un mese, che pesava 900 grammi, e una bambina di quattro mesi un po’ più robustina, avevano tutti e due bisogno urgente di operazioni al cuore, dovevano essere cambiate delle valvole, altrimenti sarebbero morti. Il giorno dopo sarei andato a trovare il sindaco di Haifa, la grande città israeliana del nord della Galilea, dove c’è uno straordinario ospedale. Parlo con il sindaco e lo prego che faccia curare quei bimbi. Potremmo trasportarli anche in Toscana ma sono ammalati di cuore, hanno grande difficoltà di movimento, mentre la distanza di cinquanta chilometri non è poi un problema. La risposta fu terribile. Allora capii che proprio eravamo sull’orlo dell’abisso: la risposta fu che per motivi di sicurezza i bimbi palestinesi non potevano essere curati negli ospedali israeliani. Un discorso serio, non era propaganda, era vero che spesso sulle ambulanze trovavano rifugio terroristi. Voi capite però che, se il mondo è fatto in modo tale che la vita dei miei figli la metto contro la vita dei figli degli altri, qua siamo al-l’abisso. Dei due bimbi, uno morì, perché non ce la fece, l’altra venne in Toscana, ci mise quattro mesi per arrivare in Toscana, facemmo salti mortali, ne facemmo di tutti i colori, il Consolato ci dette tutte le mani possibili, ma ci vollero quattro mesi. Mi sembrò una barbarie.

Mi portavo dentro questa sconfitta: perché non doveva vivere quel bimbo di novecento grammi? Cosa aveva fatto? Che c’entrava lui? Questa domanda me la sono portata dentro per due anni, poi nel 2003 all’improvviso una esuberante signora, che poi è diventata una fraternissima amica, una signora israeliana, mi cercò a Firenze, mi venne a incontrare e mi disse: “Ma tu ce li hai un po’ di soldi per curare i bimbi palestinesi negli ospedali israeliani?” Era la mia idea. E io le dissi: “E come fai?” e le raccontai quello che era accaduto. Mi disse: “Guarda, esiste un progetto, nessuno ce lo finanzia, è stato presentato anche al Governo italiano, aspettano ancora la risposta”, e si decise di andare a vedere. Andai a Gerusalemme il 18 di luglio del 2003, incontrai i responsabili, visitai gli ospedali, ci mettemmo intorno a un tavolo, con il pieno appoggio del mio presidente, del mio assessore alla sanità, due grandissime persone, e firmammo un accordo per curare trecento bambini l’anno per tre anni. La regione Toscana, la prima in Italia in queste cose, ne curava diciassette, ci sembrava di essere degli eroi, anche perché in genere queste iniziative vengono sfruttate per fini spettacolari. La proposta sembrava impossibile, tanto valeva provare. In realtà in cinque anni noi abbiamo curato cinquemila bambini, quindi ben di più di trecento l’anno. Frutto dei medici palestinesi, frutto dei medici israeliani, frutto di una logistica che ha sempre permesso a tutti i bambini, anche da Gaza, nei momenti più drammatici, di poter essere curati ed accolti negli ospedali israeliani.

Ma c’era un problema: noi decidemmo di fare tutto questo senza nessun avallo politico né dell’autorità israeliana né dell’autorità palestinese. Qualcuno obiettava: “In questo modo non solo date credibilità agli israeliani, gli date anche buona coscienza, prima li feriscono e poi li curano”. Noi non abbiamo ragionato in quel modo, noi abbiamo ascoltato e abbiamo parlato con le mamme palestinesi, che volevano la vita dei loro figli, la cura della vita dei loro figli, e allora non ci siamo fatti fermare da nulla, neanche da questi pregiudizi politici.

E abbiamo scoperto all’improvviso qualcosa di straordinario: che con la cura dei bambini si iniziava a guarire anche da una malattia ben più grave: la malattia dell’odio. I Palestinesi incominciavano a capire che c’erano medici israeliani che rischiavano la vita per curare i loro figli, e gli Israeliani incominciavano a capire che la condizione dei Palestinesi era davvero terribile. Non solo si curavano dei bambini, che già era una cosa straordinaria, ma si apriva una nuova cultura della riconciliazione, questa è stata la sfida. Tutto questo mettendo al primo posto i bambini, non le magliette, mettendo al primo posto le vittime, non le nostre ideologie. In un certo senso da eretici. E devo dire che i fatti ci hanno dato ragione. E non solo ci hanno dato ragione nel progetto, ci hanno dato ragione anche nell’orizzonte culturale che il progetto contiene, quello della riconciliazione che ricompone le società. Perché la violenza non risolve nulla, i missili non risolvono nulla, il muro e gli assassinî mirati non risolvono nulla, la distruzione delle case non risolve nulla. Ciò che risolve è qualcos’altro. Allora davvero è possibile riconciliare, è possibile ricomporre, è possibile perdonare, come fece la mamma di una delle prime bimbe del progetto, una donna a cui gli israeliani avevano distrutta la casa. Quando i medici israeliani le curarono la bimba, lei disse: ”Finalmente ho capito che ci sono anche degli Israeliani buoni”. Questo è il passaggio. Potrei ricordare la storia straordinaria della mamma di Amhed, un bambino ucciso con una palla in fronte dai soldati israeliani a Genin, che decise di donare gli organi, gli organi di suo figlio ucciso dagli Israeliani a sei ragazzi israeliani. Questa è grande politica. La grande politica non è quella appunto delle rappresaglie, la grande politica è questa. La sfida che emerge da queste zone del mondo è certo una sfida politica, ma è anche una grande sfida culturale. Non è un caso che è un uomo come David Grossman ponga il problema del perdono ai Palestinesi. Da questa parte del mondo vengono parole di cui noi abbiamo timore. Potete immaginare gli sberleffi davanti alla parola “perdono” nel titolo del mio assessorato. Ma i miei riferimenti culturali sono molto precisi, Nelson Mandela, scusate se è poco, e David Grossman.

Ho vissuto dieci anni in questo continuo viaggio, ovviamente non potete immaginare quante volte ho dagli oppositori interpellanze sul fatto che io viaggi tanto. Certo che io viaggio tanto, è una scelta. Certo non andiamo al mare; il viaggio è gettare ponti e soprattutto ascoltare, attraverso i ponti, il grido delle vittime del mondo, di cui spesso noi portiamo la responsabilità. Anche nella vicenda israelo-palestinese quante volte l’Europa ha dato soldi senza chiedere nulla in cambio ai Palestinesi! Ha fatto grande politica? No! Quante volte gli Stati Uniti hanno sostenuto qualunque cosa che gli Israeliani avessero fatto! E’ stata grande politica? No. E’ stato un perpetuare un conflitto. Non si è avuta la voglia, il coraggio, la forza intellettuale, culturale, spirituale, di stare dentro il conflitto in un modo originale, cercando di ricomporre, non di contrapporre. Bisogna andare ad ascoltare, ad imparare, a mettersi accanto, a ricostruire dei rapporti politici come rapporti di fraternità. Raccontavo stasera, a cena, del mio viaggio a Goma, di questo grande convegno di mille delegati, tutti gli alberghi pieni. Io sono andato ospite di un prete italiano, che ha una casetta di legno in un quartiere poverissimo di Goma, e lui è paraplegico, anche peggio di me. Quando noi incontrammo una delegazione del partito dei cosiddetti ribelli, rimasero sbalorditi perché il prete che ci accompagnava disse: “Massimo conosce Goma perché vive in uno dei quartieri più poveri”. Bisogna anche scegliere un modo di stare in mezzo alla gente, questo senza fare il populista. In certi contesti bisogna andare in certe condizioni. E bisogna ascoltare. Devo dire che quando sono andato a vedere il campo degli sfollati alla periferia di Goma, un campo senza copertura ONU, un campo spontaneo, ventimila persone, con il colera che sta partendo, con una fiumana di figlioli, si è creata questa scena molto buffa: di me in carrozzina e di un corteo di ragazzini dietro che mi accompagnavano alla visita del campo. Ma che domanda ponevano quei bambini? A chi va messa in conto la loro vita in quel campo? Io non avevo visto mai nulla di simile? Non andava forse messa in conto anche a noi? Non pensate che in Kiwu ci sia la guerra perché gli piace, c’è la guerra perché ci sono enormi interessi minerari, e quelle miniere, quell’oro che estraggono, vengono a casa nostra. Capite allora che, se noi immaginiamo una politica dalla parte delle vittime, questa politica ha bisogno di una conversione. E la conversione è saper ascoltare le vittime, le loro domande vere, il loro linguaggio. Una politica che deve cambiare anche il linguaggio. Io penso che dobbiamo avere il coraggio di introdurre parole nuove. La parola “perdono” non è una parola per frati del ‘700. Come voi sapete Gesù l’ha detta nel luogo più pubblico e più laico, che era il patibolo, non l’ha detta in confessionale. E così la parola “fraternità”, la parola “riconciliazione”. Questo si percepisce e si ascolta quando si va in giro per il mondo, questo ho ascoltato ultimamente a Goma, questo ascolterò, io spero, la settimana prossima a Gaza.

Capite allora come io faccia una vita bellissima. Ascoltando il dolore delle vittime noi non avremo una vita dolorosa, avremo una vita bellissima, perché la gioia dell’incontro con queste situazioni, con questi mondi, con queste sorelle e fratelli, dà una forza senza limiti. Per cui anche un assessore sgangherato, come sono io, può fare un viaggio che per ora non finisce. Anche se verrà anche per me il tempo della fine.

trascrizione dalla viva voce , a cura di Rita Girotti




Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

GUGLIELMO UGO GREGORINI
FEDERICO ROSSETTI
ANTONINO FRANCIS GRANATA



si sono uniti in Matrimonio

DON JAYAMANNE RANGA SUNIMAL e WENGAPPULI ARRACHCHIGE DISNA GAYANI



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

FRANCESCO CAROFIGLIO (a. 81)
FERNANDA NOJA (a. 79)
ALFREDO DONNINI (a. 96)
SERGIO DOPPIERIO (a. 89)
ADA DELRIO ved. MIGNANI (a. 99)
BIANCA DEHÒ ved. BIZZOZERO (a. 92)
GIULIA OGGIONI (a. 87)
ANTONIETTA ROSSI CAVENAGHI (a. 83)
MARIA CLEMENTINA FIOCCHI ved. SOLAINI (a. 97)
LUISA ANGELA MARIA MONTESI ved. MARTINELLI (a. 87)




torna alla homepage