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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

febbraio 2009   


CHIESA DEI POVERI

Quando, nominato parroco in questa comunità, ho incominciato a scrivere queste pagine di apertura del nostro Notiziario, davvero non sapevo che pesci pigliare… Poi, a poco a poco, mi è sembrato bello di mese in mese fissare lo sguardo su un tratto del volto della Chiesa: chiesa dei crocicchi, ovvero chiesa che esce nelle strade, che non sta rinchiusa in un suo spazio separato… chiesa delle case e nelle case, ovvero chiesa che condivide con discrezione la vita delle famiglie partecipando alla gioia e sostenendone le fatiche… chiesa del dialogo ovvero chiesa consapevole che il bene, la verità e la bellezza possono fiorire dappertutto e che dobbiamo lietamente riconoscerlo entrando appunto in dialogo con tutti.

Il quarto tratto o segno caratteristico della Chiesa di Gesù che vorrei contemplare con voi è: Chiesa dei poveri.

Diverse ragioni mi spingono a questa riflessione proprio in queste settimane.

La prima è la difficile congiuntura economica che segna il mondo occidentale e il nostro Paese. Ho davanti agli occhi due situazioni: la prima è quella di un giovane professionista che abita la nostra parrocchia, esperto di finanza con un curriculum di tutto rispetto maturato anche all’estero, padre di due bimbi e adesso senza lavoro proprio a causa della crisi finanziaria. L’altra situazione l’ho incontrata nella nostra chiesa dove un uomo, esprimendosi in un italiano incerto, mi chiede due candele: immagino voglia compiere un gesto di devozione. E invece ha bisogno dei ceri perché nella sua roulotte o camper non ha altro per far luce…

Due volti, estremi, del disagio sociale accentuato dalla congiuntura economica.

Questa situazione ha provocato nel nostro Arcivescovo un interrogativo formulato proprio nella notte di Natale, nel Duomo affollato per la Messa di mezzanotte: Io, che cosa posso fare? Conosciamo la sua risposta: la costituzione di un fondo di solidarietà proprio per quelle famiglie in stato di disagio per la perdita del lavoro. La seconda ragione di questa mia riflessione è stata la ricorrenza del cinquantesimo anniversario di indizione del Concilio da parte di Giovanni XXIII nel gennaio 1959. Ricordo bene la sorpresa di quell’annuncio e poi la sua preparazione e finalmente la sua celebrazione. I miei anni di formazione al sacerdozio, in Seminario, sono stati accompagnati dal Concilio concluso da Paolo VI proprio nell’anno in cui sono stato ordinato prete. Per questo mi considero “prete del Concilio”!!! E di quella straordinaria “primavera della Chiesa” un tema allora mi coinvolse: quello della chiesa dei poveri. Permettetemi una citazione della Costituzione conciliare sulla Chiesa:

«Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo “sussistendo nella natura di Dio… spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo” (Fil 2,6-7) e per noi “da ricco che Egli era si fece povero” (2Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre “a dare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito” (Lc 4, 18), “a cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10): così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo Fondatore, povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo» (n. 8). Lungo testo ma decisivo: la povertà della Chiesa è anzitutto il modo per essere conforme al suo Signore: Come Cristo… così la Chiesa. Una Chiesa che insegua modelli di potenza, di prestigio mondano rischia di esser lontana dal suo Signore. Il Concilio tentò con fatica di liberare la Chiesa da tutti quei segni di esteriorità che la assimilavano a una delle monarchie che ancora sussistono sul nostro pianeta. Caddero tanti orpelli dalla testa e dalle spalle del Papa: Paolo VI si privò del triregno o tiara, il copricapo formato da tre corone, la vendita di quel prezioso ornamento dono dei milanesi, andò proprio ai poveri; la sedia gestatoria sulla quale il Papa veniva portato finì in qualche polveroso magazzino, così i flabelli, sorta di giganteschi ventagli di piume di struzzo che venivano innalzati accanto al Pontefice, vennero tagliate le lunghe code delle cappe cardinalizie, molti titoli onorifici vennero aboliti, uno stile di semplicità investì le celebrazioni… Ricordo d’aver vissuto quella riforma come un segno di semplicità che restituiva alla Chiesa un tratto meno regale e più evangelico. Molti non apprezzarono quella riforma che non fu esente da qualche eccesso e talora produsse sciatteria e banalità in luogo di sobrietà.

Ma chiesa dei poveri non vuol dire anzitutto stile di semplicità: vuol dire Chiesa che ripone la sua fiducia solo e soprattutto nella forza dell’Evangelo: povera perché “attaccata” all’essenziale. Mi viene alla mente una scena riferita dagli Atti degli Apostoli: «Un giorno Pietro e Giovanni salivano al Tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio. Qui di solito veniva portato un uomo storpio fin dalla nascita e lo ponevano ogni giorno presso la porta del Tempio detta ‘bella’ a chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. Questi vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel Tempio, domandò loro l’elemosina. Allora Pietro fissò lo sguardo su di lui insieme a Giovanni e disse: “Guarda verso di noi”. Ed egli si volse verso di loro, aspettandosi di ricevere qualche cosa. Ma Pietro gli disse: “Non possiedo né argento né oro ma quello che ho te lo do, nel nome di Gesù Cristo Nazareno, cammina”. E presolo per la destra, lo sollevò» (3, 1ss.). Nelle mani della Chiesa e degli uomini di Chiesa non dovrebbe esserci né argento né oro ma solo la forza della Parola che restituisce speranza e rimette in piedi ogni uomo abbattuto e umiliato. Una Chiesa e uomini di Chiesa che vogliono davvero portare la forza dell’evangelo devono avere le mani e le tasche libere dal potere, dalla sicurezza, dal prestigio che può derivare dall’oro e dall’argento. La scelta di povertà della Chiesa è quindi una condizione per mettere la propria esclusiva fiducia della potenza dell’Evangelo. Ancora, Chiesa dei poveri è quella Chiesa che compie la “scelta preferenziale per i poveri”, li pone al centro della sua premura, dedica ad essi le sue risorse. Proprio da questa “scelta preferenziale” è scaturito l’impegno della Caritas a livello nazionale e locale: non c’è parrocchia che non dedichi alla Caritas e alle sue iniziative di solidarietà la massima attenzione. La nostra parrocchia è ricca di molteplici iniziative a favore delle persone anziane, altrimenti abili, in stato di bisogno. E questa sollecitudine non si chiude entro i confini del nostro territorio ma si allarga... Proprio pensando ad una Chiesa dei poveri ho pensato, con gli altri preti e con il Consiglio pastorale, di dedicare la seconda sessione della nostra Cattedra dei non credenti a questo tema: come la crisi economica ci interpella? Quali risorse materiali e spirituali questa crisi può destare in noi, nella nostra comunità?

Una delle parole più impegnative pronunciate da Gesù è la prima delle Beatitudini: Beati i poveri… Difficile questa parola. A molti è sembrata la consacrazione della miseria, della passività con la promessa illusoria di un al di là di felicità. Proprio questa parola ha fatto dire a molti che la religione è oppio per il popolo, come un anestetico che induce alla rassegnazione passiva. Io credo che per poter annunciare la beatitudine della povertà bisogna prima dire la maledizione della povertà come conseguenza dell'ingiustizia, della prepotenza. Nell’Antico Testamento, soprattutto nella predicazione dei profeti i poveri sono le vittime dei potenti: «C’è gente i cui denti sono spade per divorare gli umili e i poveri eliminandoli dalla terra». Per questo Dio è dalla parte dei poveri: «Non depredare il povero, perché Dio difenderà la sua causa» (Prv 22, 22).

La Beatitudine della povertà chiede a noi alcune scelte.

1. Conoscere la geografia delle vecchie e nuove povertà.
Noi apparteniamo a un Paese tra i più sviluppati del mondo e non abbiamo sotto gli occhi esperienze di vera miseria. Gran parte delle nostre famiglie hanno ben più del necessario. Forse ci riesce difficile pensare ai poveri. Accanto al disagio economico, vi sono altre forme di povertà: quelle legate alla condizione anziana, all'handicap, alla mancanza di lavoro, alla tossicodipendenza, alla malattia mentale.
Vi sono poi “nuove povertà” non legate a bisogni materiali: l'uomo non vive di solo pane, vive di rapporti intensi e significativi, vive di comunicazione con gli altri, vive di significato per la sua vita. La mancanza di questi beni produce sofferenza e senso appunto di privazione: di qui la crescita di patologie di tipo depressivo. Sempre sul piano conoscitivo: gli orizzonti della povertà sono mondiali. Gli “extracomunitari”, che sempre più numerosi cercano di arrivare nel nostro Paese, sono il segno della miseria che attanaglia intere regioni e continenti. Se queste persone affrontano i rischi di un ingresso clandestino e di un soggiorno miserevole nei nostri paesi, è segno che alle spalle hanno lasciato situazioni ben peggiori.

2. La povertà interpella il nostro stile di vita sempre alla ricerca di nuove cose, nuove firme, nuovi prodotti. Qualche voce, anche autorevole ma scarsamente affidabile, continua a raccomandare l’incremento dei consumi, il consumismo che ci porta a volere sempre nuovi oggetti, consumati in fretta e sostituiti subito. Quale uso facciamo del denaro? Sappiamo distinguere tra spese necessarie e superflue? Siamo capaci di destinare una quota delle nostre risorse a chi è davvero nel bisogno? Anche il tempo è un bene prezioso da amministrare con serietà e, se possibile, mettere a disposizione di altri: quanto tempo sappiamo dedicare a gesti, anche semplici, di solidarietà e condivisione?

3. La persona non vale per ciò che ha ma per ciò che è. Eppure istintivamente noi apprezziamo di più chi ha di più e tendiamo a svalutare chi non ha. Sappiamo rispettare ogni persona perché è persona e non perché ha un ruolo sociale, una posizione prestigiosa, potere, bellezza, denaro ecc.?
La povertà domanda solidarietà e condivisione. Che cosa siamo pronti a dare, a mettere in comune con gli altri, in termini di denaro, di tempo, di attenzione, di amicizia? Quali gesti siamo in grado di compiere per condividere qualche situazione di bisogno?

4. Diciamo, infine, che ogni uomo è povero perché è un essere finito, limitato e che la più terribile povertà è mancare di voglia di vivere, di gusto di vivere, di ragioni per vivere, mancare di senso per i nostri giorni: attendere solo la fine senza speranza. Allora il dono più bello che noi possiamo fare è comunicare la gioia del Vangelo, la gioia di sapersi creati, amati da Dio. Di questa gioia è portatrice la Chiesa dei poveri.

don Giuseppe



 

La tempesta sedata

omelia di don Giuseppe nella quarta domenica dopo l’Epifania
domenica 1° febbraio 2009 (Sap 19, 6-9; Rom 8, 28-32; Lc 8, 22-25)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"




Sermone su Giovanni 2, 1-11
Le nozze di Cana

Nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, la pastora della chiesa metodista Eliana Briante, per l’iniziativa diocesana “Scambio degli amboni” ha tenuto la predicazione du-rante la celebrazione dell’Eucaristia delle ore 11 di domenica 18 gennaio scorso.

Cari fratelli e care sorelle,
abbiamo festeggiato da poco il Natale, con le storie note, eppure sempre importanti per la nostra vita di cristiani e cristiane, di Maria e Giuseppe, del bambino, della mangiatoia, dei pastori.
Ma anche dei magi che si mettono in cammino per dire: «abbiamo visto la stella e siamo venuti per adorarlo».
I pastori, i magi, Simeone e Anna nel tempio: sono sicuri di aver trovato il Salvatore, l’inviato di Dio.
Lo stesso vale per coloro che, nel tempio, ascoltano il dodicenne Gesù che commenta con autorità la Scrittura.

Come fanno a riconoscerlo?
Noi oggi, veniamo presi per mano dall’evangelista Giovanni che ci vuole raccontare il primo segno di Gesù, avvenuto durante una festa. Ed è proprio alla fine del brano che abbiamo letto e ascoltato che ne troviamo la chiave di lettura: Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. L’evangelista Giovanni vuole che anche noi possiamo credere in Lui.

Ma vediamo un po’ più da vicino il testo e ciò che esso ci racconta.
A prima vista questo miracolo sembra inutile. È stato spesso messo in discussione. Non è come ridare la vista a un cieco, guarire un malato, dare da mangiare a delle persone. Che senso ha trasformare dell’acqua in vino? Quel vino che può provocare dipendenza o scatenare intemperanze?
Il miracolo delle nozze di Cana è il primo dei sette miracoli che ci racconta il Vangelo di Giovanni e l’ordine in cui questi miracoli ci vengono raccontati non è assolutamente casuale.
L’Evangelista ci racconta il primo segno di Gesù, inserito all’interno di una grande festa, una festa di nozze. Questo è il momento in cui tutti sono felici, gli sposi, gli invitati, le famiglie (almeno nella maggior parte dei casi).
E Gesù è invitato a questa festa, va con i discepoli appena chiamati e con la madre.
Gesù festeggia con loro, gioisce con loro. Non li mette in guardia dalle difficoltà della vita, non parla dei dolori che dovranno affrontare, delle liti e delle discussioni inevitabili, prima in una coppia e poi in una famiglia... Gesù non richiama neppure alla sobrietà! Egli è con loro e festeggia con loro.

Con questa atmosfera di festa e di gioia nel cuore, penso alla nostre realtà: quanto siamo seri, quanto abbiamo paura di lasciarci andare e gioire, quasi per paura di non essere fedeli al Signore e di essere superficiali...
Gesù invece festeggia e gioisce. Egli non è accanto solo a coloro che soffrono, che sono malati, che sono emarginati. Anzi il suo primo segno, secondo l’Evangelo di Giovanni, è in una festa, una festa di matrimonio. E molto spesso il matrimonio è preso come immagine per il rapporto tra Dio e il suo popolo, come abbiamo sentito anche nella lettura di oggi tratta dal profeta Isaia.

Naturalmente la nostra vita è fatta anche di problemi e di momenti difficili, ma il messaggio del testo è: cerca di vedere le cose dalla prospettiva giusta, capisci a cosa e a chi devi fare appello per uscirne.
Durante le festa di Cana, infatti, succede un inconveniente, il vino finisce. Maria, la madre di Gesù, è la prima ad accorgersene e a parlarne al figlio. Gesù le risponde in modo veramente brusco, ma lei non si fa fermare, non si offende e non si arrende: con inalterata fiducia dice ai servitori: «fate tutto quello che vi dirà». E Gesù agisce, in modo non spettacolare, non fa uno show della sua azione. Se ne accorgono solo i servitori e i discepoli.

Per l’Evangelista questo miracolo è un segno che rappresenta la pienezza della salvezza. Abbiamo letto: «vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei giudei», ma erano vuote: in quelle giare grandi (80-120 litri), di pietra come le tavole della legge, si può intravedere la ritualità con cui si pensava di diventare degni e di purificarsi, la ritualità con tutta la sua durezza e la sua pesantezza e la sua incapacità a rendere davvero puro l’essere umano, pensiamo poi a dargli gioia.

L’Evangelista Giovanni ci dice: bisogna riempire d'acqua le giare, riattingere al pozzo della legge, ma ci vuole la presenza di Gesù, perché quell'acqua, buona per compiere i riti prescritti, diventi vino, e vino ottimo, d'una bontà che stupisce.
La grazia del Signore sta in contrapposizione con il rito della legge: l’acqua viene trasformata in vino.
La vita che ci viene donata in Cristo è una vita piena e, cosa non poco importante, piena di gioia!

Quante volte il nostro rapporto, tra evangelici e cattolici è stato regolato e rovinato dalla legge, dalle regole che noi stessi ci siamo dati. Gesù invece ci invita a gioire nel suo nome. A essere contenti gli uni con gli altri. Egli ha trasformato l’acqua in vino anche per noi.
Gesù ha trasformato in vino una quantità enorme di acqua, circa 600 litri. Questo punto, da sempre, ha stupito che leggeva il nostro brano.

C’è anche un aneddoto che vede Geronimo [Gerolamo per i cattolici], uno dei padri della chiesa, protagonista.
Uno scettico gli chiedeva se alle nozze di Cana la gente aveva veramente bevuto così tanto vino. E Geronimo risponde: «No, anche noi ne stiamo ancora bevendo».

Mi piace chiudere questi pensieri con questa immagine che ci vede protagonisti: beviamo della ricchezza che Gesù ha preparato per noi, senza rendere noi stessi schiavi di regole e precetti. Gioiamo gli uni con gli altri per ciò che noi abbiamo e che gli altri hanno. Viviamo con questa gioia e riconoscenza nel cuore gli incontri fraterni quotidiani, i doni inaspettati, come la possibilità di condividere una celebrazione insieme, il dono della preghiera insieme.

Viviamo con questa consapevolezza e con la speranza che a tempo debito Gesù trasformerà le cose, trasformerà i nostri rapporti, cancellerà ciò che ci divide e ci separa, ma quando Lui riterrà opportuno e non quando lo decidiamo noi. Cerchiamo di rivivere il dialogo fra Maria e Gesù: noi siamo consapevoli del problema ma Lui troverà la soluzione.

Il Signore ci viene incontro e ci dà la pienezza della vita. Egli ci accompagna in questo cammino.
Amen.

Eliana Briante

 




La Tenda: un primo anno di attività

Il prossimo 16 febbraio La Tenda compirà un anno: ci sembra importante provare a ri-condividere insieme i significati di questa esperienza.

«Creare vicinanza, invito buono, profumo di pane nei nostri inquieti giorni» erano le parole di don Angelo per inaugurare lo spazio e accompagnare i primi passi dell’attività. Gli incontri e le vicinanze create nel corso di questo primo anno sono state tante: stiamo raccogliendo i primi dati sull’attività, ma i numeri, anche se importanti, non riescono a raccontare l’intensità delle vicende umane, le relazioni di prossimità realizzate, il sostegno dato alle persone più sole e ai loro familiari, i momenti di gioia che è stato possibile costruire, dove talvolta alcuni anziani hanno detto “dovremmo allargare un po’ lo spazio: cominciamo a stare stretti”.

«Una chiesa dei crocicchi, delle case, del dialogo» sono le parole che don Giuseppe ha affidato a tutta la comunità in questi primi mesi della sua presenza. Sono immagini ricche di significato anche per La Tenda e che tracciano il cammino di questo secondo anno. “Chiesa dei crocicchi” ci ricorda ciò che ha preceduto La Tenda quando, nel corso del 2007, nei diversi incontri e in molteplici contesti ci si chiedeva: «Cosa possiamo fare con queste risorse per gli anziani?». La comunità parrocchiale con i suoi diversi gruppi, in collaborazione con Fondazione Aquilone onlus, ha iniziato a dare una prima risposta: non vogliamo che l’esperienza si cristallizzi, desideriamo insieme continuare a cercare come essere espressione della tenerezza di Dio nella storia, come dare un contributo significativo alla costruzione del bene comune per questa nostra città. “Chiesa delle case”. Con una scelta consapevole, La Tenda ha cercato la sua sede in uno spazio non dentro la struttura parrocchiale, ma in mezzo alle case, quasi a suggerire che la comunità non può restare chiusa nel recinto del sacro, ma è chiamata ad essere dentro la storia, accanto alla vita delle persone. “Chiesa del dialogo”. La Tenda può essere occasione di dialogo e di confronto a più livelli. Anzitutto con le persone anziane: essi non sono solo i destinatari di un servizio, ma sono anche i protagonisti; il confronto continuo tra operatori e volontari è un altro impegno importante sul quale abbiamo avviato anche un percorso formativo; la collaborazione dialettica tra un servizio del Privato Sociale e i servizi della Pubblica Amministrazione rappresenta un’altra dimensione di dialogo sulla quale stiamo lavorando.

C’è un altro dialogo che vorremmo avviare. Nel depliant di presentazione del Servizio abbiamo scritto che «La Tenda è anche un’occasione per ritrovare e ricondividere il senso della vecchiaia, per sollecitare la comunità a porsi le domande ultime sulla vita e a non rimuovere l’esperienza del dolore e della morte». Forse è il momento di iniziare un confronto anche con le persone che seguono con passione la programmazione della “cattedra dei non credenti” per provare insieme a costruire su questi temi alcuni spazi di pensiero aperti a tutta la comunità.

Loris Benedetti,
gli operatori
e i volontari della Tenda

 


LAICITÀ E APPARTENENZA ALLA CHIESA

Il professor Pietro Ichino, illustre giuslavorista, recentemente è stato oggetto di rinnovate minacce per l’incolumità sua e della sua famiglia. Esprimendogli la nostra cordiale stima pubblichiamo una sua intervista su temi assai dibattuti, apparsa sul suo sito. Le sue posizioni, personali, meritano di essere discusse.

Tu sei cattolico, o almeno ti consideri tale?
La famiglia da cui provengo, il gruppo familiare con cui mi ritrovo ogni due settimane da decenni, la parrocchia a cui appartengo, possono certo considerarsi Chiesa cattolica. Ma il patrimonio spirituale che cerco di coltivare, comprende senza soluzioni di continuità anche tutta l’eredità dell’ebraismo e del protestantesimo. Figure come Karl Barth, Dietrich Bonhoeffer o Etty Hillesum sono per me dei punti di riferimento spirituali non meno importanti di Sant’Agostino o San Francesco; o, per venire al nostro tempo, Simone Weil o Davide Turoldo.

Come vivi la tua appartenenza a questa Chiesa?
Gesù ha scelto come capo della sua Chiesa un pescatore analfabeta, Pietro, uomo che lo ha amato ma lo ha anche tradito; che si è pentito e ha pianto, ma in vari momenti ha mostrato di non aver capito (si è perfino sentito dire da Gesù stesso: “vade retro, Satana”!). Gesù non ha scelto Giovanni, il discepolo che più amava e il più colto, l’intellettuale, che sarebbe poi diventato scrittore del Vangelo. Su questa terra, dunque, di una Chiesa in carne e ossa c’è bisogno per coltivare la grande, straordinaria eredità dell’Antico e del Nuovo Testamento, per rinnovarne la memoria. Ma da questa Chiesa non mi aspetto l’infallibilità (ho anzi il sospetto che quel dogma tardivo sancito dal primo Concilio Vaticano, a fine ’800, possa persino costituire un suo peccato contro il primo comandamento: quasi un pretendere di farsi essa stessa Dio); non mi lascio turbare più che tanto dai suoi errori, da quelli che mi paiono suoi ritardi (o suoi ritorni indietro) nel comprendere i segni dei tempi; mi appare grave, per esempio, il blocco culturale che impedisce l’apertura al sacerdozio delle donne: presto o tardi cadrà anche quello. Dalla Chiesa mi aspetto invece l’invito a istruire e a coltivare la mia coscienza alla luce della ricchissima eredità trimillenaria di cui essa è depositaria; e anche l’aiuto a farlo, magari anche attraverso delle sedi di riflessione comunitaria sui problemi specifici del come si può vivere la fede nel concreto della vita quotidiana, familiare, professionale, politica. Credo che chi è indifferente a quell’eredità trimillenaria si privi di una grande ricchezza. Però ho anche sempre presente la risposta di Gesù alla Samaritana: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre … ma … in spirito e verità» (Gv 4, 21-23).

Per i cattolici la Chiesa non è soltanto “mater”, ma anche “magistra”.
Come ti rapporti al magistero ecclesiastico cattolico romano?
Mi ci confronto sempre con grande attenzione. Milanese quale
sono, ho avuto la fortuna di avere come vescovi Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi, ai quali la chiesa ambrosiana deve moltissimo e con i quali mi sono sentito sempre in grande sintonia. Mi sono sentito meno in sintonia con qualche sortita della Conferenza Episcopale Italiana.

Puoi essere più preciso?
Qui occorre fare una distinzione molto netta. Come cittadino italiano, ho il massimo rispetto per gli interventi dei cardinali Ruini o Bagnasco, o di qualsiasi altro membro della CEI, su scelte politico-legislative come quelle riguardanti il diritto di famiglia, oppure la bioetica: hanno anch’essi tutti un diritto pieno di cittadinanza nel nostro Paese, quindi, sul piano civile, hanno un diritto pieno di dire la loro su questi temi; su questo piano non vedo nei loro interventi alcuna anomalia, alcuna scorrettezza. È come cristiano che di certi loro interventi mi rammarico: perché penso che la testimonianza della Chiesa come tale non debba mai consistere nell’indicare la soluzione giuridico-legislativa da preferire, né tanto meno le concrete modalità preferibili dell’impegno politico, ma soltanto educare la coscienza dei cristiani, lasciando che nelle scelte politiche, giuridiche, tecniche, essa resti il punto di riferimento fondamentale per ciascuno di loro. Pietro Scoppola amava citare, a questo proposito, un’affermazione del Concilio Lateranense IV del 1215: “Quidquid fit contra conscientiam aedificat ad Gehennam”. Ultimamente, la Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II ha detto, con altre parole, la stessa cosa (n. 16): «L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio». Nelle materie che vanno “rese a Cesare” (Mt 22, 21) le scelte operative devono esprimere i valori in cui crediamo attraverso la mediazione della coscienza di ciascuno di noi; il magistero della Chiesa deve collocarsi su di un piano diverso.

Su quale piano?
È ancora il Concilio Vaticano II a sancire la distinzione tra il piano su cui si colloca la testimonianza evangelica, terreno proprio dei cristiani e della Chiesa in quanto tale, e quello su cui si colloca il governo della società civile, dal quale è bene che essa si astenga. Questo significa “a Cesare quel che è di Cesare”; se per caso Cesare è cristiano, questo influirà, certo, sulle sue scelte di governo, ma solo attraverso la mediazione della sua coscienza e nei modi diversi che si renderanno opportuni, a seconda del contesto politico e civile in cui egli opera. Rendere a Cesare quel che è di Cesare significa rispettare la laicità dello Stato e della sua politica. Questa laicità è sostanzialmente il metodo che consente a tutte le persone di buona volontà di trovare un terreno comune dove mettere in comunicazione le loro coscienze ispirate a fedi e filosofie anche molto diverse, per cooperare nella ricerca delle soluzioni tecniche, politiche, legislative migliori per il bene comune. Il terreno comune viene meno se c’è qualcuno che, in quella sede (quella che va “resa a Cesare”), si presenta con la verità in tasca, già bell’e confezionata e certificata con il sigillo della conformità alla volontà di Dio.

Per esempio?
Un esempio: la prostituzione. La coscienza del cristiano in quanto tale non può non essere scossa da questa forma di mortificazione della dignità della persona, di mutilazione della sua sessualità. Ma la scelta della legislazione più opportuna in questa materia non si può dedurre direttamente dalla Bibbia; essa si colloca su di un piano diverso; ci potrà dunque essere il cristiano che in coscienza ritiene più opportuno punire i clienti delle prostitute con sanzioni penali come si è fatto in Svezia, oppure con sanzioni soltanto amministrative; o quello che ritiene più opportuno non ricorrere a divieti ma limitarsi a regolamentare l’esercizio della prostituzione per limitarne il più possibile gli effetti dannosi; oppure ancora quello che ritiene preferibile l’astensione da qualsiasi intervento normativo e l’adozione di altre forme di intervento operativo per garantire assistenza, informazione e protezione alle persone più deboli coinvolte. Un altro esempio: Gesù non è venuto a dirci quale sia la legislazione giusta (“voluta da Dio”) in materia di adulterio; ci ha solo insegnato come guardare con amore, da cristiani, alla persona adultera, lasciando alla nostra coscienza, nelle diverse situazioni storiche e politiche, nei diversi contesti culturali, la scelta della norma o del comportamento pratico da adottare. In questa scelta ciascuno di questi cristiani può trovarsi in piena sintonia con altri cittadini; così come può accadere che i cristiani stessi su questo terreno politico-pratico si dividano tra loro, compiano scelte diverse.

 



Il volto della famiglia cristiana
aperta e animata dalla carità

A cura della Caritas del Decanato Città Studi

In questi anni, sulla scorta delle lettere pastorali del nostro arcivescovo, card. Dionigi Tettamanzi, abbiamo riflettuto a lungo sulla famiglia, luogo quotidiano della formazione e dell’esercizio della carità, e come Caritas abbiamo seguito un percorso di approfondimento che vorremmo condividere con gli operatori familiari che operano in Decanato e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Ci sembra bello che uomini e donne, animati dallo stesso spirito, si possano incontrare per conoscersi, per mettere in comune quanto maturato, per raccontare le proprie iniziative, per confrontarsi e per giungere a tratteggiare insieme lo stile di una famiglia che vive la carità in una dimensione di apertura e di accoglienza del prossimo.

Proponiamo un incontro, durante il quale, dopo un momento di preghiera e di riflessione, ci confronteremo operativamente sulle attività delle singole parrocchie, in vista di una pastorale d’insieme che ci aiuti a sentirci tutti figli di un’unica chiesa. Vi invitiamo tutti, perciò,

Domenica 22 febbraio 2009
presso la nostra parrocchia,
entrando dalla segreteria in via Pinturicchio, 35
dalle ore 16,30 alle 19,30

Rifletteremo su

La Famiglia: luogo dell’attenzione premurosa



Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

SVEVA LEPORE



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

LINA BLANDINI (a. 84)
MARIA DE BERNARDINIS ved. ROSI (a. 84)
RENATA JOLANDA MARIA PASSERINI (a. 52)
ARTURO RICCI (a. 86)
ELSA FABRO ved. MILESI (a. 94)
BENINA MARIA BERTORA ved. BONA (a. 85)
ERCOLE PULZONI (a. 78)
ELISABETTA SENESI CODOLINI (a. 50)




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