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Come
albero
notiziario
mensile parrocchiale
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L’ORA
DEGLI OLIVI
Giunge sempre l’ora della solitudine
dell’inquieta veglia
con pensieri di angoscia.
Non c’è Angelo che ti conforti,
non c’è cuore che lo senta.
I fratelli, gli amici, le persone
che ti vogliono bene
sprofondano in abissi remoti.
Tu sola col tuo dolore
che non osi confessare,
che non osi confidare.
È l’ora degli olivi che vedono
gemere il Figlio di Dio,
l’ora in cui gli altri
dormono ignari.
Non formuli neppure una preghiera.
Se tu dicessi «Padre»,
forse il cuore di pietra si scioglierebbe.
DONATA
DONI
da Il Fiore della gaggìa
Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1973, p. 170.
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ERO
MALATO E SIETE VENUTI A VISITARMI ...
Dedico
queste due pagine alle persone malate e lo faccio per tre ragioni.
La
prima: lo scorso undici febbraio abbiamo ricordato le apparizioni
della Madre del Signore a Lourdes. Non sono amante dei grandi
santuari, preferisco, quando sul cuore pesa una sofferenza, recarmi
in un piccolo santuario campestre non lontano dal Camposanto dove
riposano i miei genitori e dove anche per me è preparato un posto.
In quel piccolo santuario affido a Maria le mie pene, le mie lacrime
e quelle di quanti si sono affidati alle mie preghiere di intercessione.
Una sola volta sono stato a Lourdes con un volo della Croce Rossa,
da mattina a sera. Di quella manciata di ore trascorse a Lourdes
conservo un ricordo incancellabile. La lunga sosta presso la Grotta,
la carezza alla parete rocciosa muta testimone di una misteriosa
manifestazione di Maria, il bagno nell’acqua gelida delle piscine,
la compagnia dei malati. Lourdes è davvero un grande abbraccio
e un segno di consolazione per i malati.
La
seconda ragione: quest’anno nella visita alle famiglie per il
Natale con don Paolo e don Alberto, abbiamo dedicato particolare
attenzione alle persone malate, immobilizzate in casa dall’età,
da gravi problemi motori. Ci sono molte persone del nostro quartiere
che non incontriamo mai per strada, nei negozi, in chiesa. Persone
che vivono immobilizzate nelle loro case, parrocchiani ‘invisibili’
eppure presenti. Non ho incontrato situazioni di grave solitudine,
peggio di incuria. Accanto a questi malati ci sono premurose ‘badanti’
provenienti dai più diversi paesi del mondo. Persone per le quali
dobbiamo avere grande riconoscenza: a loro affidiamo quanto abbiamo
di più caro: i nostri ‘vecchi’. Svolgono, al nostro posto, un
compito non facile che domanda una paziente, assidua cura per
molte ore del giorno. Anche la mia famiglia, negli ultimi anni
di vita di nostra Madre ha dovuto ricorrere all’aiuto, prezioso,
di una ‘badante’, Rosa, una giovane donna peruviana. È una grande
grazia avere a lungo i nostri cari con noi ma non sempre le famiglie
hanno le spalle capaci di portare questo dolce ma impegnativo
fardello. Poter custodire nella casa dove hanno vissuto e dove
tutto è famigliare, queste care persone e non doverle affidare
all’anonimato di Istituti per lungo degenti, è un privilegio che
ha pesanti costi economici, di tempo e di dedizione.
Proprio per questo vogliamo esser più vicini a queste persone
con il conforto di una fede che si fa compagnia. Sul mio taccuino
ho segnato molti nomi. A tutti ho promesso una visita che vorrei
compiere nel tempo quaresimale.
La
terza ragione: a questo punto esito … mi chiedo se faccio bene
a parlarne … poi ho pensato che questa comunità è ormai la ragione
dell’ultima stagione della mia vita e che quindi posso, forse
devo, parlare a cuore aperto. Questi ultimi mesi, dall’autunno,
sono stati segnati dalla scoperta di una malattia abbastanza diffusa
tra gli uomini di una certa età… Già il nome è inquietante: adenocarcinoma.
In parole povere un tumore maligno ma ben circoscritto e che può
esser asportato chirurgicamente con buonissime prospettiva di
guarigione. Certo, confesso d’aver vissuto giorni di inquietudine
soprattutto quando attendevo l’esito di ulteriori accertamenti
che dovevano stabilire la presenza di metastasi in altre parti
dell’organismo. In quei pochi giorni mi sono trovato a fare i
conti con me stesso, come non mi era mai accaduto in tutti gli
anni della mia vita.
Mi sono reso conto che ancora non ho fatto testamento, come le
disposizioni della Chiesa prescrivono. Ho anche pensato: ma guarda,
da poco più di un anno ho iniziato, felicemente, questa esperienza
come parroco e già mi trovo con una incognita che rende incerto
il futuro …Adesso, alla vigilia del ricovero ospedaliero e dell’intervento,
sono più tranquillo. Mi sono affidato alla grande competenza di
un chirurgo che è anche nostro parrocchiano: il prof. Giorgio
Guazzoni. Sono in buone mani. Vivo in questi giorni una singolare
vicinanza con tutte le persone che improvvisamente scoprono nel
loro corpo un pericolo devastante e spesso resistente ad ogni
terapia. Quante volte non osiamo nemmeno pronunciare il nome di
questo ‘brutto male’. Mi sono trovato a condividere, anche se
in una forma assai meno drammatica, la condizione di tanti che
vedono i propri giorni, improvvisamente diventare precari, incerti.
Forse questa esperienza mi aiuterà a capire che la nostra vita
è una misteriosa alternanza di passività e attività. Sembra a
noi che vera e degna vita sia solo quella dei tempi attivi: quando
possiamo decidere di noi, del nostro tempo, del nostro futuro.
Quando possiamo progettare, pianificare, disporre. Eppure nella
nostra vita arrivano tempi e stagioni di passività: basta una
malattia anche lieve, per buttare all’aria tutti i programmi e
costringerci a letto, passivi, dipendenti dalle cure premurose
dei nostri cari.
La
nostra vita trascorre dall’assoluta passività dei primi anni quando
siamo in tutto e per tutto dipendenti dal corpo e dalla cura di
nostra madre, attraverso gli anni di un’attività sempre più intensa,
fino a ritornare nell’ultima fase dell’esistenza – la vecchiaia
– ad una progressiva passività. Fino al momento della suprema
passività, quando “affideremo nelle tue mani o Signore, la nostra
vita”. I tempi della passività che segnano la nostra esistenza
non sono meno decisivi dei tempi dell’attività. Scopriamo che
la vita ci è ogni giorno donata, che non ne siamo padroni ma solo
usufruttuari. Scopriamo anche che questo dipendere dagli altri
non deve essere vissuto come umiliante impotenza ma è anche segno
di un legame intenso di reciproca appartenenza, di amicizia, di
amore, di premura. È certo che farò Carnevale in Ospedale!!!
Forse
non potrò iniziare con voi, nella nostra chiesa, la Quaresima
ormai imminente.Ci
sia dato di camminare insieme verso la Pasqua.
don
Giuseppe
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SERMONE
SU MATTEO 15,32-38
Nella
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, il pastore
valdese Giuseppe Platone, per l’iniziativa diocesana “Scambio
degli amboni” ha tenuto la predicazione durante la celebrazione
dell’Eucaristia delle ore 11 di domenica 24 gennaio scorso.
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Non
c’è racconto più presente di questo negli evangeli. Matteo ne
parla per ben due volte, così anche Marco. Sembra quasi di vederla
questa folla composita. Tutti quei volti, quella sete e fame di
verità, di misericordia, di aiuto, quell’immensa ricerca di senso.
Non siamo di fronte, come spesso capita leggendo l’evangelo, ad
una donna o ad un uomo che presentano a Gesù il peso insopportabile
della propria condizione.
Qui il grido disperato di chi vuol farsi ascoltare, l’angoscia
del singolo si moltiplica all’infinito. Davanti a questa folla,
ancora una volta, Gesù prova pietà. Sono tutti insieme, malati
e sani, paralitici e muti, disperazione e rassegnazione si fondono
in un’indefinita mescolanza. Di quei corpi Gesù prova compassione.
Ne ha pietà. Questo è il primo movimento che parte dallo sguardo
di Gesù. Esso è come la sua Parola, non è rivolta solo alla mente
ma al corpo. E Gesù darà il suo stesso corpo per la salvezza del
mondo. Egli si rivolge all’interezza della persona senza dividerla,
atomizzarla ma restituendole quell’unità, di carne e di spirito,
che spesso noi perdiamo per strada.
La Parola sfama i corpi e lo spirito. La disperazione non resta
senza risposta, l’attesa non verrà delusa. Nessun aspetto dell’esistenza
umana sfugge allo sguardo di Gesù.
Nulla di noi viene ignorato, Gesù prende in considerazione la
persona nella sua globalità, non ci sono zone franche. Quell’intreccio
inscindibile di corpo e spirito ha fame e sete di verità, di redenzione.
Lo sguardo di Gesù coglie l’essenziale nell’attesa della folla.
Essa verrà sfamata senza distinguere chi era venuto da vicino
o da lontano, chi credeva in lui oppure no. Cristo è per tutti.
Colpisce anche nel racconto il «poco» di cui si dispone per sfamare
i «tanti». A disposizione c’è solo qualcosina, che non sarebbe
bastato neppure per i discepoli. Si è predicato tanto, si è pregato
intensamente, ma non c’è nulla da mettere sotto i denti. Alla
resa dei conti siamo alla fame, alla sete. Sognare i nuovi cieli
e la nuova terra, avvertire una forte comunione con Dio non è
sufficiente se non c’è nulla da mangiare. Senza cibo si muore.
I pani e i pesci, rispetto all’esigenze in campo, sono in quantità
irrisoria, siamo al paradosso. Ma Gesù ci chiede di partire da
questa soglia: il bicchier d’acqua all’assetato, una parola al
disperato, una visita all’isolato, un abbraccio a chi si sente
odiato. Piccoli gesti che sono grandi agli occhi di Dio. Così
la quantità trascurabile diventa il nucleo della moltiplicazione.
Nella condivisione bisogna partire da quel poco che si ha. Nessuno,
io per primo, disponendo di così poco, avrei mai invitato della
gente a condividere. Condividere cosa? La fame? Ma ciò che a noi
pare assurdo in Cristo diventa realtà. Anzi la quantità messa
in campo si moltiplicherà in abbondanza, sino al punto che ne
avanzerà anche per altri, anche per altre occasioni.
Perché questa insistenza degli evangeli nel riferire di questo
racconto? Per dirci che come discepoli occorre partire da quel
poco che si ha. Le esigenze crescono insieme ai bisogni mentre
le risorse diminuiscono.
Ma qualcosa c’è, è poco, d’accordo. Ma è proprio da lì che bisogna
iniziare senza perdere altro tempo. Prima che quel poco che c’è
scompaia, prima che l’ultima speranza ceda il posto alla disperazione.
Poco è la cifra dell’evangelo. Un pezzo di pane, una manciata
di sale, una piccola luce in una notte plumbea, indicano il Regno.
C’è una potenzialità straordinaria in ogni gesto che si compie
nel nome di Cristo. È Dio stesso che agisce al di là delle tue
stesse aspettative. Dovremmo chiedere a Dio insieme al pane anche
il coraggio di condividerlo.
Perché noi siamo molto bravi a condividere gli aspetti spirituali,
molto meno quelli materiali. Ma una condivisione spirituale senza
una condivisione materiale è una banalizzazione del messaggio
evangelico. Abbiamo paura come gli ebrei nel deserto quando rimpiansero
il tempo della schiavitù. Almeno da schiavi un pezzo di pane era
garantito. Ma Dio non ci vuole schiavi, c’invita piuttosto a cogliere
la sfida di avere fiducia nella sua Parola. La manna nel deserto,
i pani e i pesci distribuiti a tutti sul monte davanti al mar
di Galilea annunciano che la Parola sfama la nostra vita nella
sua interezza. Tutti mangiarono e furono saziati. Alla sua mensa
nessuno è escluso.
Non saremo certo noi ad applicare meccanismi d’esclusione all’invito
del Signore alla sua mensa. Ogni piccolo gesto di comunione, condivisione
e umanità, è più grande e potente di quello che pensiamo.
Ci sia anche dato di viverlo con coraggio e fiducia in Colui che
può ogni cosa.
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BEATO
CHI DECIDE NEL SUO CUORE
IL SANTO VIAGGIO (Sal 84,6)
30 agosto – 6 settembre 2010
Dovrebbero bastare le parole del Salmo a raccomandare a tutti
“il Santo viaggio”, il viaggio a Gerusalemme.
Sarà bello, arrivati sotto le mura, ripetere con i pellegrini
che da millenni sono saliti alla Città Santa: «Che gioia quando
mi dissero “Andremo alla casa del Signore”. E ora i nostri piedi
sono davanti alla tue porte, Gerusalemme» (Sal 122, 1).
Anche noi abbiamo deciso di compiere insieme, accompagnati da
don Giuseppe e da don Paolo, il Santo Viaggio: incontro con la
terra di Gesù e prima ancora terra di Abramo e del popolo ebraico
e terra sacra per l’Islam. Questa terra è oggi terreno di conflitto
e di pesanti sofferenze sia per il popolo palestinese che non
ha una sua patria sia per Israele che non vive sicuro in quella
terra sognata nei giorni tremendi della Shoah, dello sterminio
di sei milioni di Ebrei.
Visiteremo la Galilea, Nazareth, Cafarnao, le colline dove sono
risuonate le Beatitudini, attraverseremo il lago di Tiberiade.
Scenderemo attraverso il deserto fino a Gerico, stupenda oasi,
per salire a Gerusalemme dove sosteremo visitando i principali
luoghi, sacri a Ebrei, Cristiani, Mussulmani e il Memoriale della
Shoah. Da Gerusalemme scenderemo a Betlemme oltrepassando il muro
che oggi divide i territori palestinesi dallo Stato di Israele.
Pensiamo di organizzare alcuni incontri con esponenti delle tre
grandi religioni monoteiste e con l’Alto Commissario delle Nazioni
Unite per i rifugiati palestinesi.
Nella pagina accanto una prima provvisoria ipotesi di programma
di viaggio. Sul notiziario di marzo il programma definitivo.
Iscrizioni, al più presto, in segreteria, versando un anticipo
di 200,00= euro perché i posti sono limitati.
Prima di rinunciare a questo viaggio per motivi economici, ci
si rivolga al parroco.
È necessario il passaporto individuale, valido ancora almeno sei
mesi rispetto alla data di partenza.
RIDUZIONI
SULLE QUOTE DI PARTECIPAZIONE:
Bambini e ragazzi:
80% sino a 2 anni non compiuti;
50% dai 2 ai 7 anni non compiuti;
20% dai 7 ai 12 anni non compiuti.
inoltre non verrà applicata la quota di iscrizione.
Sposi
e anniversari:
10% agli sposi in viaggio di nozze e per 25° e 50° anniversario
di matrimonio, presentando il certificato di matrimonio.
1°
giorno: Italia - Tel Aviv - Nazareth (o Tiberiade). Ritrovo
all'aeroporto e partenza per Tel Aviv. All'arrivo partenza per
la Galilea, attraverso la pianura di Sharon. Arrivo a Nazareth
(o Tiberiade) in serata. Sistemazione in albergo: cena e pernottamento.
2°
giorno: Nazareth - esc. Sefforis. Pensione completa in albergo.
Al mattino partenza per il Tabor, il monte della Trasfigurazione
e salita in minibus. Proseguimento per la visita di Sefforis,
capitale della Galilea ai tempi di Gesù: nel sito archeologico
si trovano importanti reperti giudaici e cristiani. Nel pomeriggio
visita di Nazareth: basilica dell'Annunciazione, chiesa di San
Giuseppe, museo Francescano, Fontana della Vergine.
3° giorno: Lago di Galilea. Mezza pensione in albergo. Giornata
dedicata alla visita dei luoghi della vita pubblica di Gesù attorno
al lago di Galilea. Si raggiunge il monte delle Beatitudini, poi
a Tabga visita delle chiese del Primato e della Moltiplicazione
dei pani e dei pesci. Arrivo a Cafarnao per la visita degli scavi
dell'antica città con la sinagoga e la casa di Pietro. Traversata
in battello del lago e sosta per il pranzo.
4°
giorno: Nazareth (o Tiberiade) - Gerusalemme - Betlemme. Colazione.
Partenza per Gerusalemme con sosta all'acquedotto di Cesarea Marittima.
All'arrivo, sistemazione in albergo. Pranzo. Nel pomeriggio si
prosegue per Betlemme. Visita del Campo dei Pastori e della basilica
della Natività. Rientro a Gerusalemme per la cena e il pernottamento.
5°
giorno: Gerusalemme. Pensione completa. Giornata dedicata
alla visita della città. Al mattino: valle del Cedron, chiesa
di San Pietro in Gallicantu, Cenacolo e chiesa della Dormizione
di Maria sul monte Sion. Nel pomeriggio: chiesa della Flagellazione,
Via Dolorosa, basilica della Risurrezione con il Calvario e il
Santo Sepolcro.
6°
giorno: Gerusalemme. Pensione completa. Continuazione della
visita di Gerusalemme, e Memoriale della Shoah.
7°
giorno: Deserto di Giuda - Gerusalemme. Pensione completa.
Al mattino escursione nel deserto di Giuda. Transitando nei pressi
del caravanserraglio del Buon Samaritano sosta presso Wadi el
Qelt dove il panorama sul deserto è particolarmente suggestivo.
Arrivo a Gerico: sosta. Proseguimento per Qumran dove, nelle grotte,
furono trovati antichi manoscritti della Bibbia. Sosta presso
il Mar Morto. Rientro a Gerusalemme. Nel pomeriggio giro panoramico
della città moderna e visita ai santuari di Ein Karem che ricordano
la visita di Maria a Santa Elisabetta e la nascita di San Giovanni
Battista.
8°
giorno: Gerusalemme - Tel Aviv - Italia. Colazione. Salita
alla Spianata del Tempio (salvo operativo aereo). Tempo a disposizione
in Gerusalemme. Trasferimento all'aeroporto di Tel Aviv per il
rientro.
La
quota complessiva di Euro 1.000,00 comprende:
Passaggio aereo in classe turistica Italia / Tel Aviv / Italia
con voli di linea - Tasse aeroportuali (tasse di imbarco / tasse
di sicurezza / tasse comunali / adeguamento carburante) Euro 40,00
- Trasferimenti in pullman da/per l'aeroporto in Israele - Alloggio
in istituti o alberghi di seconda categoria in camere a due letti
con bagno o doccia - Vitto dalla cena del 1° giorno alla colazione
dell'8° giorno - Tour in pullman, visite, escursioni e ingressi
come da programma - Gli ingressi compresi sono: Sefforis, museo
francescano di Nazaret, Cafarnao, chiese di San Pietro in Gallicantu
e di Sant'Anna, Ascensione, Qumran e inoltre il minibus per il
monte Tabor, e il battello sul lago. Ogni altro ingresso è da
considerarsi extra e quindi da regolare direttamente in loco -
Assistenza sanitaria, assicurazione bagaglio e annullamento viaggio
Europ Assistance.
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IL
NOSTRO PERCORSO VERSO LA PASQUA
Sabato
20 e domenica 21 febbraio
al termine di ogni S. Messa
IMPOSIZIONE DELLE CENERI
A
partire da lunedì 22 febbraio
tutte le mattine feriali alle ore 8.45
CELEBRAZIONE COMUNITARIA DELLE LODI MATTUTINE
Il
venerdì di Quaresima (TRANNE IL 19 MARZO)
alle ore 9.00
CELEBRAZIONE DELLA VIA CRUCIS
e alle ore 18.00
CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON MEDITAZIONE
A
partire da giovedì 25 febbraio
ogni giovedì mattina alle ore 7.30
PREGHIERA DI QUARESIMA
PER I RAGAZZI DELLE SUPERIORI E DELL’UNIVERSITÀ
Martedì
23, mercoledì 24 e giovedì 25 febbraio ore 21 in Chiesa
TRE SERE DI ASCOLTO E MEDITAZIONE DELLA PAROLA
don Bruno Maggioni,
biblista
martedì
2 marzo ore 21
L'UOMO, IL PRIMO SEGNO DA CUSTODIRE.
IL DIRITTO ALLA SALUTE.
L’esperienza del Naga,
associazione di volontariato che garantisce assistenza sanitaria,
legale e sociale gratuita a cittadini stranieri
giovedì
11 marzo ore 21
IL SEGNO DEL CROCIFISSO NEI LUOGHI PUBBLICI.
Valerio Onida,
Presidente emerito della Corte Costituzionale
giovedì
18 marzo ore 21
IL SEGNO DEL MINARETO
IL NO DELLA SVIZZERA A QUESTO SEGNO ISLAMICO.
Pier Giacomo Grampa,
Vescovo di Lugano
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DA
HAITI
Qualche
giorno prima del terribile terremoto don Giuseppe Noli, prete
della nostra diocesi, fidei donum ad Haiti presso una parrocchia
di Port de Paix, così ha scritto ai ragazzi dell’oratorio che
avevano inviato un fondo di solidarietà per le esigenze della
parrocchia stessa (la costruzione di un ambulatorio):
Caro
don Paolo, ho ricevuto il frutto di un impegno di solidarietà
per lo sviluppo: ti ringrazio di cuore anche perché con questi
gesti non solo si educa la gente, ma si fanno opere concrete di
cui tutti vedranno la realtà sentendosi più contenti. È una strada
per poter costruire una società più giusta e più umana. Ti auguro
di trovare tante risposte positive e piene di solidarietà tra
i giovani, soprattutto per il futuro. Ti auguro ogni bene e ti
saluto.
Don
Giuseppe
Anche
dopo l’esperienza del terremoto ad Haiti, l’Oratorio continua
ad aiutare la comunità cristiana di Port de Paix. Se qualcun altro
desidera contribuire può rivolgersi direttamente a don Paolo.
Carnevale
2010 con gli Amici super...anta
sabato 20 febbraio ore 15 nel salone dell’Oratorio
LA BOTTEGA DEL TEATRO UNITRE MILANO
presenta
ASSASSINATE LA ZITELLA
Commedia comica in tre atti
di Gian Carlo Pardini
regia di Giancarlo Rizzi
Ingresso gratuito - l’invito è per tutti
A
TRENT’ANNI DALL’ASSASSINIO
DI VITTORIO BACHELET
Il
12 febbraio 1980 Vittorio Bachelet, già presidente dell'Azione
cattolica e alto magistrato dello Stato, veniva assassinato da
un commando delle Brigate Rosse a Roma. Il giorno dei funerali
il figlio Giovanni così parlò: «Voglio pregare anche per quelli
che hanno ucciso il mio papà, perché senza nulla togliere alla
giustizia che deve trionfare, sulle nostre labbra ci sia sempre
il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta
della morte degli altri». Molti, allora, si meravigliarono di
quelle parole di perdono. «È strana questa meraviglia, disse Giovanni
Bachelet, il perdono è il nostro dovere, è quello che ci ha insegnato
il catechismo, è quello che dice il Vangelo. Non è una novità,
è qualcosa che ci è stato predicato, che noi abbiamo ricevuto
per grazia di Dio e sono duemila anni che questo popolo stanco,
che soffre, la Chiesa, sta cercando di testimoniare al mondo».
Non
mancarono in quegli “anni di piombo” discussioni accese su giustizia
e perdono. Anzi si parlò di “perdonismo”' ossia di eccessiva disponibilità
al perdono nei confronti di persone che si erano macchiate di
terribili delitti. Quelle di Giovanni Bachelet erano le parole
di un credente, coerente con l’Evangelo e non v’è dubbio che a
imitazione di Colui che perdonava quanti lo crocifiggevano, il
cristiano deve perdonare non sette volte ma settanta volte sette.
Ma qui vorrei, in termini laici, riflettere sul perdono come ardua
eppur decisiva risorsa per la convivenza civile. Di perdono si
parlò diffusamente negli anni ottanta nelle aule giudiziarie a
proposito di imputati che grazie al loro dichiarato pentimento
e alla collaborazione con le forze dell’ordine, ottennero importanti
sconti di pena. Ma davvero si trattava di perdono? Più correttamente
si doveva parlare di condono della pena giustamente meritata.
Qualcuno arrivò a parlare addirittura di premio. Vi chiederete
perché mi attardi su una questione che può sembrare nominalistica.
Ma l’uso del termine perdono, nelle aule giudiziarie che vedevano
imputati alcuni brigatisti, rischia di oscurare l’esatta percezione
di cosa sia davvero perdono.
La
coscienza luogo del perdono
Cominciamo a dire che l’esperienza del perdono non avviene tanto
nelle aule dei tribunali quanto in quel luogo segreto che è la
coscienza individuale. La tradizione ebraico-cristiana parla a
questo proposito del cuore dell’uomo, ovvero della sua interiorità.
Il cuore, questo spazio libero pur immerso nella trama dei molteplici
condizionamenti: è nel cuore, nella coscienza che l’uomo compie
le sue scelte, è dal cuore che provengono le intenzioni. Il luogo
del perdono è il cuore, la coscienza dell’uomo, perché è il luogo
della libertà di scelta. Al di fuori di questo spazio, luogo della
libertà e quindi della possibile colpa, non esiste perdono. Tutto
questo non è affatto scontato, anzi per molti aspetti la cultura
del nostro tempo è percorsa da una vena che finisce per cancellare
la libertà e quindi l’esperienza della colpa e del perdono. C’è
stato un modo antico di cancellare la triade libertà-colpa-perdono,
sottoponendo l’uomo a un destino cieco, addirittura a un Dio malvagio
principio del male. È l’esperienza tragica della colpa inevitabile,
di una condizione mortale inguaribilmente negativa. Così nei Persiani
di Eschilo: “Colui che diede inizio alla nostra sventura fu un
genio vendicatore, un dio malvagio venuto da non so dove”. E ancora:
“Ah divinità portatrice di dolori, con quale peso ti sei abbattuta
sulla stirpe dei Persiani”. Ma è soprattutto alla grande figura
di Prometeo che la tragedia affida la sua comprensione della condizione
umana inesorabilmente preda del dio malvagio. Ma già nella tragedia
emerge la coscienza dell’uomo, il grido della sua libertà ribelle.
Così nell’Antigone di Sofocle risuona la voce della legge non
scritta sulle tavole della città, anzi in contrasto con essa,
e invece impressa nella coscienza. Già nella tragedia la persona
si rivela capace di libertà nella forma drammatica di chi soccombe
pur di non violare la legge della coscienza. Ma c’è anche un modo
tutto contemporaneo di riprendere questa logica della colpa inevitabile,
di un destino malvagio che si abbatte sugli umani come voleva
la tragedia greca. La riduzione della coscienza ad una sorta di
effetto di superficie, senza reale consistenza; la riduzione della
coscienza nella trama dei determinismi biopsichici o dei condizionamenti
sociali e culturali: ecco un altro modo di ridurre o cancellare
la triade libertà-colpa-perdono. L’esperienza del perdono è invece
possibile solo per una coscienza in qualche misura capace di libertà
e quindi di colpa. Educare al perdono vuol dire educare la coscienza
alla libertà di scelta e al riconoscimento della colpa.
Perdonare
è credere all’umanità del colpevole
Abbiamo fin qui indicate le condizioni del perdono: libertà e
colpa. Ma in che cosa consiste il perdono, quale la sua forza?
Perdonare vuol dire rispondere al male con il bene, alla violenza
con la non-violenza. Queste risposte anche se apparentemente impotenti
e deboli sono invece sostenute da una forza straordinaria: la
forza di credere nell'umanità dell'uomo colpevole. Nonostante
le apparenze che talora ci portano a ritenere irrecuperabili certe
persone meritevoli appunto d'esser ripagate con la loro stessa
moneta, incapaci di intendere altro linguaggio che non sia quello
della violenza che hanno scatenato, lo stile non-violento e il
perdono osano un gesto di fiducia verso colui che rischiamo di
considerare irrecuperabile, osano una prossimità che abbatta l'inimicizia.
Perdonare vuol dire riconoscere in colui che ha sbagliato ancora
uno spazio di umanità che può e deve esser ricuperato. Il gesto
del perdono nasce quindi dalla consapevolezza che la coscienza
di chi ha sbagliato sia ancora capace di libertà autentica. Osare
il perdono vuol dire esser persuasi che in lui l’esperienza del
male commesso non ha ancora spento del tutto la capacità di di-scernere
il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia. Certo l’Autorità
giudiziaria deve individuare e punire i colpevoli ma una giustizia
solo vendicativa che non abbia di mira il possibile e certo arduo
ricupero di chi ha sbagliato è davvero una ben povera giustizia.
Anche la nostra Carta Costituzionale riconosce la funzione di
ricupero e di risocializzazione delle pene inflitte a chi è stato
giudicato colpevole. Perdonare vuole dire infatti ristabilire
il dialogo proprio con colui che, ricorrendo alla prevaricazione
violenta, ha negato il dialogo, in qualche modo si è posto fuori
dalla relazione umana affidata alla parola e non alla forza. La
logica del perdono tende a superare una relazione di mera reciprocità
che si esprime nella formula: “Occhio per occhio, dente per dente”.
Questa logica di reciprocità non fa che perpetuare la spirale
della vendetta, della ritorsione, della violenza e del sangue
che chiede vendetta, ritorsione, violenza e sangue. Certe faide
che devastano regioni bellissime del nostro Paese imponendo ai
figli di vendicare i genitori, ai fratelli di vendicare i fratelli,
in una catena interminabile di morti, possono trovare fine solo
nella scelta non-violenta, solo osando una parola di perdono.
La
logica del perdono per il con-vivere umano
L’esperienza del perdono ci invita a riflettere su due diverse
logiche che guidano il nostro agire. Molti nostri comportamenti
stanno sotto il segno di quella che chiamerei logica di reciprocità
o di equivalenza. Tutte le nostre attività economiche dovrebbero
stare sotto questa regola di equivalenza o reciprocità: io presto
la mia opera per un certo numero di ore e tu mi paghi in proporzione.
Io ti do denaro e tu mi dai merce in proporzione; e nel caso della
colpa: tu hai sbagliato e io ti ripago con la tua stessa moneta.
Ma accanto a questa prima logica ve ne è un’altra che non sostituisce
ma integra e arricchisce la prima. Accanto a questa logica di
equivalenza o reciprocità, logica di giustizia ve ne è un’altra:
logica di gratuità, di dono, di magnanimità: il perdono appartiene
a questa seconda logica. Quanti gesti della nostra vita quotidiana
e sono tra i più belli, sono dettati da questa seconda logica
nel segno del dono gratuito. Per la gioia di donare, per il semplice
desiderio di manifestare amore, gratitudine, benevolenza, senza
obbligo alcuno, per rispondere allo slancio del cuore magnanimo,
grande appunto. Quanti gesti sgorgano da questa gratuità, non
sono frutto di calcolo, di tornaconto, di interesse, gesti dettati
solo dall’amore per la persona. Il perdono appartiene appunto
a questa logica: niente mi obbliga al perdono, è gesto gratuito
e non in uno spirito di pura reciprocità. Per questo sembra un
agire paradossale, distante dal buon senso comune e che definiremmo
volentieri “utopisti-co”. Eppure senza l'utopia della riconciliazione
e della possibile amicizia tra gli uomini non ci resta altra amara
conclusione che considerare l'uomo sempre e solo come un possibile
nemico o avversario per l'altro uomo. Il perdono proprio perché
non risponde alla violenza con le sue stesse armi, anzi scardina
la logica della vendetta, è l'unica strada efficace per spezzare
la logica di una reciprocità violenta. Il perdono ci sfida a rompere
questa logica perversa per tentare di realizzare il con-vivere,
il vivere nel riconoscimento dell’altro.
DUE
PROPOSTE PER ANIMARE MEGLIO
LE NOSTRE CELEBRAZIONI
Da
anni la Messa delle 10 della nostra parrocchia è animata da un
coro che raccoglie ragazzi, adolescenti e giovani.
Il compito è “semplicemente” quello di coinvolgere l'assemblea
nel canto comunitario, occasione importante in una Messa in cui
sono presenti i ragazzi della catechesi e le famiglie.
Il coro è in cerca di nuovi componenti, specialmente di voci maschili.
Il ritrovo in chiesa è ogni Domenica alle 9.40, mentre le prove
generali si svolgono due volte al mese; tutte le comunicazioni
sono rintracciabili alla pagina
http://cantosangiovanni.blogspot.com
Da
qualche anno il triduo pasquale è animato da un piccolo coro di
giovani e adulti che si ritrova le domeniche sera di quaresima
per le prove.
Anche quest’anno ci troveremo da domenica 28 febbraio alle ore
21 in chiesa.
Il coro animerà la celebrazione della Cena del Signore alle ore
19 di giovedì santo 1° aprile, la celebrazione della Morte del
Signore venerdì santo 2 aprile alle ore 19 e la grande veglia
di Pasqua sabato 3 aprile alle ore 21.
Se qualcuno desidera partecipare contatti direttamente don Paolo
o la segreteria parrocchiale.
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Nella
Comunità parrocchiale:
hanno
ricevuto il Battesimo
GIULIA
ZUANAZZI
FRANCESCA ZUANAZZI
LEONARDO ALBRICCI
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abbiamo
affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova
VITO
GIUSEPPE FORTUNATO LEGRAZIE (a. 88)
MARIA CATALANO (a. 92)
DAVIDE DELLA BELLA (a. 85)
CAROLINA PATTI (a. 100)
ANNA GIOVAGNOLI (a. 83)
ANDREA PEDONE (a. 71)
CANDIDA ASSUNTA BOTTAZZO (a. 94)
LUCIANO CASTIGLIONI (a. 80)
FRANCESCO DE FILIPPO (a. 48)
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