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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

febbraio 2010


L’ORA DEGLI OLIVI

Giunge sempre l’ora della solitudine
dell’inquieta veglia
con pensieri di angoscia.
Non c’è Angelo che ti conforti,
non c’è cuore che lo senta.
I fratelli, gli amici, le persone
che ti vogliono bene
sprofondano in abissi remoti.
Tu sola col tuo dolore
che non osi confessare,
che non osi confidare.
È l’ora degli olivi che vedono
gemere il Figlio di Dio,
l’ora in cui gli altri
dormono ignari.
Non formuli neppure una preghiera.
Se tu dicessi «Padre»,
forse il cuore di pietra si scioglierebbe.

DONATA DONI
da Il Fiore della gaggìa
Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1973, p. 170.



ERO MALATO E SIETE VENUTI A VISITARMI ...

Dedico queste due pagine alle persone malate e lo faccio per tre ragioni.
La prima: lo scorso undici febbraio abbiamo ricordato le apparizioni della Madre del Signore a Lourdes. Non sono amante dei grandi santuari, preferisco, quando sul cuore pesa una sofferenza, recarmi in un piccolo santuario campestre non lontano dal Camposanto dove riposano i miei genitori e dove anche per me è preparato un posto. In quel piccolo santuario affido a Maria le mie pene, le mie lacrime e quelle di quanti si sono affidati alle mie preghiere di intercessione.
Una sola volta sono stato a Lourdes con un volo della Croce Rossa, da mattina a sera. Di quella manciata di ore trascorse a Lourdes conservo un ricordo incancellabile. La lunga sosta presso la Grotta, la carezza alla parete rocciosa muta testimone di una misteriosa manifestazione di Maria, il bagno nell’acqua gelida delle piscine, la compagnia dei malati. Lourdes è davvero un grande abbraccio e un segno di consolazione per i malati.

La seconda ragione: quest’anno nella visita alle famiglie per il Natale con don Paolo e don Alberto, abbiamo dedicato particolare attenzione alle persone malate, immobilizzate in casa dall’età, da gravi problemi motori. Ci sono molte persone del nostro quartiere che non incontriamo mai per strada, nei negozi, in chiesa. Persone che vivono immobilizzate nelle loro case, parrocchiani ‘invisibili’ eppure presenti. Non ho incontrato situazioni di grave solitudine, peggio di incuria. Accanto a questi malati ci sono premurose ‘badanti’ provenienti dai più diversi paesi del mondo. Persone per le quali dobbiamo avere grande riconoscenza: a loro affidiamo quanto abbiamo di più caro: i nostri ‘vecchi’. Svolgono, al nostro posto, un compito non facile che domanda una paziente, assidua cura per molte ore del giorno. Anche la mia famiglia, negli ultimi anni di vita di nostra Madre ha dovuto ricorrere all’aiuto, prezioso, di una ‘badante’, Rosa, una giovane donna peruviana. È una grande grazia avere a lungo i nostri cari con noi ma non sempre le famiglie hanno le spalle capaci di portare questo dolce ma impegnativo fardello. Poter custodire nella casa dove hanno vissuto e dove tutto è famigliare, queste care persone e non doverle affidare all’anonimato di Istituti per lungo degenti, è un privilegio che ha pesanti costi economici, di tempo e di dedizione.
Proprio per questo vogliamo esser più vicini a queste persone con il conforto di una fede che si fa compagnia. Sul mio taccuino ho segnato molti nomi. A tutti ho promesso una visita che vorrei compiere nel tempo quaresimale.

La terza ragione: a questo punto esito … mi chiedo se faccio bene a parlarne … poi ho pensato che questa comunità è ormai la ragione dell’ultima stagione della mia vita e che quindi posso, forse devo, parlare a cuore aperto. Questi ultimi mesi, dall’autunno, sono stati segnati dalla scoperta di una malattia abbastanza diffusa tra gli uomini di una certa età… Già il nome è inquietante: adenocarcinoma. In parole povere un tumore maligno ma ben circoscritto e che può esser asportato chirurgicamente con buonissime prospettiva di guarigione. Certo, confesso d’aver vissuto giorni di inquietudine soprattutto quando attendevo l’esito di ulteriori accertamenti che dovevano stabilire la presenza di metastasi in altre parti dell’organismo. In quei pochi giorni mi sono trovato a fare i conti con me stesso, come non mi era mai accaduto in tutti gli anni della mia vita.
Mi sono reso conto che ancora non ho fatto testamento, come le disposizioni della Chiesa prescrivono. Ho anche pensato: ma guarda, da poco più di un anno ho iniziato, felicemente, questa esperienza come parroco e già mi trovo con una incognita che rende incerto il futuro …Adesso, alla vigilia del ricovero ospedaliero e dell’intervento, sono più tranquillo. Mi sono affidato alla grande competenza di un chirurgo che è anche nostro parrocchiano: il prof. Giorgio Guazzoni. Sono in buone mani. Vivo in questi giorni una singolare vicinanza con tutte le persone che improvvisamente scoprono nel loro corpo un pericolo devastante e spesso resistente ad ogni terapia. Quante volte non osiamo nemmeno pronunciare il nome di questo ‘brutto male’. Mi sono trovato a condividere, anche se in una forma assai meno drammatica, la condizione di tanti che vedono i propri giorni, improvvisamente diventare precari, incerti. Forse questa esperienza mi aiuterà a capire che la nostra vita è una misteriosa alternanza di passività e attività. Sembra a noi che vera e degna vita sia solo quella dei tempi attivi: quando possiamo decidere di noi, del nostro tempo, del nostro futuro. Quando possiamo progettare, pianificare, disporre. Eppure nella nostra vita arrivano tempi e stagioni di passività: basta una malattia anche lieve, per buttare all’aria tutti i programmi e costringerci a letto, passivi, dipendenti dalle cure premurose dei nostri cari.

La nostra vita trascorre dall’assoluta passività dei primi anni quando siamo in tutto e per tutto dipendenti dal corpo e dalla cura di nostra madre, attraverso gli anni di un’attività sempre più intensa, fino a ritornare nell’ultima fase dell’esistenza – la vecchiaia – ad una progressiva passività. Fino al momento della suprema passività, quando “affideremo nelle tue mani o Signore, la nostra vita”. I tempi della passività che segnano la nostra esistenza non sono meno decisivi dei tempi dell’attività. Scopriamo che la vita ci è ogni giorno donata, che non ne siamo padroni ma solo usufruttuari. Scopriamo anche che questo dipendere dagli altri non deve essere vissuto come umiliante impotenza ma è anche segno di un legame intenso di reciproca appartenenza, di amicizia, di amore, di premura. È certo che farò Carnevale in Ospedale!!!
Forse non potrò iniziare con voi, nella nostra chiesa, la Quaresima ormai imminente.Ci sia dato di camminare insieme verso la Pasqua.

don Giuseppe

 

 

I VERI CERCATORI DI GESÙ

omelia di don Giuseppe
nell'ultima domenica dopo l'Epifania

domenica 14 febbraio 2010
(Sir 18,11-14; 2Cor 2,5-11; Lc 19,1-10)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"


SERMONE SU MATTEO 15,32-38

Nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, il pastore valdese Giuseppe Platone, per l’iniziativa diocesana “Scambio degli amboni” ha tenuto la predicazione durante la celebrazione dell’Eucaristia delle ore 11 di domenica 24 gennaio scorso.


Non c’è racconto più presente di questo negli evangeli. Matteo ne parla per ben due volte, così anche Marco. Sembra quasi di vederla questa folla composita. Tutti quei volti, quella sete e fame di verità, di misericordia, di aiuto, quell’immensa ricerca di senso. Non siamo di fronte, come spesso capita leggendo l’evangelo, ad una donna o ad un uomo che presentano a Gesù il peso insopportabile della propria condizione.
Qui il grido disperato di chi vuol farsi ascoltare, l’angoscia del singolo si moltiplica all’infinito. Davanti a questa folla, ancora una volta, Gesù prova pietà. Sono tutti insieme, malati e sani, paralitici e muti, disperazione e rassegnazione si fondono in un’indefinita mescolanza. Di quei corpi Gesù prova compassione. Ne ha pietà. Questo è il primo movimento che parte dallo sguardo di Gesù. Esso è come la sua Parola, non è rivolta solo alla mente ma al corpo. E Gesù darà il suo stesso corpo per la salvezza del mondo. Egli si rivolge all’interezza della persona senza dividerla, atomizzarla ma restituendole quell’unità, di carne e di spirito, che spesso noi perdiamo per strada.
La Parola sfama i corpi e lo spirito. La disperazione non resta senza risposta, l’attesa non verrà delusa. Nessun aspetto dell’esistenza umana sfugge allo sguardo di Gesù.
Nulla di noi viene ignorato, Gesù prende in considerazione la persona nella sua globalità, non ci sono zone franche. Quell’intreccio inscindibile di corpo e spirito ha fame e sete di verità, di redenzione. Lo sguardo di Gesù coglie l’essenziale nell’attesa della folla. Essa verrà sfamata senza distinguere chi era venuto da vicino o da lontano, chi credeva in lui oppure no. Cristo è per tutti. Colpisce anche nel racconto il «poco» di cui si dispone per sfamare i «tanti». A disposizione c’è solo qualcosina, che non sarebbe bastato neppure per i discepoli. Si è predicato tanto, si è pregato intensamente, ma non c’è nulla da mettere sotto i denti. Alla resa dei conti siamo alla fame, alla sete. Sognare i nuovi cieli e la nuova terra, avvertire una forte comunione con Dio non è sufficiente se non c’è nulla da mangiare. Senza cibo si muore.
I pani e i pesci, rispetto all’esigenze in campo, sono in quantità irrisoria, siamo al paradosso. Ma Gesù ci chiede di partire da questa soglia: il bicchier d’acqua all’assetato, una parola al disperato, una visita all’isolato, un abbraccio a chi si sente odiato. Piccoli gesti che sono grandi agli occhi di Dio. Così la quantità trascurabile diventa il nucleo della moltiplicazione. Nella condivisione bisogna partire da quel poco che si ha. Nessuno, io per primo, disponendo di così poco, avrei mai invitato della gente a condividere. Condividere cosa? La fame? Ma ciò che a noi pare assurdo in Cristo diventa realtà. Anzi la quantità messa in campo si moltiplicherà in abbondanza, sino al punto che ne avanzerà anche per altri, anche per altre occasioni.
Perché questa insistenza degli evangeli nel riferire di questo racconto? Per dirci che come discepoli occorre partire da quel poco che si ha. Le esigenze crescono insieme ai bisogni mentre le risorse diminuiscono.
Ma qualcosa c’è, è poco, d’accordo. Ma è proprio da lì che bisogna iniziare senza perdere altro tempo. Prima che quel poco che c’è scompaia, prima che l’ultima speranza ceda il posto alla disperazione. Poco è la cifra dell’evangelo. Un pezzo di pane, una manciata di sale, una piccola luce in una notte plumbea, indicano il Regno. C’è una potenzialità straordinaria in ogni gesto che si compie nel nome di Cristo. È Dio stesso che agisce al di là delle tue stesse aspettative. Dovremmo chiedere a Dio insieme al pane anche il coraggio di condividerlo.
Perché noi siamo molto bravi a condividere gli aspetti spirituali, molto meno quelli materiali. Ma una condivisione spirituale senza una condivisione materiale è una banalizzazione del messaggio evangelico. Abbiamo paura come gli ebrei nel deserto quando rimpiansero il tempo della schiavitù. Almeno da schiavi un pezzo di pane era garantito. Ma Dio non ci vuole schiavi, c’invita piuttosto a cogliere la sfida di avere fiducia nella sua Parola. La manna nel deserto, i pani e i pesci distribuiti a tutti sul monte davanti al mar di Galilea annunciano che la Parola sfama la nostra vita nella sua interezza. Tutti mangiarono e furono saziati. Alla sua mensa nessuno è escluso.
Non saremo certo noi ad applicare meccanismi d’esclusione all’invito del Signore alla sua mensa. Ogni piccolo gesto di comunione, condivisione e umanità, è più grande e potente di quello che pensiamo.
Ci sia anche dato di viverlo con coraggio e fiducia in Colui che può ogni cosa.

 


BEATO CHI DECIDE NEL SUO CUORE
IL SANTO VIAGGIO (Sal 84,6)
30 agosto – 6 settembre 2010

Dovrebbero bastare le parole del Salmo a raccomandare a tutti “il Santo viaggio”, il viaggio a Gerusalemme.
Sarà bello, arrivati sotto le mura, ripetere con i pellegrini che da millenni sono saliti alla Città Santa: «Che gioia quando mi dissero “Andremo alla casa del Signore”. E ora i nostri piedi sono davanti alla tue porte, Gerusalemme» (Sal 122, 1).
Anche noi abbiamo deciso di compiere insieme, accompagnati da don Giuseppe e da don Paolo, il Santo Viaggio: incontro con la terra di Gesù e prima ancora terra di Abramo e del popolo ebraico e terra sacra per l’Islam. Questa terra è oggi terreno di conflitto e di pesanti sofferenze sia per il popolo palestinese che non ha una sua patria sia per Israele che non vive sicuro in quella terra sognata nei giorni tremendi della Shoah, dello sterminio di sei milioni di Ebrei.
Visiteremo la Galilea, Nazareth, Cafarnao, le colline dove sono risuonate le Beatitudini, attraverseremo il lago di Tiberiade. Scenderemo attraverso il deserto fino a Gerico, stupenda oasi, per salire a Gerusalemme dove sosteremo visitando i principali luoghi, sacri a Ebrei, Cristiani, Mussulmani e il Memoriale della Shoah. Da Gerusalemme scenderemo a Betlemme oltrepassando il muro che oggi divide i territori palestinesi dallo Stato di Israele.
Pensiamo di organizzare alcuni incontri con esponenti delle tre grandi religioni monoteiste e con l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi.
Nella pagina accanto una prima provvisoria ipotesi di programma di viaggio. Sul notiziario di marzo il programma definitivo.
Iscrizioni, al più presto, in segreteria, versando un anticipo di 200,00= euro perché i posti sono limitati.
Prima di rinunciare a questo viaggio per motivi economici, ci si rivolga al parroco.

È necessario il passaporto individuale, valido ancora almeno sei mesi rispetto alla data di partenza.

RIDUZIONI SULLE QUOTE DI PARTECIPAZIONE:
Bambini e ragazzi:
80% sino a 2 anni non compiuti;
50% dai 2 ai 7 anni non compiuti;
20% dai 7 ai 12 anni non compiuti.
inoltre non verrà applicata la quota di iscrizione.
Sposi e anniversari:
10% agli sposi in viaggio di nozze e per 25° e 50° anniversario di matrimonio, presentando il certificato di matrimonio.

1° giorno: Italia - Tel Aviv - Nazareth (o Tiberiade). Ritrovo all'aeroporto e partenza per Tel Aviv. All'arrivo partenza per la Galilea, attraverso la pianura di Sharon. Arrivo a Nazareth (o Tiberiade) in serata. Sistemazione in albergo: cena e pernottamento.

2° giorno: Nazareth - esc. Sefforis. Pensione completa in albergo. Al mattino partenza per il Tabor, il monte della Trasfigurazione e salita in minibus. Proseguimento per la visita di Sefforis, capitale della Galilea ai tempi di Gesù: nel sito archeologico si trovano importanti reperti giudaici e cristiani. Nel pomeriggio visita di Nazareth: basilica dell'Annunciazione, chiesa di San Giuseppe, museo Francescano, Fontana della Vergine.

3° giorno: Lago di Galilea. Mezza pensione in albergo. Giornata dedicata alla visita dei luoghi della vita pubblica di Gesù attorno al lago di Galilea. Si raggiunge il monte delle Beatitudini, poi a Tabga visita delle chiese del Primato e della Moltiplicazione dei pani e dei pesci. Arrivo a Cafarnao per la visita degli scavi dell'antica città con la sinagoga e la casa di Pietro. Traversata in battello del lago e sosta per il pranzo.

4° giorno: Nazareth (o Tiberiade) - Gerusalemme - Betlemme. Colazione. Partenza per Gerusalemme con sosta all'acquedotto di Cesarea Marittima. All'arrivo, sistemazione in albergo. Pranzo. Nel pomeriggio si prosegue per Betlemme. Visita del Campo dei Pastori e della basilica della Natività. Rientro a Gerusalemme per la cena e il pernottamento.

5° giorno: Gerusalemme. Pensione completa. Giornata dedicata alla visita della città. Al mattino: valle del Cedron, chiesa di San Pietro in Gallicantu, Cenacolo e chiesa della Dormizione di Maria sul monte Sion. Nel pomeriggio: chiesa della Flagellazione, Via Dolorosa, basilica della Risurrezione con il Calvario e il Santo Sepolcro.

6° giorno: Gerusalemme. Pensione completa. Continuazione della visita di Gerusalemme, e Memoriale della Shoah.

7° giorno: Deserto di Giuda - Gerusalemme. Pensione completa. Al mattino escursione nel deserto di Giuda. Transitando nei pressi del caravanserraglio del Buon Samaritano sosta presso Wadi el Qelt dove il panorama sul deserto è particolarmente suggestivo. Arrivo a Gerico: sosta. Proseguimento per Qumran dove, nelle grotte, furono trovati antichi manoscritti della Bibbia. Sosta presso il Mar Morto. Rientro a Gerusalemme. Nel pomeriggio giro panoramico della città moderna e visita ai santuari di Ein Karem che ricordano la visita di Maria a Santa Elisabetta e la nascita di San Giovanni Battista.

8° giorno: Gerusalemme - Tel Aviv - Italia. Colazione. Salita alla Spianata del Tempio (salvo operativo aereo). Tempo a disposizione in Gerusalemme. Trasferimento all'aeroporto di Tel Aviv per il rientro.

La quota complessiva di Euro 1.000,00 comprende:
Passaggio aereo in classe turistica Italia / Tel Aviv / Italia con voli di linea - Tasse aeroportuali (tasse di imbarco / tasse di sicurezza / tasse comunali / adeguamento carburante) Euro 40,00 - Trasferimenti in pullman da/per l'aeroporto in Israele - Alloggio in istituti o alberghi di seconda categoria in camere a due letti con bagno o doccia - Vitto dalla cena del 1° giorno alla colazione dell'8° giorno - Tour in pullman, visite, escursioni e ingressi come da programma - Gli ingressi compresi sono: Sefforis, museo francescano di Nazaret, Cafarnao, chiese di San Pietro in Gallicantu e di Sant'Anna, Ascensione, Qumran e inoltre il minibus per il monte Tabor, e il battello sul lago. Ogni altro ingresso è da considerarsi extra e quindi da regolare direttamente in loco - Assistenza sanitaria, assicurazione bagaglio e annullamento viaggio Europ Assistance.

 


 

IL NOSTRO PERCORSO VERSO LA PASQUA

Sabato 20 e domenica 21 febbraio
al termine di ogni S. Messa
IMPOSIZIONE DELLE CENERI

 

A partire da lunedì 22 febbraio
tutte le mattine feriali alle ore 8.45
CELEBRAZIONE COMUNITARIA DELLE LODI MATTUTINE

 

Il venerdì di Quaresima (TRANNE IL 19 MARZO)
alle ore 9.00
CELEBRAZIONE DELLA VIA CRUCIS
e alle ore 18.00
CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON MEDITAZIONE

 

A partire da giovedì 25 febbraio
ogni giovedì mattina alle ore 7.30
PREGHIERA DI QUARESIMA
PER I RAGAZZI DELLE SUPERIORI E DELL’UNIVERSITÀ

 

Martedì 23, mercoledì 24 e giovedì 25 febbraio ore 21 in Chiesa
TRE SERE DI ASCOLTO E MEDITAZIONE DELLA PAROLA
don Bruno Maggioni,
biblista

 

martedì 2 marzo ore 21
L'UOMO, IL PRIMO SEGNO DA CUSTODIRE.
IL DIRITTO ALLA SALUTE.
L’esperienza del Naga,
associazione di volontariato che garantisce assistenza sanitaria,
legale e sociale gratuita a cittadini stranieri

 

giovedì 11 marzo ore 21
IL SEGNO DEL CROCIFISSO NEI LUOGHI PUBBLICI.
Valerio Onida,
Presidente emerito della Corte Costituzionale

 

giovedì 18 marzo ore 21
IL SEGNO DEL MINARETO
IL NO DELLA SVIZZERA A QUESTO SEGNO ISLAMICO.
Pier Giacomo Grampa,
Vescovo di Lugano

 


DA HAITI

Qualche giorno prima del terribile terremoto don Giuseppe Noli, prete della nostra diocesi, fidei donum ad Haiti presso una parrocchia di Port de Paix, così ha scritto ai ragazzi dell’oratorio che avevano inviato un fondo di solidarietà per le esigenze della parrocchia stessa (la costruzione di un ambulatorio):

Caro don Paolo, ho ricevuto il frutto di un impegno di solidarietà per lo sviluppo: ti ringrazio di cuore anche perché con questi gesti non solo si educa la gente, ma si fanno opere concrete di cui tutti vedranno la realtà sentendosi più contenti. È una strada per poter costruire una società più giusta e più umana. Ti auguro di trovare tante risposte positive e piene di solidarietà tra i giovani, soprattutto per il futuro. Ti auguro ogni bene e ti saluto.

Don Giuseppe

Anche dopo l’esperienza del terremoto ad Haiti, l’Oratorio continua ad aiutare la comunità cristiana di Port de Paix. Se qualcun altro desidera contribuire può rivolgersi direttamente a don Paolo.


 

Carnevale 2010 con gli Amici super...anta

sabato 20 febbraio ore 15 nel salone dell’Oratorio
LA BOTTEGA DEL TEATRO UNITRE MILANO
presenta

ASSASSINATE LA ZITELLA

Commedia comica in tre atti
di Gian Carlo Pardini
regia di Giancarlo Rizzi
Ingresso gratuito - l’invito è per tutti

 


A TRENT’ANNI DALL’ASSASSINIO
DI VITTORIO BACHELET

Il 12 febbraio 1980 Vittorio Bachelet, già presidente dell'Azione cattolica e alto magistrato dello Stato, veniva assassinato da un commando delle Brigate Rosse a Roma. Il giorno dei funerali il figlio Giovanni così parlò: «Voglio pregare anche per quelli che hanno ucciso il mio papà, perché senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre labbra ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». Molti, allora, si meravigliarono di quelle parole di perdono. «È strana questa meraviglia, disse Giovanni Bachelet, il perdono è il nostro dovere, è quello che ci ha insegnato il catechismo, è quello che dice il Vangelo. Non è una novità, è qualcosa che ci è stato predicato, che noi abbiamo ricevuto per grazia di Dio e sono duemila anni che questo popolo stanco, che soffre, la Chiesa, sta cercando di testimoniare al mondo». Non mancarono in quegli “anni di piombo” discussioni accese su giustizia e perdono. Anzi si parlò di “perdonismo”' ossia di eccessiva disponibilità al perdono nei confronti di persone che si erano macchiate di terribili delitti. Quelle di Giovanni Bachelet erano le parole di un credente, coerente con l’Evangelo e non v’è dubbio che a imitazione di Colui che perdonava quanti lo crocifiggevano, il cristiano deve perdonare non sette volte ma settanta volte sette. Ma qui vorrei, in termini laici, riflettere sul perdono come ardua eppur decisiva risorsa per la convivenza civile. Di perdono si parlò diffusamente negli anni ottanta nelle aule giudiziarie a proposito di imputati che grazie al loro dichiarato pentimento e alla collaborazione con le forze dell’ordine, ottennero importanti sconti di pena. Ma davvero si trattava di perdono? Più correttamente si doveva parlare di condono della pena giustamente meritata. Qualcuno arrivò a parlare addirittura di premio. Vi chiederete perché mi attardi su una questione che può sembrare nominalistica. Ma l’uso del termine perdono, nelle aule giudiziarie che vedevano imputati alcuni brigatisti, rischia di oscurare l’esatta percezione di cosa sia davvero perdono.

La coscienza luogo del perdono
Cominciamo a dire che l’esperienza del perdono non avviene tanto nelle aule dei tribunali quanto in quel luogo segreto che è la coscienza individuale. La tradizione ebraico-cristiana parla a questo proposito del cuore dell’uomo, ovvero della sua interiorità. Il cuore, questo spazio libero pur immerso nella trama dei molteplici condizionamenti: è nel cuore, nella coscienza che l’uomo compie le sue scelte, è dal cuore che provengono le intenzioni. Il luogo del perdono è il cuore, la coscienza dell’uomo, perché è il luogo della libertà di scelta. Al di fuori di questo spazio, luogo della libertà e quindi della possibile colpa, non esiste perdono. Tutto questo non è affatto scontato, anzi per molti aspetti la cultura del nostro tempo è percorsa da una vena che finisce per cancellare la libertà e quindi l’esperienza della colpa e del perdono. C’è stato un modo antico di cancellare la triade libertà-colpa-perdono, sottoponendo l’uomo a un destino cieco, addirittura a un Dio malvagio principio del male. È l’esperienza tragica della colpa inevitabile, di una condizione mortale inguaribilmente negativa. Così nei Persiani di Eschilo: “Colui che diede inizio alla nostra sventura fu un genio vendicatore, un dio malvagio venuto da non so dove”. E ancora: “Ah divinità portatrice di dolori, con quale peso ti sei abbattuta sulla stirpe dei Persiani”. Ma è soprattutto alla grande figura di Prometeo che la tragedia affida la sua comprensione della condizione umana inesorabilmente preda del dio malvagio. Ma già nella tragedia emerge la coscienza dell’uomo, il grido della sua libertà ribelle. Così nell’Antigone di Sofocle risuona la voce della legge non scritta sulle tavole della città, anzi in contrasto con essa, e invece impressa nella coscienza. Già nella tragedia la persona si rivela capace di libertà nella forma drammatica di chi soccombe pur di non violare la legge della coscienza. Ma c’è anche un modo tutto contemporaneo di riprendere questa logica della colpa inevitabile, di un destino malvagio che si abbatte sugli umani come voleva la tragedia greca. La riduzione della coscienza ad una sorta di effetto di superficie, senza reale consistenza; la riduzione della coscienza nella trama dei determinismi biopsichici o dei condizionamenti sociali e culturali: ecco un altro modo di ridurre o cancellare la triade libertà-colpa-perdono. L’esperienza del perdono è invece possibile solo per una coscienza in qualche misura capace di libertà e quindi di colpa. Educare al perdono vuol dire educare la coscienza alla libertà di scelta e al riconoscimento della colpa.

Perdonare è credere all’umanità del colpevole
Abbiamo fin qui indicate le condizioni del perdono: libertà e colpa. Ma in che cosa consiste il perdono, quale la sua forza? Perdonare vuol dire rispondere al male con il bene, alla violenza con la non-violenza. Queste risposte anche se apparentemente impotenti e deboli sono invece sostenute da una forza straordinaria: la forza di credere nell'umanità dell'uomo colpevole. Nonostante le apparenze che talora ci portano a ritenere irrecuperabili certe persone meritevoli appunto d'esser ripagate con la loro stessa moneta, incapaci di intendere altro linguaggio che non sia quello della violenza che hanno scatenato, lo stile non-violento e il perdono osano un gesto di fiducia verso colui che rischiamo di considerare irrecuperabile, osano una prossimità che abbatta l'inimicizia. Perdonare vuol dire riconoscere in colui che ha sbagliato ancora uno spazio di umanità che può e deve esser ricuperato. Il gesto del perdono nasce quindi dalla consapevolezza che la coscienza di chi ha sbagliato sia ancora capace di libertà autentica. Osare il perdono vuol dire esser persuasi che in lui l’esperienza del male commesso non ha ancora spento del tutto la capacità di di-scernere il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia. Certo l’Autorità giudiziaria deve individuare e punire i colpevoli ma una giustizia solo vendicativa che non abbia di mira il possibile e certo arduo ricupero di chi ha sbagliato è davvero una ben povera giustizia. Anche la nostra Carta Costituzionale riconosce la funzione di ricupero e di risocializzazione delle pene inflitte a chi è stato giudicato colpevole. Perdonare vuole dire infatti ristabilire il dialogo proprio con colui che, ricorrendo alla prevaricazione violenta, ha negato il dialogo, in qualche modo si è posto fuori dalla relazione umana affidata alla parola e non alla forza. La logica del perdono tende a superare una relazione di mera reciprocità che si esprime nella formula: “Occhio per occhio, dente per dente”. Questa logica di reciprocità non fa che perpetuare la spirale della vendetta, della ritorsione, della violenza e del sangue che chiede vendetta, ritorsione, violenza e sangue. Certe faide che devastano regioni bellissime del nostro Paese imponendo ai figli di vendicare i genitori, ai fratelli di vendicare i fratelli, in una catena interminabile di morti, possono trovare fine solo nella scelta non-violenta, solo osando una parola di perdono.

La logica del perdono per il con-vivere umano
L’esperienza del perdono ci invita a riflettere su due diverse logiche che guidano il nostro agire. Molti nostri comportamenti stanno sotto il segno di quella che chiamerei logica di reciprocità o di equivalenza. Tutte le nostre attività economiche dovrebbero stare sotto questa regola di equivalenza o reciprocità: io presto la mia opera per un certo numero di ore e tu mi paghi in proporzione. Io ti do denaro e tu mi dai merce in proporzione; e nel caso della colpa: tu hai sbagliato e io ti ripago con la tua stessa moneta. Ma accanto a questa prima logica ve ne è un’altra che non sostituisce ma integra e arricchisce la prima. Accanto a questa logica di equivalenza o reciprocità, logica di giustizia ve ne è un’altra: logica di gratuità, di dono, di magnanimità: il perdono appartiene a questa seconda logica. Quanti gesti della nostra vita quotidiana e sono tra i più belli, sono dettati da questa seconda logica nel segno del dono gratuito. Per la gioia di donare, per il semplice desiderio di manifestare amore, gratitudine, benevolenza, senza obbligo alcuno, per rispondere allo slancio del cuore magnanimo, grande appunto. Quanti gesti sgorgano da questa gratuità, non sono frutto di calcolo, di tornaconto, di interesse, gesti dettati solo dall’amore per la persona. Il perdono appartiene appunto a questa logica: niente mi obbliga al perdono, è gesto gratuito e non in uno spirito di pura reciprocità. Per questo sembra un agire paradossale, distante dal buon senso comune e che definiremmo volentieri “utopisti-co”. Eppure senza l'utopia della riconciliazione e della possibile amicizia tra gli uomini non ci resta altra amara conclusione che considerare l'uomo sempre e solo come un possibile nemico o avversario per l'altro uomo. Il perdono proprio perché non risponde alla violenza con le sue stesse armi, anzi scardina la logica della vendetta, è l'unica strada efficace per spezzare la logica di una reciprocità violenta. Il perdono ci sfida a rompere questa logica perversa per tentare di realizzare il con-vivere, il vivere nel riconoscimento dell’altro.


DUE PROPOSTE PER ANIMARE MEGLIO
LE NOSTRE CELEBRAZIONI

Da anni la Messa delle 10 della nostra parrocchia è animata da un coro che raccoglie ragazzi, adolescenti e giovani.
Il compito è “semplicemente” quello di coinvolgere l'assemblea nel canto comunitario, occasione importante in una Messa in cui sono presenti i ragazzi della catechesi e le famiglie.
Il coro è in cerca di nuovi componenti, specialmente di voci maschili.
Il ritrovo in chiesa è ogni Domenica alle 9.40, mentre le prove generali si svolgono due volte al mese; tutte le comunicazioni sono rintracciabili alla pagina

http://cantosangiovanni.blogspot.com

 

Da qualche anno il triduo pasquale è animato da un piccolo coro di giovani e adulti che si ritrova le domeniche sera di quaresima per le prove.
Anche quest’anno ci troveremo da domenica 28 febbraio alle ore 21 in chiesa.
Il coro animerà la celebrazione della Cena del Signore alle ore 19 di giovedì santo 1° aprile, la celebrazione della Morte del Signore venerdì santo 2 aprile alle ore 19 e la grande veglia di Pasqua sabato 3 aprile alle ore 21.
Se qualcuno desidera partecipare contatti direttamente don Paolo o la segreteria parrocchiale.


 

Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

GIULIA ZUANAZZI
FRANCESCA ZUANAZZI
LEONARDO ALBRICCI


 

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

VITO GIUSEPPE FORTUNATO LEGRAZIE (a. 88)
MARIA CATALANO (a. 92)
DAVIDE DELLA BELLA (a. 85)
CAROLINA PATTI (a. 100)
ANNA GIOVAGNOLI (a. 83)
ANDREA PEDONE (a. 71)
CANDIDA ASSUNTA BOTTAZZO (a. 94)
LUCIANO CASTIGLIONI (a. 80)
FRANCESCO DE FILIPPO (a. 48)


 


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