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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

FEBRRAIO 2012


PREGHIERA DELL'ANZIANO

Perdo pezzi
e tu li raccogli
alle spalle, Signore,
tu Dio dell’orfano
e della vedova,
tu Dio dei frammenti,
tu hai compassione
del non intero,
dei pezzi di pane avanzati,
tu che non vuoi
che si perda nessuno.
Perdo pezzi di voce
e di occhi,
di memoria e di cuore.
Dietro alle spalle
tu ti chini e raccogli.

DON ANGELO CASATI


 

11, 15 E 25 FEBBRAIO

Dice il Salmo 89: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti ma quasi tutti sono fatica e dolore passano presto e noi ci dileguiamo… Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore». In questo mese di febbraio mi appresto a compiere settant’anni che secondo la Scrittura Sacra dovrebbe essere il confine normale per la vita dell’uomo. Non mi metto tra i più robusti che, secondo il Salmo, possono arrivare fino a ottanta anche se, grazie a Dio, sto abbastanza bene. Il carcinoma che giusto due anni fa è stato eliminato dalle mani competenti del chirurgo prof. Giorgio Guazzoni, nostro parrocchiano, non ha creato ulteriori problemi. Ma in quella circostanza si scoprì un altro difetto della mia carrozzeria: sono candidato alla protesi dell’anca ma si interverrà solo quando si manifesteranno i dolori. Per il momento tutto tace. Il medico mi ha ordinato di sospendere la corsa mattutina e limitarmi alla bicicletta. Così ho dovuto rinunciare a questo piacevole esercizio fisico che prima di venire in via Pinturicchio ero solito compiere nel tardo pomeriggio al parco Sempione in compagnia dei miei studenti. Arrivato a città Studi, in assenza di un parco, mi sono adattato a fare il mio jogging intorno al Politecnico il mattino incontrando i nostri ragazzi che entrano alla Leonardo. Adesso ho rinunciato e mi limito ad usare la bicicletta per recarmi in Università Cattolica per le lezioni.

Gli anni che passano lasciano il segno anche se oggi non si attribuisce la qualifica di ‘vecchio’ ai settantenni. Devo confessare con sincerità che davvero non mi sento addosso tutto questo carico di anni. Forse perché ho avuto la fortuna di vivere tutti i 47 anni del mio esser prete tra i giovani. Prima per quattro anni in un oratorio e i legami con quei ragazzi ormai padri e madri di famiglia, non sono venuti meno e di tanto in tanto ci si ritrova. Poi con i giovani studenti universitari in Università Cattolica, nell’Università di Padova e nei Collegi di via Rombon a Lambrate e di via Statuto nel quartiere di Brera. Ancora oggi mi capita di incontrare persone ormai adulte che ricordano d’aver seguito le mie lezioni e sostenuto il mio esame. Mi informo del voto per sapere se ho lasciato un buon ricordo… Aver trascorso la gran parte dei miei anni tra i giovani mi ha ‘costretto’ a stare al loro gioco. Considero davvero una grazia aver vissuto per tanti anni con i giovani. Credo d’aver imparato almeno una cosa, forse una sola, ma davvero importante. Mi capitava, scendendo il mattino dalla mia stanza, di incrociare questo o quello studente. Ero magari assorto nei miei pensieri, qualche volta preoccupato o semplicemente infastidito per lo più senza ragione. E regolarmente il ragazzo che incrociavo mi chiedeva, vedendomi un po’ chiuso in me stesso: C’è qualcosa che non va?... Abbiamo combinato qualche guaio? ecc. Istintivamente mi veniva voglia di rispondere: Fatti i fatti tuoi, lasciami perdere… non è giornata giusta… Poi pensavo che quei ragazzi avevano diritto ad avere il meglio di me e ricacciavo indietro i miei stati d’animo e regalavo loro il miglior sorriso di cui ero capace. Ho scoperto poi che succede a molti di essere positivi, cordiali, simpatici fuori casa, al lavoro, con gli amici e invece scaricare in casa le fatiche, le tensioni, i malumori accumulati durante la giornata. Insomma un modello export simpatico e uno import antipatico. Oggi che non incrocio più i miei studenti c’è don Paolo che talvolta mi domanda: C’è qualcosa che non va? Lo ringrazio perché mi obbliga a dare il meglio di me. Invecchiando non sempre si diventa più amabili come certi vini… si diventa più spesso aceto.

In questo febbraio penso a due persone che hanno festeggiato il loro compleanno: don Giovanni Barbareschi novantanni l’11 febbraio e il cardinale Martini ottantacinque il 15. Per ragioni diverse sono stati decisivi nella mia vita. Il cardinale Martini è stato il vescovo della mia maturità sacerdotale. Grazie a Lui ho imparato ad amare le parole con le quali ci è stato trasmesso l’Evangelo. Grazie al suo esempio l’omelia domenicale e in genere la predicazione è diventato il servizio che più mi sta a cuore e mi accompagna nel corso della settimana e che, la domenica, mi procura intensa gioia e talvolta commozione. Non sempre riesco a far bene ma davvero ci metto tutto l’impegno. Sono grato a chi, salutandomi sulla porta della nostra chiesa, mi dice il suo dissenso e a chi, con uno sguardo complice, mi dice il suo consenso. Da quando è rientrato in Italia lasciando Gerusalemme in ragione del morbo di Parkinson che l’ha colpito, vado a visitarlo a Gallarate e più volte ho celebrato con Lui l’Eucaristia. Anche stamattina, 15 febbraio, giorno del suo compleanno, ho avuto la gioia con don Barbareschi di visitarlo e celebrare con Lui. Purtroppo la malattia è inesorabile e lo ha privato quasi del tutto della voce e della capacità di camminare, ma la mente rimane lucida. È appena uscito il suo ultimo libro dedicato alla figura del Vescovo. Una lettura che raccomando. La piccola cappella dell’Infermeria dei padri Gesuiti a Gallarate non ha nulla della solennità del nostro Duomo, la figura del Cardinale non ha più l’alta e solenne imponenza delle celebrazioni pontificali ma raramente mi sono tanto commosso. Il cardinale arriva sulla sedia a rotelle nella cappellina. Lo aiutiamo ad alzarsi e sedersi su una poltroncina presso l’altare. Io ‘presiedo’ e il cardinale concelebra. Dopo le letture lui stesso formula due o tre intenzioni di preghiera, ma confesso stamattina non sono riuscito a captare neppure una parola. Al momento della consacrazione di nuovo lo alziamo e in piedi presso l’altare tiene nelle mani il pane prima e il calice poi. Lo guardavo in volto mentre pronuncia le parole della consacrazione accompagnandole con una sofferta contrazione del volto. Poi lo aiutiamo a sedere fino al termine quando si alza per dare la benedizione. Tutti questi pur piccoli movimenti gli costano grande fatica, ma il suo sguardo è sereno e luminoso. Grazie, Eminenza, per quanto ci ha dato e continua a donarci. Congedandomi, chino sul suo volto, con un filo di voce mi ha chiesto della mia parrocchia e di mio fratello vescovo…Siamo nel suo cuore e nella sua preghiera.

E infine voglio ricordare e ringraziare don Giovanni Barbareschi. Se sono approdato a san Giovanni in Laterano lo devo certo al cardinale Tettamanzi che mi ha affidato questo compito e a don Giovanni e a mio fratello: il loro consiglio condiviso anche da altri cari amici, è stato decisivo. Don Giovanni abitava e abita ancora nello stesso edificio dove ha sede il Collegio universitario che ho guidato per diciassette anni. Così si è creato un legame di grande familiarità e amicizia: un giorno mi ha nominato “custode della sua vecchiaia”. Per me la più bella onorificenza! Di quegli anni ricordo un episodio che avrebbe potuto guastare irrimediabilmente la nostra amicizia…! Vi racconto. Ogni anno, nel mese di novembre, il Collegio accoglieva con una festa i nuovi studenti, le matricole. Il programma comprendeva un gran finale di corsa in maglietta e mutande per le strade del quartiere di Brera tra gli applausi divertiti dei clienti dei locali. Al rientro i podisti erano accolti da copiosi gavettoni. Analoga sorte toccò all’auto di don Giovanni parcheggiata nel cortile e investita da un tal volume di acqua gettata dal quinto piano da incrinare il cristallo anteriore e provocare una bella incurvatura nel tettuccio. Lascio a voi immaginare con quale stato d’animo ho salito le scale per informarlo del-l’accaduto. La sua reazione fu di pochissime parole. Non dirò altro di Lui. Per aver salvato oltre duemila tra prigionieri alleati, Ebrei e perseguitati negli anni del fascismo ha ricevuto la medaglia d’argento e il Comune di Milano lo ha insignito quest’anno dell’Ambrogino d’oro. Potremo ascoltarlo in parrocchia giovedì primo marzo ore 21 sul tema: La saggezza dell’anziano nella famiglia.

don Giuseppe

 


Corso di preparazione alla cresima per adulti
venerdì 16, 23 e 30 marzo ore 21.00
in parrocchia.

Per informazioni e iscrizioni rivolgersi in segreteria parrocchiale



TOCCARE GESÙ
omelia di don Giuseppe nella VI domenica dopo l'Epifania
domenica 12 febbraio 2012
(Os 6,1-6; Gal 2,19-3,7; Lc 7,36-50)

 


SUL DOLORE INNOCENTE
di Vito Mancuso


Giovedì 9 febbraio u.s. abbiamo vissuto il primo appuntamento della nostra comunità in preparazione al VII Incontro Mondiale delle Famiglie che si terrà a Milano il prossimo maggio. Riportiamo la relazione integrale dell’intervento del teologo Vito Mancuso.

1. Il dolore innocente quale prospettiva per motivare il senso della vita come amore
Il berillo è un minerale che appartiene al gruppo dei silicati e ha cristalli esagonali. Nelle sue forme più pure può essere verde (in questo caso viene chiamato smeraldo), azzurro (acquamarina), o anche giallo, rosa, rosso e bianco. È al berillo bianco che si rifà uno dei più grandi pensatori cristiani di tutti i tempi, Nicolò Cusano (1401-1464), scrivendo nel 1458 il De Beryllo. Vi si legge all’inizio: «Il berillo è una pietra lucida, bianca e trasparente, cui si dà una forma parimenti concava e convessa; e chi guarda attraverso di esso vede ciò che prima gli era invisibile. Se si applica agli occhi dell’intelletto un berillo intellettuale, che abbia forma parimenti massima e minima, attraverso di esso si coglie il principio indivisibile di tutte le cose» (De Beryllo, c. II; ed. it., Scritti filosofici, a cura di Giovanni Santinello, vol. II, Zanichelli, Bologna 1980, p. 385). Noi questa sera siamo qui a ragionare della nostra fede cristiana di fronte al dolore innocente, con particolare riferimento alla famiglia. Nel farlo io intendo assumere il dolore innocente quale “berillo intellettuale” per motivare il senso del nostro essere al mondo come amore, come pensiero e prassi dell’amore, nella radicata convinzione che il senso ultimo del nostro essere cristiani sia (per citare Teilhard de Chardin) amouriser le monde.

2. Definizione di dolore innocente
Non tutti i dolori sono innocenti. Se uno viene impiccato perché ha attivamente concorso allo sterminio di un popolo (come avvenne ad Adolf Eichmann il 31 maggio 1962 impiccato a Ramla in Israele) si può discutere sulla proporzionalità della pena capitale inflittagli, ma non vi sono dubbi che il suo dolore sia riconducibile a una sua colpa, sia cioè dolore colpevole. Non così invece quello degli ebrei che Eichmann faceva condurre sui treni della morte ad Auschwitz. Il loro dolore è senza colpa, è dolore innocente. Nel mondo vi sono molteplici tipologie di dolore innocente, di dolori che avvengono senza un perché, che distruggono vite umane che non hanno fatto nulla di male, neppure è infrequente il caso della sofferenza dei giusti e dei buoni. Io ho individuato il caso esemplare del dolore innocente nella nascita di bambini colpiti da una malattia genetica, una delle circa 7000 finora censite che si abbattono quotidianamente sul 5% dei nati nel mondo (dati OMS). Ogni giorno nel mondo 8000 bambini nascono gravemente handicappati, di questi 76 in Italia. Ogni giorno. Nello spazio di questa conferenza un rapido calcolo dice che saranno circa 400 i bambini che saranno nati da quando don Giuseppe ha preso la parola per introdurmi a quando la riprenderà per salutarci. Nascere segnati dal male del tutto a prescindere da ogni possibile mozione della libertà: ecco a mio avviso il vertice del dolore innocente.

3. I presupposti teologici
Di fronte al dolore che si abbatte sugli uomini la mente cristiana ha sempre cercato di spiegarne il senso (causa formale), l’origine (causa efficiente), la finalità (causa finale). L’ha fatto a partire da tre presupposti teologici:
– Dio governa (onnipotenza);
– Dio è buono (amore);
– il male c’è veramente (non è una falsa prospettiva).
Questi tre presupposti, così come vengono abitualmente pensati, non sono logicamente componibili. Da qui si genera il problema insolubile, classicamente formulato con la famosa frase: si Deus est unde malum? Se Dio esiste, ed esiste in modo tale da governare ogni cosa con onnipotenza e con amore, come spiegare il dolore degli innocenti?

4. Tre risposte sbagliate
Tra le diverse teorie che tentano di uscire da questo labirinto offrendo ciascuna a suo modo una soluzione, ritengo di poterne individuare tre come più frequenti: il fideismo, il razionalismo, la posizione dell’assurdo. Sono tutte e tre una sconfitta della ragione e della speranza, una sconfitta dell’intelletto e del sentimento, del logos interiore a ciascuno di noi in quanto armonia con il Logos principio ordinatore del mondo (lo scopo della vita spirituale è sentire di appartenere al Principio Ordinatore del mondo, sentire tramite il Logos di essere nelle mani del Padre, giungere a un rapporto di figliolanza con il Creatore del mondo).
Il fideismo è l’atteggiamento mentale che genera la fede cieca, la fede come totale sottomissione. Esso interpreta la vita all’insegna di un mistero opprimente, schiacciante, e la vita umana come nulla e come polvere, come in balìa di una forza assolutamente misteriosa e arbitraria che è la forza divina. A questo livello è secondario che tale forza venga ritenuta impersonale, come gli antichi greci pensavano il fato, oppure personale, come se la raffigurano i tre monoteismi: quello che conta è il senso di nullità dell’uomo di fronte a tale forza, e il fatto che non vi sia nessun rapporto stabile, sicuro, affidabile, nessuna alleanza effettiva tra Dio e il singolo uomo. È la spiritualità cui invita l’intervento divino nel finale del libro di Giobbe. A Giobbe che si lamenta del suo dolore ritenendolo innocente, cioè ingiustificato, Dio risponde: «Chi è costui che oscura il mio piano con discorsi da ignorante?» (Gb 38,2) e poi gli rovescia sopra la testa tutte le meraviglie del cosmo facendolo sentire un nulla. E infatti Giobbe conclude: «Davvero ho esposto cose che non capisco, cose troppo meravigliose per me, che non comprendo… perciò mi ricredo e mi pento sopra polvere e cenere» (Gb 42,3 e 42,6). Mi è nato un figlio gravemente handicappato? Non c’è nulla da fare se non affidarmi in silenzio a un disegno imponderabile, obbedendo a una forza superiore di cui non posso capire nient’altro se non appunto la sua schiacciante superiorità.
Il razionalismo è l’atteggiamento mentale che genera la fede che pretende di spiegare tutto, e che si traduce nell’apologetica (cioè nella difesa delle azioni di Dio contro i dubbi degli uomini). Dio governa il mondo con onnipotenza, quindi non vi può accadere nulla contro il suo volere, e Dio governa con giustizia, quindi non vi può accadere nulla di ingiusto. Non c’è perciò nessun dolore innocente: se c’è un dolore, c’è stata di sicuro, prima, una colpa che l’ha prodotto e meritato. Il dolore è sempre colpevole. È quello che dice esplicitamente a Giobbe il secondo dei tre cosiddetti amici, Bildad di Suach: «Può forse Dio sovvertire il diritto o l’Onnipotente sovvertire la giustizia? Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui, li ha abbandonati in balìa delle loro colpe» (Gb 8,3-4). Giobbe aveva dieci figli, sette maschi e tre femmine, che morirono in seguito al crollo della casa in cui si trovavano (cf. Gb 1,2 e 1,18-19): ma se questo poté avvenire, dice il razionalismo teologico di Bildad, è a causa dei loro peccati. Il dolore suppone sempre una colpa, è sempre colpevole. La stessa cosa dice a Giobbe il terzo degli amici, Sofar di Naamà: «L’iniquità è nella tua mano, l’ingiustizia nelle tue tende» (Gb 11,14). Se Giobbe ha contratto “una piaga maligna dalla pianta dei piedi alla cima del capo” (2,7), è a causa dei suoi peccati. Il dolore suppone sempre una colpa, è sempre colpevole. Il cristianesimo conosce una forma moderata di razionalismo, è quella che riconduce il dolore non a una colpa ma a uno scopo, al progetto di Dio. Il dolore è innocente quanto al soggetto che lo vive, però in sé è misteriosamente finalizzato da Dio alla salvezza. Dio lo permette per trarne un bene maggiore, come diceva Agostino e come ribadisce oggi il Catechismo: «Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male morale. Però, rispettando la libertà della sua creatura, lo permette e, misteriosamente, sa trarne il bene: “Infatti Dio onnipotente [...], essendo supremamente buono, non permetterebbe mai che un qualsiasi male esistesse nelle sue opere, se non fosse sufficientemente potente e buono da trarre dal male stesso il bene”» (art. 311; la citazione è Agostino, Enchiridion de fide, spe et caritate, 11,3). Mi è nato un figlio gravemente handicappato? Devo pensare la cosa o come castigo o come messaggio.
La disperazione nasce quando il dolore vince, quando si impone alla coscienza, per la quale tutta la vita è dolore e nulla è superiore ad esso. Che cos’è la vita? Un continuo declinare verso l’assurdo, verso il nulla. Si sentono i discorsi dei moderni amici di Giobbe, si sentono anche quelli delle pretese voci divine; poi si guardano gli uomini e tutti gli esseri viventi, si vede che tutti soffrono, e si giunge alla conclusione che quei discorsi sono solo chiacchiere, la verità è che la vita è una tragedia, a volte una farsa, e noi vi siamo capitati nascendo. Dopo aver sentito i discorsi dei tre amici teologi, Giobbe si rivolge a Dio e dice: «Perché mi hai tratto dal seno materno? Fossi morto e nessun occhio mi avesse mai visto!» (Gb 10, 18). Parole che sono un esplicito no alla vita, un rifiuto della vita e dell’essere, cioè dell’azione divina per eccellenza. Questo è stato il risultato dei discorsi teologici degli amici di Giobbe, di Elifaz, Bildad e Sofar e di tutti coloro che lungo i secoli e ancora oggi ne ripetono le prospettive. Essi portano tutta la responsabilità morale della disperazione generata dalla loro false teologie. I nostri giorni sono attraversati da una disperazione senza pari e ciò a mio avviso si spiega in gran parte per l’immenso senso di ingiustizia che la storia attraversata dal male ci consegna.

5. Il dolore innocente quale berillo intellettuale
La grande aporia del cristianesimo è proprio il male. In particolare il limite della dottrina è di fare del dolore un problema da risolvere. Io credo invece che il dolore debba diventare il berillo intellettuale di cui parlava Nicolò Cusano. E non certo per un malsano senso del dolorismo (da cui sono infinitamente distante) ma per il più grande atto di omaggio alla vita, la quale può essere compresa solo guardandola come totalità. Io penso che la religione debba dare agli uomini la gioia della vita, ma per fare ciò è assolutamente necessario guardare con onestà al tutto della vita e quindi passare attraverso “il travaglio del negativo”. Scrive Hegel nella Fenomenologia dello spirito: «La vita di Dio e il conoscere divino possono sì venire espressi come un gioco dell’amore con se stesso; ma questa idea degrada fino alla predicazione e addirittura all’insipidezza quando mancano la serietà, il dolore, la pazienza e il travaglio del negativo» (ed. it. p. 14). Quante volte sentendo le prediche su Dio che ci ama, che è amore, si sente insipidezza, un vuoto parlare di cose tanto distanti dalla vita reale. Fare del dolore innocente il berillo intellettuale significa comprendere che nel dolore innocente la posta in gioco non è la sorte di qualche sfortunato, ma è la complessiva visione del mondo (metafisica) e conseguentemente l’azione umana nel mondo (l’etica). La nascita di una sola bambina con una malformazione genetica ha a che fare con il senso della vita di ognuno. È il principio formulato da Kierkegaard: «Se si vuole studiare correttamente l’universale è sufficiente ricercare una reale eccezione. Essa porta alla luce tutto più chiaramente… Le eccezioni esistono. Se non si è in grado di spiegarle, non si è nemmeno in grado di spiegare l’universale» (S. Kierkegaard, La ripetizione. Un esperimento psicologico di Constantin Constantius, 128). Così Florenskij: «Talvolta alla natura sfugge qualcosa… dice qualcosa di diverso… Ed è lì che bisogna guardare… Là dove c’è una deviazione dal consueto, è là che va cercata la deviazione spontanea della natura… La malformazione fisica… se c’è un posto dove la natura si lascia scappare una parola di troppo, è lì» (P. Florenskij, Ai miei figli, 208-209). Così Wittgenstein: «Perché è così importante ritrarre con precisione le anomalie? Se uno non sa farlo, vuol dire che nei concetti non ci si ritrova» (L. Wittgenstein, Pensieri diversi, 136). Queste tre frasi ci dicono una cosa: che il vero lo si ottiene solo pensando l’intero, cioè regola + eccezioni. Trascurare le eccezioni significa non raggiungere il vero, significa offrire una teoria falsa. Nel dolore che il mondo riserva ai suoi figli è in gioco la filosofia in quanto fisica + metafisica, e la conseguente costruzione dell’etica.

6. Una grande testimonianza cristiana
Un uomo scrive alla moglie: «Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante?» (E. Mounier, Lettere sul dolore, 61). Già, che senso avrebbe, che senso ha? La scienza tace. Il suo statuto, così come le assicura grandi successi nel campo di ciò che si può sperimentare, le impone il silenzio su ciò che va al di là. È per questo che Ludwig Wittgenstein è giunto a scrivere: «Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati» (L. Wittgenstein, Tractatus logico-philoso-phicus, 108). I problemi della nostra vita di uomini, i problemi cioè che solo gli esseri umani in quanto cercatori di senso possono avere, toccano l’interiorità e come tali non sono di competenza della scienza. O meglio, non della scienza sperimentale, ma di un’altra scienza, la scienza dell’anima. Chi scriveva alla moglie era il filosofo francese Emmanuel Mounier (1905-1950) dopo la nascita della figlia Françoise, gravemente handicappata a causa di una «encefalite acuta, una malattia che finirà per devastare terribilmente la nostra bambina» (E. Mounier, Lettere sul dolore, 64). Mounier sa che nel corpo malato di sua figlia è racchiuso un insegnamento; scrive che la sua esistenza «simboleggia e ricapitola tutto il senso della nostra povera vita». (Mounier, Lettere, cit., 64 e 74). Ecco un brano molto intenso dove risuona il suo cuore di padre: «Ho avuto la sensazione, avvicinandomi al suo piccolo letto senza voce, di avvicinarmi a un altare, a qualche luogo sacro dove Dio parlava attraverso un segno. Ho avvertito una tristezza che mi toccava personalmente, ma leggera e come trasfigurata. E intorno a essa mi sono posto, non ho altra parola, in adorazione. Certamente non ho mai conosciuto così intensamente lo stato di preghiera come quando la mia mano parlava a quella fronte che non rispondeva, come quando i miei occhi hanno osato rivolgersi a quello sguardo assente… Se è vero che la sottile punta dell’anima di un bambino battezzato è messa immediatamente in contatto diretto con la vita divina, quali splendori si nascondono allora in questo piccolo essere che non sa dire nulla agli uomini?… Che significa per lei essere disgraziata? Chi può dire che lei lo sia? Chi sa se non ci è domandato di custodire e di adorare un’ostia in mezzo a noi?» (Mounier, Lettere, cit., 65-67). Il corpo malato di sua figlia Mounier lo vede come presenza reale di Dio, di quel Dio che un giorno patì la morte nel corpo di un uomo, e che ancora oggi patisce nei corpi e nelle anime dei sofferenti. Eccoci al punto di svolta: dico che il dolore innocente è teologicamente accettabile solo a patto di vedere che Dio stesso vi è coinvolto, e non in modo estrinseco come pensa il razionalismo dicendo che “lo permette”, né solamente in modo storico mediante il rimando alla morte in croce di Gesù; Dio è coinvolto in modo intrinseco e attuale, nella sua passione divina “fino alla fine del mondo”, perché coincide con il farsi stesso del mondo. Sono il Padre, il Figlio e lo Spirito a essere coinvolti, a gemere, come la creazione, nelle doglie del parto. Per questo chi soffre, non meritando di soffrire, è unito al Dio che soffre creando il mondo in ogni istante, patisce il pathos divino della creatio continua.. Ne viene la necessità di una completa revisione del rapporto Dio-Mondo, della modalità con cui pensiamo la creazione, e anche dell’identità di Dio, da ritenere non più impassibile, ma passibile perché pathos-passione. E ora leggo un brano di Pierre Teilhard de Chardin: «In un Universo in cui ogni creatura costituisce una piccola totalità tutta chiusa, voluta per se stessa e teoricamente spostabile a volontà, la nostra mente farebbe fatica a giustificare la presenza di individui dolorosamente fermati nelle loro possibilità e nel loro slancio. […] Invece il mondo rappresenta veramente un’opera di conquista attualmente in corso […] Il mondo rappresenta un immenso andare a tentoni, un’immensa ricerca, un immenso attacco: i suoi progressi possono compiersi solo a prezzo di molti fallimenti e di molte ferite. A qualunque specie appartengano, i sofferenti sono l’espressione di questa condizione austera ma nobile. Non rappresentano elementi inutili e diminuiti. Sono dei caduti sul campo dell’onore» (Il significato e il valore costruttivo della sofferenza [1933], in L’energia umana, Pratiche Editrice 1977, p. 49-50; ed. or. Seuil, Paris 1962, p. 65).

7. Che cosa dice il dolore innocente del fenomeno umano
Il dolore innocente ci dice che l’uomo è natura, fragile natura come ogni altra parte del cosmo, esposta alle ferite del caso. Ma io penso che esso sia il luogo dialettico per eccellenza, dove si vede l’abisso, ma dove insieme lo si può superare. Il dolore innocente mi ha fatto vedere l’abisso del nulla, ma al contempo mi ha mostrato la luce più intensa che io abbia mai visto intorno alla natura umana, la luce che scaturisce da chi si prende cura di chi nulla mai gli potrà dare in cambio. Di fronte a un’assurdità naturale, l’uomo reagisce creando senso laddove senso naturale non c’è e si mostra in grado di produrre ciò che di più importante esiste per la vita, cioè il bene. Il valore insito nelle nascite segnate dall’handicap è la gratuità, il superamento della prospettiva che guarda alla vita solo all’insegna dell’utilitarismo. Coloro che si prendono cura delle vittime del dolore innocente mostrano che vi è qualcosa di più del semplice interesse naturale nel fenomeno uomo. E questo avviene, ogni giorno, senza retorica, poche parole, tanti fatti, nella completa gratuità, perché a volte non si ottiene proprio nulla in cambio, talora gli interessati non sanno neppure sorridere. Faccio tre esempi relativi alla cura verso le persone handicappate, e li prendo volutamente al di fuori del mondo cristiano per affermare l’universalità del bene (il cristianesimo è la religione assoluta perché è l’annuncio del bene e dell’amore, non in virtù della modalità storico-concreta con cui lo fa). – Oggi una delle più grandi organizzazioni umanitarie del mondo si trova in Pakistan, è la Edhi Foundation, fondata oltre 30 anni fa da Edhi Abdul Sattar, vincitore nel 2000 del Premio Balzan per l’umanità, la pace e la fratellanza tra i popoli, il più consistente premio umanitario al mondo, superiore anche al Nobel, con due milioni di franchi svizzeri. L’azione di Edhi a favore delle persone handicappate a livello fisico e mentale (ma anche di tutti gli altri sofferenti, animali compresi) è assolutamente encomiabile. – Andando indietro nel tempo, a prima del cristianesimo, posso ricordare il libro VII della Politica di Aristotele, dove il grande filosofo scrive: «Vi dovrebbe essere una legge che proibisca alla famiglie di allevare i figli malformati». Sembra che la cultura greca non avesse alcuna attenzione per i disabili. Ma attenzione, se Aristotele auspicava la presenza di quella legge è perché vi erano delle famiglie che allevavano i loro figli malformati esattamente come tutti gli altri, invece di gettarli dalla Rupe Tarpea (so che la Rupe Tarpea era a Roma e Aristotele ad Atene, ma penso che la cosa in questo contesto non abbia importanza). – Ma possiamo risalire ancora più indietro, molto più indietro. Tempo fa ho conosciuto il paleontologo Roberto Fondi dell’Università di Siena dal quale sono venuto a sapere che la cura verso le persone handicappate c’è fin dall’inizio della nostra specie. Sulla base delle ossa ritrovate vi sono prove che gli uomini delle primissime origini vivevano in clan di circa 20 persone e che questi clan si prendevano cura anche dei più deboli. Infatti sono state ritrovate ossa di uomini adulti che presentano tipiche malformazioni dovute a nascite anomale, il che significa che le malformazioni congenite non hanno impedito al clan di prendersi cura di questi più sfortunati. L’attenzione verso i deboli era presente fin dall’inizio della nostra specie (come ovviamente fin dall’inizio era presente la guerra, esattamente come oggi). Il bene è l’evento più nobile a cui l’uomo può accedere. Tutte le grandi spiritualità e le grandi filosofie lo hanno riconosciuto. Penso alla regola d’oro, presente in tutte le grandi religioni del mondo, penso a Platone e a Kant. Soprattutto penso alla nostra religione, al cristianesimo, che colloca il suo centro esattamente nel bene come amore concreto.

 

 



DOPO LA MEDITAZIONE ...

Vito Mancuso ha svolto la sua meditazione riportata nelle pagine precedenti davanti ad un pubblico numeroso e partecipe. L’indomani dopo la messa delle ore 8 mi avvicina una Signora che indicando la locandina della Conferenza mi dice: «Vito Mancuso non è un teologo e non è un testimone credibile, Lei non lo deve invitare più perché non vuole bene al Papa». La Signora mi conferma di non aver potuto seguire la conferenza, la sera precedente. Il giorno successivo ricevo da un mio amico, Gege Ferrario, vecchio scout, un messaggio da trasmettere a Vito Mancuso. Lo riporto, di seguito. Ogni commento è superfluo. (don Giuseppe)

Caro Vito, la ringrazio moltissimo per quello che ha detto l’altra sera, alla parrocchia di San Giovanni in Laterano nella parrocchia dell’amico don Giuseppe Grampa, sul tema del dolore innocente. Ho molto apprezzato la sua lucidità ed onestà intellettuale, la sua attenta e costante ricerca del senso delle cose, il suo costante desiderio di capire e di dare delle risposte. La prego di continuare con assiduità su questa strada, lei che ha gli strumenti per farlo. Io, a parte che non ne sono capace, ho rinunciato. Ho un nipotino che ha compiuto otto anni ed è fortemente handicappato: sta solo in braccio o sdraiato, non parla, non cammina, non ha alcuna muscolatura, pesa 10 Kg, mangia con lunghe pause solo frullati. Però sorride e capisce chi gli sta intorno. I suoi dieci cuginetti lo amano moltissimo e lo “pastrugnano” appena lo vedono. È davvero una gioia ma anche una sofferenza e una fatica indescrivibile soprattutto per mia figlia e mio genero. Matteo è Matteo non ci sono spiegazioni del perché ha avuto questo devastante handicap, del perché proprio a noi, del perché questa presenza. Presenza che diventa sempre più faticosa ma insostituibile, sempre più limitante ma più viva. È diventato, almeno per me un “sacramento vivente”. Non nascondo che prego spesso per lui, per i suoi due fratellini, i suoi genitori, i nonni... e poi mi domando perché e a cosa serve. A volte mi viene voglia di bestemmiare e maledire questa situazione, ma capisco che è un errore anche se è un lecito sfogo. Dicevo prima non c’è una risposta alle domande dei perché. Matteo è Matteo ed è entrato nella nostra vita come ciascuno della nostra famiglia e noi gli vogliamo un bene dell’anima anche se spesso va oltre ogni razionale comprensione. Grazie allora per il suo impegno intellettuale nel cercare di dare una risposta a questi misteri (altrimenti a cosa ci starebbero a fare i misteri se non per cercare di capire) ma mi creda, vedrà che troverà altre risposte ad altre domande ma non a questa. E tutto ciò non mi demoralizza anzi mi incoraggia a pensare ancora che è molto bello che Matteo sia Matteo e basta. Con tanto affetto e molta ammirazione per il suo impegno di ricerca e di studio, un cordiale saluto,
Gege Ferrario.
P.S. Alla sua conferenza mi sono anche commosso.

 


SABATO 10 E DOMENICA 11 MARZO
dopo le SS. MESSE
MERCATINO DELLE TORTE
a favore della Mensa di via Ponzio

Chi volesse donare una torta
può consegnarla (con l’elenco degli ingredienti)
in Oratorio sabato 10 marzo
dalle 9.30 alle 12 e dalle 15 alle 17



Dal 30 maggio al 3 giugno
Milano accoglierà
centinaia di migliaia di famiglie da tutto il mondo
per vivere con il Papa Benedetto XVI
il VII Incontro Mondiale delle Famiglie

 

«Rivolgo il mio invito forte e accorato alle comunità e in particolare a tutte le famiglie della Diocesi perché siano disponibili all’accoglienza e alla collaborazione. Ognuno offra quello che può: ciò che conta è il sì di ciascuno».
Card. Angelo Scola Arcivescovo

In preparazione all’Incontro Mondiale, nella nostra Parrocchia:

Giovedì 1° marzo alle ore 21
LA SAGGEZZA DELL’ANZIANO NELLA FAMIGLIA,
CON GIOVANNI BARBARESCHI,
PRETE NOVANTENNE

Giovedì 29 marzo alle ore 21
LA FAMIGLIA NELL’ESPERIENZA DELLA DIFFICOLTÀ,
CON MARIOLINA CERIOTTI MIGLIARESE,
NEUROPSICHIATRA INFANTILE E PSICOTERAPEUTA.

A Fiera Milano City:

Mercoledì 30, Giovedì 31 maggio e Venerdì 1 giugno
CONVEGNO LA FAMIGLIA IL LAVORO E LA FESTA
relazioni, tavole rotonde e testimonianze da tutto il mondo
Per partecipare bisogna iscriversi entro il 31 marzo
sul sito www.family2012.com

VIVERE CON IL PAPA L’INCONTRO DELLE FAMIGLIE
La festa e la celebrazione con Benedetto XVI sono aperte a tutti e gratuite,
ma per ragioni di sicurezza è ugualmente necessaria la registrazione
per ottenere il pass entro la data ultima del 19 maggio
(www.family2012.com - sezione “iscrizioni”).
Questa registrazione può essere fatta anche rivolgendosi in parrocchia
entro il 10 maggio.

Sabato 2 giugno
Nel pomeriggio, cammino verso il Parco Nord – Aeroporto di Bresso
luogo dell'incontro con il Papa.
In serata, Festa delle Testimonianze con il Papa.

Domenica 3 giugno
Alle ore 10.00: S. Messa solenne presieduta da Benedetto XVI
(Milano Parco Nord Aeroporto di Bresso).


ACCOGLIERE LE FAMIGLIE IN CASA
Cerchiamo tante famiglie disposte ad ospitare i partecipanti all’Incontro Mondiale Si può accogliere una o più persone;
Si può accogliere dal 28 maggio o dal 29 maggio o dal 1 giugno fino al 3 giugno;
È sufficiente un’accoglienza dignitosa e sobria,
bastano anche un divano letto e un bagno comune;
Non è necessario garantire i pasti, ma solo la prima colazione.

COMUNICATE LA VOSTRA DISPONIBILITÀ ENTRO IL 12 MARZO
in parrocchia
dove avrete ogni informazione
potete anche contattare l’indirizzo email sglfamiglie@gmail.com
Al 15 febbraio sono 10 le famiglie disponibili all’accoglienza...


DARE UNA MANO COME VOLONTARIO
Bisogna avere più di 18 anni;
Il servizio può durare tre mesi, un mese, dieci giorni, cinque giorni;
Il servizio prevede accoglienza e assistenza ai pellegrini
in particolare a disabili e anziani;
Preziosa la conoscenza di una o più lingue straniere;
ISCRIZIONI ENTRO IL 29 FEBBRAIO
i
n parrocchia o sul sito www.family2012.com – sezione iscrizioni,
categoria volontari

 


 

Maria Corte
Le mie incisioni
Con la partecipazione di Clelia Cortemiglia
Dal 3 Marzo all’11 Marzo 2012
Inaugurazione Sabato 3 Marzo ore 16.00
Ingresso da via Pinturicchio, 35
dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19

 


Il nostro percorso verso la Pasqua
Quaresima 2012

Dal lunedì al sabato
ore 8,45 Celebrazione comunitaria delle Lodi

Dal lunedì al giovedì
ore 18,00 S. Messa con la celebrazione dei Vespri

Tutti i Mercoledì mattina
ore 7,15 Preghiera di quaresima per i ragazzi delle Superiori e dell’Università

Tutti i Venerdì
ore 9,00 Via Crucis
ore 18,00 Celebrazione dei Vespri e meditazione

Via Crucis con il Cardinale Scola
Ci ritroviamo in Parrocchia con ingresso da via Pinturicchio 35, alle ore 20.45
per seguire insieme le meditazioni del Cardinale
in collegamento video con il Duomo.
La predicazione inizia alle ore 21.
martedì 28 febbraio LA CONDANNA
martedì 6 marzo SULLA VIA DELLA CROCE
martedì 13 marzo L’UMILIAZIONE DELL’AMORE
martedì 20 marzo FINE O INIZIO?


BILANCIO 2011

Il bilancio 2011 della Parrocchia si chiude con un disavanzo di 2.311,37 euro che corrisponde allo sbilancio della gestione corrente. Le spese di carattere straordinario derivano da interventi di carattere manutentivo sugli impianti e sono coperte da fondi costituiti nel 2007.

CONTO ECONOMICO
RICAVI

Offerte celebrazioni liturgiche
119.161,00
Eucarestia festiva e feriale
81.966,00
Altre celebrazioni (battesimi, cresime, matrimoni, funerali, offerte SS. Messe)
37.195,00
Altre offerte
76.051,00
Benedizioni natalizie
45.771,00
Ulivo pasquale
3.385,00
Cera votiva
26.895,00
Offerte straordinarie
29.056,70
Offerte per la chiesa
7.710,00
Eredità ricevuta
21.346,70
Entrate e raccolte attività diverse parrocchiali
12.060,93
Attività caritative parrocchiali
6.665,00
Stampa cattolica e Il Segno
1.311,00
Contributi notiziario Come Albero
300,00
Vendita libri don Angelo
605,50
Gestione oratorio
3.179,43
Altre entrate
44.072,57
Rimborso assicurazione
2.502,00
Utilizzo spazi parrocchiali
18.933,00
Interessi attivi su cc bancario
321,92
Rendite da titoli
16.237,19
Viaggio Santiago de Compostela
1.280,00
Entrate varie
4.798,46
Utilizzo fondi
70.736,00
TOTALE RICAVI
351.138,20
 
COSTI
Remunerazioni e compensi
118.037,31
Sacerdoti
41.784,00
Dipendenti: sacrestano
17.430,00
segreteria
18.002,50
addetto pulizie
9.154,00
Oneri previdenziali e ritenute fiscali dipendenti
20.115,36
Ritenute fiscali varie
100,00
Stanziamento TFR
5.081,31
Consulenze / Collaborazioni
6.370,14
Materiale per il culto
20.847,29
Fiori, paramenti, fogli S. Messe
3.388,60
Cera
17.458,69
Contributi diocesani
5.897,36
Contributi ecclesiastici
5.897,36
Attività parrocchiali
52.215,08
Caritative parrocchiali
35.358,50
Carità anziani
250,00
Libri omaggio
2.182,68
Stampa cattolica e Il Segno
1.323,10
Attività formative e culturali
2.250,00
Notiziario Come Albero
1.673,90
Attività varie
9.176,90
Spese di gestione
56.147,63
Assicurazione
10.746,98
Acqua, gas
829,40
Telefono
1.841,56
Servizi comunali (Tarsu)
2.130,50
Riscaldamento
21.309,66
Luce
6.968,00
Materiale e spese pulizia
470,55
Posteggio autosilo
8.801,00
Cancelleria, fotocopie
2.866,98
Carburante e bollo pulmino
120,00
IRAP
1.596,00
Manutenzione ordinaria
35.564,48
Immobili (ferramenta, colorificio, ...)
10.288,51
Impianti, macchinari, mobili
24.279,97
Varie
996,00
Manutenzione straordinaria
34.620,00
Impianti
34.620,00
Acquisti
3.934,39
Attrezzature
761,99
Macchinari
3.172,40
Oneri finanziari
14.952,63
Spese bancarie
446,49
Perdita titoli
14.506,14
Stanziamento fondi
6.665,00
Tassa su donazione
2.972,40
TOTALE COSTI
353.449,57
 
RISULTATO DI ESERCIZIO
Totale ricavi
351.138,20
Totale costi
353.449,57 -
DISAVANZO ESERCIZIO 2011
2.311,37
 
 

STATO PATRIMONIALE 2011

ATTIVO

731.824,91

PASSIVO
731.824,91
Cassa
1.800,01
Fornitori
-
Cassa oratorio
6.760,00
Fondo per organo
92.025,31
Banca Credito Artigiano
50.823,49
Fondo per manutenzione
372.330,68
Banca Intesa San Paolo
6.103,39
Fondo per carità anziani
121.226,00
Banca Credito Artigiano (oratorio)
22.675,34
Fondo per carità parrocchiale
40.557,42
Titoli
630.323,88
Fondo TFR
47.377,95
Crediti
7.201,50
Debiti
32.051,64
Patrimonio netto Parrocchia
3.825,93
Patrimonio netto oratorio
26.255,91
Disavanzo di esercizio
2.311,37
 

 

 


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

hanno ricevuto il battesimo

BEATRICE TROVATO
ROBERTA PALOMBA
ANDREA ARCARI
ANGELICA MARIA CASALE
ANNA MASCIELLO
ALESSANDRO LEPORATTI

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

PIETRO PETRUNI (a. 69)
PAOLA ROSA TORRIANI (a. 64)
LUCIA FIENI (a. 79)
STEFANO ANDRESINI (a. 73)

 


 


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