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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

FEBBRAIO 2013


Ho deciso di rinunciare al ministero
che il Signore mi ha affidato,
in piena libertà per il bene della Chiesa
dopo aver pregato a lungo
ed esaminato davanti a Dio la mia coscienza,
ben consapevole della gravità di tale atto
ma altrettanto consapevole di non essere più in grado
di svolgere il ministero petrino con la forza che esso richiede.
Continuate a pregare per me,
per la Chiesa e per il futuro papa.
Il Signore ci guiderà.

Benedetto XVI
Udienza generale, 13 febbraio 2013
.


GRAZIE, PAPA BENEDETTO

Sulla prima pagina di questo Notiziario abbiamo riportato le parole con le quali papa Benedetto ha ripetuto alla folla convenuta per la consueta udienza del mercoledì la sua decisione di lasciare il ministero di vescovo di Roma e quindi di pastore della chiesa universale. Sono parole che poche volte sono state pronunciate da un papa nei duemila anni di storia della Chiesa.
Per l’esattezza solo cinque volte da Clemente I, nel II secolo d.C., Ponziano, Benedetto IX, Celestino V e infine Gregorio XII nel 1415. Parole davvero storiche eppur previste dal Codice di diritto canonico, il codice della Chiesa, che al canone 332, comma 2 recita: “Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede che qualcuno la accetti”.
Questa decisione ha suscitato reazioni diverse, anche di disapprovazione, quasi fosse una fuga dalle gravose responsabilità del ministero petrino.
Ho letto, invece, in questa sofferta decisione, alcuni significativi messaggi. Inutile dire che è una lettura del tutto personale e certamente discutibile.

Tento di scavare nella decisione del papa, iniziando dal messaggio più semplice, quasi ovvio.
1. A tanti uomini, soprattutto politici, che occupano posti di responsabilità e potere la scelta del Papa dice: non restate incollati alla vostra poltrona, i cimiteri sono pieni di uomini che si credevano indispensabili.
2. Quella del Papa è una scelta carica di umanità: non nasconde la sua fatica e la consapevolezza di non disporre delle forze necessarie per svolgere BENE il suo ministero. Riconosce d’esser un vecchio di ottantasei anni, che ha avuto qualche piccolo problema cardiaco e che non si sente più all’altezza di un così gravoso compito. Dobbiamo avere solo rispetto per questa dichiarazione di impotenza.
3. Con questa scelta che restituisce al Papa tutta la sua umanità, la figura del pontefice perde quell’aura sacrale che fin qui ha circondato la sua figura: Santo Padre, Beatissimo Padre, Santità, Dolce Cristo in terra, pie esagerazioni. Nell’immaginario cattolico il Papa gode di una considerazione che rischia di sottrarlo alla sua condizione umana per farne una sorta di icona sovrumana. Nel dialogo ecumenico proprio questo modo di considerare il Papa è un elemento di obbiettiva difficoltà. Paolo VI in anni non lontani tentò qualche piccola riforma che liberasse la figura del Pontefice da un apparato che direi ‘faraonico’: la Sedia gestatoria, i flabelli, soprattutto la tiara, triplice corona che appunto Paolo VI ha donato per i poveri.
4. Con questa scelta Benedetto si comporta quasi alla stregua di tutti i vescovi che sono invitati a rimettere il loro mandato al compimento dei settantacinque anni. Questa indicazione che vale per quanti hanno un ufficio nella Chiesa, per esempio i Parroci, trova adesso applicazione anche nel Pontefice. Si potrebbe dire che dà il buon esempio. Meglio, il Papa che è tale solo perché è anzitutto vescovo di Roma, si comporta come ogni altro vescovo, valorizzando il suo essere vescovo con gli altri vescovi. È lecito pensare che la scelta di papa Ratzinger possa aprire la strada a considerare il ministero del Papa non ‘a vita’ ma ‘a tempo determinato’?
5. Talune voci, anche eminenti, dicono: il Papa deve morire sulla breccia, non deve scendere dalla croce. Questa espressione che risale a Giovanni Paolo II tende a stabilire un confronto con papa Wojtyla che, pur gravemente minato dalla malattia, è rimasto al suo posto. Formulo qui una mia personalissima opinione: il Papa polacco non si sarebbe mai ritirato in forza di una sua personale concezione della sua vocazione. Più volte nei suoi scritti autobiografici si domanda: Perché quando tanti miei coetanei cadevano sui campi della seconda guerra mondiale o nei lager io sono stato sottratto a questa fine? Perché proprio io? Si considerava un sopravvissuto, uno scampato grazie ad un disegno provvidenziale, lo stesso che poi lo ha salvato nell’attentato. E infatti il proiettile che poteva essere mortale è finito incastonato nella corona della Madonna di Fatima. In una lettura provvidenziale della propria vicenda umana l’uomo resta al suo posto fino alla morte. Oso dire che Benedetto ha una lettura più ‘laica’ della sua vicenda umana, una lettura dove ha posto anche il calcolo delle risorse, la valutazione delle forze che declinano e che devono esser accolte umilmente e non surrogate con uno slancio ‘eroico’.
6. La decisione del Papa non è estranea alla attuale condizione della Chiesa, deturpata, ha detto il Papa, dalle divisioni e non solo. Sulle spalle del Papa si sono rovesciate in questi sette anni squallide vicende fuori e dentro le mura vaticane e non solo di natura sessuale. Queste dimissioni pongono con forza l’urgenza di una maggiore collegialità che accompagni e sostenga il ministero del Pontefice.
7. Infine leggo nella scelta del Papa la piena consapevolezza di non esser lui il salvatore della chiesa e del mondo. La Lettera agli Ebrei dice che uno è “il grande pastore delle pecore, Gesù Cristo”. Pietro e i suoi successori non sono controfigura di Gesù, non lo sostituiscono, non lo rimpiazzano, non prendono il suo posto.

Nell’indimenticabile ‘Discorso alla luna’ la sera del primo giorno del Concilio, papa Giovanni ha espresso con semplicità e verità l’identità del pontefice: “La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello divenuto Padre per volontà di Nostro Signore”.

don Giuseppe


NELLA CASA DI MATTEO IL PUBBLICANO
omelia di don Giuseppe nella penultima domenica dopo l'Epifania
domenica 3 febbraio 2013
(Dn 9,15-19; 1Tm 1,12-17; Mc 2,13-17)

 



NELLA CASA DI ZACCHEO, IL CAPO DEI PUBBLICANI
omelia di don Giuseppe nell'ultima domenica dopo l'Epifania
domenica 10 febbraio 2013
(Sir 18,9-14; 2Cor 2,5-11; Lc 19,1-10)

 

 



IL MIO CONCILIO



Riportiamo il testo dell'intervento di Mons. Luigi Bettazzi all'interno della nostra Cattedra del Concilio lo scorso 31 gennaio.

Una delle più grandi grazie che il Signore mi ha fatto è stata quella di partecipare al Concilio Vaticano II. Diventato vescovo nell'autunno del 1963, all’età di quarant’anni, ho potuto essere ‘Padre conciliare’ per le ultime tre sessioni del Concilio. All'inizio della seconda sessione Paolo VI, appena succeduto a Giovanni XXIII, aveva nominato quattro Cardinali Moderatori, che guidassero le Assemblee generali, e fra questi c'era il card. Giacomo Lercaro, Arcivescovo di Bologna, di cui ero Vescovo Ausiliare. E il card. Lercaro, che voleva impegnarsi a fondo per la liturgia, argomento in cui era molto esperto e pastoralmente impegnato, aveva chiamato a Roma don Giuseppe Dossetti perché lo aiutasse nel seguire lo sviluppo delle varie tematiche, soprattutto quella della "Chiesa dei poveri", portandolo praticamente a diventare Segretario informale dei Moderatori. Questo mi ha permesso di seguire lo svolgersi del Concilio cogliendo aspetti che potevano sfuggire ai resoconti ufficiali.

Dall’interno invece, accanto alla esperienza di un episcopato veramente mondiale (per la prima volta i vescovi africani erano africani, indigeni, così come lo erano gli asiatici e i latinoamericani), si coglieva che quanto era stato preparato sembrava un riassunto un po' scolastico della dottrina tradizionale, mentre bisognava guardare al futuro, presentare la verità di sempre in modo adatto alla gente di oggi, proprio secondo il progetto di Papa Giovanni, che parlava di un Concilio che partisse - come diceva lui - dai "segni dei tempi", dal punto di sviluppo a cui era giunta l'umanità, per orientarla verso il regno di Dio, verso il mondo come Dio lo vuole.

Fu proprio al mio arrivo, nell'autunno del 1963, che trovai i vescovi scossi dal successo della Pacem in terris, l’Enciclica promulgata da Papa Giovanni poco prima della sua morte, ma quasi sconcertati che il Papa l'avesse pubblicata a Concilio aperto senza farne parola ai vescovi. E forse fu proprio quell'Enciclica e il successo da essa provocato nel mondo ad indurre i vescovi a raccogliere materiali sparsi in un Documento che mettesse la Chiesa in dialogo ed in collaborazione con "gli uomini di buona volontà", ai quali, oltre che ai cattolici, si rivolgeva la Pacem in terris.

Un'altra novità che sperimentai fu di trovare gli altri cristiani (venivano chiamati "fratelli separati",mentre prima erano quasi condannati alla perdizione) presenti come "osservatori", attenti e sorpresi di vedere il dialogo aperto e libero tra i vescovi (dunque non si era costretti dal Papa "ad obbedir tacendo"!), e attraverso i loro raduni settimanali messi in grado di osservare e di suggerire. Credo che noi vescovi siamo stati i primi "convertiti" dal Concilio, nel senso che abbiamo chiarito e maturato posizioni che in antecedenza non avevamo, camminando sempre in sintonia col Papa, che faceva sentire la sua opinione, suggeriva, talora frenava, e che alla fine ha firmato per primo tutti i Documenti. E così abbiamo compreso che la Chiesa è popolo di Dio, che cammina guidato dalla Gerarchia, ma che ascolta ed accoglie quanto lo Spirito Santo sollecita dove e come vuole. Il carisma della Gerarchia - a tutti i livelli - è quello di dire l'ultima parola, che però è l'ultima se prima ve ne sono state altre. Credo dunque che il Concilio abbia portato la Chiesa dove la stessa maggioranza dei vescovi non pensava; forse dove non pensava lo stesso papa Giovanni, che credeva all'importanza di un Concilio (e per questo l'aveva indetto) ma che sembrava già soddisfatto della settantina di Documenti preparati in antecedenza, che poi i vescovi sostituirono con nuovi testi!

In realtà l'efficacia del Vaticano II è derivata dall'essere giunto all'improvviso, deciso da papa Giovanni XXIII senza aver consultato i suoi collaboratori (Pio XII, che aveva proposto l'idea di un Concilio, ne venne dissuaso proprio dai suoi collaboratori!), convinto dell'importanza di un Concilio ma forse senza avere ben chiaro gli esiti. Il secondo motivo di positività fu che papa Giovanni lo indisse non come Concilio "dogmatico", che cioè definisse alcune verità (i dogmi) comminando "anatemi" cioè condanne a quanti non li avessero accettati, bensì come Concilio "pastorale", che parte cioè dalle persone e dai popoli del nostro tempo, dalle loro culture, dalle loro storie, dalle loro mentalità per condurli verso il regno di Dio, il mondo come Dio lo vuole (che dà "gloria a Dio e pace in terra"), di cui la Chiesa è "sacramento", cioè segno sensibile e strumento efficace. Ma la ragione più forte della sua positività fu che papa Giovanni fece capire fin dall'inizio che il Concilio era nelle mani dei Vescovi, concedendo ai vescovi il tempo di modificare totalmente la composizione delle Commissioni di studio preparate dalla Segreteria - espressione delle strutture centrali - e decidendo d'autorità la rielaborazione del Documento su "le fonti della Rivelazione", che la maggioranza aveva respinto, ma senza raggiungere la maggioranza dei due terzi dei Padri conciliari, come il Regolamento esigeva per riscrivere un Documento. E Paolo VI che nel primo periodo, come Arcivescovo di Milano, s'era reso conto del pericolo che il Concilio venisse ‘addomesticato’ da chi, appellandosi alla tradizione, temeva troppi cambiamenti, accolse la proposta che il Concilio fosse guidato da Vescovi membri dell'Assemblea, e nominò quattro Cardinali Moderatori che furono in grado di assecondare l'esigenza di rinnovamento che emergeva con forza dall'insieme dei Vescovi. Se volessimo fare un bilancio del Concilio dovremmo dire che le quattro Costituzioni già costituiscono il segno della "Pentecoste del nostro tempo", come si espresse papa Giovanni: la Parola di Dio è tornata nelle mani dei fedeli, la liturgia è diventata la preghiera della comunità, la Chiesa non si sente luogo esclusivo della salvezza quanto piuttosto"sacramento" (cioè "segno e strumento") di Cristo che salva anche al di là dei suoi confini visibili, e che deve esserlo soprattutto nella realtà e nella testimonianza della "comunione" a tutti i livelli. E i cristiani dovranno dialogare e collaborare con tutta l'umanità nel cammino verso il Regno, cioè verso il mondo come Dio lo vuole. Accanto alle Costituzioni il Concilio ha prodotto alcuni Decreti e Dichiarazioni, in particolare circa il dialogo ecumenico fra le chiese cristiane, il dialogo con le altre religioni, a cominciare dal dialogo con gli Ebrei. Non mancano in questi testi puntualizzazioni importanti circa la libertà religiosa, prima guardata quasi come una rinuncia alla fede. In particolare i vescovi nordamericani fecero aperte pressioni perché si giungesse alla dichiarazione sulla libertà da garantire alla religione (a tutte le religioni), come garanzia di una vera fede personale. Arrivarono a dichiarare che non sarebbero tornati in patria senza quella dichiarazione.

Giunto in Concilio quando Giovanni XXIII era già stato sostituito da Paolo VI, mi resi conto di come l'atteggiamento di Giovanni, pur ignaro delle conclusioni, avesse però orientato il Concilio. Quando, alla presentazione delle candidature per le Commissioni, accuratamente preparate dalla Segreteria - quindi praticamente dalla Curia,- alcuni vescovi chiesero con insistenza che si desse il tempo di conoscere i candidati, fu Papa Giovanni ad acconsentire: e dopo tre giorni le liste erano completamente rinnovate. Così i Padri conciliari cominciarono a rendersi conto che erano loro i protagonisti del Concilio.

Quello che subito risaltò ai miei occhi fu l'ecumenicità del Concilio. Tutti i Concili antecedenti (dai primi sette della Chiesa indivisa agli altri tredici della Chiesa cattolica romana) erano stati ecumenici, cioè mondiali; ma in realtà, se lo erano istituzionalmente, - convocati e soprattutto approvati dal Sommo Pontefice,- sociologicamente raccoglievano vescovi provenienti solo da alcuni territori della Chiesa universale: dal Medio Oriente e dal Mediterraneo i primi Concili, dall'Europa gli altri, taluni (come Trento) dall'Europa latina, altri (come il Vaticano I) dall'Europa missionaria. Per la prima volta ora si trovavano presenti vescovi di tutti i popoli e di tutte le culture, portando le loro svariate sensibilità, le attese e le speranze della loro gente. Me lo diceva un vescovo africano, segnalando la nostra tendenza a ripiegarci sul passato, mentre lui - conosciuto il cristianesimo a dieci anni grazie al primo missionario cattolico giunto nel suo territorio - era invece automaticamente portato a rivolgersi al futuro. Sono trascorsi cinquant’anni dall’apertura del Concilio e non mancano voci che chiedono un nuovo Concilio. Non sembri strano che a una domanda del genere io risponda con esitazione. Proprio il cardinale Martini, nella sua acutezza e saggezza, in realtà non chiese un nuovo Concilio, bensì assemblee generali di tutto l'episcopato su punti particolari della dottrina teologica o della vita morale (es. i problemi della bioetica o della vita sessuale, o l’accoglienza dei divorziati risposati), con l'autorevolezza quindi di un Concilio Ecumenico, ma senza la prospettiva di allargare la visuale a tutte le problematiche ecclesiali (come fece appunto il Concilio Vaticano II), nel timore - certo ingiustificato data l'azione dello Spirito Santo sempre sorprendente - di un ritorno all'indietro rispetto al cammino fatto dal Vaticano II, per le spinte - innegabili - a ricuperi e ridimensionamenti. Il Concilio Vaticano I infatti fu gestito completamente dal gruppo che non voleva cambiamenti (pare che Pio IX l'avesse convocato anche per avere suggerimenti "se" e "come" rinunciare allo Stato della Chiesa) fino alla definizione del primato e infallibilità del Papa. Purtroppo la gestione centralizzata continua negli attuali Sinodi episcopali e li rende meno "collegiali" e forse meno efficaci.

Un bilancio onesto del Concilio dovrebbe concludere riconoscendo un "già e non ancora". Nel senso che se guardiamo al passato dobbiamo dire che molto è stato fatto; ma se pensiamo a quello che avrebbe potuto essere dobbiamo riconoscere che ancora molto resta da fare; e questo può derivare non solo dall’azione frenante di chi non vuol modificare le proprie posizioni, di sicurezza più che di potere. Questo già appariva durante il Concilio nella preoccupazione della minoranza e in particolare del vescovo Marcel Lefebvre: costoro erano persuasi che… abbandonando la "tradizione" si finisse col "tradire" la Rivelazione. Bisogna anche riconoscere che una Chiesa così estesa e così varia ha bisogno di tempo per accogliere e far propri rinnovamenti tanto profondi, e questo non tanto sul piano dogmatico quanto di atteggiamenti personali e comunitari, nel rispetto delle molte e varie mentalità e culture. Credo ci si debba rendere conto che la fedeltà alla tradizione ci garantisce il contatto con la Rivelazione, ma tradizione (dal latino "tradere") non vuol dire bloccare sul passato, quanto trasmettere la verità di sempre in forme adatte e comprensibili da chi le deve ricevere e vivere. Bisogna far sì che la Parola di Dio diventi veramente lo spirito che anima la Chiesa e che la liturgia, come dichiara il Concilio, diventi sempre più il momento più alto e la sorgente della vita della Chiesa e del cristiano. Soprattutto ci dev'essere uno slancio ancor più grande per quelle che qualcuno ha voluto indicare come "rivoluzioni copernicane" e che corrispondono alle scelte decisive del Concilio: non il mondo per la Chiesa, ma la Chiesa per il mondo, al servizio di tutta l'umanità; non una Chiesa, di fatto identificata con la Gerarchia e un laicato passivo, ma la centralità e la corresponsabilità dell'intero popolo di Dio, al cui servizio (ministero!) è, nei vari livelli, la gerarchia.

Quando parlo del Concilio Vaticano II sono persuaso che : ha già dato molto, ma ha ancora molto da dare. Ed è per questo che anziché sognare un Concilio Vaticano III, sogno che si attui pienamente il Vaticano II!

 



CATTEDRA DEL CONCILIO
nell’Anno della Fede
nella memoria del card. Martini

26 febbraio 2013 ore 21
EBREI E CRISTIANI:
UN GRANDE PATRIMONIO COMUNE
Rav Giuseppe Laras


LUNEDÌ 4 MARZO ALLE ORE 21

PRIMO INCONTRO DEL CORSO DI PREPARAZIONE
ALLA CRESIMA PER ADULTI

Informazioni e iscrizioni rivolgersi in Segreteria parrocchiale


 

RELAZIONE ANNUALE
DELLA CONFERENZA DI SAN VINCENZO


Federico Ozanam
Il nome di Federico Ozanam non dice molto ai nostri amici-benefattori, anche perché noi da queste pagine li abbiamo informati dell’attività caritativa della nostra Conferenza di San Vincenzo, ma non abbiamo mai parlato di lui. Poiché quest’anno ricorre il bicentenario della sua nascita ci pare giusto illustrare brevemente la vita e l’opera dell’Ozanam. Egli nacque a Milano il 23 aprile del 1813. Nella chiesa di San Carlo, a Milano, una lapide ricorda il giorno del suo battesimo. Nel 1831 conseguì la laurea in legge alla Sorbona di Parigi, dove però Federico si occupò anche di letteratura e di storia, partecipando con vivo interesse a dibattiti politici e letterari. Grande influenza sulla sua formazione ebbe l’amicizia col professor Bally. Federico conobbe da vicino le povertà delle soffitte parigine, ne fu profondamente colpito e sentì l’esigenza di intervenire concretamente nello spirito del Vangelo e sulle orme di San Vincenzo. Nel 1831, appena ventenne, insieme ad altri studenti universitari ed al professor Bally, diede vita alla Conferenza di carità, Associazione che nel 1845 sarebbe diventata la “Società di San Vincenzo de Paoli” la cui principale caratteristica fu l’impegno degli associati ad effettuare visite presso i bisognosi, per stabilire con essi un rapporto amichevole di fraternità: metodo al quale le attuali Conferenze si uniformano. “Federico fu grande profeta. 150 anni fa parlare di un’organizzazione di laici che fa azione ecclesiale era inconcepibile. Ebbene fu proprio questo il fine della sua opera e fu l’inizio della moderna concezione del laicato cattolico ed in questo consiste la sua straordinaria attualità.” (A. Floris : “Un Santo laico per il nostro tempo”) Il 22 agosto 1997 Federico Ozanam venne beatificato da Giovanni Paolo II.

Attività della Conferenza
Non si è fatto mancare il sostegno economico e psicologico a madri sole con figli a carico, cercando anche di condividerne e approfondirne i problemi. Quando si sono presentati casi di malattia non è mancato l’aiuto economico e il coordinamento dell’assistenza. Si è provveduto a pagare affitti ALER, spese condominiali e utenze varie. Sono state sistemate abitazioni con trasporto mobili eseguito dalla Caritas. Non è mancato il sostegno economico per le vacanze e per gli studi dei frequentatori dell’oratorio. Un momento di particolare intensità è quello dell’accoglienza agli utenti del Guardaroba e del Banco Alimentare: si stabilisce un rapporto di confidenza e di comprensione che potrebbe assimilarsi ad un centro di ascolto: c’è il tempo per capire i bisogni e i problemi di persone italiane e straniere e di consigliare ed aiutare nella soluzione dei vari problemi. La presenza e la parola del Parroco, che partecipa alle nostre riunioni, ci ha consentito di approfondire molte delle tematiche che riguardano l’esercizio della carità. Al Parroco ed ai Sacerdoti va il nostro ringraziamento per l’accoglienza ed il sostegno in ogni momento di difficoltà. Da questo foglio diciamo il nostro “grazie” ai parrocchiani che con il loro contributo (questue nella prima domenica del mese e partecipazione alla Fiera Natalizia) sostengono la nostra attività.

BILANCIO ECONOMICO 2012

ENTRATE
Collette e Contributi dei Confratelli 6.511,50
Questua alle porte della chiesa 14.869,50
Contributi da Enti e Fondazioni 4.735,00
Contributi da privati 2.000,00
Ricavo Fiera natalizia 13.345,50
Interessi bancari 1.488,15
Totale 42.949,65

USCITE
Interventi di Assistenza diretta in contanti 19.530,00
Pagamento bollette e Affitti 17.444,70
Pagamento indumenti e alimenti 1.759,60
Trasporti alimenti e mobili 590,00
Offerte ad altre associazioni caritative 1.560,00
Adozione bambino Peruviano 155,00
Adozione bimbo malato in Costa d'Avorio 500,00
Spese amministrative 447,49
Quote dovute agli organi centrali 925,00
Totale 42.911,79

Avanzo di gestione € 37,86

ATTIVITÀ BANCO ALIMENTARE ANNO 2012

ALIMENTI DISTRIBUITI:
Forniti dal Banco Alimentare: 8.808 kg.
Forniti (e pagati) dalla S. Vincenzo e dalla parrocchia: 550 kg.
(parrocchia €. 1.275,00 e S. Vincenzo €. 1.518,00)
Offerti da ditta Caterpillar: 110 kg.
Totale 9.468 kg.

SERVIZIO EROGATO A:
74 famiglie “fisse” di cui 42 italiane e 32 straniere pari 178 persone
Per le famiglie “fisse” la distribuzione avviene mensilmente.
135 persone “di passaggio”
Distribuzione mensile x 10 mesi: pacchi 594; persone 1.374;
(media mensile: pacchi 50/55)
Distribuzione una tantum x 12 mesi: pacchi 20;
Distri
buzione parrocchiale di “mini pacchi”: pacchi 115

 


 

Il nostro percorso verso la Pasqua
Quaresima 2013


Da lunedì a sabato
ore 8,45 Celebrazione delle Lodi

Da lunedì a giovedì
ore 18,00 S. Messa con la celebrazione dei Vespri

Tutti i venerdì (non si celebra la S. Messa)
ore 9,00 Via Crucis
ore 18,00 Celebrazione dei Vespri

Venerdì 22 febbraio
ore 21,00 in chiesa Adorazione eucaristica

Martedì 26 febbraio
ore 21,00 in oratorio Cattedra del Concilio
Ebrei e Cristiani: un grande patrimonio comune
Rav Giuseppe Laras

Venerdì 1 marzo
ore 21,00 in chiesa Via Crucis meditando la Passione secondo Marco

Venerdì 8 marzo
ore 21,00 in chiesa Via Crucis meditando la Passione secondo Luca

Mercoledì 13 marzo ore 21,00
in oratorio Cattedra del Concilio
La riforma liturgica
prof. Andrea Grillo

Venerdì 15 marzo
ore 21,00 in chiesa Via Crucis meditando la Passione secondo Giovanni

Venerdì 22 marzo
ore 21,00 in chiesa Adorazione eucaristica

L’oratorio
Tutti i mercoledì di quaresima
ore 7,30 - 7,45 Momento di preghiera in chiesa per tutti gruppi del dopo Cresim

Domenica 24 febbraio
dalle ore 10,00 Ritiro di Quaresima per la Prima Media

Venerdì 1° marzo
ore 18,00 Incontro decanale di Quaresima per la Seconda e Terza media

Domenica 3 marzo
dalle ore 10,00 Ritiro di Quaresima per la Quinta elementare

Sabato 9 marzo
Ritiro di quaresima decanale per i giovani all’Isola di San Giulio
(iscrizioni da don Paolo)

Domenica 10 marzo
dalle ore 10,00 Ritiro di Quaresima per la Terza elementare

Domenica 17 marzo
dalle ore 10,00 Ritiro di Quaresima per la Seconda e Terza media

Domenica 24 marzo
ore 9,30 Processione degli ulivi dai giardini di via Pinturicchio
ore 10,00 S. Messa
e a seguire ritiro di Quaresima per la Quarta elementare

Per tutta la Quaresima le offerte di carità raccolte in oratorio saranno a favore del Monastero Santa Chiara delle Suore Clarisse a Bouar, Repubblica Centro Africana, a sostegno delle attività nei confronti della popolazione colpita dalla guerra.

 


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

ha ricevuto il battesimo

CORRADO GIORGIO DE BELLIS

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

MARIA NICOLA LONGO (a. 91)
IRMA ERMINIA VOLONTÈ (a. 81)
VINCENZO RAVETTI (a. 97)
ANNA MARIA LEUCI (a. 90)
SALVATORE ANTONINO GROSSO (a. 70)
VERA IMMACOLATA PACE (a. 85)
LUCIANA MASSINI
LUIGI MAZZINI (a. 100) 4)

 


 


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