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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

gennaio 2008    


il gigante buono, la madia e il pane dell’angelo

Il colpo era forte. Un rimbombo. Come di cannone. Qualcuno va dicendo che un tonfo simile s’era udito anni fa, il giorno in cui un velivolo in città investì il Pirellone. Questa volta era semplicemente il tonfo di un botto, e poi a seguire altri, devastanti, nel mezzo della notte, a Capodanno. Qualcuno poi mi disse che cosa può costare un botto, di questi che ti sgranano il cuore. E mi sembrò, ti dirò, insensato. Accuso l’insensatezza. Poi mi interrogo e mi vado dicendo che forse è perché sono vecchio. O non starò diventando forse arcigno censore, fustigatore dell’allegria?

Mi fermo poi a pensare a un altro rimbombo, all’effetto della notizia di quel prezzo nella mente di chi la vita se la consuma con una pensione che forse per pudore chiamiamo minima. E che minima non è, perché non è, diciamolo, il minimo per vivere. Che botto la notizia! E un po’ mi rattristo.

Tu mi capisci, mi rattristo, perché questo è solo un episodio, e quasi un simbolo. Non so se a te qualche volta è venuto di pensare al-l’effetto che può avere la notizia degli stipendi dei super manager e delle loro pensioni, effetto bomba, su quelli che la vita se la campano duramente con la minima.

Si potrebbe pensare che così vanno le cose. E arrendersi. C’è aria fredda, gelida, in città e non solo in città. Sarà anche per via della mancanza di sicurezza. Ma la parola, ti dirò, comincia a insospettirmi. Se non altro perché se ne stanno riempiendo la bocca in tanti. Troppi forse. Fino a far presentire un abuso. Pochi giorni fa mi stropicciai gli occhi, quando il questore della città o chi per lui, non ricordo, facendo un bilancio dell’anno, dichiarava che oggi la città è molto più sicura di ieri e che gli attentati alla sicurezza dei cittadini sono diminuiti e non di poco. A fronte di questo, diceva, è cresciuta la sensazione della paura.

Non possiamo negare che i problemi siano reali, peccheremmo di ingenuità. Ma ci si dovrebbe interrogare sul fenomeno. Che la paura non sia anche un effetto di questo gridare all’insicurezza dilatandone lo spettro? Qualcuno comincia a pensare che gridare all’insicurezza porti vantaggio a chi grida. E più sono i vantaggi, più si grida.

Da povero osservatore delle cose piccole mi sembra di capire che non sia questo il dramma più inquietante del nostro tempo. Se fosse questo, altro rimedio non ci resterebbe che alzare muraglie.

Nei giorni ormai vicini al Natale, rientrando una tarda mattinata, trovai una sorpresa. Alla fine mi dissi: “è passato un angelo”. Comincio infatti a pensare che alcuni degli esseri che la Bibbia chiama angeli altro non siano che uomini e donne in carne e ossa, come quell’angelone che mi trovai quella mattina davanti agli occhi. Dentro me li stropicciavo. Era lui o no? Era lui. Un tempo ancor più in carne e ossa, quasi gigante, gigante buono. Pesantemente smagrito, scavato da trentanove giorni di sequestro in una foresta delle Filippine, Padre Giancarlo Bossi. Qualcuno ne ricorderà il volto in uno dei servizi dei nostri telegiornali. Era lui. Lo ascoltavo. Forse, ancor più, lo guardavo, quasi me lo bevessi con gli occhi.

E, dentro le sue parole, alcune che per un attimo mi parve sbriciolassero la consistenza di tante nostre grida sulla sicurezza. Nella Messa di mezzanotte a Natale pensando con nostalgia alla sua Payao, lui avrebbe detto: “Sapete come si sta bene senza niente. Mica come qua che avete belle case che sono belle prigioni, con allarmi e spioncini dove si vive blindati, ognuno chiuso nel suo benessere, senza più sogni e utopie”.

Forse di tanto in tanto dovremmo chiederci se stiamo diventando o no più uomini, se la terra la stiamo costruendo più umana o no. E se ad abitare le case blindate fosse un vuoto di umanità, in assenza di sogni e di utopie?

Da povero osservatore delle cose piccole mi sto convincendo che il dramma più inquietante sia questo: il degrado che fa scuola dall’alto, nell’indifferenza quasi generalizzata. Vedi la corruzione e subito vedi la giustificazione. Un tempo la menzogna era chiamata menzogna e il latrocinio latrocinio, l’abuso di potere abuso, l’arroganza arroganza, la maleducazione maleducazione. Siamo arrivati allo sberleffo. Un tempo i corrotti pativano in qualche modo vergogna. Ora trovano udienza, pontificano dai salotti televisivi, trovano accoglienza proprio là dove si sventolano bandiere, che sono stracci strappati dal vento. E si gridano nomi che dovrebbero far arrossire. Che cosa potrebbe riservarci - penso alle parole del “gigante buono” - una terra senza sogni e senza utopie?

Dove sta il rimedio? Forse in una sollevazione interiore. Che parta da noi. Da ciascuno di noi. Perché ciò che vediamo purtroppo fa scuola. Fa devastazione. Fa devastazione delle coscienze. E vuoto. Gli spiriti più attenti sono in apprensione, in apprensione i genitori per le nuove generazioni. Vedo papà e mamme interrogarsi sui figli. Come sarà il futuro dei figli se persisteranno ad essere figli dei sogni e figli delle utopie? Come vivranno i figli dei sogni e delle utopie? Vedo smarrimento negli occhi di padri e di madri.

Credo in una sollevazione delle coscienze, che ci veda resistenti ai dominatori di questo mondo e appassionati al vangelo. Che non è un nome. È la vita di Dio come l’abbiamo potuta leggere in una vita di uomo.

Con una vita di uomo come la sua, Gesù ci ha raccontato come dobbiamo farci uomini, come dobbiamo diventare uomini. Perché è vero che si nasce uomini, ma è anche vero che uomini si diventa. Forse è anche vero che qualche volta ci si smarrisce come uomini, se ne perde l’immagine. Si è fatto uomo e vuole che noi ci facciamo più uomini, o se volete più umani.

E come non sperare e pregare che ci rimanga una briciola di coraggio, per chiederci se quello che stiamo cercando, inventando, costruendo, a livello personale e a livello di società e di chiesa, sia o no nell’orizzonte di un vero essere uomini.

Il coraggio di interrogarsi. Senza venir meno, senza lasciarci imbavagliare da disfattismo e indifferenza. Allora sarà sollevazione: come quella del seme nella terra. Una ragazza come regalo mi ha lasciato dei semi. Per lenire, diceva lei, un pochino il vuoto di Piazza Bernini. “Una pianta, distratta, capita che mi dimentichi di innaffiarla” scriveva “per ora, sta lì e resiste. Ogni tanto spinge, come se le radici richiamassero attenzione sotto il cemento. Mi chiede di esserci.”

Oggi ci viene chiesto di esserci. E di resistere. Là dove siamo. Dove trovare coraggio?

Un vecchio prete dei monti, mio amico, morto due anni fa, vecchio di anni ma non di mente, non di cuore, don Michele Do, alla Messa di fine anno, ventidue anni fa, invitava a raccogliere nel cuore la dolcezza di tutti i nostri ricordi. E diceva: “Non dimenticherò mai un Natale passato nell’Eremo di Sorella Maria, dove, in quel periodo, sulla grande madia, nella grande sala, venivano esposte tutte le fotografie degli amici lontani: le presenze vive di quelli ancora pellegrinanti e di quelli che erano già andati oltre, nel Regno! Come è bello raccogliere i ricordi. Io ho bisogno di ritrovare questi volti. Credo che questo sia un momento sacro”.

E aggiungeva a scanso di fraintendimenti: “La memoria cristiana, la memoria religiosa, non è la struggente nostalgia del tempo perduto, ma sono tutte le ricchezze del nostro passato: tutte le ricchezze degli affetti, delle presenze, delle cose vissute, le cose belle e - lasciatemi dire - anche le ore oscure, le ore di smarrimento, le ore di peccato, non dobbiamo rifiutare nulla. Non dobbiamo cancellare niente, dobbiamo assumere tutte le cose perché sono diventate sostanza della nostra vita… I mulini di Dio macinano ogni cosa, anche il nostro peccato, anche i nostri momenti di pochezza, di povertà, di oscuramento, di travolgimenti”.

“Meditare non è dunque voltarsi indietro. Il Signore ci dice ‘non voltatevi indietro’. Gesù, accogliendo creature consunte e sfigurate, diceva loro: “Alzati e cammina”. Il Signore ci dia il coraggio di guardare sempre oltre.

In questi tempi di mediocrità e di indifferenza occorre non cedere mai l’anima, non cedere alle delusioni, alle amarezze, alle tentazioni del ripiegamento su se stessi, alla tentazione della fuga. Ci sono cose morte ovunque, nella chiesa, nella società civile, nel nostro ambiente. Non cediamo l’anima a queste cose morte. Ma ci sono delle cose vive e queste dobbiamo far vivere. Cerchiamo di far vivere le cose che meritano di esistere e di vivere.”

E allora vorrei quasi augurio per l’anno nuovo unire all’immagine del “gigante buono” altre due immagini. La prima è la grande madia, nella grande sala dove sono radunate le fotografie. Come vorrei che a darci immaginazione e coraggio fosse la grande madia, dove raccogliamo le memorie, e tra le prime, la prima, quella di Gesù, e poi quelle a noi più care, madia delle memorie, che sono seme di vita per noi.

E l’altra immagine quella del pane dell’angelo. L’angelo al profeta Elia sconsolato, sul-l’orlo della disperazione, tentato di farla finita, porta una focaccia, un pane, gli dice: “alzati, mangia e cammina: hai ancora della strada davanti a te”. A darci immaginazione e coraggio sia il pane dell’angelo, pane il volto di Dio, pane la sua Parola, pane il volto dei nostri amici, pane la loro presenza. Prendiamo il pane dell’angelo e camminiamo verso il monte di Dio.

don Angelo

 



Alzati, prendi la vita e va’
omelia di don Angelo nella domenica tra l’Ottava di Natale
30 dicembre 2007 (Is 12, 1-6; 1Gv 1, 5-2,2; Mt 2, 13-15. 19-23)

Questo racconto di Matteo, che va sotto il nome della fuga in Egitto, ci lascia con tante suggestioni nel cuore ma anche con tante domande.

Una prima domanda è perché Matteo abbia costruito questo racconto, che sembra non avere una sua plausibilità dal punto di vista storico. Oggi la Liturgia, all’interno del racconto, ha dimenticato tre versetti inquietanti, che vanno sotto il nome di “strage degli innocenti”. Ma di questa strage di Erode non troviamo alcun riscontro storico, mentre troviamo riscontro di ben altre stragi, operate con efferatezza inimmaginabile da Erode, stragi di consanguinei, figli, fratelli e nipoti, che potessero attentare al suo trono. Ma questa constatazione, lungi dalla scandalizzarci, dovrebbe invece farci capire che questi testi hanno un loro genere letterario, il genere letterario del midrash, dove la verità non è necessariamente quella del racconto, ma quella che sta sotto il racconto. Matteo racconta il ritorno della famiglia dall’Egitto e commenta: “Perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. Ma queste parole delle Scritture non erano forse riferite nella Bibbia al popolo d’Israele? Ebbene a questo bambino l’evangelista Matteo attribuisce le stesse parole usate da Dio per il suo popolo, schiavo in terra di Egitto: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. E, così facendo, Matteo ci racconta una verità. Quale? Che Gesù ha rivissuto la storia del suo popolo.

Nasce questo bambino, ci vuol dire Matteo, ed è subito nella storia. Subito nella conflittualità che segna la storia degli umani. Per lui non c’è una storia diversa. Chiamato anche lui a fare i conti con le trame del potere. Facendosi uomo non si ritaglia una vita in una zona appartata, in situazioni meno esposte, là dove non soffino bufere e il vento non sferzi gelido sui volti. Anche lui sradicato, esule come il suo popolo, uomo dell’esodo come il suo popolo: stessa vicenda, stesso sradicamento, stesso rischio, stessa insicurezza.

Cristo accetta che la vita sia un esodo, sia insicurezza. E, così facendo, mette sotto accusa un certo nostro modo di sognare la vita, questo nostro vagheggiare una vita tranquilla, senza sradicamenti improvvisi, una vita dove l’imprevisto non venga a mettere a soqquadro la nostra casa e i nostri sogni, le nostre rigide programmazioni. E invece i verbi che risuonano per tutto il racconto sono verbi di sradicamento e di movimento. Li abbiamo sentiti: “Alzati, prendi il bambino e sua madre e va’ ”. Prima in Egitto, e poi nel paese d’Israele, e poi nelle regioni della Galilea. È un continuo. Grande Giuseppe - spesso se n’è fatta una figura slavata, slavata e snervata - grande Giuseppe che sa inventarsi la vita, la sua e quella della sua famiglia, in situazioni fuori da ogni immaginazione!

Mi sono detto - le mie sono osservazioni prive di ogni scientificità, da povero sprovveduto osservatore del mio tempo - mi sono detto che forse oggi, più di ieri, noi siamo chiamati a sradicamenti. Non so se sbaglio, ma fino a qualche decennio fa la nostra vita era in progetti sicuri, nel segno di una maggiore stabilità, le cose succedevano allo stesso modo, con lo stesso ritmo. Oggi viviamo una stagione diversa: pensate quanti sradicamenti! Sei qui e poi sei là. Sradicamenti non solo geografici, ma interiori, spirituali: “Alzati prendi il bambino e sua madre e va’ ”. Alzati, prendi la vita e va’. E che cosa succede? Perdonate, la riflessione dovrebbe essere forse più profonda della mia.

E che cosa succede? Che noi, abituati all’immobilità o, se volete, abituati a programmare - tutto deve stare nei programmi! - andiamo in crisi. Forse anche per questo la nostra è una stagione che si segnala per l’infierire delle depressioni. Come se noi facessimo resistenza a stare in una vita come esodo.

Non voglio colpevolizzare nessuno. Perché non voglio dire che sia facile stare in una vita che ti chiede sradicamenti e invenzioni continue: “Alzati, prendi il bambino e sua madre e va’ ”. Voglio però dire che, se riconoscessimo che questa è la vita, che nient’altro che questa è stata la vita del Figlio di Dio, forse saremmo più riconciliati con noi stessi, con la vita e con Dio. Con Dio che per sé non ha preteso una vita diversa.

E, così facendo, ci ha ricordato anche una cosa bellissima: in che cosa confidare? Che la vita sia quella che immaginiamo noi? Sarebbe un fragile confidare! No, Matteo ci insegna a confidare in Dio. Dovunque ti porterà la vita. Non ce lo aveva oggi ricordato anche il profeta Isaia? “Ecco, Dio è la mia salvezza, io confiderò, non temerò mai, perché mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza.”

Voi mi capite, confidare in Dio, ci rende liberi, non imprigionati, nemmeno nei nostri progetti. In ascolto, come Giuseppe, dei sogni. Dei sogni che ci abitano.

Uomini e donne dell’esodo, ci risuonino dentro e ci accompagnino le parole del Salmo: “Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri. Da ora e per sempre” (Sl 120,8).



Nessuno è un’isola, Di quali famiglie parliamo.
La persona e le sue relazioni.
Relazione dell’incontro tra famiglie tenutosi il 3 Dicembre scorso
presso il salone dell’oratorio

Siamo arrivati in ritardo con questo incontro, l’ultimo era stato il 28 maggio, più di sei mesi fa.
Ci siamo arrivati anche col fiatone, comunicandolo all’ultimo, senza riuscire a essere su “Come albero”, senza riuscire a recuperare la mailing list che le persone ci avevano lasciato per informare anche i più lontani e quelli che dalla chiesa magari non passano. Siamo stati un po’ colpevolmente disorganizzati e di questo ci scusiamo di cuore con tutti quelli che sapendolo per tempo avrebbero potuto partecipare. Siamo stati un po’ affannati e arruffati nell’organizzazione, come siamo spesso nella nostra vita, come spesso organizziamo anche la nostra vita famigliare. Ciò nonostante abbiamo avuto in dono un incontro intenso di cui ora cercheremo di farvi partecipi, facendo almeno in parte ammenda per l’organizzazione un po’ maldestra.
L’intensità dell’incontro forse è stata anche legata al fatto che eravamo in tutto 23 persone. Un piccolo gruppo che poteva stare vicino e raccolto.

Ha introdotto la serata don Angelo: attraverso le sue parole ci ha portato una riflessione sulla distanza, a volte percepita dalla gente, tra ciò che viene detto, proclamato dai documenti ufficiali e ciò che è il mondo concreto e reale in cui viviamo. In questa riflessione don Angelo si interrogava su come possiamo camminare oggi a fianco delle famiglie nella bellezza del loro cammino, ma anche nei loro reali disagi.
Le nuove situazioni che incrociamo non possono essere guardate con uno sguardo asettico e gelido come se fossero situazioni anonime, da giudicare, con uno sguardo “da lontano”. Queste “situazioni” sono vite, sono famiglie, sono storie, cariche di una sofferenza che spesso nei documenti non viene contemplata o non si scorge. Si può parlare, per esempio, di separati, senza scorgere tutta la fatica, il dolore, le lacerazioni vissute per giungere a questo passo, che può in alcuni casi essere l’unico percorribile.

Il valore dell’indissolubilità del matrimonio non può essere brandito unicamente e primariamente come un valore giuridico, se poi manca un’attenzione a come possiamo, come comunità, essere presenti e vicini nell’accompagnare le persone, le coppie, in questo cammino di vita insieme che può essere talvolta davvero accidentato, al di là di ciò che si immaginava il giorno del matrimonio. Don Angelo si interrogava e ci interrogava su come possiamo essere una comunità che crede nel camminare insieme indicando il passo proponibile in una concreta situazione.

Una comunità, ci diceva, sta dentro due dimensioni, l’ideale e la realtà. È importante annunciare l’ideale perché questo aiuta a tenere alto lo sguardo all’orizzonte, senza abbassare il tiro, aiuta a scorgere possibilità di pienezza e di bellezza al di là della schiacciante fatica quotidiana. Ma l’ideale deve anche fare i conti con la vita, con la realtà.
La comunità allora deve educare alle cose belle e alte, ma al contempo accogliere la fatica e il fatto che a volte non ce la si fa. Se stiamo ai vangeli, e ricordiamo come agiva Gesù, non si può dimenticare che il Signore non vuole il fallimento per nessuno, che la sua promessa è più grande dei nostri personali smarrimenti. E se questo è vero in altri campi, non può non essere vero anche in questo.

Nella chiesa possiamo registrare sensibilità diverse che nascono dall’aver incrociato o meno le storie delle persone, dalla maggiore o minor vicinanza al loro vissuto. I pastori vivono vicino alle persone, ne conoscono la vita. Ne conoscono le gioie e le fatiche. Possono accompagnare, possono proporre un percorso che rimanga aperto al divenire.
La riflessione è aperta e voci autorevoli si vanno interrogando sulla prassi della chiesa antica, sulla possibilità di ricavarne indicazioni per l’oggi. Ci sono voci che si chiedono come giudicare la prassi delle chiese ortodosse, secondo le quali come può accadere in un matrimonio una morte corporale così può accadere una morte psichica e quindi aprono a una possibilità ulteriore, dopo un congruo cammino penitenziale. Forse vale la pena di ricordare che ogni caso va guardato nella sua tipicità, con la vicinanza che ogni vita chiede per essere compresa e accompagnata nella sua unicità.
Spesso i separati hanno un’idea di chiesa che deriva da ciò che leggono sui giornali o sentono in televisione. Di qui incomprensioni e allontanamenti, legati sovente alla tristezza e qualche volta alla rabbia che ne nascono. Tutti insieme però possiamo - anche noi! -, dare un’immagine diversa, l’immagine di un altro volto di chiesa. Questo succederà se in ogni occasione il pensiero sarà a che cosa faceva Gesù, a che cosa lui diceva, a come lui si atteggiava. Questa è la nostra forza, ciò a cui far riferimento.

Negli interventi che sono seguiti si sono focalizzati alcuni temi. Grazie alla presenza di persone che hanno vissuto l’esperienza della separazione, come coppie o come figli, e che generosamente si sono narrate, molta dell’attenzione è stata concentrata sul problema delle nuove famiglie che nascono dalle separazioni e dai divorzi. In realtà le nuove famiglie con cui ci relazioniamo oggi sono molte. Sono state ricordate anche le famiglie di fatto, sempre più numerose, di cui rischiamo di sapere e capire poco, e a cui forse potremo dedicare un altro incontro, perché sicuramente molti giovani intorno a noi vivono questa realtà e potrebbero farci partecipi del loro percorso di vita in un cammino condiviso.
È stata portata anche l’esperienza di essere una famiglia fondata sul matrimonio civile ma dove uno dei due è credente. È stato narrato come tale situazione sia stata vivibile per il dono di aver incontrato pastori capaci di apertura e di accoglienza, lontani dalla presunzione di bollare sbrigativamente l’altro con il marchio di diverso, o come portatore di una differenza che è solo vuoto e mancanza.

Molti, come dicevo, i temi legati al problema delle separazioni: ci sembra opportuno registrarne qui alcuni emersi nell’incontro.

Matrimoni morti, separazioni vive. Quando un matrimonio è “morto”, una separazione può divenire occasione di vita, può essere l’unica cosa viva che si può ancora fare. Allora, pur nel dolore e nella fatica, la separazione può divenire un’opportunità di riscoperta di sé. Una scelta che dà la possibilità di ricollocarsi come individui, come genitori, come figli. Se si riesce a farlo nel rispetto di tutti e avendo a cuore l’integrità di tutti, può divenire occasione di miglioramento di se stessi. Merita rispetto perché è dolorosa.

Essere accolti. La separazione può essere occasione per sentirsi esclusi dalla comunità di cui facevi parte. Negli anni del matrimonio e della nascita dei figli è stata la tua comunità e ti ha permesso magari anche di riavvicinarti alla fede, di rifarla tua. Poi però, nel momento della separazione ti volta le spalle aggiungendo dolore al dolore.
La comunità che accoglie, che sta con te anche nel momento in cui non si può far altro che stare con quello che c’è e accettare ciò che è successo, ti permette di cercare come rispondere a questa cosa che è avvenuta nella tua vita e in quella della tua famiglia. Ti permette di sentire che sei di nuovo dentro un percorso anche se ancora non sai dove questo percorso ti porterà. Però sei sulla strada e non sei solo, c’è una comunità che ti accoglie e cammina con te.

Lo scontrarsi col limite. La sofferenza nella separazione nasce anche dallo scontrarsi col limite e dal fare fatica ad accettare questo limite. Può essere molto duro, ma è reso ancor più duro dall’avere intorno persone che non sono in grado di accettare questo limite, che non riescono a vedere neppure il loro e che con questo atteggiamento ti rendono più solo e più affaticato nel tuo percorso, che tu sei costretto ad affrontare.

Progetto di coppia, progetto di famiglia. La fine del progetto di coppia rischia di trascinare via con sé anche il progetto di famiglia. Ma le famiglie separate restano famiglie, nuovi nuclei famigliari in cui con un modo nuovo far vivere ancora quel progetto, rivisto, rivisitato, ma ancora un progetto di famiglia. Ancora una volta lo sguardo esterno che ti bolla come separato se non addirittura come single, ti rende più difficile questo percorso dove invece è fortemente sentito il bisogno di essere guardati come famiglie.

La persona è centrale. Forse tutto sta nel riportare al centro la persona. Chi per esperienza lavorativa vede tante coppie giovani separarsi, vede giovani persone che non riescono a trovare dentro di sé le risorse per riprendere il cammino, che tornano alle famiglie di origine. Allora forse c’è anche un errore educativo. Siamo famiglie iperprotettive. I ragazzi oggi, pur nell’oggettività della difficoltà economica in cui vivono, fanno fatica a scegliere, a scommettere, a fidarsi rimandando all’infinito l’inizio della loro vita.
Riportare al centro la persona allora può avere più significati. Educativamente riportare al centro la persona è insegnare a fidarsi di ciò che le persone hanno dentro di sé, come risorsa per essere felici, per trovare felicità e senso, mentre l’educazione di oggi pone la felicità delle persone in ciò che c’è fuori di loro, in ciò che si ha. Questo fa sì che le nostre vite siano prese da tutto ciò che c’è fuori di noi, che non siamo più in grado di partire da noi stessi.
Ma mettere al centro la persona significa anche che la persona deve potersi trovare dentro e ritrovarsi quando la vita impone cambiamenti. E che gli altri devono imparare a guardare alle persone e non alle categorie: separato, divorziato, convivente. Guardare dentro la persona e il suo vissuto perché “Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato”.

Il giudizio. Quello che più si vive sulla propria pelle di separati o di figli di separati è il giudizio. Un giudizio che arriva dall’alto e che ti schiaccia. Un giudizio per cui l’ideale proposto diventa non più un aiuto ad aprire l’orizzonte, ma qualcosa che ti schiaccia perché colpevolmente tu non l’hai saputo raggiungere o conservare.

Uno degli ultimi interventi portava l’attenzione sullo sguardo buono, non giudicante, compassionevole che guarda alla fine di un matrimonio come a un “non ce l’hanno fatta”. E poi si interrogava sul perché non ce la facciamo? Dove il cammino si è intoppato? Che cosa si blocca e blocca il matrimonio? È importante interrogarsi e capire questo. È importante farlo per noi e i nostri figli.

Ci sembra, questa domanda, un modo giusto di continuare questa riflessione che per limite di tempo abbiamo dovuto interrompere. Su questo tema ci ritroveremo la prossima volta. Con la promessa di essere più solleciti nella comunicazione della data.

Lucia Centolani per la commissione famiglia



Buon Natale 2007 da me, Sandrino di anni 8 nel Natale 1950.

Quando ero in terza elementare la mia maestra ci fece scrivere una lettera a Gesù per ricevere da lui un regalo a Natale ( e poi la diede di nascosto ai nostri genitori). Io e il mio compagno di banco scrivemmo di avere come regalo un camioncino fantastico che avevamo visto in un negozio.
Durante il mese di dicembre il mio compagno, figlio di un imprenditore, si comportò molto male in classe e la maestra gli disse che se faceva così Gesù non gli avrebbe portato il regalo che aveva chiesto.
Io invece cercai di comportarmi bene per ricevere il regalo.
Arrivò la notte di Natale; io al mattino mi alzai, andai in cucina e, invece del camioncino che avevo chiesto, trovai un cavallo a dondolo. Salii sul cavallo a dondolo, cominciai a dondolarmi agganciandomi alle sue orecchie. Mi resi conto che una era rotta.
Mi venne in mente che qualche settimana prima io ero andato da quel mio compagno e salito sul suo cavallo a dondolo gli avevo strappato un'orecchia. Mi resi conto che quello era il cavallo a dondolo rotto che il mio amico aveva buttato via. 
Andai allora subito a trovare il mio compagno.
Arrivato in casa sua vidi che a lui Gesù aveva portato il camioncino.
Tornai a casa mia, andai al presepio, presi in mano la statuetta di Gesù bambino e, gridando, dissi : “Perché non lo hai portato anche a me che sono stato più buono a scuola ?”
E la buttai per terra.
Mia mamma mi prese in braccio. Mi portò nella stanza da letto, di nascosto dalle mie sorelline, e, piangendo, mi disse : “Sandrino ti confesso che i regali di Natale non li porta Gesù ma dobbiamo comprarli noi. E tu sai che noi non abbiamo soldi. Allora il tuo papà è andato a raccogliere quel cavallo a dondolo, lo ha pitturato e lo regala a te”.
Allora io, piangendo, le dissi: “Mamma perché non me lo avete detto prima? Voi sapete che io non avrei mai chiesto a voi di spendere soldi per farmi un regalo. E a Gesù avrei chiesto qualcosa d'altro, non un regalo”.
Andai a raccogliere la statuina di Gesù bambino e la rimisi nel presepio.
E cominciai a pensare fin da allora che quelli che nella loro vita hanno molte cose belle non le hanno perché amati da Gesù che gliele regala, ma solo perché sono ricchi.
E ho sentito invece Gesù vicino a me e agli altri poveri del mondo.

Sandro Artioli



La festa e il festeggiato in un angolo

Mi sono sempre domandato come si possa passare il proprio compleanno senza ricevere alcun dono dai propri cari. Sono una persona fortunata che non ha mai vissuto un’esperienza simile, così comune per milioni di altre persone, a cui probabilmente non manca l'affetto dei propri cari, ma che non hanno semplicemente avuto la fortuna di nascere dove, e quando, sono nato io.
Questa esperienza del compleanno “de-donizzato” non l'ho mai avvertita di persona, ma me la sono sempre immaginata, nella mia ingenuità, come qualcosa di molto frustrante e doloroso. In una società come la nostra il dono dice più di mille parole. “L'importante è il pensiero...”: balle. E lo sappiamo tutti. Oggi il pensiero non conta nulla: quel che conta è la volumetria e il prezzo del regalo.
Il Natale è oggigiorno la prima grande vera festa commerciale che si stia imponendo in tutto il mondo: da Kuala Lumpur a Los Angeles, passando per Roma, tutti sanno cosa sia il Natale e spesso lo festeggiano. Dove il Vangelo non ha fatto breccia è giunto Babbo Natale a diffondere il proprio Verbo.
Checché se ne dica, o pensi, è innegabile constatare come Babbo Natale sia, da tempo, il vero Signore del Natale. Il legittimo proprietario, un tale Gesù di Nazareth, è stato messo alla porta parecchi anni addietro. Giusto per spirito di cortesia, visto che a Natale siamo tutti più buoni, ci ricordiamo, talvolta e controvoglia, come sovente capita al sottoscritto, di recarci a fargli visita per un'oretta, giusto il tempo di una Messa, prima di rimetterci intorno all'albero, ormai assurto a Simbolo per eccellenza della festa, estromettendo il Presepe, oggigiorno considerato un mero oggetto di folklore ecclesiastico, a scambiarci i doni portatici da Babbo Natale.
Ricordo che da bambino, all'asilo, intesi per la prima volta cosa volesse dire una guerra di religione: il partito di Babbo Natale, del quale io facevo parte, doveva fronteggiare uno sparuto gruppetto di rivoltosi che propugnavano l'idea di un tal Gesù Bambino, un noto brigante dell'Iperuranio datosi alla macchia, che sarebbe stato il legittimo detentore della festa e della conseguente consegna dei doni. Si osava insinuare che Babbo Natale sarebbe stato un impostore. Il Papà del Natale avrebbe usurpato il trono a qualcun altro. Non c'era spazio per il dialogo, l'accusa non poteva che essere lavata con il sangue (metaforicamente... ma non troppo).
Ovviamente alla festa religiosa nessuno ci pensava: manco si sapeva cosa fosse. L'importante, sin da piccoli, e in questo siamo poco mutati, era guardare al concreto: i regali.
Il partito di Babbo Natale poteva produrre prove decisamente concrete e convincenti: innanzitutto il vecchio con la barba bianca era noto a tutti quanti, anche ai rivoltosi del partito di Gesù Bambino (del quale si vociferava fosse il gregario, in un vano tentativo messo in atto dalle maestre per conciliare le due fedi). La sua immagine era a ogni angolo di strada, su ogni confezione, su ogni cartello che comparisse in città nel mese di dicembre (ma anche prima). Anche la tv sembrava interessata a produrre prove della sua esistenza: film e cartoni animati ce lo mostravano, rigorosamente vestito di rosso e con la barba bianca, indaffarato a prepararsi per quell'unica, ma faticosissima, giornata di lavoro. Molti di noi affermavano di averlo visto di persona e di esser stati testimoni dei suoi miracoli: era apparso dal nulla, accompagnato da una melodia soave, e nel nulla era scomparso, nel frattempo che noi aprivamo i regali. Il suo staff delle pubbliche relazioni, un anno che ci comportammo particolarmente bene con le maestre, fu pure in grado di portarcelo in veste di conferenziere nel salone dell'asilo! Ricordo come fosse ieri il suo ingresso trionfale tra ali di folla festante: Babbo Natale era sceso tra noi comuni mortali per salvarci dallo spettro della dannazione: un Natale senza regali.
Il partito di Gesù Bambino non poteva produrre nulla di tutto ciò. Chi era costui, questo usurpatore? Chi lo aveva mai sentito? Voci di corridoio alludevano a una sua nascita in un paese lontano, tra un bue e un asino. Era quindi povero e questo già bastava a noi piccoli snob per farcelo apparire antipatico. Questo bambino sarebbe stato, secondo le dicerie dei membri del suo partito, molto buono, oltre che dotato di poteri magici, e per far felice tutti gli altri avrebbe deciso, nel giorno del suo compleanno, che coincideva con il Natale, di portare regali a tutti i bambini del mondo. Tutto qui? Un bambino povero e sporco, seppur capace di fare magie, contro Babbo Natale? Ovviamente non c'era partita. Specie considerando il fatto che questo Gesù Bambino non compariva nei cartoni animati e nei film. Non lo vedevamo sulle bottiglie della Coca Cola né le sue sagome svettavano tra le luminarie dei viali. Era come per un adulto non trovare menzione del Cristo nei Vangeli: per i bambini le possibili prove dell'esistenza di Gesù Bambino erano su Canale 5 e sulle scatole dei panettoni.
Insomma, come poter credere alla favola di Gesù Bambino?
Ho 25 anni. Mi guardo intorno e mi dico: in fondo in fondo, nulla sembra cambiato a parte la mia età anagrafica e la visione delle cose. La sostanza è però rimasta la medesima. Il Natale continua a essere, e ritengo che lo sia sempre di più, il regno incontrastato di Babbo Natale. Gesù, il legittimo proprietario della festa, ancora oggi è, per me, e credo pure per molti di voi, in secondo piano.
Oggi Natale vuol dire regali. Non vuol certo dire Natività del Signore. Perché mentirsi vicendevolmente? Io per primo riconosco come il pensiero del Natale, salvo rari casi degni di lode, sia per associazione legato alla prospettiva materiale dei regali piuttosto che al suo significato spirituale. Natale vuol dire raccontarsi reciprocamente di essere tutti più buoni e generosi salvo poi farsi venire un'ulcera per la frenesia dello shopping. Il dono non è più un pensiero che produce allegria, l'idea di rallegrare una persona cara tramite un regalo gradito. Oggi il dono è, per molti di noi, un'ossessione: “devo fare i regali di Natale!”. “Devo”, non “voglio”. È ancora dono qualcosa che avvertiamo come una sorta d'imposizione, dall'alto, di una dimostrazione d'affetto verso qualcuno? Pochi credo potrebbero rispondere affermativamente. Ma la nostra coscienza appare come anestetizzata dinanzi a tutto questo. Non passa Natale che non si odano, come voci che gridano nel deserto, prediche e sermoni, da parte di sacerdoti e di laici, che ci mettono in guardia da questo spirito perverso del Natale. Come ogni anno le voci cadono inascoltate. Eppure ogni anno qualcosa permette loro di levarsi nuovamente per dare a noi poveri illusi la speranza, oserei dire la fede, che qualcosa possa cambiare nel mondo, a condizione che parta da noi stessi, che il cambiamento avvenga in primis nel nostro animo.
Ma, nel quadro generale, queste voci non vedono realizzarsi quanto spererebbero. E la cosa più grave non sta in questa assenza della realizzazione quanto nel fatto che tutti noi avvertiamo, in fondo alla nostra coscienza, come qualcosa nel magnifico mondo del Natale commerciale strida, senza però fargli seguire una riflessione sincera che sfoci in un ribaltamento di prospettive, in una riconquista del vero e sincero spirito natalizio, quale Natività del Cristo. Spirito che io per primo fatico terribilmente a recuperare.
Sentiamo questo stridore, eppure... Nulla cambia. Perché noi non cambiamo. Anno dopo anno. Uscire dal vortice sfrenato del Natale commerciale equivale a disintossicarsi dal nostro mondo, dal nostro stile di vita, dai nostri schemi di pensiero, del quale il Natale non è che l'apogeo. Difficile anche solo a pensarsi, figuriamoci a farsi.
Tra montagne di pacchetti regalo non ne scorgiamo nemmeno uno - nemmeno uno! - per il vero festeggiato che sta lassù, appeso ad un legno, anche il giorno del suo compleanno, perché forse ci è più comodo tenerlo inchiodato su quella croce che vederlo scendere a camminare tra di noi. Gioiamo del compleanno di un altro per scambiarci regali tra di noi, dimentichi del festeggiato: che immagine orribile! Provate a immaginare che la vostra festa di compleanno finisca semplicemente per essere uno scambio reciproco di doni, quasi esclusivamente futili, che passano di mano in mano senza mai toccare le vostre. Difficilmente riesco a immaginare una realtà più frustrante e più incomprensibile. Il festeggiato messo in un angolo, dimenticato, per la nostra vanità e ingordigia. Non un solo dono. Giusto il pensiero di omaggiarlo, stancamente, tra mille sbadigli, con la nostra presenza alla celebrazione della sua nascita: un po' come se ci piegassimo, di malavoglia, ad assistere allo spegnere le candeline sulla torta. Eppure il suo giogo è leggero e non sembra serbare rancore: non esige doni o sacrificio, ma misericordia, un termine che si ode sempre meno tra migliaia d'altre parole. Forse, se ci avesse domandato una Playstation lo avremmo accontentato più di buon grado.

Matteo Dalvit



NATALE AMARO PER TROPPI BAMBINI
ACCADE A MILANO (E NON SOLO)

Le cronache dalla città ambrosiana riferiscono di tragedie, violenza e discriminazioni a danno dei più piccoli. La morte di una ragazzina a causa della miseria, un neonato abbandonato in un cassonetto, l'impossibilità a frequentare le scuole materne comunali per i figli degli extracomunitari non in regola con il permesso di soggiorno. Ragazzini costretti a lavorare. Il tutto nei giorni in cui dovrebbe essere festa, specialmente per loro.

di don Davide Milani, responsabile dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Curia di Milano.

Le brutte storie che coinvolgono i bambini suscitano indignazione e fanno notizia, sempre. Ma a Natale queste tristi vicende provocano un supplemento di riflessione. Alcune notizie di queste ore macchiano il candore della festa, stridono al cospetto delle mille premure che a Natale si dedicano ai piccoli.

Sabato 22 dicembre una ragazzina egiziana è morta nella sua casa a Milano, intossicata dal monossido di carbonio emesso da una malconcia stufetta a gas e la cuginetta di 5 anni è in gravi condizioni. Sempre a Milano, si "scopre" in questi giorni che i figli degli extracomunitari non in regola con il permesso di soggiorno non possono iscrivere i figli in una delle 170 scuole materne comunali. A Cassano Magnago, nel varesotto, un neonato probabilmente italiano, abbandonato in un cassonetto dei vestiti usati, viene ritrovato semi assiderato da due sudamericani.

Problemi che non riguardano solo la città ambrosiana e il suo territorio. Ires-Cgil e Save The Children hanno presentato nei giorni scorsi una ricerca sull'impiego dei minori nelle attività lavorative. I dati sono agghiaccianti: in Italia sono 500mila i piccoli lavoratori tra gli 11 ed i 14 anni. Non è impiego episodico: faticano più di otto ore al giorno, più giorni a settimana e per diversi mesi all'anno.

Ancora, sempre a livello nazionale, la legge finanziaria recentemente approvata dal Parlamento non contiene una misura fondamentale di aiuto per i bambini disabili: il riconoscimento della pensione di reversibilità dei genitori dei portatori della sindrome di Down.

Poi una serie di violenze che non giungono a "fare notizia" - a Milano e nel resto d'Italia, a Natale o durante tutto l'anno - perché non denunciate, passate sotto silenzio. E tutte le sofferenze causate dalla miseria, che spesso lasciano durature conseguenze sui più piccoli.

Non è possibile - sempre e particolarmente a Natale - restare indifferenti davanti a simili fatti. Perché tanto è possibile fare per attenuarli, diminuirli, renderli meno drammatici.
Lo ha ricordato l'Arcivescovo di Milano cardinale Dionigi Tettamanzi nel recente discorso di S. Ambrogio: «L'uomo del cuore, l'uomo interiore e sapiente, mentre sa vedere e riconoscere i bisogni e le domande degli altri, richiama ciascuno alla propria responsabilità. Con il suo sguardo possiamo vedere quanti non hanno lavoro e casa e raggiungere tanti altri poveri, "nascosti" alla vista, in quartieri anonimi, talvolta in case degradate; poveri rassegnati che soffrono in silenzio, ormai soli e chiusi in se stessi. Con il suo sguardo riusciamo a vedere anche quello che si finge talvolta di non sapere».

Il problema è proprio questo: si fingono di non vedere alcuni problemi gravi, anche quando riguardano i bambini. Occorre reagire. Che uomini e donne siamo diventati, se notizie così le dimentichiamo con gli altri fatti minori di cronaca? L'appello che ognuno può ricevere dalla propria sensibilità e lo stimolo delle parole del cardinale Tettamanzi, spingono a compiere lo sforzo necessario per "vedere" queste situazioni di miseria.
In gioco c'è la dignità umana: di tante persone e della nostra stessa società. La convivenza, per potersi definire civile, non può operare simili violenze sui piccoli: morire asfissiati perché non ci si può permettere un impianto di riscaldamento decente, costringere un bambino a lavorare per fronteggiare l'indigenza della famiglia…

È necessario osservare la legalità, è un fondamento del patto sociale. Ma la tutela della dignità umana - in special modo per i bambini - non deve sottostare a nulla. Un bambino di genitori extracomunitarie ha bisogno della scuola materna come il figlio di un milanese. Anzi, ne ha maggior bisogno: date le condizioni dei genitori (che di giorno si immagina siano impegnati a cercarsi da vivere, senza l'aiuto di alcuna rete parentale o sociale) rischia ancora di più in termini di emarginazione e di incolumità fisica. La scuola è integrazione, la scuola è educazione, la scuola è prevenzione al disagio.

Sempre nel discorso di S. Ambrogio, il cardinale Tettamanzi lodava l'azione della Caritas, della Casa della Carità e del volontariato «impegnati a sviluppare percorsi di integrazione avvicinando le persone, cercando per loro un lavoro dignitoso e onesto, accompagnando e inserendo i bambini nelle scuole. Ma questa disponibilità operativa e tante volte faticosa ha bisogno di un maggior dialogo con le istituzioni, chiede di sentire le istituzioni alleate, ancora più presenti, autorevoli, capaci di far rispettare le leggi e solidali nel combattere la miseria».

Il binomio legalità e solidarietà è inscindibile. Ma se in nome della legalità dei bambini sono oggetto di discriminazione, emarginazione, sono esposti al rischio della vita, qualcosa non funziona, qualcosa è da cambiare.

La festa del Natale, per quanto celebra e per il particolare significato religioso, viene spesso indicata come la "festa dei bambini". Un motivo in più per riflettere ed agire - da subito - di conseguenza.

da Incroci News, settimanale on line della Diocesi di Milano, n. 48/2007





Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

VICTORIA ZOE CALIMANI
MARIA CELESTE GIANNINI



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

MAURA RONZONI (a. 75)
CARLO BOMBONATO (a. 70)
ANNA MAGRI (a. 86)
CAROLINA DELPIANO ved. GENOVA (a. 90)
DOMENICO CERBINO (a. 79)
OLIVIERO GARAVAGLIA (a. 85)




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