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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

gennaio 2009   


CHIESA DEL DIALOGO

Dopo Chiesa dei crocicchi (vedi Come albero di novembre) e Chiesa delle case e nelle case (vedi Come albero di dicembre) ora Chiesa del dialogo. Continua la mia riflessione sull’immagine di chiesa che sogno e che vorrei contribuire a realizzare nella nostra comunità. Questo tema – Chiesa del dialogo – mi è stato suggerito dal bellissimo Discorso che il cardinale Tettamanzi ha rivolto alla nostra città in occasione dell’ultima festa di sant’Ambrogio. Ampi estratti di questo discorso sono riportati in questo fascicolo. Inoltre questo mese di gennaio si concluderà con la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. La nostra chiesa ha la gioia di accogliere proprio nella domenica 18 gennaio alla messa delle ore 11 la Pastora della Chiesa metodista Eliana Briante che, per l’iniziativa diocesana “Scambio di amboni”, terrà la predicazione commentando i testi biblici della liturgia. È questa una forma significativa di dialogo tra cristiani a partire dall’obbedienza alla parola di Dio. Questa stessa domenica alcuni preti saranno accolti da comunità cristiane protestanti per l’annuncio e il commento della Parola.

Ancora il tema del dialogo mi è stato raccomandato dalla felice esperienza della nostra Cattedra dei non credenti che si è svolta nei mesi di novembre e dicembre. Un pubblico numeroso ha intensamente partecipato alle quattro serate animando il dialogo con i diversi relatori e con gli stessi partecipanti alla serata. Riprenderemo tra febbraio e marzo questa davvero felice esperienza.

E infine anche la visita alle famiglie che purtroppo non sono riuscito a concludere prima di Natale e che continuerò a partire dalla seconda metà di gennaio, è un significativo esercizio di dialogo. Pur nell’esiguità del tempo a disposizione non sono mancate le occasioni di dialogo, anche con qualche punta aspra… Così un signore, che non ha accettato il libriccino che doniamo a tutti perché scritto dal cardinale Tettamanzi: del nostro arcivescovo non condivide infatti proprio le posizioni di apertura e dialogo. Questo stesso signore non condivide nemmeno le posizioni espresse dal cardinale Martini nel suo ultimo libro, anzi mi omaggia una pagina de «Il Foglio» di Giuliano Ferrara pesantemente critico nei confronti del libro di Martini. Sono grato a questa persona che con franchezza mi ha manifestato le sue opinioni che certamente non condivido. Così come sono grato a chi, al termine della messa, mi manifesta dissenso o consenso nei confronti dell’omelia che ho pronunciato. C’è chi, approvando le mie parole, mi raccomanda di pubblicarle su questo nostro Notiziario e c’è invece chi esprime divergenza di opinioni. Anche questi pur brevissimi scambi sono esercizi di dialogo e qui vorrei invitare a manifestare le proprie opinioni a voce o per scritto, magari utilizzando il mio indirizzo di posta elettronica: giuseppegrampa@libero.it

Infine il dialogo è già pratica abituale nella nostra comunità grazie all’esperienza del Consiglio pastorale parrocchiale e del Consiglio per gli affari economici. Si tratta di due regolari occasioni di dialogo sui problemi e sulle scelte della nostra comunità: in questi primi mesi nessuna decisione è stata presa senza il consiglio dei due organismi. Anche la decisione di riprendere la felice esperienza della cattedra dei non credenti è maturata grazie ad un dialogo che nel corso di diverse serate ha visto un confronto tanto franco quanto appassionato. Il tema, i relatori, l’articolazione delle serate: tutto è stato frutto di dialogo. Faccio un altro, piccolo, esempio: l’impianto per la diffusione del suono delle campane, dopo anni di onorato servizio, era passato a miglior vita… Personalmente preferivo il silenzio al suono artificiale delle campane. Anche don Paolo e don Alberto condividevano questo mio orientamento. Ho sottoposto il problema al Consiglio pastorale e, con mia sorpresa, la scelta del silenzio è stata bocciata: da Natale abbiamo un nuovo scampanìo, artificiale ma, riconosco, abbastanza gradevole. Ma perché il dialogo è un tratto decisivo del volto della Chiesa come Gesù l’ha voluta e la vuole?

Dialoga solo chi apprezza l’altro

Il dialogo nasce anzitutto dalla consapevolezza che l’altro è portatore di verità. Il primo movimento del dialogo è infatti costituito dall’ascolto dell’altro e tale ascolto è possibile solo muovendo dalla consapevolezza che l’altro può dischiudermi un più vasto orizzonte di conoscenza e di verità.

Non ci può essere dialogo se l’altro, il mio interlocutore, è semplicemente liquidato perché assimilato all’errore. Fino a quando si è ripetuto: «Fuori dalla chiesa non c’è salvezza alcuna» non vi è stato spazio per il dialogo: se fuori non c’è che il deserto è inutile guardare fuori e ascoltare l’altro. Grazie al Concilio Vaticano II noi guardiamo alle altre Chiese e comunità separate come portatrici di valori, come veri e propri cammini di santificazione: «Le Chiese e le comunità separate, quantunque crediamo abbiano delle carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e di peso. Poiché lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza» (Decreto conciliare sull’Ecumenismo, n. 3). Quanto si dice per le Chiese cristiane con le quali esistono legami fortissimi (battesimo, eucaristia, molti secoli di cammino comune) vale, in forme e misure diverse, anche per le altre religioni: «La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (Dichiarazione sulle religioni non cristiane, n. 2). Notiamo in questo testo la suggestiva immagine astronomica: unica è la fonte della verità e della luce, ogni cammino religioso riflette un raggio di quell’unica sorgente di luce che è più grande di qualsiasi esperienza religiosa.

Dialoga solo chi riconosce i propri limiti

Il secondo movimento del dialogo è costituito della consapevolezza di non essere già nella pienezza della verità. L’ascolto dell’altro nasce a un tempo dall’apprezzamento, cordiale, dell’altro e dal riconoscimento, umile, del proprio limite, della parzialità del proprio punto di vista. Chi non riconosce i propri limiti non potrà mai dialogare.

Una consapevolezza questa che ha trovato la sua più alta espressione in un gesto voluto da Giovanni Paolo II nell’anno del Grande Giubileo.
Domenica 12 marzo 2000, prima domenica di Quaresima, nella Basilica di san Pietro a Roma il Santo Padre, nel corso di una celebrazione penitenziale, ha riconosciuto le colpe storiche dei figli della Chiesa e ha chiesto perdono. «Alla fine di questo millennio – ha detto il Papa – si deve fare un esame di coscienza: dove stiamo, dove Cristo ci ha portati, dove noi abbiamo deviato dal vangelo». E nella Bolla di indizione del Giubileo: «Co-me successore di Pietro chiedo che in questo anno di misericordia, la Chiesa si inginocchi davanti a Dio ed implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi figli» (n. 11). Si contano quasi cento testi nei quali il Papa ha riconosciuto colpe nella storia della Chiesa e almeno venticinque volte ha detto: «Io chiedo perdono». Già Paolo VI il 29 settembre 1963, tre mesi dopo la sua elezione al sommo pontificato, dichiarava, rivolgendosi alle chiese cristiane separate dalla chiesa cattolica: «Se alcuna colpa fosse a noi imputabile per tale separazione, noi ne chiediamo a Dio umilmente perdono e domandiamo venia altresì ai fratelli che si sentissero da noi offesi…». E quando era arcivescovo a Milano, il 10 novembre 1957, aprendo la Missione cittadina Montini così si rivolgeva ai “figli lontani”: «Se una voce si potesse far pervenire a voi, figli lontani, la prima sarebbe quella di chiedervi amichevolmente perdono. Sì, noi a voi, prima che noi a Dio… Se non vi abbiamo compreso, e vi abbiamo troppo facilmente respinti, se non ci siamo curati di voi, se non siamo stati bravi maestri di spirito e medici delle anime, se non siamo stati capaci di parlarvi di Dio come si doveva, se vi abbiamo trattato con l’ironia, con il dileggio, con la polemica, oggi vi chiediamo perdono».

Il gesto penitenziale di Giovanni Paolo II è in profonda continuità con l’immagine di Chiesa che il Concilio Vaticano II ha proposto: Chiesa “peregrinante”, Chiesa che «già sulla terra è adornata di vera santità anche se imperfetta» (Lumen Gentium 48). Per questo «la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento» (LG 8).

Una Chiesa che ha fatto del dialogo la sua scelta irreversibile può essere in una società sempre più pronta allo scontro un segno di speranza.

Quanto fin qui ho detto pensando alla Chiesa vale ugualmente per la famiglia, per l’ambiente di lavoro, per ogni altra aggregazione umana, vale per i rapporti interpersonali e per quelli internazionali.

La guerra che semina morte tra Palestinesi e Israeliani in quella che è sempre più difficile chiamare Terrasanta è un’ulteriore conferma: il dialogo è l’unica alternativa alla violenza. Quando ci si siede al tavolo del dialogo, della trattativa, le armi tacciono e restano fuori dalla porta. Quando non si è più capaci di dialogo la parola passa alle armi.

Ecco perché sogno una chiesa che sia spazio di dialogo e più modestamente una parrocchia che sia luogo di incontro, di ascolto reciproco, di scambio fraterno, in una parola: luogo di dialogo.

don Giuseppe



 

«… e il Verbo divenne carne»
omelia di don Giuseppe nella Notte di Natale
giovedì 25 dicembre 2008 (Is 2, 1-5; Gal 4, 4-6; Gv 1, 1-5,9-14)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"




LA CITTÀ RINNOVATA DAL DIALOGO

in questo articolo vengono riportati alcuni stralci del discorso alla Città durante i Primi Vespri della solennità si Sant'Ambrogio il 5 dicembre 2008 dal Cardinale Dionigi Tettamanzi.

Rimandiamo la lettura dell'intero discorso sui documenti ufficiali.



ELOGIO DEL DIALOGO
di Gad Lerner

Note a margine del Discorso dell'Arcivescovo alla città di Milano

Il discorso alla città che il cardinale Tettamanzi ha rivolto a Milano per la festa di sant’Ambrogio, lo scorso dicembre, e che è ripreso in parte nelle pagine precedenti, ha richiamato in me la memoria della cattedra dei non credenti voluta dal cardinale Martini: un evento che mi aveva coinvolto per la capacità di rendere protagonisti di questo dialogo persone che facevano parte del tessuto di questa città e che, chissà perché, venivano considerati lontani appunto dalla vita della chiesa di Milano. In particolare ricordo come mi emozionò la partecipazione a quel dialogo di un caro amico, mio coetaneo, Stefano Levi Della Torre. Anche la Cattedra dei non credenti fu una esperienza di dialogo: saper cercare interlocutori che sono dentro al tessuto vivo della nostra città facendola sentire davvero una comunità. Questo era inaspettato allora e la ripresa da parte del cardinale Tettamanzi di questo metodo mi ha dato profonda gioia: questo sentirsi comunità anche nella nostra esperienza multiculturale e multireligiosa non è affatto scontato. Anzi è un segno che può rafforzare il nostro stare insieme.

Ricordo che in quelle serate si viveva un’accezione del termine dialogo che era nuova. Diceva il cardinal Martini che «non esiste dialogo che non metta in gioco noi stessi». Altrimenti dovremmo parlare di buon vicinato, di diplomazia, di capacità di autolimitarsi per favorire la convivenza. Quando invece il dialogo coinvolge esperienze di vita che convivono dentro allo stesso territorio e alla stessa comunità non si può più restare limitati al pur saggio tradizionale principio diplomatico della non interferenza reciproca. Noi invece interferiamo dentro la vicenda anche religiosa di chi è partecipe della nostra medesima comunità e lo possiamo davvero realizzare questo obiettivo soltanto avendo la serena consapevolezza che questo dialogo ci trasformerà, che non ne usciremo uguali a prima.

Oggi di dialogo si parla soprattutto nei confronti dell’Islam. Nonostante le difficoltà noi dobbiamo dialogare con l’Islam sapendo che esso vive un momento difficilissimo dovuto all’egemonia che al suo interno oggi hanno conseguito posizioni variamente definibili come tradizionaliste e nostalgiche di richiamo a una mitica età dell’oro. Nell’Islam ci sono differenze ed è importante sempre non cadere nella trappola del fare dell’Islam un tutt’uno; è però indubbio che queste posizioni tradizionaliste oggi hanno un denominatore comune, che è quello di una restrizione letteralista della lettura del Corano che ne propone un apprendimento meramente mnemonico diffidando di qualsiasi esegesi e interpretazione che voglia in qualche modo riportare le sue prescrizioni a una realtà storica che si è evoluta: tipico è il caso del ruolo assegnato alla donna e dei divieti che la affliggono. Noi dobbiamo cercare al suo interno gli interlocutori capaci di tenere insieme spirito religioso e spirito critico e capacità di aggiornamento della dottrina.

Credo sia importante il fatto che il dialogo si volga alle domande di fondo in seguito alle quali si sprigiona dentro a questo nostro mondo contemporaneo il senso religioso. Noi lo vediamo manifestarsi con una energia straordinaria nel popolo dell’Islam; talvolta lo viviamo con turbamento e come una minaccia, forse perché sentiamo quanto a noi manchi questa religiosità semplice, questa propensione alla fede. Così la osserviamo con invidia ma anche con timore, quasi che questa naturale propensione alla fede automaticamente equivalga al fanatismo. Io credo, invece, che c’è lì il mistero della fede, il mistero del rapporto con il trascendente, il mistero della certezza di una vita ultraterrena che in qualche modo ci sfida a un confronto sulle verità ultime. Negli ultimi mesi abbiamo seguito con interesse e apprensione la mobilitazione dei monaci buddisti a difesa dell’indipendenza del loro Paese, il Tibet.

Abbiamo così scoperto la forza di resistenza che questa grande tradizione religiosa custodisce. Prezioso è, da questo punto di vista, il confronto con il buddismo, perché le religioni orientali ci portano ad esaminare un malessere che è proprio della nostra società secolarizzata e occidentale: il tabù della morte e la paura a confrontarci con le domande vere sull’aldilà, su questo passaggio che le filosofie orientali risolvono serenamente in un tutto, dentro al quale serenamente annullarci. Ho seguito con grande interesse la vicenda culturale e anche editoriale di Tiziano Terzani e lo straordinario successo dei suoi ultimi libri Un altro giro di giostra e La fine è il mio inizio, in cui un uomo occidentale, a partire dall’esperienza della propria malattia e del proprio corpo in disfacimento, ha preparato la cura di sé, ma uscendo da una dimensione tecnica della medicina occidentale gestita dagli ‘aggiustatori’ pur necessari – come lui definiva i medici e gli oncologi che curavano il suo tumore con gli strumenti della chirurgia, della chemioterapia, della radioterapia – per arrivare a un’idea diversa di cura, che ci porti anche ad accettare il disfacimento inevitabile del nostro corpo e a meditare sul percorso della nostra vita, del nostro tragitto terreno, con la serenità di chi – attraverso questo tesoro che è l’esperienza che abbiamo vissuto – ne prepara anche il termine e quindi un commiato, che sia in qualche modo accettato in tutto il suo mistero. Qui siamo ben al di là delle volgarizzazioni alla new-age o del tipo della religione fai-da-te costruita su misura per tuo comodo; siamo invece di fronte al grande tabù del nostro tempo, che è la nostra incapacità di misurarci con il dolore, di sviluppare relazioni personali con le persone malate, e infine con il mistero della morte, che semplicemente cancelliamo illudendoci che non parlarne e non pensarci ce ne preservi.

Sono profondamente convinto, l’ho detto in occasione dell’ultimo incontro della Cattedra dei non credenti che la nostra parrocchia di san Giovanni in Laterano ha organizzato lo scorso dicembre, che tante nostre paure dipendono proprio da questa nostra incapacità di serio, autentico dialogo proprio su questi interrogativi ultimi e radicali.



PASSAGGI

In questo inizio d’anno ci sembra bello condividere con tutti i lettori questa riflessione sul “passaggio”, perché possa dare a tutti la forza di combattere come Giacobbe. Il testo è la traduzione dell’originale retoromancio pubblicato col titolo “Passadis” sul giornale “La Quotidiana”, mercoledì 31 dicembre 2008, pagina 2.

Molti sono, nella vita, i passaggi: un compleanno, il passaggio da un decennio all’altro, l’inizio di una professione, un cambiamento di professione, l’entrata in pensione, e alla fine il passaggio definitivo, ossia l’uscita da questa vita. In questi giorni sta al centro dell’attenzione il passaggio da un anno all’altro, accompagnato da un fiume di auguri scambievoli. Ogni passaggio reca però con sé un punto di domanda. Ci si chiede in quale situazione ci si trova e quale sviluppo essa prenderà. Ogni passaggio porta forse con sé una “crisi”, un pericolo, ma anche una chance.

Per tutti questi passaggi si dà una sorta di archetipo, un simbolo universale. È il passaggio del patriarca Giacobbe sul fiume Jabok, raccontato nella Bibbia (Genesi, cap. 32). La vicenda si può riassumere così. Giacobbe sta fuggendo: prima, da suo fratello Esaù, che aveva raggirato. Quindi da suo zio Labano, presso il quale si era rifugiato fuggendo dal fratello. Aveva poi truffato anche suo zio.

Stava in definitiva fuggendo da se stesso? Questa è una domanda “moderna”, psicologica, sconosciuta alla Bibbia, ma che è lecito porre.Giacobbe dovrebbe allora, una buona volta, confrontarsi con se medesimo?

Giacobbe dunque fugge da Labano, suo zio, per tornare nella sua patria, con donne, bambini e famigli, con cammelli, bestiame minuto e con tutte le sue cose. Ma in patria c’era uno che Giacobbe aveva solennemente imbrogliato: Esaù, suo fratello, al quale aveva rubato la primogenitura per un piatto di lenticchie. Alle sue spalle, quindi, stava un uomo che aveva ingannato e davanti a lui un altro, che aveva egualmente ingannato: il suo passato e il suo avvenire sono presi nella tenaglia dei tanti imbrogli che costellano la storia dei patriarchi.

Giacobbe arriva allo Jabok, il fiume che segna il confine. Sull’altra riva lo aspetta Esaù, chissà con quali intenzioni. Giacobbe manda avanti i suoi domestici con grandi doni per il fratello. Fa quindi attraversare il fiume alla sua gente, in una successione frutto di un calcolo sottilmente scaltro: prima le donne collaterali (che contano di meno) coi figli; poi Lea, la figlia di Labano che Giacobbe di per sé non avrebbe voluto sposare, ma che aveva trovato nel suo letto al mattino dopo la prima notte di nozze. Ebbro com’era, non si era accorto che Labano lo aveva fatto andare a letto con la figlia meno bella, così che questa si sistemasse per prima. Dopo Lea e i suoi figli, dunque, il fiume viene fatto attraversare a Rachele, la figlia più bella e più giovane di Labano, che Giacobbe amava. Per ottenerla in moglie aveva dovuto lavorare altri sette anni per lo zio.

Sulla riva del fiume, Giacobbe è rimasto indietro da solo. Era notte. Il testo recita così:
«Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quegli disse: “lasciami andare , perché è spuntata l’aurora”».

Un fatto misterioso, un uomo senza nome. Il che stimola a tanto più numerose considerazioni, a interi strati di interpretazioni, ognuna con le sue buone ragioni. La cosa più semplice è cominciare dall’origine. Che cosa vuol esprimere questo racconto? «… una saga di luogo, l’esperienza di un viandante, che viene attaccato nel corso del suo cammino…», scrive Claus Westermann nel suo grande commento alla Genesi. Un fiume che deve essere guadato è per ladri e rapinatori un luogo ideale per sorprendere nottetempo un viandante, nel momento in cui può meno difendersi. Il motivo del ladro traluce anche nel testo: sta albeggiando, e la luce non è l’elemento preferito dai ladri. Per questo, la supplica dell’uomo misterioso. Alla leggenda si aggiungono i ricami di credenze animistiche: piante, animali, fiumi sono animati da divinità, da demoni benigni o maligni. L’“uo-mo” che lotta con Giacobbe sarebbe il demone del fiume che dà addosso al viandante. Tuttavia un demone perde la propria forza all’avvicinarsi dell’aurora. La Bibbia accoglie tutti questi motivi leggendari e vi aggiunge del suo.

Il testo prosegue così:
«Giacobbe rispose: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!”. Gli domandò: “Come ti chiami?”. Rispose: “Giacobbe”. Riprese: “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!”. Giacobbe allora gli chiese: “Dimmi il tuo nome”. Gli rispose: “Perché mi chiedi il nome?”. E qui lo benedisse».

Il racconto prende qui un’evidente svolta. Il demone dell’animismo acquista il volto del Dio dei patriarchi. Questi non dice il suo nome, così come più tardi non lo dirà neppure a Mosè. Da questo testo enigmatico promana un certo fascino. Un uomo, dice il testo; un rapinatore, dice un antico ricordo; il demone di un passaggio pericoloso attraverso un fiume, dice la credenza animistica; Dio, dice la tradizione ebraica e cristiana. Ciò che depone in favore dell’interpretazione “Dio”, nella tradizione ebraica e cristiana, è non solo il fatto che l’uomo misterioso rifiuti di dire il suo nome, ma, oltre a questo, è la benedizione che Giacobbe chiede al suo avversario, prima di lasciarlo andare: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!».

Tralasciamo qui di addentraci in una spiegazione minuta di altri dettagli interessanti. Nella tradizione e nell’arte questa storia viene tramandata col titolo “La lotta con l’angelo”: un motivo rappresentato da molti pittori, tra i quali anche il noto artista sursilvano Alois Carigiet.

Giacobbe deve confrontarsi col suo passato andando incontro al suo avvenire. Una situazione che di per sé caratterizza ogni passaggio. “Esaù” diviene allora un simbolo: il simbolo tanto di un avvenire incerto quanto di un passato sul quale non si è fatta chiarezza. Per Giacobbe, Esaù è una parte della sua vita. Di più: “Esaù” è una parte di se stesso e, in quanto figura simbolica, una parte di ognuno di noi.

Come potremmo chiamare questa parte misteriosa di noi stessi? La nostra ombra? La nostra storia non sempre trasparente? L’altra faccia di noi stessi, quella che nascondiamo? Il nostro doppio? Quello di cui non siamo venuti a capo in passato e quello che temiamo per l’avvenire? Senza far fronte a tale realtà, dalla quale siamo sempre in fuga, nessun passaggio della nostra vita può aver buon esito. Da una parte, tale realtà è l’oscurità della notte, l’acqua del fiume, l’uomo misterioso che è in agguato. E questa parte fa paura. D’altra parte, tutto questo ‘negativo’ non è una realtà fissa e granitica. La nostra parte d’ombra non è solo un nemico. È qualcosa di noi che possiamo superare, integrandola. Ciò che è una “parte di noi” estranea, minacciosa, sconosciuta e quindi senza nome, acquista l’aspetto di una figura umana, che, nel corso della lotta, ci prega di “lasciarla libera”. Tale cambiamento di scena e di tono – si sta facendo giorno – rivela il nostro proprio cambiamento: noi diventiamo altri, recuperando noi stessi. L’uomo minaccioso che è al nostro interno, viene accettato, diventa noi, diventa una benedizione. Il “passaggio del fiume” si è compiuto. Simbolo di ciò è il “nome nuovo” (da “Giacobbe” a “Israele”), una nuova identità, ottenuti avendo accettato e acquisito il passato nell’andare incontro all’avvenire. «Vedete, questa notte Israele ha vinto se stesso» scrive, con intuizione da grande poeta, Thomas Mann, nell’ultimo romanzo della tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli.

Se il passaggio in un nuovo anno potesse per noi realizzarsi in questo modo, allora potrebbe davvero avere buon esito. L’ “uomo” che dobbiamo vincere siamo in definitiva sempre soltanto noi stessi.

Ursicin G.G. Derungs







Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

LEONIDA ALBANO
EMILIO ARLOTTA
ALESSANDRO CACCIAGUERRA
GIULIA IMPERIOSO
GAIA MECELLA



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

NADIA MARANGONI in ROSSI (a. 56)
MARIA BUSSOLATI (a. 101)
ADRIANA VITALI ved. BIGNAMI (a. 87)
GIOVANNI TAVA (a. 87)
FRANCESCO MOGLIA (a. 81)
ANDREA GIUSEPPE ANTONIO SCARONI (a. 77)
CESARINA GALBUSERA (a. 79)




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