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Come
albero
notiziario
mensile parrocchiale
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Signore,
Tu sei l'infinito amore,
sorgente
di ogni vita, di ogni bellezza, di ogni bontà
da te vengono e a te tornano tutte le cose:
Posa la tua mano sul mio capo, o Dio,
perché il male e il caos che sono in me non mi travolgano.
Dacci pace con te, o Dio, pace con gli uomini, pace con
noi stessi
e liberaci dalla paura.
Signore, tu che sei al di sopra di noi, tu che sei in noi
tu che io non conosco ma a cui appartengo,
tu che non comprendo ma che costruisci il mio destino
fa’ che io segua fino in fondo
la via dei tuoi segnali interiori
in amore e pazienza, in fedeltà e coraggio,
in rettitudine e umiltà.
Fa’ che io non disperi mai, perché sono sotto la tua mano
e in te è ogni forza e bontà.
Nella tua mano, Signore, ogni ora ha senso e grazia,
pace e consistenza.
Dammi puri sensi per vederti, dammi umili sensi per udirti,
dammi sensi d'amore per servirti,
dammi sensi di fede perché io dimori saldo in te.
O Signore, tu che sei al di sopra di noi, tu che sei in
noi,
fa’ che ognuno ti veda anche in me.
preghiera composta da DAG HAMMARSKJOLD,
già segretario ONU, perito in un incidente aereo
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AUGURI
O BENEDEZIONE?
Abbiamo
da pochi giorni iniziato un nuovo anno, ci è donato ancora un
anno, ancora ci è donato del tempo. Ma che cos’è il tempo, quel
tempo che è scandito dai nostri orologi e dai calendari?
Possiamo dare diverse risposte. Una prima risposta, antichissima,
propria di una civiltà contadina, descriveva il tempo come l’incessante
giro di una ruota: il contadino ripete ad ogni stagione sempre
gli stessi gesti: autunno, inverno, primavera, estate… e di nuovo
autunno, inverno, primavera, estate. Il tempo scandito dalle stagioni
e dal lavoro dei campi è davvero una ruota che ripete sempre il
medesimo giro. Anche gli astri percorrono nella volta del cielo
sempre la stessa traiettoria: il sole si leva e tramonta… la luna
ha sempre le stesse fasi, regolari. Non meraviglia allora la conclusione:
«Niente di nuovo sotto il sole».
C’è
un altro modo di dire a proposito del tempo: il tempo è denaro,
il tempo è un bene prezioso da sfruttare intensamente. È questo
un atteggiamento oggi dominante. Noi viviamo con l’orologio sotto
gli occhi, preoccupati di non perdere neppure un minuto e utilizzare
al meglio questa risorsa così preziosa. Ancora un altro modo di
vivere il tempo: «Quant’è bella giovinezza che sen fugge tuttavia,
del doman non c’è certezza chi vuol esser lieto sia». Godiamo
il presente, spremiamo da ogni istante, da ogni occasione tutto
quello che ci può dare, domani chissà… Modi diversi di vivere
il tempo. E il credente come vive il tempo? C’è uno stile di fede
nel vivere il tempo? Sì, noi sappiamo, lo abbiamo appena celebrato
nel Natale, che l’Eterno è entrato nel tempo e quindi i nostri
giorni sono abitati dalla sua Presenza. Per questo non andiamo
rassegnati o frenetici o gaudenti verso una inesorabile fine:
andiamo verso Colui che è il fine dei nostri giorni. E se l’andare
verso la fine può generare tristezza, o, peggio, angoscia e paura,
l’andare verso il fine è andare incontro a Qualcuno che è pienezza
di vita. Ecco perché in questo inizio di anno non voglio semplicemente
fare a voi tutti gli auguri, non voglio solo auspicare che i giorni
del 2010 siano sereni. Vorrei con voi benedire. Ma che cosa è
una benedizione? È un gesto, meglio un atteggiamento che troviamo
in Dio il primo giorno del mondo: leggiamo infatti nella prima
pagina della Bibbia che la creazione degli esseri viventi è accompagnata
da una benedizione, cioè dal riconoscimento che quanto è uscito
dalle mani di Dio è buono, veramente buono.
Benedire
allora significa riconoscere che quanto esiste, quanto ha in sé
alito di vita, è frutto della benevolenza di Dio, manifestazione
del suo amore per noi, segno della sua provvidente presenza. Benedire
non significa conferire ad una cosa o ad una persona una particolare
qualità, che la renderebbe buona. Benedire il cibo prima di mettersi
a tavola, benedire una piccola croce o una medaglia da portare
al collo, benedire la casa come facciamo prima di Natale… non
vuol dire attribuire a quegli oggetti, a quella casa una qualità
che prima non avevano. Vuol dire affermare la nostra fede nella
bontà del creato, ripetere la nostra certezza che dalla mano di
Dio riceviamo ogni bene. Infatti la parola che il Creatore pronuncia
dopo aver chiamato ad esistere gli esseri viventi è: benedizione.
«Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse» (Gen 1, 21).
Benedire
vuol dire imitare il gesto creatore di Dio (Gen 1, 28), come un
diffondere la bontà, la positività che è inscritta da Dio in ogni
fibra della realtà creata. Benedire vuol dire lode e azione di
grazie che salgono a Dio per proclamare che Lui solo è buono (Sal
103; 118; Mc 10, 18; Gc 1, 17). Ogni benedizione ha quindi la
sua radice nella gioia creatrice del Dio vivente. Essere benedetti
da Dio vuol dire essere colmati del “SÌ” che il Creatore ha pronunciato
su ogni essere, questo “Amen” che è senza pentimenti. E benedire
vuol dire a nostra volta ripetere lo stesso “sì” come a diffondere
il gesto creatore. C’è una benedizione che mi è molto cara. L’ho
imparata da Franca, una mia carissima amica sarda. Al momento
di congedare il figlio o l’amico che parte, Franca è solita benedire
tracciando un piccolo segno di croce sulla fronte. Lo stesso gesto
che hanno compiuto il giorno del battesimo. Come allora affidarono
a Dio la creatura che avevano generato, così con la benedizione
tracciata sulla fronte rinnovano quell’affidamento. Abbiamo da
poco iniziato il cammino di un nuovo anno: vorrei sulla fronte
di ognuno di voi tracciare la benedizione e vorrei che uno di
voi tracciasse sulla mia fronte la benedizione.
don
Giuseppe
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PAROLE
DELLA BIBBIA PER LA CITTÀ
Riportiamo
la trascrizione dell’intervento che lo scrittore Erri De Luca
ha tenuto all’interno degli incontri per i 75 anni della nostra
parrocchia il 9 novembre scorso.
Il
testo, cortesemente trascritto dalla sig.ra Angrla Pischetola,
che ringraziamo, mantiene lo stile parlato e non è stato rivisto
dall’Autore.
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Don
Giuseppe mi ha dato come tema per questo nostro incontro “la città”.
Però come frequentatore di Scrittura Sacra non ho trovato grandi
entusiasmi nella Scrittura Sacra per la città, neanche per la
città Santa, Gerusalemme. Gerusalemme, per esempio, è stata presa
da Davide, conquistata e poi fatta diventare capitale del Regno
d’Israele, ma già era stata conquistata una prima volta dalla
tribù di Giuda a cui spettava quel territorio e bruciata: dunque
non ci sono buone notizie a proposito delle città. Nessun incontro
decisivo avviene in città: quella divinità preferisce dei posti
più appartati, preferisce il deserto con la cima delle montagne
per gli incontri ravvicinati, e preferisce avere a che fare con
i pastori come Abramo, come Mosè, come Davide, perché quelle persone
se ne stanno lontane, stanno nello spazio vuoto a fare il loro
mestiere, che richiede molta attenzione all’ambiente che si ha
intorno, che fa aguzzare le orecchie, che fa tenere i sensi vivi
per poter fronteggiare i pericoli, le difficoltà. Il pastore è
più naturalmente disposto all’ascolto, la sua solitudine lo rende
necessariamente ardito, come dice il profeta Amos (che è stato
pastore) in un suo passaggio. Amos riferisce quello che gli dice
la divinità: «Come scippa un pastore da bocca di leone un paio
di zampe o delle orecchie così saranno scippati i figli di Israele».
Perché un pastore dovrebbe andare a scippare dalla bocca del leone
queste frattaglie inservibili? Deve fare questa mossa, deve ardire
anche contro il predatore perché deve dimostrare al padrone del
gregge che lui non ha lasciato andare per incuria le bestie che
gli sono state affidate ma si è battuto anche contro la forza
maggiore per resistere e per poter riportare al padrone il segno
della sua battaglia. A me piace questo versetto perché c’è una
possibilità di salvare dalla distruzione un rimasuglio, anche
inservibile, ma simbolico. Infatti le zampe hanno a che vedere
con l’andatura, le orecchie hanno a che vedere con l’ascolto:
non salva, dunque, frattaglie insignificanti, ma dei pezzetti
simbolici e buoni da ricordare. A me piace proprio questa piccola
o grande impotenza del salvatore, che non può provvedere a continue
salvezze o a salvezze integrali e riesce a recuperare dalla distruzione,
dalla perdita, semplicemente dei resti, dei piccoli resti, che
hanno però la forza di costituire l’intero.
Ritorniamo
al deserto: è lì che avvengono gli incontri, è lì che quella divinità
attira, chiama i suoi interlocutori. Ricordiamo Isaia: «Voce che
grida: nel deserto aprite una via al Signore», perché è lì che
è possibile aprire una via di comunicazione, che non deve essere
per forza una via orizzontale (anzi molto probabilmente è una
via verticale). Rispetto a tutte le divinità precedenti, questa
divinità stabilisce un contatto tra la terra e il cielo, stabilisce
una via di comunicazione – il sogno che fa Giacobbe di una scala
che collega la terra e il cielo e su cui salgono e scendono dei
messaggeri – ma in posti lontani dal centro, in posti diciamo
“fuori porta”. Abramo, per esempio, viene convocato fuori dalla
sua città, dalla sua famiglia, dalla sua gente, e anche dai culti
precedenti, viene scippato da lì e si avvia da solo senza sapere
dove andare, guidato da una volontà che spera continuamente di
sentire.
C’è
un dettaglio della Scrittura Sacra riferito ad Abramo: il timore
di Dio, il principio della saggezza del cuore. Ma quale timore?
Non il timore che Dio ti castighi, che ti mandi qualche malanno,
ma quello che ha l’innamorato di non sentire più la Sua voce,
di perdere il contatto. Tutto questo spinge Abramo continuamente
all’ascolto, alla ricerca e all’obbedienza, anche alla più terribile
delle obbedienze, quella della richiesta del sacrificio di suo
figlio. Eppure in quel momento, su quella montagna avviene qualcosa
di misterioso: quella divinità rinuncia alla propria onnipotenza,
rinuncia alla propria onniscienza per poter lasciare margine di
libertà alla sua creatura! Così sarà anche nella questione di
Sodoma e Gomorra: l’uomo sarà capace di interferire e intercettare
quella divinità e farle cambiare parere e opinione. Abramo riesce
a far dire sei volte alla divinità “non distruggerò” a proposito
di Sodoma e Gomorra, ma non fa la settima domanda per rispetto
della divinità, e perché gli basta aver sospeso sei volte il decreto
di condanna. La cosa interessante è che la divinità cambia opinione
continuamente proprio perché quella creatura gli si para davanti,
e di questo non si irrita, non si arrabbia.
Ma
c’è anche un’altra stranezza: in mezzo al brulicante politeismo
del Mediterraneo (il mare più fitto di divinità di tutta la storia
dell’umanità) si va a piazzare la notizia del monoteismo. Non
poteva istallarsi in un posto dove non c’era nessuno, dove poteva
impiantarsi con un po’ più di agio, un po’ più di tempo, di spazio
intorno? Non poteva prendersi un esercito, farsi portare da qualche
Alessandro Magno, da qualche Giulio Cesare? Non poteva farsi raccontare
da una grande lingua, la più potente dell’epoca, rivelarsi in
greco, lingua di filosofi, astronomi, geometri? No, sceglie la
lingua di un piccolo popolo, di servi, di schiavi, impiantati
in Egitto finché lui non ci mette mano! Ebbene questa ricerca
della difficoltà ottiene di sbaragliare tutte quante le divinità
precedenti, di distruggerle, di sradicarle dal suolo, dal cuore
delle persone. Ma cosa conteneva questa notizia di così speciale
per avere avuto questo risultato? Intanto teneva qualcosa di meno
perché quella divinità non voleva essere raffigurata, contrariamente
a tutte le divinità precedenti: pretendeva di essere immaginata,
pretendeva di essere conosciuta non attraverso il simulacro ma
attraverso le sue parole. Del resto quella divinità si manifesta
a parole, con la voce: «e disse..., e disse..., e disse…»; continuamente
nella Scrittura Sacra si legge questo verbo che precede il soggetto:
«e disse Elohim», proprio a sottolineare che è il dire della divinità,
il suo fare che irrompe nella storia, nella scena del mondo e
fa avvenire le cose. È la sua voce che decide la creazione, il
proseguimento e la storia. Sia la luce sia tutti i giorni della
creazione vengono preceduti dalla voce della divinità: quella
voce “dice”, se “non dice” non succede niente. Quella divinità,
allora, attraverso la sua parola pretende di essere ricostruita,
immaginata, rinnovata continuamente. La quantità di volte che
quella divinità parla fa capire lo sforzo compiuto per ridursi
a una lingua, a una grammatica, a una voce; nel Nuovo Testamento
noi leggiamo che la divinità si incarna in un corpo in carne e
ossa di un figlio, ma nel Primo Testamento si incarna in una voce
e quella voce, si rivolge continuamente alle creature che ha scelto.
E
qual è il contenuto di questo parlare? Quella divinità chiede
di essere amata, usa spudoratamente il verbo “amare”. Dice: «Amerai
tu Eloim in tutto il tuo cuore, in tutto il tuo fiato, in tutte
le tue forze». Noi spesso traduciamo «con tutto il tuo cuore,
con tutto il tuo fiato, con tutte le tue forze», ma è impreciso:
la proposizione “in” è importante, perché non è con lo strumento
del cuore, e con il fiato, e con lo strumento delle forze che
amerai la divinità, ma “in tutto il tuo cuore, in tutto il tuo
fiato, in tutte le tue forze” perché quel sentimento sta già lì
e va estratto da là dentro. Questa energia amorosa, la più potente
nella vita dell’uomo, se non viene usata rimane spenta, si dissipa,
si spreca. La divinità, dunque, vuole essere amata in questo modo:
non con un «dammi un poco di cuore, un poco di fiato e un poco
di forze», ma pretende tre totalità, cioè pretende lo svuotamento
completo delle energie di un corpo umano, cuore, fiato e forze.
È la totalità di tutto il corpo che partecipa di questa richiesta,
anche se non parla di “intelligenza”, studio, filosofia, intelletto…
Chiede che siano svuotate interamente queste riserve, queste provviste
amorose che stanno nelle fibre del corpo umano, vuole che siano
offerte tutte. In questo dice qualcosa dell’amore che prima nessuno
sapeva: solamente lo svuotamento dell’energia amorosa permette
il rinnovo della stessa e anche che si accresca, che chi l’ha
interamente versata se la ritrovi rinnovata e accresciuta.
Questo
sforzo amoroso è contagioso perché nel momento in cui la creatura
umana risponde, in cui un Abramo si commuove al punto di rispondere,
poi non può più fare a meno di rinnovare questa energia gigantesca,
questo motore della sua vita che continuamente lo spinge all’obbedienza
e ad andare avanti. Questa divinità riesce a estirpare tutte le
divinità precedenti attraverso la formula della risorsa amorosa
richiesta dentro il corpo umano. Anche se viene rifornita a sua
volta dalla divinità, questa energia amorosa funziona come la
manna, fornitura dell’indispensabile che piove nel deserto per
quarant’anni e non si interrompe mai neanche nei momenti di maggiore
contrasto tra la divinità e quel popolo. La manna aveva questa
particolarità: o veniva consumata in giornata, oppure, se ne avanzava,
marciva di notte e non era più buona. La divinità ci teneva a
questa formula della dissipazione in giornata; l’amore è così:
se non lo usi tutto quanto in giornata l’hai buttato.
Ci
sono altre belle notizie riguardo questo “indispensabile”: quel
cibo non può essere trattato come merce da conservare, ma deve
essere distribuito a tutti in parti uguali. L’uguaglianza rigorosa
della distribuzione è decisiva nella fornitura dell’indispensabile.
Se è diviso in parti uguali, anche se è pochissimo, è sufficiente.
Inoltre come faceva la divinità a sapere il pro-capite, quanta
ne doveva fornire ogni giorno, calcolare i morti, le nascite ecc.?
Non faceva esattamente la fornitura giusta: faceva piovere di
più perché non ci fosse la corsa ad accaparrarsi la prima parte,
temendo che non ce ne sia per tutti. La divinità aveva a cuore
anche la tranquillità e la dignità dei beneficati, che potevano
andare tranquillamente col loro passo e all’orario che volevano
a raccogliere quella manna durante la giornata. Nella fornitura
dell’indispensabile, quindi, è ammessa una perdita purché sia
salvaguardata la dignità delle persone che lo devono ricevere
e non si svolgano risse tra poveri. Per collegarci al nostro tema:
questa rivelazione dove è avvenuta? Dentro il deserto. La divinità
dove ha portato quei liberati freschi che venivano da quattrocento
anni di servitù? Se li è portati dentro il deserto, non in un
centro abitato, e lì ha insegnato loro lentamente e faticosamente
l’avviamento alla libertà. Perché la libertà è faticosa, è pesante
da sopportare, è pesante da servire, è pesante da conservare!
La libertà è un bene che non è dato una volta per tutte, è un
bene continuamente negoziante e negoziabile e se non viene rinnovata
con spinta dal basso verso l’alto è erosa, arretra; se non spunta
una volontà di riaggiustarne i termini, viene continuamente consumata.
Il popolo vaga quarant’anni nel deserto per conoscere la libertà,
guidato da una nuvola di giorno e da una colonna di fuoco di notte
toccando quarantadue tappe, come quarantadue sono le generazioni
da Abramo a Gesù nel Vangelo di Matteo. Perché Gesù è la terra
promessa di tutta la storia di Israele, è il luogo di arrivo finale
di quella storia. Con l’incarnazione, passiamo dal verbo alla
carne e questo comporta che quella divinità smetta di parlare.
Nel Nuovo Testamento la divinità ammutolisce la voce precedente,
vuole essere corpo, un corpo umano che va verso la sua rovina,
che prima o poi si distruggerà, nella maniera tragica che è conosciuta,
dentro quel coacervo di circostanze ostili nel quale è nato, è
cresciuto e si è sviluppato. Il corpo è il terminale di questa
notizia sacra, dopo di quello non c’è altro. C’è questo frattempo
tra la chiusura del tempo che avviene sul Golgota e la fine. Noi
viviamo questo intervallo, questo intermezzo rispetto al quale
tutto il tempo è un tempo supplementare, sospeso.
A
conclusione di quella che Erri De Luca chiama la sua “chiacchiera”
così ci ha spiegato il suo sguardo, il suo modo di leggere la
Scrittura:
Vengo dalla Napoli del dopoguerra e sono cresciuto in quella città
dove c’era la più alta mortalità infantile d’Europa. I bambini
per giustificare la loro presenza al mondo, andavano a lavorare
“da minuscoli” e anche gratis pur di avere in cambio una pagnotta.
Vengo da una esperienza di contagio con la miseria e con il sud
che allora non era solamente il sud d’Italia ma coincideva col
sud del mondo. Poi ho fatto nella mia vita per molti anni, circa
una ventina, il mestiere di operaio. Ho ricavato da queste esperienze
una visione poco panoramica del mondo che invece vedo dal basso
verso l’alto e vedo tutte le grandi e piccole oppressioni che
gravano sul suolo. Faccio un esempio che non c’entra niente: sono
stato qualche volta a fare delle spedizioni alpinistiche sull’Himalaya
e mi fissavo a guardare in quelle lunghe marce di avvicinamento
i piedi dei portatori: là si concentrava tutto il peso e lo sforzo
delle merci che noi gli caricavamo sulle spalle e che loro portavano
per salario fino al nostro campo base. Insomma l’occhio mi finisce
sempre là, perché non ho un punto di vista panoramico ma un punto
di vista piantato sul dettaglio e sul basso. Eppure sono persuaso
che lo spazio di intervento della persona umana è enorme, specialmente
da noi dove questo spazio è mortificato, vilipeso, anzi si cerca
di insultare e di rendere e di aggredire e aggravare la posizione
di inferiorità del debole, dell’estraneo o dello straniero. In
questa condizione di umiliazione lo spazio è gigantesco. Ogni
volta che a noi capita durante la nostra giornata di fare una
piccola mossa, ma proprio una mossa minima di aiuto, sostegno,
simpatia, sorriso compreso, questa è una fortissima controspinta
dal basso verso l’alto a togliere peso a quello che grava sulla
terra.
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SBATTEZZARSI?
Nel corso dell’anno appena concluso ho ricevuto alcune lettere,
meglio, un modulo prestampato (che trovate nella pagina successiva)
e poi compilato dal mittente, nel quale si chiede l’annotazione
sui registri del battesimo della decisione di non esser più considerato
appartenente alla chiesa cattolica. Si potrebbe dire, con un’espressione
errata ma efficace che tali persone chiedono di essere “Sbattezzate”.
Dietro questa iniziativa vi è una organizzazione che, penso, intenda
quantificare il numero di adulti che rifiutano un’appartenenza
alla chiesa compiuta per loro dai genitori all’atto del battesimo.
L’espressione “sbattezzo” è impropria perché, secondo la teologia
cristiana, il gesto storico del battesimo crea una realtà (il
cosiddetto “carattere”) nella persona che in seguito può essere
disattesa, ma non cancellata. Inoltre è opportuno ricordare che
se è vero che il battesimo dei bambini non è attestato in modo
inequivocabile nel Nuovo Testamento esso è sicuramente amministrato
nella chiesa antica senza una sostanziale opposizione se si eccettua
Tertulliano. Sant’Agostino attesta la pratica del battesimo dei
bambini. Il Concilio di Trento decretò (Sessione VII) che i bambini
battezzati sono realmente credenti e il loro battesimo non deve
essere ripetuto al raggiungimento dell’uso di ragione. La pratica
del battesimo dei bambini è stato mantenuto anche nelle chiese
riformate e solo nel 1943 il grande teologo evangelico Karl Barth
si oppose a tale pratica.
Non
mancano oggi famiglie che scelgono di non conferire il battesimo
ai propri figli in nome del rispetto della loro libertà. Dicono:
“Quando saranno adulti faranno consapevolmente questa scelta,
adesso sarebbe una sorta di imposizione”. Questa decisione racchiude
certamente un valore: il desiderio che un gesto tanto importante
sia frutto di scelta libera e consapevole. Eppure l’indicazione
della Chiesa non è in questa direzione: il battesimo è conferito
al bambino che certo non è in grado di scegliere, dentro la fede
della sua famiglia e dell’intera comunità della chiesa. Se è vero
che al centro del battesimo è il bambino, è altrettanto vero che
protagonisti di tale gesto sono i genitori, il padrino, la madrina,
i famigliari e l’intera comunità cristiana. I genitori che non
si limitano a trasmettere la vita ma intendono corredarla con
quei valori che essi considerano significativi per la piena formazione
della loro creatura.
Vorrei
aggiungere un’altra osservazione. La cura per la libertà del proprio
figlio che non si vorrebbe condizionare conferendogli un battesimo
che in età adulta potrebbe rifiutare, tale cura è meritevole di
ogni apprezzamento, ma il rispetto della libertà non significa
rinuncia al compito educativo, rinuncia a proporre quei percorsi
di formazione umana e di fede che la famiglia considera preziosi.
Il bambino diventerà grande assorbendo dall’ambiente una quantità
di stimoli, messaggi, proposte le più varie e non tutte apprezzabili.
Sarà plasmato dall’ambiente in cui vivrà e proprio le persone
che hanno maggiormente a cuore la sua crescita dovrebbero astenersi
dal proporgli quei percorsi che ritengono più validi? Francamente
mi sembra una scelta paradossale quella che lascia spazio a tutte
le voci mettendo a tacere proprio quelle che dovrebbero essere
le più interessate al bene del bambino. Proprio per questo, alla
vigilia di ogni battesimo visito la famiglia e rifletto con i
genitori, spesso vi sono anche i nonni, il padrino e la madrina,
sui pensieri che ho appena esposto. Quando sarà adulto, il bambino
farà le sue scelte, magari invierà al Parroco una lettera come
quelle che ho ricevuto. Questo è segno di una società nella quale
la scelta di fede, l’appartenenza alla Chiesa non sono più un
fatto scontato. Devono essere scelta consapevole: anzitutto da
parte dei Genitori chiamati non tanto a ripetere un gesto abitudinario,
frutto di consuetudine, al limite superstizioso. Davvero il battesimo
dei bambini non è affatto cosa infantile!
Raccomandata
A/R
Al Parroco della parrocchia di
… … … … … …
Milano, … … …
Oggetto: istanza ai sensi dell’art. 7 del Decreto Legislativo
n. 196/2003.
Io
sottoscritto … … … , nato a … … …, il … … …, residente a … … …,
in via … … … , con la presente istanza, presentata ai sensi dell’art.
7, comma 3, del Decreto Legislativo n. 196/2003, mi rivolgo a
Lei in quanto responsabile dei registri parrocchiali.
Essendo stato sottoposto a battesimo nella Sua parrocchia, in
una data a me non nota ma presumibilmente di poco successiva alla
mia nascita, desidero che venga rettificato il dato in Suo possesso,
tramite annotazione sul registro dei battezzati, riconoscendo
la mia inequivocabile volontà di non essere più considerato aderente
alla confessione religiosa denominata “Chiesa cattolica apostolica
romana”.
Chiedo
inoltre che dell’avvenuta annotazione mi sia data conferma per
lettera, debitamente sottoscritta.
Si segnala che, in casa di mancato o inidoneo riscontro alla presente
richiesta entro 15 giorni, mi riservo, ai sensi dell’art. 145
del Decreto Legislativo n. 196/2003, di rivolgermi all’autorità
giudiziaria o di presentare ricorso al Garante per la protezione
dei dati personali.
Dichiaro di rinunciare fin da subito a qualsivoglia pausa di riflessione
o di ripensamento in ordine alla soprascritta istanza; avverto
che considererò ogni dilazione come rifiuto di provvedere nel
termine di legge (15 giorni, ai sensi dell’art. 146, comma 2,
del Decreto Legislativo n. 196/2003) e che quindi intendo immediatamente
ricorrere all’autorità giudiziaria o al Garante per la tutela
dei dati personali, qualora Lei illegittimamente differisse l’annotazione
richiesta ad un momento successivo al quindicesimo giorno dal
ricevimento della presente.
Ciò, in ottemperanza del Decreto Legislativo n. 196/2003 (che
ha sostituito, a decorrere dall’1/1/2004, la previgente Legge
n. 675/1996), in ossequio al pronunciamento del Garante per la
protezione dei dati personali del 13/9/1999 ed alla sentenza del
Tribunale di Padova depositata il 29/5/2000.
Si diffida dal comunicare il contenuto della presente richiesta
a soggetti terzi che siano estranei al trattamento, e si avverte
che la diffusione o la comunicazione a terzi di dati sensibili
può configurare un illecito penale ai sensi dell’art. 167 del
Decreto Legislativo n. 196 del 2003.
Si allega fotocopia del documento di identità.
Distintamente.
Firma
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18-25
GENNAIO: SETTIMANA DI PREGHIERA
PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI
Sabato
16 gennaio - ore 19.00
Cristiani in Sinagoga per la Giornata dell’Ebraismo.
Il senso ebraico del Sabato
Alfonso Arbib, Rabbino capo di Milano
Tempio Maggiore - via della Guastalla, 19 -
ingresso dalle ore 18.30
per ritirare il pass rivolgersi a
Ecumenismo e Dialogo,
piazza Fontana n. 2
02.8556 303/355
Lunedì 18 gennaio - ore 20.45
Cantiamo la gloria del Cristo risorto.
Preghiera con le corali
Basilica di Sant’Ambrogio - piazza Sant’Ambrogio
Mercoledì
20 gennaio - ore 20.45
“Voi sarete testimoni di tutto ciò”.
Come custodire e trasmettere i frutti dello Spirito
dopo un secolo di movimento ecumenico?
Tavola rotonda al Teatro dell’Angelicum — piazza Sant’Angelo
Maria Bonafede, moderatora della Tavola Valdese
Siluan Span, Vescovo della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia
Dionigi Tettamanzi, Cardinale Arcivescovo di Milano
Modera: Elena Milazzo Covini,
già
Presidente nazionale del SAE
Giovedì
21 gennaio
ore 13.05 Grotta di Elia
San Gottardo al Palazzo Reale, via Pecorari
ore 18.00 Vespro Ortodosso
Chiesa Ortodossa Greca, via Romolo Gessi 19
Sabato
23 gennaio - ore 20.45
Annunciare la Parola di Dio con franchezza.
Veglia ecumenica dei giovani
Chiesa di Santo Stefano, piazza Santo Stefano
Domenica
24 gennaio - ore 18.30
Celebrazione ecumenica della Parola
Basilica di San Marco, piazza San Marco
in collaborazione con il Gruppo delle Coppie interconfessionali
di Milano
SCAMBI
DI AMBONE
Domenica 17 gennaio - ore 10.30
Chiesa Evangelista Metodista,
via Porro Lambertenghi, 28
Domenica
17 gennaio - ore 11.30
Chiesa Ortodossa Romena,
Via De Amicis, 13
Domenica
24 gennaio - ore 10.00
Chiesa Cristiana Protestante,
via Marco de Marchi, 9
Domenica
24 gennaio - ore 10.45
Chiesa Evangelica Valdese,
Via Francesco Sforza, 12/a
predicazione di don Giuseppe Grampa
Domenica
24 gennaio - ore 11.00
Chiesa di San Giovanni in Laterano,
via Pinturicchio, 35
predicazione del Pastore Valdese Giuseppe Platone
Domenica
24 gennaio - ore 12.00
Basilica di San Marco,
piazza San Marco, 2
|
A
CARNEVALE SIAMO TUTTI
ESPLORATORI
Grande
Luna Park di Carnevale
in Oratorio
Domenica 14 febbraio 2010 dalle ore 15,00
Grandi
premi per tutti…
anche una sorpresa...
Costo
della tessera 3 euro
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Nella
Comunità parrocchiale:
hanno
ricevuto il Battesimo
DAVIDE
TESTA
BIANCA VANONI
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abbiamo
affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova
MARIA
BRASCA (a. 89)
CARLO DELL'AVALLE (a. 88)
GABRIELLA DAVERIO (a. 84)
ATTILIO VALTER MANTOVANI (a. 79)
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