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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

GENNAIO 2013


IL MISTERO DELLA CHIESA

Padre della vita e dell’amore,
fa’ che le nostre comunità
sperimentino la pienezza di consolazione
pur in mezzo alle inevitabili sofferenze.
Donaci il tuo Spirito di pace e di gioia
affinché possiamo percorrere le strade del mondo
diffondendo ovunque lo spirito del Vangelo
e tutti gli uomini sappiano riconoscere te,
unico vero Dio
e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo.
Infondi in noi, Signore la pienezza della carità,
quella carità per cui
se un membro soffre
tutte le membra soffrono insieme
e se un membro è onorato
tutte le membra gioiscono con lui.

Quella carità che ci fa sentire
corpo di Cristo e sue membra.
Manda in noi lo Spirito di amore,
di accoglienza, di gratitudine,
lo spirito di pazienza e di pace.
Unisci i nostri cuori
nella confessione e nel grido:
Gesù è il Signore!
quel grido che nessuno può dire
se non è guidato dallo Spirito Santo.
Te lo chiediamo, Padre,
per lo stesso Gesù Cristo,
tuo Figlio e nostro Signore. Amen.

card. Carlo Maria Martini



 

GRAZIE, VESCOVO ANGELO

Martedì 15 gennaio la nostra comunità ha vissuto una serata ricca di umanità e di dottrina. L’arcivescovo cardinale Angelo Scola aveva accettato l’invito che in autunno gli avevo rivolto a partecipare alla nostra CATTEDRA DEL CONCILIO, il percorso di sette serate dedicate a rivivere il Concilio a cinquant’anni dalla sua apertura.
A quanti gremivano la nostra Chiesa l’arcivescovo ha “giustificato” la sua scelta di venire proprio nella nostra comunità in forza di antichi e non dimenticati legami di amicizia con me e con mio fratello.
Potrebbe sembrare una motivazione piuttosto debole: non così per Angelo Scola che riconosce il valore di questi legami di prossimità. Possiamo leggere in questo atteggiamento una preziosa indicazione perché la nostra appartenenza alla comunità cristiana si radichi e si esprima in una trama di rapporti umani autentici e intensi.
Al termine, congedandolo, ho ringraziato l’Arcivescovo, per aver ricordato il mio nomignolo di famiglia, quello inventato dai miei genitori e che nonostante i miei settant’anni (presto settantuno) è ancora usato in casa e con gli amici più vecchi e più cari. Intenso e affettuoso l’abbraccio a don Giovanni Barbareschi, punto di riferimento per il giovane Angelo Scola così come gli autografi e le strette di mano. In questo clima di calda umanità la lezione sul tema della chiesa nei testi del Concilio. Grazie a Valentina, la segretaria della parrocchia che ha subito trascritto la registrazione è possibile leggere in questo stesso fascicolo il testo del cardinale. Testo impegnativo e arduo in qualche passaggio ma chiaro e appassionato. Vi invito a rileggerlo con calma.
Qui mi limito ad offrire uno spunto, ricavato dall’insegnamento conciliare, per meglio comprendere la figura del vescovo nella Chiesa locale. Come è noto il Concilio ha restituito alla Chiesa locale, cioè alla diocesi con il suo Vescovo, il suo ruolo centrale. Quando diciamo “chiesa” istintivamente pensiamo a Roma, al Papa, al Vaticano: questa sarebbe la Chiesa che ha poi le sue filiali periferiche sul territorio, le diocesi affidate ai vescovi. E invece la chiesa avviene, cioè si realizza là dove un vescovo successore degli apostoli annuncia l’Evangelo e raccoglie una comunità con l’Eucaristia.
La Chiesa diocesana con il suo Vescovo non è un frammento della Chiesa: è la chiesa nella sua pienezza, certo non nell’isolamento e nell’autosufficienza ma nella comunione con tutte le chiese a cominciare da quella di Roma.
Alla luce di questo insegnamento conciliare possiamo capire il ruolo del Vescovo. Riprendo a questo proposito il pensiero del cardinale Martini. Certamente non un ruolo “notarile”, che si limita a registrare l’esistente. Per Lui la Chiesa diocesana non poteva esser pensata semplicemente come il contenitore delle più varie esperienze. Non a caso Martini ogni anno ha proposto alla nostra Diocesi originali Piani pastorali.
Era persuaso che la Chiesa diocesana dovesse essere capace di un cammino autorevole di formazione alla fede e alla santità per tutto il popolo di Dio. Significative le indicazioni che l’arcivescovo Martini dava a proposito dei rapporti tra cammino diocesano e altre proposte educative e spirituali portate avanti da Movimenti e Gruppi diversi. Diceva: «Penso a situazioni in cui appare che il riferimento che conta è di fatto duplice o molteplice: vi è il cammino diocesano e, però, vi è anche quello di altri agenti pastorali. Con l’aggiunta che tutto questo non è vissuto con armonia ma con un netto sbilanciamento che, al di là dei riferimenti puramente verbali, emargina, in realtà, la diocesi e il suo concreto cammino pastorale… Il vescovo non potrà semplicemente rimettersi alla natura carismatica di una realtà per dedurne la sua immediata utilità e accettabilità in forza della libertà dello Spirito… Il vescovo non deve semplicemente fare la rassegna di tutto ciò che è possibile e dare comunque spazio a tutti. Spetta a lui coordinare e discernere tra aspetti positivi e eventuali aspetti teorici e pratici, meno idonei, così da accettare e promuovere gli aspetti buoni e correggere, per quanto necessario, quelli che risultassero meno utili e pregiudizievoli al cammino della chiesa particolare».
È compito del vescovo educare al discernimento, a riflettere sulle complessità e ambiguità storiche, sul misto di bene e di male, di ispirazioni buone e cattive, di strutture di grazia e di peccato che sono strettamente intricate le une nelle altre e tra le quali bisogna discernere la via giusta per ottenere la crescita della fede, speranza e carità.
Proprio pensando a questo suo ruolo ho voluto invitare l’Arcivescovo e gli sono profondamente grato per la sua presenza in mezzo a noi. Grazie, vescovo Angelo.

don Giuseppe


 

 



IL PRESEPE DELL'EVANGELISTA GIOVANNI
omelia di don Giuseppe nella domenica nell'ottava del Natale
domenica 30 dicembre 2012
(Pr 8, 23-31; Col 1, 13b.15-20; Gv 1, 1-14)

 


 

PROSSIMI APPUNTAMENTI DELLA
CATTEDRA DEL CONCILIO
nell’Anno della Fede
nella memoria del card. Martini

31 gennaio 2013 ore 21
CONCILIO E GIOVANI
IL FUTURO DELLA CHIESA
mons. Luigi Bettazzi

***

26 febbraio 2013 ore 21
UNO SGUARDO EBRAICO
rabbino Giuseppe Laras



CHI È LA CHIESA

Lezione dell’Arcivescovo Cardinale Angelo Scola per la Cattedra del Concilio martedì 15 gennaio. La trascrizione della registrazione non è stata rivista dall’Autore.

Sono molto grato a don Giuseppe di questo invito e sono particolarmente lieto di essere stato costretto a rileggere un’altra volta la Costituzione conciliare sulla Chiesa Lumen gentium in vista di questo nostro incontro. Questa non è la lezione di un professore, è una conversazione che io apro con voi in quanto vostro arcivescovo e vi prego quindi di accettarla così nella sua semplicità e di coglierla come un’occasione per ritornare personalmente su questo grande avvenimento. Voglio anche dire che sono contento di essere qui per l’amicizia che da tanti anni mi lega a don Giuseppe, che noi chiamavamo familiarmente Pucci, abbiamo lavorato insieme alla rivista Communio, abbiamo avuto modo di conoscerci e di stringere amicizia e attraverso di lui con suo fratello il vescovo di Lugano ed è anche una gioia intensissima ritrovare qui don Giovanni Barbareschi che nella mia giovinezza ha rappresentato un punto di riferimento. Mi ricordo che all’inizio della Gioventù studentesca di Lecco lo invitammo – avevo 17 anni – per un dialogo sull’affettività, sul rapporto ragazzi/ragazze che allora era un tema dirompente, e trovare un prete in grado di parlarne era proprio difficile. Lui ne parlò in modo veramente affascinante e diritto; spero ci siano tanti sacerdoti capaci di fare così anche oggi. Sempre, nella vita, è la trama dei rapporti che ti conduce anche nella differenza delle opinioni che, nella Chiesa, se viviamo l’unità, diventa una ricchezza come ci ha insegnato il Concilio definendo il metodo della comunione come il metodo della pluriformità nell’unità. La trama dei rapporti è ciò che consente un’intelligenza più acuta delle cose. Tra le 1100 parrocchie della Diocesi ho scelto di venire qui in forza di questi rapporti che ci legano. Questo ci deve fare riflettere sulla comunione della Chiesa che deve essere aperta a 360 gradi a tutti, ma passa attraverso la via della prossimità.

Per rispondere alla domanda “Chi è la Chiesa?” nel contesto di questi 50 anni dalla apertura del Concilio voglio incominciare offrendovi tre chiavi di lettura che ci permettono di affrontare l’avvenimento del concilio e i suoi testi in maniera adeguata.
LA PRIMA: tutti gli avvenimenti precedenti l’assise conciliare, compresi i fattori di rinnovamento che erano in atto nella Chiesa dalla fine del secolo precedente, non sono in grado di spiegare in modo esauriente la decisione di Giovanni XXIII. Occorre una interpretazione adeguata della storia che consiste nel riconoscimento che la storia della Chiesa non è una pura storia positiva, non è un mettere in ordine dei fatti, interpretandoli attraverso l’ausilio dei documenti. La storia della Chiesa non è solo questo, ha anche una dimensione teologica perché descrive il pellegrinaggio del popolo di Dio attraverso i secoli, verso la patria celeste e ha come protagonista il Padre che chiama gli uomini in Gesù e per la potenza dello Spirito Santo li rende co-agonisti nella storia. L’ispirazione che condusse Giovanni XXIII ad annunciare il concilio ai cardinali che rimasero sorpresi, ha avuto certo degli antefatti storici ma è stata un’ispirazione donata al successore di Pietro da Colui che ultimamente guida la storia e che ancora oggi costruisce il corpo ecclesiale nel quale Gesù è a noi contemporaneo.
Noi non possiamo tornare all’avvenimento del concilio e ai suoi testi soltanto attraverso la ricostruzione dei fatti storici. Dobbiamo sempre ammettere la presenza dello Spirito santo che dà alla storia della Chiesa una dimensione anche teologica.
LA SECONDA chiave di lettura è capire bene l’indole pastorale del concilio. Non è cosa sufficientemente chiara purtroppo anche tra i teologi. Papa Roncalli che era attento alla natura pastorale della Chiesa la intendeva in modo molto preciso come la missione storico-salvifica della Chiesa. La pastorale non è la traduzione pratica di una dottrina ma è la modalità con cui la vita della Chiesa porta la salvezza che Cristo ha operato sulla soglia del mio cuore, sulla soglia della sua comunità. Pastorale significa storico- salvifico. È l’esperienza che facciamo della vita ecclesiale, per voi nella vostra parrocchia, in tutta la sua ricchezza. Quindi l’indole pastorale mostra che la Chiesa è una realtà in forma di ellisse, costituita da due fuochi. Come l’ellisse la Chiesa è una realtà eccentrica perché non ha un solo centro ma due: vive la relazione costitutiva a Cristo e alla sua missione e la relazione al mondo. La pastoralità indica questa natura della Chiesa vivente che noi stessi siamo chiamati ad attuare.
Non c‘è opposizione tra dottrinale e pastorale. Ciò che è autenticamente dottrinale deve essere storico- salvifico, deve essere pastorale, deve riprodurre questa natura “eccentrica” della Chiesa altrimenti è una dottrina astratta che non incide sulla vita. E l’uomo non procede prima imparando e poi applicando. Noi siamo gettati nell’esistenza e così nascono le prime domande alle quali poi si cerca di dare delle risposte organiche e sistematiche. Pastorale significa che la Chiesa essendo strutturalmente eccentrica è sempre essenzialmente missionaria. Questo significa che non si può annunciare il vangelo senza farsi carico del destinatario. Il destinatario è sempre in gioco. Chiunque esso sia, perché Gesù è venuto per tutti.
LA TERZA chiave: è impossibile separare l’avvenimento del concilio dal complesso di tutti i documenti che ha prodotto, come si cerca di fare quando si dice: «Non conta la lettera del concilio, conta lo spirito» oppure «tutto ciò che non è detto alla lettera è come se non avesse forza di avvenimento». Questa tentazione viene e dai progressisti che esaltano l’evento e da certi conservatori per i quali l’evento non conta più, conta solo il testo scritto, confrontato con quello che è stato o non è stato detto prima.

Passiamo ora alla Costituzione Lumen Gentium, il testo fondamentale sulla Chiesa decisiva è la domanda: Chiesa, che cosa dici di te stessa? È vero che in un certo senso il concilio è attraversato da un continuo ritorno sulla natura e sul compito della Chiesa. La Chiesa nel Concilio Vaticano II ha rinnovato la sua autocoscienza, ha preso coscienza di sé, senza per questo ridurre il Vaticano II a un puro concilio ecclesiologico.
L’insegnamento conciliare ha fatto proprio il risveglio ecclesiologico che precedette il Vaticano II: i grandi movimenti liturgico, biblico, ecumenico, la nascita dell’apostolato dei laici, verso la fine dell’800, in termini diversi rispetto alla modalità di impegno da parte delle antiche confraternite, e in un certo senso concentra tutto questo in quello che potremmo chiamare un risveglio dell’autocoscienza della Chiesa e lo fa proponendo due concentrazioni della coscienza che la Chiesa ha di se stessa. Per concentrazione intendo identificare un moto del nostro pensiero che attraversa tutti i contenuti, tutti i temi che sono legati al discorso sulla Chiesa e li porta verso un centro. Questa concentrazione è stata doppia: una antropologica e una sacramentale. Nel Concilio la Chiesa ha riscoperto il suo centro antropologico e il suo centro sacramentale.
Per spiegare cos’è la concentrazione antropologica userò una celeberrima affermazione del pensatore cristiano Romano Guardini, assistente degli universitari nell’università di Monaco. Fu il primo a tenere in una università laica una cattedra denominata: “Visione cristiana del mondo”. Disse : «La Chiesa oggi (siamo negli anni fra le due guerre) deve rinascere nelle anime». Noi potremmo dire “nella persona” usando una terminologia più consona alla sensibilità contemporanea. Il tema della Chiesa popolo di Dio dice esattamente questo. In cosa consiste questa rinascita, questo ritrovare un centro antropologico: la Chiesa in forza dello spirito di Cristo possiede una natura sua propria che viene prima di ogni singolo battezzato, ma alla fine esiste sempre e solo in singoli soggetti e comunica la sua forza salvifica attraverso la loro testimonianza. Senza di te, senza di me, senza l’io, il noi che noi siamo, la Chiesa non si rende incontrabile, ecco perché tutti oggi parlano della Chiesa come se fosse un ente astratto come se fosse una struttura contro la quale si possono fare delle critiche, perché siamo dei poveri uomini come tutti e che talora sbagliano.
Ma non si può mai scavalcare la dimensione della persona che in forza della propria libertà e dell’essere insieme - un io immerso nel noi e un noi che esalta l’io- testimonia in concreto la presenza salvifica di Gesù a ogni uomo di oggi. La Chiesa diventa realmente il popolo di Dio in azione, che attraversa la storia, realmente la Chiesa siamo noi, ciascuno di noi e non si deve mai mettere tra parentesi il soggetto. La Chiesa è casa nostra, è nostra madre, è nostra maestra. Questa è quella che chiamo concentrazione antropologica. Tutti, i laici, la gerarchia, i religiosi. Tutti a costituire l’unico popolo di Dio.
La seconda concentrazione è quella sacramentale come afferma il primo paragrafo della Lumen gentium: «La Chiesa è segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» . Questo è il Sacramento. Quando i padri fanno questa affermazione, parlano per la prima volta della sacramentalità della Chiesa come tale che certamente passa per i sette sacramenti però possiede essa stessa la natura di essere segno e strumento del rapporto dell’uomo con Dio per la potenza dello Spirito di Gesù risorto. C’è una bella frase del grande teologo Urs von Balthasar che dice bene questa natura sacramentale della Chiesa: «Ci occuperemo della Chiesa solo nella misura in cui essa può e vuole essere una mediazione intrinseca del Dio di Gesù Cristo». Questo è lo scopo della Chiesa e delle sue articolazioni: diocesi, parrocchia, varie associazioni. Essere il mezzo, lo strumento dell’avvenimento di Gesù, così che possa portarlo nella storia di fronte alla libertà di ciascuno. E continua von Balthasar: «Dicendo questo abbiamo probabilmente posto la questione decisiva e forse nei confronti della Chiesa non c’è altra domanda da porre oltre a questa». Questa però non è una domanda ovvia e su questo tutti i giorni come cristiani dobbiamo giocarci. Dio ha deciso di aver bisogno degli uomini, di noi, per comunicarsi a tutta la famiglia umana. È una cosa straordinaria! Riprendo quanto diceva il grande teologo Sheeben: «Ciò che meraviglia nell’incarnazione non è solo il fatto che Dio abbia deciso di venire a salvarci, ma è il come lo ha fatto». Lasciandosi trattare come uno di noi, nascendo da una donna. Come dicono bene tutti i nostri inni ambrosiani, che non spiritualizzano questa nascita mantenendone tutta la forza di incarnazione.
Questa è la ragione per cui è più corretta la domanda che avete posto questa sera come titolo del nostro incontro: “Chi è” la Chiesa e non “che cosa è” la Chiesa. Se diciamo: “cosa” è la Chiesa, la consideriamo un oggetto che è fuori di me, da cui io mi tiro fuori e posso dire descriverla nella sua struttura e organizzazione. Aspetti necessari, certo, ma propriamente parlando la Chiesa non è un oggetto: è soggetto. Ed è soggetto proprio perché per volontà di Gesù e per la potenza dello Spirito Santo non fa altro che portare nella storia il grande avvenimento della nascita, crescita, missione, passione, risurrezione e gloria del Signore e questo è il contenuto profondo della nostra esistenza quotidiana.
Ho trovato un modo bello per esprimere questa doppia concentrazione in un testo di papa Wojtyla nel suo libro Le fonti del rinnovamento. Il Papa aveva una conoscenza della Chiesa universale e aveva soprattutto la grande fortuna di aver vissuto il Concilio giovanissimo a 40 anni. Lo aveva poi tradotto nella vita della sua Diocesi e nel Sinodo da Lui voluto per il rinnovamento delle comunità parrocchiali. Scrive: «La Chiesa è certamente una verità di fede e oggetto di uno degli articoli del Credo. Se l’ottica del concilio fosse stata puramente dottrinale , forse l’insegnamento circa la verità di fede che riguarda la Chiesa si sarebbe sviluppato in altro modo. Ma proprio a questo punto il concilio doveva diventare pastorale, non era possibile trattare la Chiesa solo come oggetto era necessario che essa si esprimesse come soggetto e questa intenzione accompagnava la prima domanda del concilio: Chiesa che cosa dici di te stessa? Questa domanda è diretta alla Chiesa soggetto e quindi era rivolta a tutti coloro che costituiscono questo soggetto. Il soggetto Chiesa è una comunità unica nel suo genere». Paolo VI arrivò a dire che il popolo dei cristiani forma quasi una realtà etnica “sui generis” che attraversa tutti i popoli e vediamo quanto c’è bisogno oggi in questo tempo di meticciamento di civilità e di culture.

Rispondiamo alla domanda “Chi è la Chiesa?” seguendo i capitoli della Costituzione conciliare. La prima affermazione fondamentale, che appare subito all’inizio della costituzione: la Chiesa viene dalla Trinità. Il mistero della Chiesa (cap. 1) si radica in questa consapevolezza: la Chiesa nasce dal dono che la Trinità fa di sé. Ritroviamo questa verità nell’Esortazione postsinodale Sacramentum caritatis al n. 14 quando afferma che l’Eucaristia genera la Chiesa, è la causa che origina la Chiesa. Certo, si può dire anche: è la Chiesa fa l’eucaristia.
C’è stata una lunga discussione fra i Padri sinodali se venisse prima la causalità della Chiesa sull’eucaristia o quella dell’eucaristia sulla Chiesa, poi nella proposizione finale che il Santo Padre ha ripreso quasi alla lettera nel testo post-sinodale si dice che c’è una prevalenza della causalità dell’eucaristia – l’eucaristia fa la Chiesa –rispetto alla causalità della Chiesa verso la eucaristia. Certamente le due cose sono inseparabili. La causalità eucaristica nei confronti della Chiesa è tutta in funzione della comunicazione della salvezza agli uomini. Veramente importante la tesi del primo capitolo: la Chiesa non si fa da sé. Questa affermazione ha una implicazione concreta, basta pensare a quanto tempo noi passiamo programmando iniziative, strumenti, strutture ma dimenticando questo antefatto: la Chiesa non si fa da sé. La Chiesa si comprende solo partendo da Dio. Questo implica il superamento dell’ecclesiocentrismo, ovvero di una concentrazione sulla Chiesa. Noi proponiamo Gesù e la Chiesa è la condizione necessaria per proporlo, ma la Chiesa non propone se stessa. Noi non proponiamo noi stessi.
Aprendo il sinodo di quest’anno, Benedetto XVI ha detto queste parole che spiegano bene il cuore della Lumen gentium: «Noi non possiamo fare la Chiesa. Noi possiamo solo fare conoscere quanto ha fatto Lui». La Chiesa non comincia con il nostro fare, ma con il fare e il parlare di Dio. Gli apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee, adesso vogliamo creare una Chiesa e quasi fossero un’Assemblea costituente hanno elaborato una costituzione, no! hanno pregato e in preghiera hanno atteso consapevoli che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente. Se Dio non agisce la nostre cose sono solo le nostre cose e sono insufficienti. Solo Dio può testimoniare che parla e che ha parlato. Pentecoste e il dono dello Spirito è la condizione della nascita della Chiesa. Solo perché Dio prima ha agito gli apostoli possono agire con lui e fare presente quanto Lui fa!
Passiamo al secondo capitolo. La Chiesa è un soggetto che vive nella storia e questo è l’emergere del grande tema del popolo di Dio. Ci fu in Concilio una grande discussione se mettere al primo posto il popolo di Dio come il fattore che ricomprende tutte le vocazioni e tutti gli stati di vita e ci rende tutti figli del Figlio e membri con pari dignità nella Chiesa dall’ultimo bimbo battezzato fino al Papa. Pensare la Chiesa come popolo di Dio è fondamentale perché documenta che la Chiesa avviene nei fedeli, in tutti i fedeli, e avviene storicamente con la forma di un popolo, fisicamente percepibile. La forza con cui la Chiesa rende presente sul suo volto Gesù è il suo essere un luogo identificabile, incontrabile: «venite e vedrete» dice Gesù. Poi la Lumen gentium aggiunge che tutti gli uomini appartengono anche se in modo non pieno, come i cristiani non cattolici (15), o sono ordinati (16) a questo popolo e questo spiega la natura strutturalmente e essenzialmente missionaria della Chiesa. La missione non è un’aggiunta alla Chiesa già costituita, fa parte dell’essenza e della natura stessa della Chiesa.
Terzo capitolo: la forma della Chiesa è la comunione. Qui voglio concentrare in questa idea di communio che il concilio ha recuperato i capitoli da 3 a 6 dove Lumen gentium spiega la costituzione gerarchica della Chiesa in particolare la fisionomia e la vocazione missionaria del vescovo e dei laici e poi la vocazione universale alla santità entro cui colloca il discorso dei religiosi. Prima di ogni distinzione di ufficio, di compito, prima di tutto viene la nozione del fedele. La sostanza sta nell’essere tutti fedeli, poi vengono le differenze: fedele ordinato, fedele religioso, fedele laico. I capitoli in cui si articola l’analisi dei soggetti che di fatto costituiscono la Chiesa hanno questo filo rosso che li congiunge: dominante è l’essere fedeli, rispetto alla modalità con cui si è fedeli a partire dal proprio ministero o a partire dal proprio stato di vita (consacrato, laico, sposato…).
Secondo: la comunione dice che la comune dignità di tutti i fedeli è questa vocazione universale alla santità. Questa affermazione non era affatto ovvia. Il termine vocazione era riservato all’ essere prete o suore, certamente non alla condizione di sposi. Il concilio dice con forza che la vocazione alla santità è universale. Santità vuol dire piena riuscita umana. Il santo è l’uomo compiuto. Un uomo che è passato magari anche attraverso una storia di peccati, di prove, ma non si è fermato lì per grazia di Dio e per acccoglienza della sua libertà. La comunione è l’esaltazione della dignità di ogni fedele e l’affermazione che nella sequela di Cristo qualunque sia lo specifico della tua chiamata si realizza il tuo compimento. Ecco perché abbiamo il coraggio di proporre alla liberta di tutti questo stile di vita, la sequela di Cristo. Allora è molto importante che nella Chiesa sia affermata la circolarità tra tutti gli stati di vita. Ci vuole una concordia corresponsabile per vivere questa dignità di fedele a cui siamo stati chiamati per grazia. Il prete, il ministro ordinato, non lo si capisce se non è strutturalmente riferito a tutto il popolo di Dio. Analogamente per il consacrato, lo sposato, il laico. Ma questo esige che la comunione venga prima.
Il già citato teologo von Balthasar ha una bella espressione: «La Chiesa è una comunione di missioni personali». Ognuno con la sua missione: Il compito che il disegno di Dio ha su di te, tu lo giochi con tutti gli altri che sono chiamati con te anche se hanno idee diverse dalle tue. C’è comunque un antefatto, c’è una precedenza che è la potenza dello Spirito del Risorto che la tradizione ci porta e fa sì che la Chiesa sia una comunione di missioni. Ancora von Balthasar: «La Chiesa si rivela come l’unità di coloro che schieratisi attorno al “Sì” immacolato di Maria e formati in questo “Sì”, sono disposti e pronti a fare in modo che abbia a realizzarsi la volontà di salvezza su loro stessi e sui loro fratelli”.
Il capitolo 7 introduce un tema che per noi cristiani è ancora un po’ ostico: la Chiesa ha un’indole escatologica, è pellegrina sulla terra e vive già la sua unione con la Chiesa del cielo. Tanto più la Chiesa è radicata nella storia, tanto più è un popolo in cammino lungo la storia, tanto più è spalancata a quel pieno compimento che si dà nel cielo e quindi il compito della Chiesa è rendere presente il definitivo nella storia. Capite quanto è importante questo nella nostra vita quotidiana: nell’amore fra lo sposo e la sposa, nell’educazione dei figli. Se hai la speranza certa della risurrezione, guardi l’altro in maniera diversa, affronti i tuoi limiti in maniera diversa, vivi malattia e morte in maniera diversa, usi i tuoi beni in maniera diversa. Quindi il Concilio ha voluto sottolineare che la Chiesa è qui per far presente la verità definitiva dentro la storia e per questo deve fare quello che ha fatto Gesù, che pur essendo Dio si è abbassato fino ad assumere la nostra natura in tutto, non avendo peccato si è fatto trattare da peccato, è sprofondato fino agli inferi in modo tale che per quanto l’uomo possa inabissarsi nella sua miseria trovi sempre sotto di sé Gesù pronto a tirarlo su così per il mento, se lui dice di sì ad attirarlo a sé. La dimensione eterna è un fattore decisivo del progresso storico, non ci tira fuori dalla storia, dà un senso alla storia. La tua storia personale, la tua biografia. Andando avanti con gli anni, ti rendi conto che il dono dell’appartenenza alla Chiesa ti dà un senso di appartenenza alla comunità e questo cambia il modo di volersi bene, il modo di trattarsi.
La Lumen gentium si conclude guardando a Maria, come grande icona della Chiesa: La Beata Vergine Maria nel mistero della Chiesa. La venerazione della vergine Maria, la capacità di mettersi attorno al suo ‘sì’, per dire il nostro ‘si’, la quotidiana invocazione della sua intercessione e soprattutto l’affidamento quotidiano a Maria, mostra la natura essenzialmente femminile della Chiesa. Accogliere totalmente il disegno del Padre come Maria l’ha accolto. Maria concentra già in sé la Chiesa e ci fa capire che tutti di fronte a Dio che ci è stato rivelato attraverso la grazia di Cristo, siamo nella posizione della sposa, della docilità, della disponibilità. Naturalmente questo discorso non intacca la pari dignità uomo-donna. La pienezza dell’umano sta nella capacità di ricevere. Da chi dovremmo ricevere se non da Dio? Gesù si è fatto bambino per farci prendere dalla tenerezza: di fronte a un Dio bambino tutti si commuovono.
Vi invito, concludendo, a saper valorizzare ogni impeto di domanda di senso di ogni nostro fratello. Le nostre chiese devono essere per tutti, anche per chi è nella fatica del vivere in questi giorni difficili.
Chiediamo l’umiltà profonda di essere docili come Maria.


SETTIMANA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI


Giovedì 17 gennaio - ore 17.30
GIORNATA DELL’EBRAISMO
Dio allora pronunciò tutte queste parole: “Non commettere adulterio” (Es 20,1.14)
Alfonso Arbib Rabbino Capo di Milano
Gianni Genre Pastore valdese a Pinerolo, già Moderatore della Tavola valdese
AMBROSIANEUM Via delle Ore, 3

Venerdì 18 gennaio - ore 19.00
INIZIO SETTIMANA di PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI
CELEBRAZIONE ECUMENICA
Santa MARIA DEGLI ANGELI, piazza S. Angelo n. 2

Sabato 19 gennaio - ore 17.00
Tavola rotonda interconfessionale
LA SVOLTA COSTANTINIANA
Letture cristiane a confronto all’interno del dialogo ecumenico
Viorel Ionita Presbitero e professore emerito della Facoltà di teologia ortodossa di Bucarest
Letizia Tomassone Pastora valdese, già vicepresidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia
Maria Cristina Bartolomei Docente di Filosofia della religione e teologa, del comitato redazionale del mensile Jesus
Modera: Giorgio Del Zanna Vice Presidente del Consiglio delle Chiese cristiane di Milano
TEATRO ALLE COLONNE, Corso di Porta Ticinese n. 45

Domenica 20 gennaio - ore 15.30
STUDIO BIBLICO ECUMENICO: “Quello che il Signore esige da noi” (Michea 6,6-8)
a cura delle Coppie Interconfessionali
CHIESA CRISTIANA PROTESTANTE, Via Marco De Marchi n. 9

Domenica 20 gennaio - ore 19.00
CONDIVIDIAMO E PREGHIAMO INSIEME Serata ecumenica dei giovani
CHIESA EVANGELICA METODISTA Via Porro Lambertenghi n. 28

Da Lunedì 21 a Venerdì 25 gennaio ore 12.40-13.00
GROTTA DI ELIA CHIESA ORTODOSSA RUSSA
presso SAN VITO AL PASQUIROLO Largo Corsia dei Servi n. 4

Lunedì 21 gennaio - ore 18.00
VESPRI ORTODOSSI CHIESA ORTODOSSA ROMENA
presso SANTA MARIA DELLA VITTORIA, Via De Amicis n. 13

Venerdì 25 gennaio - ore 20.30
CANTATE AL SIGNORE La preghiera del canto di Corali delle Chiese del Consiglio conclude la Settimana per l’unità
SAN GIORGIO AL PALAZZO, Piazza San Giorgio n. 2


 

SABATO 26 GENNAIO 2013
DURANTE LA MESSA DELLE ORE 18

RICORDEREMO GLI ANNIVERSARI DI MATRIMONIO,
IN PARTICOLARE LE DATE "IMPORTANTI"
AL TERMINE FESTEGGEREMO INSIEME
CON UN APERITIVO

Informazioni e iscrizioni rivolgersi in Segreteria parrocchiale
entro giovedì 24 gennaio


 

SABATO 2 E DOMENICA 3 FEBBRAIO 2013
FIERA DEL LIBRO USATO

a favore delle Suore di via Ponzio e
de "La Tenda",
servizio con e per gli anziani
della nostra comunità

dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00 in Oratorio

È possibile portare libri usati da vendere entro e non oltre domenica 27 gennaio

 


Grande Luna Park di Carnevale

in Oratorio

Domenica 10 febbraio 2013 dalle ore 15,00

Grandi premi per tutti…

Costo della tessera 3 euro


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

hanno ricevuto il battesimo

CAMILLA SOLE CALDIROLA
MAIRA CLARA CALDIROLA
VITTORIA BIONDELLI

 

si sono uniti in matrimonio

MARIA GABRIELLA PIAZZOLLA E MARCO ANTONIO RAO

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

FRANCESCO AGOSTINO (a. 45)
LUCIANO GALBUSERA (a. 86)
ROSA CREPALDI (a. 89)
MARGHERITA BELDÌ (a. 81)
GIUSEPPE EUGENIO FERRADINI (a. 71)
RAFFAELLA CANZIANI (a. 102)
GIULIA MARIA ROSA MAGISTER (a. 81)
FRANCESCA CIPRANDI (a. 81)
PAOLO INVERARDI (a. 91)
SILVANA UGULINELLI (a. 78)
LUIGIA ROSSI (a. 93)
MARTINA AGOSTINA FESTA (a. 78)
MARIO GIORELLO (a. 74)

 


 


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