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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

giugno 2009   


UNA CHIESA CHE ABBIA LO STILE DI PIETRO

Il mese scorso, complice maggio dedicato a Maria, vi invitavo a sognare una chiesa che avesse lo stile di Maria, una chiesa che, come Maria, accoglieva e custodiva nel suo cuore la Parola, anche quando questa Parola non era immediatamente comprensibile, come avvenne nel Tempio dove il dodicenne Gesù si era trattenuto all’insaputa dei genitori.

In questo mese di giugno che si conclude con la memoria delle “colonne” della chiesa, gli apostoli Pietro e Paolo, vorrei invitarvi ad essere una chiesa “petrina”, una chiesa che abbia lo stile di Pietro. La chiesa che è anzitutto “mariana”, cioè realtà interiore generata dallo Spirito di Gesù, è anche popolo convocato, è quindi realtà storica che vive nel tempo. Non è “nono-stante” la chiesa, ma è “grazie” alla chiesa che noi possiamo entrare in comunione con Dio. Ecco perché dopo aver meditato sullo stile “mariano” della chiesa dobbiamo meditare sullo stile “petrino” ovvero sulla sua dimensione storica, istituzionale.

Affrontando questo aspetto della chiesa sono consapevole della difficoltà del tema. Bisogna riconoscerlo: questa dimensione talora pesantemente materiale della chiesa fa problema, è per molti un ostacolo, un diaframma ingombrante sul cammino dell’incontro con Dio. Quante volte abbiamo sentito dire e forse anche noi abbiamo pensato: Cristo sì, il suo Vangelo sì, ma la Chiesa no, il Vaticano, i preti… no. Ci sono persone che amano sostare nella chiesa quando essa è deserta, immersa nel silenzio mentre evitano la chiesa quando è affollata, quando si è invitati a pregare e cantare insieme, alzarsi e sedersi con tutti gli altri. Ci sono persone sinceramente aperte al messaggio evangelico ma ostili al ruolo istituzionale della Chiesa, quando essa appare una potenza finanziaria talvolta disinvolta se non spregiudicata… Potremmo dire che queste persone sono allergiche allo stile “petrino” della chiesa. Eppure a Pietro Gesù ha affidato la custodia e la guida del gregge, a lui ha affidato le chiavi del regno, lui è la pietra sulla quale è costruita la chiesa.

Mi lascio guidare in questa difficile meditazione dalle riflessioni del cardinale Martini. Il principio “mariano” dell’interiorità non solo non esclude anzi esige il principio “pe-trino”, principio esteriore, organizzativo, costituito da strutture: «Il principio petrino richiama la mediazione istituzionale, la varietà e la complementarità dei ministeri, la ricchezza delle funzioni con cui la fede della chiesa prende consistenza storica, manifesta in una concreta vita comunitaria la misteriosa legge della comunione con Cristo e dà forma e compimento alla missione verso l’uomo e il mondo». Scrive ancora il cardinale Martini: «È vero che la nostra fede deve esprimersi in decisioni forti, in opere iniziate con serietà e condotte a termine con costanza in una inflessibile opposizione a ogni ingiustizia dovunque essa si manifesti. Abbiamo anche bisogno, per vivere davvero dell’evangelo, di rinunce chiare e aperte a tante forme molli e dissipate del vivere attuale, di disciplina rigorosa e di autocontrollo. Tutto ciò può anche comportare una certa durezza nelle forme, inevitabile quando siamo tesi nell’impegno di raggiungere un certo risultato. La Chiesa assicura la sua compattezza, che esprime e protegge la fede dei singoli, anche mediante una forte organizzazione, la quale esige il rispetto di regole precise: se questo non avviene, il “corpo del Signore” perde i suoi contorni e si svilisce nella mediocrità dell’ambiente circostante».

Proprio questa ultima osservazione richiama il valore di tale dimensione “petrina” in forza del legame che esiste tra coscienza, interiorità e ambiente esteriore. Siamo tutti consapevoli del carattere “situato” della nostra coscienza. Non c’è gesto della coscienza che prescinda in tutto o in parte dalle condizioni entro le quali la coscienza è collocata. Basti pensare al nostro modo di reagire di fronte a un comportamento negativo, deviante: «Con la famiglia che ha… con gli esempi ricevuti… con la situazione di miseria, di abbandono…». Questi modi di dire esprimono la percezione del legame tra comportamenti negativi e condizioni in cui il soggetto è situato. Non c’è interiorità che sia totalmente al riparo dall’esteriorità, cioè dall’ambiente. La nostra coscienza è come una spugna: assorbe dall’ambiente in cui è collocata. Del resto, frequente è il rilievo dell’influsso che la scuola, le compagnie, la strada, i mezzi di comunicazione di massa, soprattutto la televisione, internet esercitano sui nostri ragazzi. Ecco perché sulla via di una adeguata formazione della coscienza occorre porre attenzione alle condizioni concrete, storiche, ambientali nelle quali tale coscienza cresce.

Naturalmente l’attenzione per le strutture non deve prevalere sui fini per i quali tali strutture sono volute. Una volta, in una riunione dei decani chiesero all’arcivescovo Martini: «Ma Lei crede nelle strutture diocesane?». E il Cardinale: «Istintivamente risponderei: Credo in Gesù Cristo, credo la Chiesa cattolica... A partire da qui allora evidentemente non è che crediamo nelle strutture come tali o ci giuriamo, ma cerchiamo di recepire il rapporto delle strutture con la presenza di Cristo nella sua Chiesa».

Le strutture sono quindi funzionali rispetto al fine essenziale della chiesa che è quello di manifestare al mondo la luce che è Cristo. A questo decisivo criterio vorrei che tutti ci ispirassimo nel costruire la nostra parrocchia. È questa infatti la prima struttura pastorale che sta particolarmente a cuore ai nostri vescovi. Parrocchia vuol dire chiesa nella vita quotidiana, presso le case. Non quindi una chiesa per pochi, per una élite che ha studiato, per gente con doti particolari, ma chiesa accessibile a tutti e capace di dialogare con tutti. Diceva Martini: «La parrocchia dice la possibilità della “santità popolare” ovvero di un cammino di santità reso possibile a tutti, nelle più diverse condizioni di vita proprio grazie alle tradizionali strutture della chiesa: ciascuno, qualunque siano i suoi doni di grazia e di natura, qualunque sia la sua condizione sociale e umana, qualunque sia il suo carattere o la sua storia, è chiamato a vivere la pienezza della grazia, la santità… Su questo formidabile programma di azione pastorale, che è la parrocchia, noi non ci stanchiamo di insistere: esso deve comandare tutto l’impegno dei preti, dei laici, dei gruppi, dei movimenti, dei consigli pastorali, dei catechisti. Parrocchia, chiesa tra la gente, significa una chiesa vicina alle case, alle famiglie, agli sposi, ai bambini; vicina ai ragazzi dell’Oratorio, ai giovani dei gruppi giovanili; vicina agli anziani con il Movimento Terza Età e ai sofferenti con le visite ai malati e vicina ai peccatori con il sacramento della penitenza; vicina a tutti i cristiani con la messa domenicale e il sacramento dell’eucaristia; vicina ai neonati col sacramento del battesimo e a coloro che fanno le prime scelte forti della vita col sacramento della Cresima». Una chiesa, una parrocchia che abbia lo stile di Pietro dovrà prendersi cura di una sobria ma necessaria forma di organizzazione.

Qui mi limito a due esempi. Mi sembra apprezzabile la qualità delle nostre celebrazioni liturgiche, ma se potessimo arrivare ad avere per ogni celebrazione domenicale, anche per la messa delle 8.30 che è un po’ la cenerentola, due lettori, un animatore del canto e magari anche uno o due ministranti (una volta si diceva chierichetti!!!) la celebrazione potrebbe avere uno svolgimento meno approssimativo e improvvisato. Un secondo esempio: la nostra parrocchia è già molto attiva e ben organizzata per la cura dei ragazzi con le molteplici attività dell’Oratorio e degli anziani con il gruppo degli amici super-anta e le attività della Tenda. Vi è anche una cura particolare per la preparazione al matrimonio. Non abbiamo, invece, nessuna attenzione per il dopo-matrimonio, per le giovani coppie in particolare. Abbiamo pensato di tentare un percorso che favorisca l’incontro tra le giovani coppie. Proprio in questi giorni abbiamo fatto un primo passo e quindici coppie hanno accolto il nostro invito. Riprenderemo a settembre: anche questa sarà una semplice e agile struttura, quasi un involucro per favorire l’incontro, il dialogo, la formazione continua.

Due esempi di una comunità che inventa qualche semplice struttura, qualche leggera forma organizzata con l’unico desiderio di dire a tutti l’evangelo e solo l’evangelo. Concludo, ancora in uno stile petrino. In questi ultimi vent’anni la nostra comunità si è avvalsa della preziosa collaborazione della signora Anna Mattea e del signor Giuseppe Raudino. La prima ha curato con esemplare rigore e precisione la parte amministrativa della parrocchia, la contabilità, il bilancio. Il secondo, come segretario, ha provveduto con indicibile dedizione ad una infinità di compiti: dal ricevere le persone che richiedevano certificati o desideravano far celebrazioni per i defunti, alla tenuta dei registri dell’archivio alla preparazione dei fogli domenicali e del nostro Notiziario... e a tante altre attività che hanno contribuito a fare della nostra parrocchia luogo di accoglienza. Ora lasciano questo servizio e la nostra gratitudine li accompagna: si sono fatti carico dello stile petrino della nostra comunità. Un ultimo grazie a due gentili signore che vogliono restare nell’anonimato e che hanno fatto dono al nostro altare di due preziose tovaglie.

don Giuseppe

 

 

Nel nome...

omelia di don Giuseppe nella festa della Santissima Trinità
domenica 7 giugno 2009 (
At 33,18-23; 34,5-7a; Sal 62; Rm 8,1-9b; Gv 15,24-27
)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"




PERCHÈ DOBBIAMO DIRE GRAZIE
ALLO STRANIERO CHE È TRA NOI

Dal nuovo libro del cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, Non c’è futuro senza solidarietà. La crisi economica e l’aiuto della Chiesa cogliamo alcuni stralci che offriamo alla vostra riflessione.

Mi verrebbe d’iniziare con l’antica citazione biblica: «Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto» (Deuteronomio 10,19). Come a dire, che il fenomeno migratorio, sia pure in modalità e intensità diverse, accompagna sempre la storia dei popoli.
E che esso deve suscitare, come prima e più immediata forma di solidarietà, la condivisione obiettiva di una medesima situazione. […] Ma qual è la situazione da noi oggi, nelle nostre città e nei nostri paesi? Potrei rispondere in termini quanto mai sintetici dicendo, anzitutto, che troppe volte e con troppa insistenza negli ultimi tempi si è pensato agli stranieri soltanto come a una minaccia per la nostra sicurezza, per il nostro benessere.

Con l’immediata conseguenza che il peso dei pregiudizi e degli stereotipi hanno impedito un dialogo autentico con queste persone, finendo per causare spesso il loro isolamento, relegandole così in condizioni che hanno provocato e provocano illegalità e fenomeni di delinquenza. Ma la realtà presenta anche un’altra faccia: noncuranti delle tante e, troppe, eccessive polemiche, molte persone – in modo silenzioso e nel nome della propria fede e di un alto senso umanitario – hanno operato e continuano ad operare per assistere questi "nuovi venuti" nei loro bisogni elementari: il cibo, un riparo o degli indumenti, la cura dei più piccoli.

In concreto, penso alla Caritas e alle sue molteplici emanazioni, alla "Casa della Carità" in Milano, a quegli interventi delle amministrazioni locali che hanno saputo distinguersi per intelligenza, umanità e creatività. Penso al "buon cuore" anche di tanti semplici cittadini e ai loro piccoli ma sinceri gesti di aiuto. Siamo così di fronte a una solidarietà in atto, che si fa "dialogo" concreto: un dialogo forse ancora troppo flebile – e per questo da incoraggiare e da sostenere – ma che dice il riconoscimento della comune condizione umana cui tutti, italiani e stranieri di qualsiasi etnia, apparteniamo.

Cade qui una riflessione elementare, la cui forza razionale invincibile conduce all’adesione, anche se poi la prassi, purtroppo, può divenirne una smentita. Ci sono così tante "etnie" e "popoli" diversi, ma tutte le etnie hanno la loro radice e il loro sviluppo nell’unica etnia umana, così come tutti i popoli si ritrovano all’interno del tessuto vivo e unitario dell’unica famiglia umana. […] Troviamo qui l’approccio culturale nuovo che deve caratterizzare la nostra valutazione e il nostro comportamento – certo nel segno della solidarietà ora affermata – nei riguardi dei migranti.

Lo indicavo così nel Discorso alla Città per la Vigilia di sant’Ambrogio 2008: «Occorre, con una visione complessiva del fenomeno, guardare agli immigrati non solo come individui, più o meno bisognosi, o come categorie oggetto di giudizi negativi inappellabili, ma innanzitutto come persone, e dunque portatori di diritti e doveri: diritti che esigono il nostro rispetto e doveri verso la nuova comunità da loro scelta che devono essere responsabilmente da essi assunti. La coniugazione dei diritti e dei doveri farà sì che essi non restino ai margini, non si chiudano nei ghetti, ma – positivamente – portino il loro contributo al futuro della città secondo le loro forze e con l’originalità della propria identità». Riprendendo ora la riflessione generale, vorrei riproporre qualche spunto nel segno di una concretezza quotidiana e con un riferimento più specifico alle due realtà della famiglia e del lavoro. Il primo passo da compiere dovrebbe condurci a superare una paura: quella che ci impedisce di riconoscere in pienezza l’uguale dignità sul lavoro degli immigrati. In realtà, per non pochi di noi essi sono visti come una minaccia, non solo perché considerati come uomini e donne che disturbano la tranquillità del nostro quieto vivere e del nostro paese, ma anche perché a noi "rubano" il lavoro. E se invece vengono accolti, rischiano di essere trattati come una forza lavoro a buon mercato, in particolare per quelle attività che noi ci rifiutiamo di compiere perché ritenute troppo faticose o poco dignitose. Ma, anche in mezzo a difficoltà e incomprensioni, diverse forze sociali danno prova di solidarietà attiva con i migranti, creando nuove forme di accoglienza e di inclusione sociale, a cominciare dal lavoro.

Si tratta di una testimonianza cristiana e civile forte in un contesto di fin troppo facile contrapposizione. Una testimonianza non astratta e fuori della storia, ma in grado di avviare un’integrazione all’insegna della solidarietà e della legalità, che diventa dono per tutti e risposta non secondaria alla domanda di sicurezza legittimamente posta da città spaventate e non poco preoccupate, anche per i segnali sconfortanti che vengono dalla cronaca quotidiana. Una testimonianza che deve interpellare tutti e ciascuno. […] Non è spontaneo per nessuno in queste occasioni rifarsi e ispirarsi allo spirito più radicale del Vangelo e c’è per tutti il rischio di chiudersi in una eccessiva preoccupazione di se stessi, che ci fa scoprire sovente la nostra più grande miseria morale.

È importante allora acquisire innanzitutto una reale conoscenza della situazione e delle persone, nelle loro qualità positive, nei loro limiti e nelle loro differenze. Solo così riscopriremo gli aspetti positivi della loro nuova presenza, le risorse culturali e religiose di cui sono portatori, la loro capacità di essere protagonisti in diversi ambiti, non appena offriamo loro l’opportunità di farlo. […] È onesto – ed è bello – riconoscere l’apporto che tanti immigrati danno alla vita delle nostre città e, in termini certo più ristretti ma quanto mai concreti ed efficaci, alla vita delle nostre famiglie. Tanti – in assoluta prevalenza donne – appena giunti in Italia da paesi stranieri si fanno carico – nelle case degli italiani d’origine – dei servizi della casa, della cura dei bambini, dell’assistenza agli anziani e malati.

Ed è con spirito di ammirazione e di gratitudine che dobbiamo riconoscere che queste stesse donne – le chiamiamo "badanti" – con i loro figli sono le prime persone che pagano il costo di una separazione forzata, dell’esclusione dai diritti, della privazione per se stesse e per i propri familiari. Di conseguenza, come non chiedere che – insieme ai vantaggi che vengono a noi dalla loro presenza e attività – si giunga presto a riconoscere i loro giusti diritti e a migliorare le loro condizioni di lavoro?

 

 

AMMIRAZIONE E SPERANZA
PER UNA SOLIDARIETÀ SAPIENTE E GENTILE

Tratto da «Il Segno» di Giugno 2009, riportiamo il commento al libro del Card. Tettamanzi Non c’è futuro senza solidarietà. La crisi economica e l’aiuto della Chiesa dello scrittore giornalista Gad Lerner.

Scritto come un pensiero semplice, accessibile a tutti, questo libro del Card. Tettamanzi si rivelerà infine al lettore come un denso trattato di sapienza biblica. Sbaglieremmo infatti a separare la sua premessa ispiratrice – l’urgenza del “fare”, il soccorso pratico a chi è rimasto vittima della crisi economica – dall’ispirazione religiosa che la anima. Comincia infatti nella notte di un Natale difficile per i milanesi, questa bella avventura del Fondo Famiglia-Lavoro. L’Arcivescovo lo motiva con l’esigenza di «fare memoria», cioè trarre significato dall’avvenimento della nascita di Gesù. Mi piace molto questo suo bisogno di «fare memoria» risolto nella proposta di una esperienza di religione viva, naturalmente inserita dentro il tessuto sociale e le sue sofferenze.

La religione viva per fortuna esiste pure là dove uno meno se lo aspetta ma necessita di essere accudita. Mi emoziona ogni anno, circa a metà della lettura dell’Haggadah di Pesach che precede la nostra cena pasquale, rileggere come vi è formulato con estrema precisione il precetto biblico della immedesimazione: «In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall’Egitto… Infatti Dio santo e benedetto non ha liberato soltanto i nostri padri, ma, con loro, ha liberato anche noi». Ne consegue – come ricorda il Cardinale a pagina 101 – che l’immedesimazione non possa riferirsi solo ai discendenti per stirpe: «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nel paese dell’Egitto» (Dt 10, 19). La pratica di una solidarietà sapiente e gentile vede oggi la Chiesa ambrosiana prodigarsi oltre una concezione selettiva e particolaristica dei poveri meritevoli di assistenza. Né la nazionalità, né l’appartenenza religiosa, né lo status giuridico possono essere d’impedimento a soccorrere un bisognoso. Vi sono diritti umani e sociali di cui devono essere riconosciuti titolari anche coloro che in base alla cittadinanza non godono di diritti politici.

Pur da strenuo difensore del principio universalistico del Welfare europeo – così difficile da applicare in tempi di crisi, specialmente per le deformazioni che subisce in Italia – guardo con ammirazione e speranza al proliferare della “solidarietà fai da te” cui l’iniziativa del cardinale Tettamanzi ha dato un rilievo pubblico senza precedenti. Solo là dove si pratica l’accoglienza e la relazione con le persone in difficoltà troviamo ancora un laboratorio di riflessione culturale sulle politiche sociali: penso all’esperienza della Casa della Carità di Milano, che dovrebbe essere studiata e replicata dalle istituzioni pubbliche se solo la politica non tendesse a rimuovere questa possibilità per timore di perdere consensi.

Così il “manifesto” del cardinale Tettamanzi ci conduce a riflettere sul modello economico entrato in crisi, sugli stili di vita che oggi non reggono più, ma che già ieri generavano malessere e disuguaglianza. Egli ci propone un’interpretazione religiosa del tempo presente alla luce del Vangelo. Non mi scandalizza il fatto che altri la contestino. Ma sarebbe bello che rispondessero con altrettanta concretezza alle domande di aiuto che emergono dalla società. Le persone che vivono interiormente una dimensione di spiritualità, quasi sempre sono tra le più capaci nel rendersi utili. Leggendo questo libro si capisce il perché.

Gad Lerner


ABITARE IL QUARTIERE DA CITTADINI ANZIANI

Sabato 18 aprile u.s. operatori e volontari della Tenda hanno festeggiato il primo anno di attività condividendo una occasione formativa per verificare insieme come “il sogno” stia diventando realtà nel nostro vivere quotidiano.

Ha introdotto i lavori il dott. Mario Berti presidente della Commissione Servizi Sociali del Consiglio di Zona 3: ha apprezzato l’esperienza della Tenda e ha invitato gli operatori ad una presentazione pubblica del lavoro in Consiglio di Zona in quanto è un’esperienza tra le più significative della nostra zona di un lavoro “per e con gli anziani”.

La dott.ssa Luisa Anzaghi, già dirigente del Settore Anziani e ora dirigente del Settore Disabili del Comune, ha presentato “il cerchio” dei servizi sociali che vede al centro proprio la persona anziana. Un percorso circolare che va dai colori chiari per i servizi più leggeri ai colori più scuri per gli interventi più complessi che riguardano le situazioni di maggior fragilità. La politica sociale del Comune di Milano è sempre indirizzata a realizzare servizi il più possibile vicini alla vita quotidiana delle persone anziane così da permettere ad ogni persona di stare il più a lungo possibile nella propria casa. Riprendendo poi alcuni passaggi del Piano di Zona della città Luisa Anzaghi ha ribadito che è importante da un lato continuare a pensare a interventi nei quali gli anziani siano risorsa nel tessuto sociale e non solo destinatari di servizi e progetti, dall’altro in una città complessa come Milano è importante sostenere e promuovere l’abitare dell’anziano nella propria casa e nel proprio quartiere. La casa infatti è il luogo della normalità della vita nella quale conservare la propria storia, i propri affetti, le proprie radici.

La Tenda si colloca dunque in modo appropriato nella politica sociale del Comune proprio perché vuole essere un servizio “per e con” gli anziani; anche la sua collocazione è significativa: uno spazio in mezzo alle case, con un accesso sulla pubblica via e una porta aperta a tutti.

La dott.ssa Carla Gaddi, psicologa, già dirigente del Servizio Vigilanza dell’ASL Città di Milano, ha proposto dapprima alcune osservazioni sul piano sociologico. Il privilegio di invecchiare oggi è ancora riservato ai popoli benestanti mentre è sconosciuto nei paesi del terzo e quarto mondo. Ci accorgiamo inoltre che nelle grandi città che esiste uno squilibrio generazionale: molti anziani pochi giovani.

Successivamente ha indicato alcune prospettive significative di lavoro. Tornare a fare comunità – è questo uno dei primi significati della Tenda – la comunità non si realizza spontaneamente, occorre costruirla, svilupparla da un progetto. Certo si parte dalla città e dal quartiere, ma non è sufficiente per avere una comunità: si tratta di costruire la comunità tenendo insieme tanti aspetti del vivere civile, tante relazioni, tante idee, tanti gesti concreti di solidarietà.

La relazione e la creazione di relazioni è un altro aspetto specifico della Tenda: forse occorre partire meno dai bisogni e più dai desideri, occorre proporsi all’altro con un’intenzione di incontro e attendere che l’altro accolga questa relazione. Si tratta di non manipolare l’anziano con la sua fragilità, ma di far emergere il suo desiderio e la sua aspettativa di incontro. L’attesa dell’altro poi non va delusa. L’operatore o il volontario, presi da mille cose, possono far saltare quell’appuntamento, ma l’anziano che spesso vive solo in attesa di quell’incontro si rattrista, perde il desiderio. Nella relazione e in particolare nella relazione d’aiuto è importante l’ascolto che è fatto anche di silenzio, di scambio empatico, non di imposizioni, ma di condivisione, di incrocio di desideri e scambio di ricordi. Sono queste relazioni che danno un futuro anche a noi stessi come volontari perché attraverso il nostro impegno ci diamo una prospettiva di vita, possiamo frequentare insieme un ideale di bellezza che allarga l’orizzonte e il cuore. Per questo è importante che la Tenda accanto al tema del prendersi cura di chi è più fragile, conservi la caratteristica di essere uno spazio di cultura, di ricerca ed espressione del bello.

La presenza di don Giuseppe e di don Paolo all’incontro è stata l’occasione per condividere una riflessione sul significato della Tenda che può essere un piccolo tassello importante nella costruzione della comunità.

Giancarlo Pometta, Emiliano Bellingeri e Loris Benedetti

UN AVVISO IMPORTANTE
PER GLI ANZIANI CHE RESTANO A CASA NEL MESE DI AGOSTO

Anche quest’anno La Tenda “non va in ferie”, ma resterà aperta
tu
tte le mattine del mese di agosto (da lunedì a venerdì con orario 9-12)
per essere un punto di riferimento per le persone anziane che restano in città.

Vi chiediamo di far presente questa opportunità
ai vostri vicini più anziani che restano in città.

Se poi in agosto siete a Milano, potete dare una mano nel fare qualcosa di utile:
anche se avete poco tempo il vostro aiuto è prezioso
(ad esempio potreste fare la spesa per un anziano
o passare a casa sua per scambiare due chiacchiere).

Per informazioni La Tenda - tel. 02-39430251 Giusi e Claudia.


SUSSULTI DI SPERANZA

Nei lunghi anni del mio lavoro in università mi è toccato più volte di recensire volumi di colleghi o studiosi. Non è difficile recensire un libro: se si è onesti e si è letto per intero il libro – molti infatti si accontentano di una rapida scorsa – basta presentare le tesi principali dell’opera, rilevarne l’originalità (quando c’è) ed il gioco è fatto. Certo, ci sono recensioni che sono stroncature, giudizi senza appello per l’Autore. Ma per lo più le recensioni sono gesti di cortesia tra colleghi, restituzione di favori: insomma una buona recensione non si nega a nessuno.

Mi è difficile adesso, a lettura ultimata, recensire l’ultimo volumetto del nostro don Angelo: Sussulti di speranza. E come sottotitolo “Un parroco si racconta”.

Mi limito a suggerire ai lettori di «Come Albero» la lettura di questo libro. In queste settimane si moltiplicano sui rotocalchi i consigli ai lettori per il tempo delle vacanze. Ma questo non è un libro da portare sotto l’ombrellone, in spiaggia. Certo può essere un buon viatico per qualche passeggiata campestre o in montagna. Lo si potrà leggere anche in riva al mare ma solo dopo aver trovato uno spazio di silenzio e di raccoglimento. Bisognerà leggerlo a poco a poco, non consumandolo voracemente, ma assaporandolo dolcemente.

I lettori di questo nostro Notiziario e quanti negli anni scorsi hanno frequentato la nostra chiesa hanno ancora negli orecchi la voce di don Angelo, il fascino della sua parola. Qui ritroveranno i temi cari alla meditazione di don Angelo. Mi correggo: non temi ma sussulti. Piccoli impercettibili moti del cuore sorpreso da una Parola che incanta, provoca, scuote, conforta. Le ultime parole del volumetto ne sono la chiave di lettura e la sintesi più adeguata: «La benedizione viene dalla piccolezza».

In queste pagine, ma in tutta la sua vita sacerdotale e nel suo ministero di parroco, don Angelo ha amato i piccoli numeri, come del resto il Signore Gesù. Ricordiamo l’attenzione di Gesù per i pochi spiccioli che una povera vedova getta nel tesoro del tempio, somma modestissima e che pure suscita l’ammirazione del Maestro. Ma anche quando ci raccomanda i gesti dell’accoglienza e della cura fraterna Gesù non ci impone numeri da capogiro: basterà un bicchiere d’acqua fresca, basterà la dedizione ad uno solo di questi piccoli. La salvezza è affidata a piccoli numeri.

Di questo stile evangelico don Angelo è incantato e queste pagine ne portano la traccia: «Ti dirò, la compagnia degli uomini e delle donne del mio tempo mi hanno reso sempre più diffidente delle parole declamate, magniloquenti, hanno il tono e la pretesa dell’onnipotenza, il più delle volte sono devastanti. Mi sto innamorando, come i folli e i poeti, di parole piccole e di sguardi che abbiano il colore degli occhi di Gesù, il piccolo. A scanso di equivoci, ‘piccolo’. Anche quando ebbe più di trent’anni. E forse lo dimentichiamo” (p.186).


LE RADICI DELLA NOSTRA COMUNITÀ
II PARTE

Sullo scorso numero di «Come Albero» abbiamo pubblicato il primo degli articoli che vogliono ripercorrere brevemente la storia della nostra Parrocchia. Abbiamo visto come il nome di S. Giovanni in Laterano provenga dalla Chiesa del centro di Milano demolita intorno agli anni ‘30 del secolo scorso. Oggi ci poniamo una seconda domanda: cos’era in passato il luogo su cui oggi sorge la nostra Chiesa, prima di diventare parrocchia? Ci lasciamo guidare dagli studi di un nostro parrocchiano, il prof. Natal Mario Lugaro che alla fine degli anni ‘60, pubblicò un libretto sulla nostra Chiesa.

«Se vogliamo tracciare alcune linee della storia della Parrocchia dobbiamo risalire assai più lontano di quell’anno 1928 in cui il nuovo tempio accolse i primi fedeli. Dobbiamo spingere lo sguardo fra le pieghe della storia e della fantasia, fino a un’epoca remota, e immaginare che fra le deserte campagne a nord-est della città sorga un villaggio che nel corso dei secoli prende il nome di Cascine Doppie (etimologia incerta n.d.R.) […] Scriveva don Luigi del Vo’ nel 1939: “Certo le nostre Cascine erano una delle tante oasi dell’agro mediolanense. Un tranquillo soggiorno immerso nel verde delle ortaglie e delle praterie irrigue: abituato al mormorio incessante delle rogge e dei fontanili scorrenti nell’ombra dei salici, tra le macchie boschive dei pioppi, delle robinie e delle acacie. Sparso nel verde, occhieggiavano qua e là tra il fogliame pochi cascinali con un agglomerato di casette rurali, ai margini della strada per Lambrate e lambito da due rigagnoli. Poco distante stavano le Lavanderie; qualche stallazzo, qualche latteria, alcune osterie, tra cui la ‘Pulesa’, la Pulce, famosa per un suo vinello. Infine, a completare il quadro eccoci l’Oratorio dei Santi Fermo e Rustico”. Ma quando sorge l’Oratorio siamo già nel 1600. […] Un prete milanese, don Giacomo Robbio, la cui famiglia possedeva nella zona dei terreni, si preoccupò della salute spirituale degli abitanti dei cascinali sparsi all’intorno e per i quali la chiesa più vicina era San Babila. La località delle Cascine Doppie era collegata al centro da una strada che partiva dalla circonvallazione e che seguiva, press’a poco, il tracciato delle attuali via Nino Bixio e via Pascoli; qui la strada si restringeva forse a sentiero che, oltrepassate le Cascine, si biforcava poi verso Lambrate e verso Pioltello. Le Cascine erano nel luogo oggi aperto su piazza Leonardo da Vinci e l’Oratorio era posto ove ora vi è il numero civico 10 della stessa piazza. Don Robbio, dopo aver fatto costruire a sue spese l’Oratorio, intitolato ai Santi Fermo e Rustico, provvide che vi accudisse un sacerdote, che vi celebrasse la Messa alla festa e vi impartisse la dottrina cristiana e (…) dispose per testamento che il Luogo Pio della Carità di Milano mantenesse in perpetuo la chiesetta collocandovi un cappellano. […] L’Oratorio, modesto edificio aperto al culto per i contadini sparsi nelle cascine, continuava a dipendere dalla Parrocchia di San Babila e vi rimase soggetto fino agli ultimi decenni del ‘700. Gli Agostiniani Scalzi eressero nel 1629 la chiesa di Santa Francesca Romana, che nel 1787 diventò parrocchia di un vasto territorio, in cui fu compresa anche la località delle Cascine Doppie. L’Oratorio fu testimone del procedere della storia e delle trasformazioni recate dallo sviluppo della città (…). Ma l’avanzata era ancora lenta e il ritmo diseguale. Non dovevano essere prospere le condizioni dei fedeli dei Santi Fermo e Rustico se, nel 1788, gli ispettori della Repubblica Cisalpina vi trovarono soltanto un calice di metallo. E nel 1807 il parroco di Santa Francesca dovette chiedere per l’Oratorio un sussidio al governo: l’edificio bisognava di riparazioni e di restauri [...]. E intanto Milano cresceva. Anche lungo la direttrice orientale sorgono abitazioni, si formano vie e corsi, vi affluisce la popolazione. Nel 1876 si inaugura la linea di ferrovia a cavalli che collega Milano a Monza. [...] Si passa per il corso Loreto, tra rigagnoli, paracarri e alberi … con una lira in prima classe e sessanta centesimi in seconda si viaggia in un paesaggio caratteristico attraverso cui corrono i binari: la Martesana, la Cascina dei Pomi a sinistra, la Cascina Gobba a destra, Greco, Gorla, Precotto, Sesto, Casignolo, Monza. Le nostre Cascine Doppie sono tagliate fuori dalla linea ferrata, indice di progresso. Ma la zona verso Loreto si popola e nel 1900 l’Oratorio dei Santi Fermo e Rustico passa alla nuova parrocchia del SS. Redentore. [...] Tra l’Ottocento e il primo Novecento la rivoluzione industriale imprime un volto nuovo a quella che era stata campagna deserta e solitaria staccata dall’agglomerato urbano di Milano, verdeggiante periferia per le gite domenicali fuori porta. Scomparsi i boschi, anche i campi e i prati vedono ridursi le loro superfici, nuove strade vengono tracciate (…). Sono promessa delle costruzioni che verranno, dei quartieri che sorgeranno. Milano vuole avere la sua università. L’aveva sognata fin dal ‘400 e invano ne aveva attesa l’attuazione dagli Sforza. Nel 1910 viene decisa la fondazione della Città degli Studi per la quale il Comune cede anche la località delle Cascine Doppie. La zona sembra la più indicata per favorire, con la quiete e il silenzio, il fervore degli studi. [...] Il primo a sorgere è il complesso della Facoltà di Agraria. Nei pressi, il vecchio Oratorio resiste ancora, ma sarà per poco. La Grande Guerra infuriava. Il cappellano dei Santi Fermo e Rustico partì per il fronte. Il Comitato della Croce Rossa stabilì un ufficio nella sua casa e l’Oratorio ospitò i feriti di guerra. Finalmente la bufera finì il 4 novembre 1918. Si ridiede mano alle iniziative sospese. La fame di spazi si allargò. La Congregazione di Carità, che ne aveva cura per lascito testamentario, concesse il nulla osta e il Comune decretò la scomparsa dell’Oratorio. Il piccone demolitore si abbatté su quei vecchi muri nell’anno 1919. Ne nacque una controversia che si compose con una transazione nel 1923, quando la Congregazione e il Comune si impegnarono a versare una somma in risarcimento della demolizione affinché si provvedesse alla costruzione di una nuova chiesa nella stessa località della Città degli Studi. Si scelse la località di piazza Bernini e il 13 giugno 1926 il Card. Tosi benediceva la prima pietra del santuario dedicato alla Madonna di Pompei e ai Santi Fermo e Rustico. La chiesa venne aperta al culto il 21 aprile 1928. Ma era di proporzioni limitate e sembrò subito insufficiente ai bisogni spirituali di un quartiere in pieno sviluppo...».


QUANDO CI DIAMO APPUNTAMENTO
PER IL CATECHISMO?

TERZA ELEMENTARE
mercoledì 30 settembre 2009 ore 17.00
per iniziare gli incontri di catechismo per i ragazzi
del I anno dell’Iniziazione cristiana
Incontro preparatorio per i genitori
martedì 29 settembre ore 21.00 in oratorio

QUARTA ELEMENTARE
lunedì 28 settembre 2009 ore 17.00

QUINTA ELEMENTARE
martedì 29 settembre 2009 ore 17.00

PRIMA MEDIA
giovedì 1° ottobre 2009 ore 18.00

Le iscrizioni per il catechismo dei ragazzi di terza elementare della nostra parrocchia saranno raccolte da lunedì 7 settembre a venerdì 18 settembre dalle ore 16.00 alle ore 19.00 in oratorio.
I bambini che non sono stati battezzati in S. Giovanni devono portare il certificato di battesimo.
L’iscrizione per i bambini di fuori parrocchia, se vi sarà disponibilità di posti, sarà presa in considerazione a partire da lunedì 21 settembre, fino a venerdì 25 settembre.
Le iscrizioni per le classi successive saranno raccolte in oratorio sempre a partire dal 7 settembre dalle ore 16 alle ore 19.

 

E DOPO LA CRESIMA?
gli incontri continuano in oratorio per

SECONDA MEDIA
mercoledì dalle ore 18.30 alle 19.30

primo incontro mercoledì 30 settembre (con la pizza!)

TERZA MEDIA
lunedì dalle ore 18.30 alle 19.30

primo incontro lunedì 5 ottobre (con la pizza!)

PRIMA E SECONDA SUPERIORE
lunedì dalle ore 21.00 alle 22.00

primo incontro lunedì 28 settembre ore 19.30 (con la pizza!)

TERZA E QUARTA SUPERIORE
lunedì dalle ore 21.00 alle 22.00

primo incontro lunedì 28 settembre ore 19.30 (con la pizza!)

GRUPPO GIOVANI
domenica dalle ore 18.30... a quando vogliamo

seguiremo anche i cicli decanali
primo incontro da definirsi in base alla festa della Parrocchia


ORARIO ESTIVO SS. MESSE
a partire da mercoledì 1° luglio
fino a domenica 30 agosto compreso

festivo
la vigilia: ore 18
nel giorno: ore 8.30 - 11 - 18

feriale
ore 8 e 18





Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

SARA BONVINI CERVIO
ALESSIA TONARELLI
ARIANNA SPECCHIER
BENEDETTA ALBERIZZI
CARLO ELIA MASCARDI
THEO GIANCARLO MARIA MARROSU
FEDERICO RASPONI
CECILIA SPINELLI
BENEDETTA BOVINO



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

LIDIA MAINARDI (a. 86)
UBALDO ANGELO RIPAMONTI
(a.891)
GIUSEPPA DARIN CROSETTO
(a.95)
EDOARDO GARIGALI RANERI
(a. 43)
LORENZO ALBINO GAZZOLA
(a. 69)
SONIA ROSA SCOLARI
(a. 76)
ANTONIO GRAMEGNA
(a. 70)

 


 


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