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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

giugno, luglio e agosto 2011


GRATITUDINE NELLA VITA

CHE IO CAMMINI VERSO DI TE, SIGNORE,
SEGUENDO UNA STRADA SICURA,
DIRITTA, PRATICABILE E CAPACE
DI CONDURRE ALLA META,
UNA STRADA CHE NON SI SMARRISCA
FRA IL BENESSERE O FRA LE DIFFICOLTÀ.

CHE IO TI RENDA GRAZIE
QUANDO LE COSE VANNO BENE,
E NELLE AVVERSITÀ CONSERVI LA PAZIENZA,
SENZA ESALTARMI NELLA PROSPERITÀ
E SENZA ABBATTERMI
NEI MOMENTI PIÙ DURI.

CHE IO MI STANCHI DI OGNI GIOIA
IN CUI TU NON SEI PRESENTE,
CHE NON DESIDERI NULLA ALL’INFUORI DI TE.
OGNI LAVORO DA COMPIERE PER TE
MI SIA GRADITO, SIGNORE,
E INSOPPORTABILE
SENZA DI TE OGNI RIPOSO.

TOMMASO D’AQUINO
da Ogni giorno una preghiera
Piemme, Milano
pag. 166


CPP E CAE SCADENTII

Spiego il titolo: CPP sta per Consiglio pastorale parrocchiale. CAE sta per Consiglio per gli affari economici. Scadente non è aggettivo (s)qualificativo ma è participio presente del verbo scadere, terminare un mandato.
In autunno tutte le parrocchie della diocesi e quindi anche la nostra, sceglieranno i membri dei nuovi Consigli pastorali parrocchiali:e dei Consigli per gli affari economici. Gli attuali concludono il loro mandato e dopo cinque anni passano il testimone. Il primo sentimento che voglio qui manifestare è la gratitudine per il lavoro che queste persone hanno svolto a servizio della nostra comunità.
Scrivo qui con riconoscenza i loro nomi.
Per il CPP: Begni don Giorgio, Bellavite Crosti Matilde, Bratina Giorgio, Ciccolo Fabris Franca, Colombo Capo Silvia, Cottarelli Francesco, Croce Nadia, Croci don Paolo, Cuoccio Anna Maria, Di Renzo Francesca, Eccher Tommaso, Hotimsky Frances, Lotta Sebis Liliana, Moresco Fornasier Mariella, Motta Lombardo Marica, Palazzetti Vitiello Eugenia, Pellizzi Ballardini Paola, Pontiggia Andrea, Sala Carlo, Schiavone Nigris Manuela, Tenca Cesarina, Tentori Zerboni Romilda, Vicinanza Roberto, Vitali don Alberto, Volontè Rino, Zanda Federico e Zanda Tomaso.
E ricordiamo Tommaso Tranfa, deceduto nel 2008 ed Eugenio Brasca deceduto lo scorso anno.
Per il CAE: Barbieri Giuseppe, Beltrami Zanaboni Anna, Croci don Paolo, Mariggiò Alfredo, Peverelli Luigi, Rossari Augusto, Sgaramella Giuseppe, Temporin Mauro, Volontè Rino.

Anche se in passato non sono mancate forme di partecipazione e collaborazione dei fedeli laici alla vita e all’organizzazione delle parrocchie – venivano chiamati Fabbriceri – CPP e CAE sono strutture nuove nella vita della Chiesa. Frutto del Concilio Vaticano II esprimono il volto della Chiesa come popolo di Dio. Scrive il Concilio: «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza un legame tra loro, ma volle costituire un popolo che lo riconoscesse nella verità e fedelmente lo servisse» (Lumen gentium n.9).
Il cammino di ogni uomo e donna verso Dio non è solitario e individualistico ma avviene dentro un popolo, appartenendo a una comunità. Ancora il Concilio: «Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù […] e ne ha costituito la Chiesa, perché sia per tutti e per i singoli sacramento visibile di questa unità salvifica». Questa Chiesa, popolo di Dio, è anzitutto una realtà fraterna.
Quando diciamo “Chiesa” istintivamente pensiamo al Vaticano, al Papa, ai Vescovi insomma alla struttura gerarchica, piramidale della Chiesa. Ma questo modo di pensare la Chiesa è scorretto perché appunto lascia in ombra il popolo di Dio, la fondamentale uguaglianza tra tutti i membri del popolo di Dio, in forza del battesimo. La Chiesa non è come certi palazzi che dispongono di una entrata “padronale” con tappeto rosso e poi, sul retro di una entrata di servizio per i fattorini che portano le merci… la chiesa ha un unico ingresso, il battesimo, ed è quindi anzitutto una realtà di comunione, dove prevale la comune dignità.

La formula “popolo di Dio” sottolinea a un tempo la struttura di comunione della Chiesa – il suo essere popolo – l’eguale dignità derivante dall’unico riferimento a Cristo mediante il battesimo e l’essere questo popolo “di Dio”, cioè costituito dalla iniziativa di Dio che appunto ci chiama a sé convocandoci nel suo popolo. Ecco perché questa formula – popolo di Dio – non deve essere ricondotta a modelli sociologici di tipo assembleare o democratico. Il principio costitutivo della Chiesa è appunto Cristo e la comunione di tutti in Lui.
Si può parlare di una “chiesa popolare” o di una “santità di popolo” non nei termini di una classe sociale bensì nel senso di un primato dell’azione di Cristo che costituisce la Chiesa come la comunità fraterna dell’intera umanità. Il carattere popolare della Chiesa ne impedisce qualsiasi riduzione elitaria, Chiesa solo per pochi eletti, mentre indica la possibilità offerta a tutti di entrare in comunione con Cristo. Da questa rinnovata comprensione della Chiesa propria del Concilio sono scaturite le diverse forme di partecipazione: il CPP e il CAE sono la forma recente che associa rappresentanti del popolo di Dio alla corresponsabilità nella vita della Chiesa. A livello diocesano esistono due “Consigli”: quello presbiterale costituito dai rappresentanti dei preti e quello pastorale costituito soprattutto da laici; entrambi questi organismi offrono all’Arcivescovo consigli e orientamenti per la guida della diocesi.
Io ho avuto la felice opportunità di essere membro del Consiglio pastorale diocesano per molti anni, prima con il cardinale Martini e ora con il cardinale Tettamanzi.

A livello parrocchiale accanto al CAE Consiglio per gli affari economici, competente sull’uso delle risorse della parrocchia e sulle sue iniziative economiche, esiste il CPP, strumento di quel “consultarsi tra credenti” che serve all’edificazione della comunità. Accettando di dare la parola all’altro nell’ascolto e nell’accoglienza e impegnando la propria identità personale nel prendere la parola di fronte all’altro, si opera quel riconoscimento reciproco che forma una cultura di comunità e, se condotto nel segno del vangelo, fa essere la comunità cristiana. Proprio in quanto “Consigli” tali organismi non hanno carattere decisionale ma consultivo. «I Consigli, ha scritto il teologo don Giuseppe Colombo, non sono evidentemente la risposta al problema del comando\potere nella Chiesa; intendono però affermare due termini sicuri di questo problema: da un lato il carisma del Pastore che ha la responsabilità personale del gregge affidatogli dallo Spirito Santo; questo carisma verrebbe compromesso dalla democratizzazione del potere; dall’altro la posizione del Pastore che sta dentro il popolo di Dio, con la conseguenza che i suoi atti non devono cadere sul popolo di Dio, ma devono nascere dentro il popolo di Dio; in una parola potere personale del Pastore ma in comunione con il suo popolo… per questo i Consigli ci devono essere, ma sembrano più coerenti alla struttura della Chiesa in quanto Consigli, non come organi decisionali. In ultima analisi il problema del potere della Chiesa non è quello della spartizione del potere, ma quello, al limite, della risoluzione del potere “nella comunione”».

Concludo: mentre rinnovo ai membri degli attuali CPP e CAE scadenti (!) il mio grazie invito quanti possono dedicare un poco di tempo (una serata al mese) alla nostra comunità a offrire la propria disponibilità: in settembre raccoglieremo le candidature e la domenica 16 ottobre i parrocchiani potranno votare i loro rappresentanti nel nuovo Consiglio pastorale parrocchiale.

don Giuseppe

 


CHIESA ABITATA DALLO SPIRITO
omelia di don Giuseppe
nella domenica VI di Pasqua

domenica 29 maggio 2011
(At 4,8-14; 1Cor 2,12-16; Gv14,25-29)


Questo tempo dopo la Pasqua trascorre verso la fine. La stagione terrena di Gesù volge ormai al termine e Gesù prepara i suoi all’imminente congedo. Queste parole ci riguardano da vicino perché noi non abbiamo avuto come i discepoli il dono della compagnia concreta, storica, fisica di Gesù e forse talvolta pensiamo: se io avessi potuto incontrare Gesù, ascoltarlo, toccarlo, camminare con Lui, sì la mia fede in Lui sarebbe ben più solida. E invece abbiamo solo le sue parole, appunto le parole che ha detto mentre era con i discepoli. Ma ecco la stupenda rivelazione racchiusa proprio nell’evangelo odierno: il tempo non condannerà all’oblio le parole di Gesù, la distanza che ci separa da Lui non offuscherà la memoria di Lui, anzi tutto ci sarà ricordato e noi saremo introdotti nell’intera verità.
Protagonista di questa piena comprensione sarà lo Spirito, il Paraclito. Questo strano termine che trascrive la parola greca vuol dire alla lettera “chiamato presso qualcuno” in latino advocatus cioè avvocato. Quando per la prima volta Gesù adopera questo termine lo chiarisce subito con l’espressione: «perché stia con voi sempre».
Il tempo dopo Gesù non è tempo di assenza, tempo vuoto, come è vuota la casa quando una persona cara ci lascia. Il tempo dopo Gesù sarà abitato dal suo Spirito. Sottolineo il suo. Gesù è uomo riempito di Spirito santo. Il suo concepimento è opera dello Spirito Santo (Lc 1,35), è manifestato al battesimo nel Giordano come ripieno di Spirito Santo (Lc 3,22), è mosso dallo Spirito che è su di Lui, lo riempie (Lc 4,1.14.18). Gesù “esulta” nello Spirito (Lc 10,21), la sua condotta è guidata dallo Spirito Santo e morendo non tanto esalerà l’ultimo respiro ma emetterà lo Spirito, darà, trasmetterà il suo Spirito (Gv 19,30). Si compie così la promessa: lo Spirito infatti viene mandato nel nome di Gesù e ricorderà tutto ciò che Gesù ha detto.
Vorrei sostare su questo legame tra Gesù e lo Spirito. Forse ci aiuterà a meglio comprendere questa misteriosa presenza: lo Spirito, meglio lo Spirito di Gesù. Ci è familiare la paternità di Dio che invochiamo appunto come Padre nostro. Il Figlio Gesù lo sentiamo vicino grazie alla sua storia e alle sue parole. Ma lo Spirito? Sfuggente come un soffio, un alito di vento, inafferrabile come fuoco… Ma se è lo Spirito di Gesù e se non farà che riportare alla memoria le parole di Gesù e solo le sue parole allora lo Spirito dà forma in noi al volto stesso di Gesù, quel volto che noi non abbiamo mai visto ma che lo Spirito riproduce in noi. E se lo Spirito, come promette Gesù, riporterà alla memoria e farà pienamente comprendere tutte e solo le parole di Gesù vuol dire che non dobbiamo attenderci nessuna altra rivelazione, nessuna altra parola decisiva per il nostro cammino di fede. Naturalmente è possibile che nella sua libertà Dio anche oggi si manifesti a un uomo, a una donna, affidandogli un messaggio, un compito… Penso a Francesco d’Assisi che riceve dal Crocifisso il compito di riparare la Chiesa in stato di abbandono. Parola, rivelazione che ha fatto di Francesco uno straordinario testimone dell’Evangelo.
Ma quanto è necessario per il nostro cammino di discepoli del Signore è già racchiuso nelle parole di Gesù consegnate negli Evangeli. Lo Spirito non aggiungerà neppure una parola a quelle che Gesù ha detto. Non cerchiamo altre parole, altri misteriosi segreti: lasciamoci istruire dallo Spirito che ricorda tutte e solo le parole del Signore. Basta la lampada della Parola per i nostri passi, finché il Signore verrà.


omelia di don Giuseppe
nella domenica di Pentecoste

domenica 12 giugno 2011
(At 2,1-11; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"


LE TRE MARIE
MESE DI MAGGIO: TRE DONNE RILEGGONO MARIA

Nei giovedì di maggio tre donne (docente universitaria, medico, religiosa) ci hanno accompagnati nella contemplazione di Maria, la madre del Signore.
Proponiamo i testi delle loro meditazioni .


MARIA CRISTINA BARTOLOMEI
MARIA DONNA DELLA “VISITAZIONE”

Tutti i quattro Vangeli menzionano Maria, anche se in misura e modi tra loro molto diversi. In Marco, il più antico, è menzionata solo nell’episodio in cui la madre e i fratelli di Gesù lo cercano (Mc 3, 31), oltre che, indirettamente, appellando Gesù “il figlio di Maria”. La riflessione poi cresce: in Luca è molto presente nei Vangelo dell’infanzia, e in Giovanni la troviamo all’inizio della vita pubblica, sotto la Croce oltre che, in filigrana, nella donna dell’Apocalisse. Ma in tutti i casi i racconti non sono informazioni su Maria fine a se stesse, bensì annuncio su Gesù. Maria, dunque, come Evangelo e per l’Evangelo. E come simbolo: non per sminuire la sua realtà, bensì per comprenderla pienamente come annuncio e tramite di annuncio. È bello che la tradizione ci consegni come momento di particolare meditazione su Maria il mese di maggio, che rientra sempre, almeno in parte, nel periodo Pasquale il cui compimento è la Pentecoste. A questa pienezza del mistero è dunque collegata Maria. La Visitazione (Lc 1, 39-45.56) può apparire un intervallo umile tra i due momenti “grandi”: l’Annunciazione e il Magnificat. Ma non è solo una cornice narrativa. Ci dice cose molto importanti: altrimenti perché Luca le avrebbe dato tanto spazio? A ben guardare nella dinamica della Visitazione è già contenuto il Magnificat, che potremmo considerare il commento, l’esplicitazione della Visitazione. La dimensione umile e quotidiana dell’episodio, del resto, è una componente importante del suo messaggio, come sottolinea il Dottore della Chiesa, s. Teresa di Lisieux: Quanto avrei desiderato essere sacerdote per predicare sulla Santa Vergine! Mi sarebbe bastata una sola volta per dire tutto ciò che penso a questo proposito. Avrei prima fatto capire quanto poco si conosca, in realtà, la sua vita. Non bisognerebbe dire cose inverosimili che non si sanno (che piccolissima andò al Tempio a offrirsi con sentimenti ardenti; quando forse lo fece per obbedire ai genitori; e perché dire che dopo le parole di Simeone [sulla spada] ebbe sempre davanti agli occhi la Passione di Gesù?). Perché una predica sulla Santa Vergine mi piaccia e mi faccia del bene, bisogna che veda la sua vita reale, non supposizioni sulla sua vita; e sono sicura che la sua vita reale doveva essere semplicissima. La presentano inavvicinabile, bisognerebbe mostrarla imitabile, fare risaltare le sue virtù. Dire che viveva di fede come noi, darne le prove col Vangelo che leggiamo “Non capirono ciò che diceva loro” (Lc 2, 50) . […] È bene parlare delle sue prerogative, ma […] se in una predica si è obbligati dall’inizio alla fine a esclamare Ah! Ah!, se ne ha abbastanza. Chi sa se qualche anima non arriverebbe persino a sentire una certa freddezza per una creatura tanto superiore.

Come per ogni passo del Vangelo, molte sono le possibili chiavi di lettura, tra loro connesse e intrecciate: teologica, cristologica, ecclesiale, spirituale, antropologica; vale a dire: che cosa ci dice, rispettivamente, di Dio, del mistero di Cristo, della Chiesa, della vita dello Spirito in noi, della nostra umanità. In quest’ultima lettura emerge anche la specificità del femminile. Gli altri significati riguardano tutti, ma ciò accade non senza l’apporto del femminile nell’umano. Cerchiamo ora di cogliere brevemente e sinteticamente il senso del testo. Il testo narra un viaggio (circa 80 km: considerevole, visti i mezzi d’allora e l’impossibilità di concluderlo in giornata). Ci conferma così l’aspetto di grande maturità, indipendenza e autonomia di questa giovane donna, già emerso nella Annunciazione. E, insieme, ci presenta una ‘messa in moto’ da parte della Parola di Dio e dello Spirito. È il classico motivo biblico della partenza: da Abramo che esce dalla sua terra a Gesù spinto nel deserto. Qui è per andare verso l’altra; non per una missione, bensì piuttosto per la quotidianità. Sottolinea don Abramo Levi: Se si sottoponesse al conoscitore medio del vangelo la domanda: viene prima la frase di Pietro “io vado a pescare”, o la frase “noi che abbiamo rinunciato a tutto”, la risposta sarebbe immancabilmente: viene prima la frase “io vado a pescare” [Gv 21, 2-3], poi “noi che abbiamo rinunciato a tutto”. Di fatto, invece, è il contrario. Col dire “io vado a pescare” Pietro dimentica la sua precedente affermazione: “noi che abbiamo rinunciato a tutto”. E fa bene a dimenticarla. Infatti (anche a prescindere dalla risposta di Gesù) non gli fa molto onore. Come si può dire “noi che abbiamo rinunciato a tutto”, quando si aggiunge “che cosa avremo in cambio”? Il Pietro che incontra Gesù definitivamente non è il Pietro che ha rinunciato a tutto, ma è il Pietro che va a pescare. Non l’uomo del privilegio, ma l’uomo della vita comune. Andando semplicemente a pescare Pietro si tira dietro gli altri compagni “Veniamo anche noi con te”. Andando a pescare pesci, Pietro diventa pescatore di uomini.

La bellezza dell’incontro tra le due donne è intensamente resa da una bellissima poesia di Rilke:
E le donne si traballarono incontro
e si toccarono vesti e chiome.
Ognuna, colmata dal suo sacrario,
trovava riparo nella compagna.

Due donne che si riconoscono: due donne non destinate ad avere figli (l’una perché solo fidanzata, l’altra perché anziana): come sempre nella Bibbia, sono le sterili, o i non primogeniti a ricevere la benedizione. Per dire che ciò che nell’uomo si genera di salvezza, di vita eterna non viene da noi, ma è dono gratuito di Dio. Nell’episodio troviamo rappresentata la giusta soluzione della grande questione del rapporto tra il movimento del Battista e quello di Gesù: Gesù è il più grande, ma riconosce la preziosità evangelica del Battista: il più piccolo nel Regno dei Cieli, ma il più grande tra nati di donna. E ciò disegna, ben di più, il rapporto tra Chiesa e Israele: non una alternativa, una sostituzione, un soppiantare e subentrare, ma la continuità, illuminata dalla novità. È un reciproco riconoscimento (parliamo oggi di Primo e non di ‘Vecchio’ Testamento). La novità svela a sé stessa l’antichità senza smentirla: Giovanni salta di gioia. Maria è ponte tra i due Testamenti. Potremmo leggere la pericope come una parabola: «Il Regno dei cieli è simile a due donne…». Vediamone per brevi punti alcuni dei molteplici significati. Ci dice di una doppia povertà colmata: due ‘povere’ che esultano per una grande ricchezza, nascosta (come il tesoro nel campo) nel profondo del loro essere: il Regno di Dio è «tra noi e dentro di noi». Il racconto dice anche che ognuno di noi porta un “dono” unico di Dio che gli è affidato per metterlo in circolazione nel. E questo dono ‘passa’ nella relazione di riconoscimento (accoglienza, rispetto delle differenze, solidarietà) dell’altro. Si riconosce e si è riconosciuti (come accadde a Zaccheo) e questo è buon annuncio. È salvezza. È Grazia.

All’attuale umanità stanca e vecchia, come Elisabetta, si annuncia che è già presente un sempre nuovo inizio, nascosto di Dio. C’è una voce che odono anche i non nati e i morti e che li anima: speranza per noi che siamo tutti non del tutto nati e accompagnati da tanti aspetti di morte. Viene attirato il nostro sguardo sulla dimensione della contemplazione nella ‘cella del cuore’ - che è di tutti - di una vita che ci inabita, che è interiore, come formula S. Agostino: «Dio più intimo a me di me stesso, e superiore al sommo di me». Thomas Merton vede in Giovanni Battista il modello dell’eremita contemplativo; Etty Hillesum invitava i perseguitati dal nazismo a salvare il Dio che portavano in loro, invece di preoccuparsi dell’argenteria. In questo insieme emerge anche la grazia specifica del femminile: trasformare lo straniero, il ‘clandestino a bordo’ nel più intimo, l’inquietante (unheimlich) nel più familiare (heimisch). Il femminile è l’umanità che ‘sa’ di avere in sé, fin nel corpo, spazio per l’altro. Che sa di poter vivere una relazione unica con un altro: del tutto altro e del tutto intimo (ma poi deve separarsene: questo è il possibile inciampo del femminile, e per questo c’è l’aiuto ‘di fronte’ - l’ ’ezer ke-negdo (Gen 2, 18)- del maschile).
Pasqua ci parla nel segno della tomba vuota: vuote sono le tombe, vuoti sono i templi di pietra, se concepiti come tombe, prigioni di Dio. La Visitazione ci dice che, invece, colmo è il tempio vivente, pieno di Grazia e Presenza è il grembo dell’umanità, della storia umana. La Maria dell’ Annunciazione è l’immagine della Chiesa secondo la Costituzione Conciliare Dei Verbum: «In religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia». La Maria della Visitazione è piuttosto e ci sostiene nell’essere la Chiesa della Gaudium et spes: Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.

 

ANTONIETTA CARGNEL
MARIA CUSTODE DELLA PAROLA

La riflessione di questa sera parte dal Vangelo di Luca 2,19: «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Luca ci ha appena raccontato la nascita di Gesù. Vediamo un bambino che nasce nella povertà, insieme ascoltiamo l’annuncio della salvezza fatto ai pastori e assistiamo allo stupore di tutti coloro che hanno accolto il messaggio dato loro dagli Angeli: Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore (Lc 2,19). È nato il salvatore, nella città di Davide; si tratta, dunque, di una salvezza messianica, non di una salvezza qualunque, cioè di una salvezza definitiva. Per un ebreo tutto ciò aveva una risonanza profonda: la promessa attesa da lunghi anni, ora si è realizzata. L'eirène (la pace) dice Shürmann (“Il Vangelo di Luca”, pag. 233, Paideia, 1983) che ora si compie sulla terra dev'essere più di una eliminazione di guerre e lotte: è la salvezza piena della fine dei tempi (cfr. Lc 1,79), perdono dei peccati (1,77) e luce (1,78), nel senso di Is 52,7; Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio». Questo bimbo che ora è nato, dunque, è il principe della pace (Is 9,5) di cui aveva parlato Isaia. Tuttavia, questa promessa è realizzata in un contesto che appare contraddittorio perché questo bambino non è in una reggia, ma nella povertà di una mangiatoia e nello stesso tempo di lui si dice che è il salvatore degli uomini, da lungo atteso dal popolo di Israele.

Di fronte a tutto ciò – prosegue Luca – Maria, invece, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. Tutti questi avvenimenti – sono ancora parole di Shürmann – fanno pensare al futuro, da cui viene atteso il compimento di quanto è stato raccontato. Sia la meraviglia dei pastori e degli astanti, sia questo serbare meditativo sono come una domanda aperta: Che cosa sarà mai di questo bambino? (cfr. 1, 66) (Shürmann, pag. 238)? Maria, dunque, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. C'è lo stupore che si esprime nella lode e nel canto – dice Maggioni (“Il racconto di Luca”, pag. 61-62, Ed. Cittadella, 2000) –, e c'è lo stupore che si esprime nel silenzio e nell'ascolto. Anche Maria ha bisogno di sentire le parole («tutte queste parole») che spiegano l'evento che ella stessa vede e vive. Parole che ella custodisce nel suo cuore, cioè dentro di sé, nell'intimo. Le parole sentite si fanno ascolto consapevole, interiore e pensoso, intelligente: il «cuore» è tutto questo. Il verbo custodire - è il solo verbo all'indicativo e che, perciò, regge tutta la frase – non dice semplicemente il ricordare, ma sottolinea la cura e l'attenzione, come quando si ha fra le mani una cosa preziosa. Custodire (suntereo) dice la cura con cui Maria conserva dentro di sé tutte le parole sentite, senza nulla perdere e senza nulla cambiare: una cura prolungata, non di un momento, come suggerisce il fatto che il verbo è al tempo perfetto. II testo aggiunge poi: meditandole. Nel testo greco vi è un participio passato: sunballusa. Il verbo sunballo vuol dire: paragonare, confrontare, mettere insieme. È la stessa radice di simbolo, cioè, segno di riconoscimento; un oggetto spezzato in due che, ricomposto nell'unità, indicava il riconoscimento dell'altro. Si può ricordare a questo proposito l'episodio di Tobia, quando il padre lo invia a recuperare il danaro che egli ha lasciato presso Gabaèl. Tobia si pone il problema di come poter riprendere la somma, dal momento che lui e Gabaèl non si conoscono. Che segno posso dargli, – egli dice – perché mi riconosca, mi creda e mi consegni il denaro? Rispose Tobi a suo figlio Tobia: «Mi ha dato un documento autografo e anch'io gli ho apposto il mio autografo: lo divisi in due parti e ne prendemmo ciascuno una parte; la sua parte la lasciai presso di lui con il denaro» (Tobia 5,3). La custodia di cui parla il Vangelo di Luca, dunque, non è una custodia così pacifica, ma ha dentro tutta la fatica di comprendere e di mettere insieme situazioni così contrastanti: la povertà della situazione attuale e la gloria cui questo bambino è chiamato. È una custodia che chiede il discernimento delle situazioni in cui la vita di ogni giorno ci pone, situazioni a volte contraddittorie e difficilmente spiegabili e che la Parola di Dio illumina.

Una custodia, dunque, che cerca di comprendere, come dice Maggioni (pag. 62), la logica profonda, la direzione e la verità di cose che possono sembrare slegate o in contrasto fra loro. Ed è appunto ciò che deve fare Maria sentendo, da una parte, parole che proclamano la gloria del bambino (parole da lei stessa sentite dall'angelo dell'annunciazione) e, dall’altra, vedendo «un bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia». E la tensione fra grandezza e piccolezza, gloria e povertà che costituisce, come già notato, l'ossatura portante della narrazione di Luca e, più profondamente, dell'evento cristiano. Con poche parole (una semplice frase!) Luca è così riuscito a presentare la Madre come la figura esemplare del discepolo (e della chiesa) in ascolto e in cammino: non un discepolo che anzitutto parla, ma ascolta; non un discepolo che già sa, ma che deve camminare nella comprensione, illuminando con la parola ascoltata (che viene da Dio, ma attraverso altri) ciò che vede e vive. Una custodia che Maria ha compiuto in tutta la sua esistenza. I Vangeli non ci dicono molte cose di lei, ma ci presentano alcune tappe della sua vita in cui l‘ascolto della Parola e la sua relativa custodia ha raggiunto momenti di grande intensità. Innanzitutto, l'annuncio fattole dall’Angelo: kaire = gioisci, kekaritomene = amata gratuitamente e, siccome il verbo al perfetto dice un'azione stabile, possiamo aggiungere: stabilmente da Dio. È un invito alla gioia. Ogni donna, ogni uomo, è amato appassionatamente da Dio. È lui che prende l'iniziativa, che va alla ricerca di chi percorre strade differenti, lontane da lui. Il Vangelo ci racconta numerosi episodi al riguardo: il pastore che cerca la pecora che ha perduto (non si dice che la pecora se ne è andata, ma che il pastore l'ha perduta e non può stare senza di lei), la dracma smarrita, il figliol prodigo... Questo amore di Dio è così grande che, come ci dice Giovanni: «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

Ora l'Angelo viene ad annunziare a Maria proprio questa grande notizia: il Verbo vuole diventare carne dentro di lei, ma chiede il suo assenso. La Parola per diventare carne fa appello alla libertà di ogni credente. Dio viene a visitare il suo popolo, visita ciascuno di noi per darci la sua salvezza, ma non violenta mai la nostra libertà. Maria riceve questa notizia e si domanda come ciò possa avvenire, visto che, secondo l'esperienza umana, non esistono i presupposti perché ciò possa accadere. Maria ascolta questa Parola che la interroga, che scompiglia i suoi progetti: ella è promessa sposa a Giuseppe; come ogni donna ebrea spera di essere benedetta da Dio nella prole che le sarà concessa. Maria, anche se non riesce a comprendere, sa tuttavia che, come l'Angelo le ha detto, il Signore è con lei; si fida della Parola e mette a disposizione l’interà sua vita: cuore, corpo, sentimenti, presente e futuro: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».(Lc 1,38). È bello – commenta Nicolini (“La Parola: il dono di Dio all’umanità”, pag. 23-24, Ed. San Lorenzo, 2008) – che Maria metta avanti la sua povertà. Solamente dopo che l'Angelo la ha rassicurata. Maria pronuncia la frase: «Ecco la serva del Signore. Avvenga a me secondo la tua parola». Ecco che cosa è la fede, la risposta di fede: è questo sì alla parola del Signore. L'iniziativa è tutta di Dio; all'uomo è richiesto un sì. Ed è proprio un sì nuziale, poiché il Signore vuol vivere insieme a noi. Perciò chiede se ci va bene, se ci stiamo; e noi rispondiamo sì. Quindi la vita cristiana non è stare dentro faticosamente a delle regole, ma è dire sì alla parola che il Signore dice. Ovviamente non si riesce sempre a rispondere sì: abbiamo sempre e continuamente bisogno della sua misericordia. Tuttavia bisogna continuare a dirgli sempre sì. Si sta in entrambe le situazioni: si è peccatori, ma si risponde anche sì a Dio.

Maria dice il suo sì e continua a custodire la Parola. Il sì detto, infatti, non è pronunciato una volta per tutte, la Parola comunicata chiede di essere chiarita e compresa ogni giorno e deve farci rileggere, alla sua luce, la nostra vita. Proprio per questo Maria risponde con questo meraviglioso inno che è il Magnificat, esprimendo quanto Ella ha compreso della Parola che le è stata rivolta. Ella ci dice che questa Parola ha radici profonde nella storia d'Israele; il cantico, infatti, passa dal singolare al plurale e racconta l'azione di Dio verso tutti. Ella parla così non solo a nome proprio, ma interpreta il senso degli eventi salvifici a nome dell'intero popolo di Dio. È l'intera umanità che, sorpresa, esulta: L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva (Lc. 1, 46-48). Il testo greco recita: tapeinosis, che vuol dire piccolezza, miseria. La Madonna afferma che «Dio ha guardato alla miseria della sua serva». In questo momento Maria di Nazaret – afferma Nicolini (pag. 60) – eredita tutto lo spessore dell'esperienza storica e di fede di Israele, poiché Israele da sempre ha saputo di essere un piccolino, un tapino. Così come da sempre ha saputo che la sua vera forza era solamente una: che Dio stava dalla sua parte. È la gloria dei testi del libro del Deuteronomio, in cui si legge che Dio non ha scelto Israele in quanto è il più grande di tutti i popoli. Anzi, Israele è il più piccolo di tutti i popoli (Dt 7,7 ss). Ma Dio lo ama. Dio ha guardato alla nostra povertà e ha fatto in noi meraviglie. Non è per nostro merito che siamo amati da Lui, ma è per sua iniziativa e pura gratuità. Non sono i nostri sforzi che ci salvano, da soli non riusciremmo a fare nulla. Qui si comprende – sono ancora parole di Nicolini (pag. 62) – la connessione importantissima tra la fede e la povertà. La fede è sempre l'esperienza di una povertà visitata, non solamente in una dimensione negativa; perché altrimenti, prima di ogni esperienza importante, ognuno vivrebbe l'inadeguatezza della persona al compito che il buon Dio ha affidato più o meno direttamente. Pertanto siamo sempre poveri davanti al progetto di Dio e quindi anche davanti alla bellezza del dono di Dio. Dunque, in realtà, Dio ci aiuta; altrimenti non sapremmo come fare. Allora la preghiera della Madonna scaturisce, appunto, dall’esperienza di una povertà visitata, di un deserto reso fecondo. È sempre una esperienza di salvezza da parte di Dio, non di adeguatezza da parte dell'uomo. Noi siamo naturalmente inadeguati, ma la grazia del Signore ci consente di entrare nel suo dono, di riceverlo, di viverlo. Ogni tanto lo perdiamo, ma comunque Lui ce lo restituisce: sono le vicende tumultuose della nostra vita. In tutto ciò il Signore ha compiuto un grande ribaltamento, poiché nelle cose del mondo, per avere delle cose grosse, bisogna essere grossi; per capire delle cose difficili bisogna essere intelligenti; per avere tante cose, bisogna essere molto ricchi. L'amore di Dio, invece, non lo si guadagna, lo si accoglie.

Quello del Magnificat è un cantico composto con numerosi e disparati testi del primo Testamento, ma non presi a caso che – come dice Maggioni (pp. 46-47) – costituiscono una vera e propria rilettura del Primo Testamento, rilettura che avviene sulla base di due opzioni. Due sono le leggi che – stando al nostro cantico – guidano la storia di salvezza. La prima è che la salvezza è tutta sospesa alla gratuita iniziativa di Dio. Il Signore è il protagonista e i suoi interventi nascono tutti dalla sua fedeltà misericordiosa, che secondo la Bibbia sembra essere l’attributo fondamentale di Dio: un'ostinata fedeltà alla parola data (una promessa di salvezza) che esige, certo, la controparte dell'uomo, ma che resta fedele anche se la risposta dell'uomo viene meno: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai padri nostri, per sempre». La seconda è che la salvezza si attua nella storia degli umili (a loro è rivolta) e Dio conduce la storia rovesciando le partì (le logiche umane): ha confuso i sapienti con tutte le loro macchinazioni, ha rovesciato i potenti, riempie di beni gli affamati e manda i ricchi a mani vuote. Così Maria ammira il disegno paradossale di Dio, che viene a visitare gli umili, i poveri, gli affamati, per portare a compimento in essi, la promessa fatta ad Abramo» (Gruppo di Dombes, “Maria nel disegno di Dio e nella comunione dei santi”, pag. 90, Ed. Qiqaion, 1998). «Queste sono le leggi che reggono tutto l'Antico Testamento e costituiscono appunto quella «logica di Dio» che rende intelligibile la vicenda di Gesù, compreso il suo dato più scandaloso, la Croce». (Maggioni, pag. 46-47). Maria custode della Parola che interpella la vita la troviamo, come ho detto all'inizio, in tutti gli altri episodi in cui il Vangelo parla di lei. Purtroppo, questa sera dobbiamo fermarci: il tempo assegnato è finito. Vorrei solo ricordare gli altri episodi del Vangelo in cui appare Maria, a mo' di titoli e lasciarne alla riflessione personale l'approfondimento. Maria custodisce la Parola quando il vecchio Simeone, le dirà: Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l'anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori, o quando al ritrovamento del figlio smarrito durante il viaggio di ritorno a Gerusalemme e poi ritrovato nel tempio, essi – ci dice il Vangelo – non compresero ciò che aveva detto loro. Come ogni credente e ogni discepolo, annota Maggioni (pag. 72), anche Maria ha percorso un itinerario: ha seguito il cammino di Gesù che, a poco a poco, in una sorta di continuo contrasto tra gloria e debolezza, ha svelato non semplicemente di essere Figlio, ma il modo inatteso e sconcertante di esserlo. E questo lo spazio del cammino di Maria e del discepolo di ogni tempo.

Un ultimo particolare: di ambedue i genitori si dice «non compresero», ma soltanto di Maria si dice che «custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (2,52). La fede non richiede che subito si comprenda, però richiede che tutto venga custodito. Non si può conservare alcune parole di Gesù e altre no, alcuni gestì e altri no. Non bastano i miracoli per capire chi è Gesù, né bastano i discorsi, né basta la Croce da sola. Il mistero si affaccia dall'insieme, non da singoli particolari. La storia di Gesù va conservata nella sua interezza, pena la sua incomprensione. E nella sua interezza Maria l'ha vissuta, fino a sotto i piedi della Croce, quando Gesù, affidandola a Giovanni e affidando Giovanni a lei, le chiede di amare con lo stesso amore con cui ha amato lui i suoi discepoli e gli uomini tutti.

 

SR. ROSSELLA VELLA
MARIA SOTTO LA CROCE

Questa sera questo passo del vangelo di Giovanni ci porta a fare un salto indietro nel cammino di questo tempo pasquale che giunge ormai al termine e ci invita a fare memoria di uno dei momenti più tragici della vita di Gesù e di quella di Sua madre. Lo sguardo di un figlio che, nel momento dell’estrema sofferenza, si incrocia con quello della madre, lo sguardo di un maestro ed amico che si posa sul discepolo; poche parole di affidamento prima di “rendere lo spirito”... Quel breve attimo, troppo breve per due persone che si amano e si trovano a vivere la dolorosa esperienza del distacco, ma un attimo che diventa, proprio in forza di quell’atto di offerta, sorgente di un dono prezioso ed inesauribile per ogni uomo, per la Chiesa, per il mondo. «Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi» (Gv 14,18) aveva promesso Gesù ai suoi discepoli durante il suo discorso di addio: «Se non me ne vado non verrà a voi il Consolatore» (Gv 16,7). I suoi amici temono, il loro cuore è turbato… fuggono davanti a quel mistero troppo grande da comprendere, da abbracciare, da vivere: la sofferenza, la morte. Solo uno rimane sotto la croce, il discepolo amato e a lui Gesù, e con lui a tutti gli uomini, dona ciò che ha di più prezioso, ciò che ancora gli appartiene dopo che è stato spogliato di tutto: Sua madre. La promessa prende vita: «Ecco la tua madre». Figlio, amico, fratello non sei solo: ti lascio mia madre, ci vuole dire Gesù con queste parole. «Maria Immacolata. Chi è accanto alla croce come lei? Accanto a Gesù, l’agnello senza macchia, ella è il più bel fiore della Passione e Maria è, per me, come una via nella via! Dio mi è stato mostrato come l’abisso dell’Amore…, questo abisso passa attraverso Gesù per venire a me ed è come se la mia fragilità (la mia miseria) passasse attraverso Maria per potermi fare comunicare a questo oceano d’amore» (Il me parle n°233) scriveva la nostra fondatrice Maria della Passione. E ancora: «È ai piedi della croce che Maria diventa nostra Madre, è là che ci ha generati alla vita eterna. Figli dei suoi dolori, comprendiamone le ricchezze e con ciò anche le ricchezze della croce» (Meditation de la Croix, p. 4).

L’azione di Maria, della Madre è quella di donare Gesù all’umanità. All’Annunciazione Maria riceve la vita del Verbo e risponde al disegno di Dio sulla Sua vita con due parole: «Ecce-fiat» (eccomi-sia). Davanti alla richiesta di Dio non domanda di saperne le conseguenze… dice in un atto di amore semplicissimo: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Mentre Gesù parlava alle folle un giorno i suoi discepoli e sua madre lo cercarono e a chi cercò di informarlo Egli rispose: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella, madre» (Mt 13, 46-50). L’eccomi di Maria a Nazareth riassume l’offerta di Maria, ma anche l’agonia di Gesù: Maria si mette in comunione con l’ecce-fiat del Figlio che nell’orto dei Getsemani pregando supplica: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!». Ma aggiunge: «Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). Alla Visitazione, a Betlemme, all’Epifania, sino al Calvario Maria è colei che riceve la vita, questa vita della Parola, dell’amore reso all’umanità, non per lei, ma per donarla: «Un solo desiderio: donare Gesù. Esternamente non desidera che l’ombra» (MD 229). Dona la vita: a Gesù prima di tutto nella sua umanità, ma questa vita si prolunga nei suoi membri, nella Chiesa, in ogni anima, in noi. E così, come lei, anche noi siamo chiamati a donare la vita a Gesù, a fare posto a Dio in noi per ricevere l’amore e trasmetterlo. Come, dove, quando? Con atti semplicissimi d’amore della nostra vita quotidiana, come a Nazaret; negli incontri con i fratelli e le sorelle, come alla Visitazione; nei momenti di prova e di sofferenza che segnano il cammino faticoso della vita, come al Calvario.

Grazie al sì di Maria Gesù diviene “Figlio dell’uomo” perché ognuno possa diventare “figlio di Dio”. Maria collabora come prima discepola all’opera del Figlio e ci insegna a fare altrettanto. Sotto la croce Gesù sa che può contare sull’amore, la comprensione e la fedeltà di Sua madre. Sotto la croce e nel momento in cui anche i discepoli abbandonano Gesù, Maria è colei la cui fiducia non vacilla, sostenendo con la sua compassione il figlio in mezzo a tutte le prove, segno per Lui dell’Amore del Padre, segno per noi dell’Amore del Padre che ci sostiene, segno per noi della compassione che siamo chiamati ad avere verso i fratelli che sono nel dolore. Al Calvario Maria genera la Chiesa. È là che la sua “missione universale” ricevuta in germe all’Annunciazione diventa realtà. Gesù morente confida a lei come madre la Chiesa nascente e tutta l’umanità: Donna, ecco il tuo figlio, nella persona di Giovanni: Figlio, ecco la tua madre. «Che scambio crudele! Al posto di Gesù riceve Giovanni; al posto del Signore, il servo; al posto del maestro, il discepolo; al posto del figlio di Dio, il figlio di Zebedeo; un uomo al posto di un Dio!» scriveva San Bernardo. Maria non protesta, Maria non si dispera, Maria non scappa, non si sottrae alla sofferenza: «Sta» (“stabat”), come dice il Vangelo, e accoglie. Questo “stare” non è semplicemente la constatazione di un dato di fatto. Esprime soprattutto condivisione di vita, sentimenti, indica partecipazione profonda. In quel momento in cui prendono forma nella sua vita quelle parole pronunciate alcuni anni prima da Simeone al tempio mentre i genitori portavano Gesù per offrirlo al Signore – «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,33) Maria sta “diritta” presso la croce e vive con tutta la dignità del suo essere donna quella sofferenza estrema. “Donna”, la chiama infatti Gesù.

È lo stesso appellativo con cui è chiamata da lui alle nozze di Cana, quando, presentata nel suo ruolo materno, è attenta, sollecita, si prende cura degli sposi nel momento in cui manca il vino. Il vino di cui essi mancano è simbolo di tutte le carenze che l’uomo sperimenta e per le quali si rivolge a Dio. Ma quel vino è soprattutto simbolo di Cristo stesso, del suo amore versato senza misura, amore che toccherà il suo culmine proprio alla croce. Il “vino “di cui si occupa Maria è quello che ci manca veramente: Gesù. Se abbiamo lui, abbiamo la gioia della vita, se non abbiamo lui nulla ci disseta. Maria sotto la croce raccoglie il sangue e l’acqua che scaturiscono dal costato trafitto del Figlio e li dona a ogni uomo perché ne beva e perché «quell’acqua diventi in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14). Lei, donna ha conosciuto le doglie del parto quando Gesù è venuto alla luce in questo mondo; lei, donna, sperimenta ora ai piedi della croce una sofferenza indicibile, ma proprio perché donna sa “sperare” e diventa segno di consolazione e di speranza per ogni uomo che è nel dolore. Lei infatti sa che «La donna quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo», come aveva detto suo figlio ai discepoli (Gv 16,21). Sotto la croce, unita all’offerta del Figlio, Maria sperimenta i dolori del parto non di un solo uomo, ma di ciascun uomo, dell’umanità intera.

Maria, «la piena di grazia» (Lc 1,27-28), come la saluta l’angelo Gabriele; Maria, la beata «che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45), come la saluta la cugina Elisabetta; Maria, la Madre della Speranza come l’acclama e la prega ogni fedele. E allora lei donna, lei Madre può ripetere ora, sotto la croce, facendosi portavoce di ogni uomo, quel canto del Magnificat, proclamato alla Visitazione: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore perché ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo, alla sua discendenza, per sempre» (Lc 1,46-55). Figlia di Israele, Maria chiama il Messia, implora la salvezza. Non resta isolata nella sua relazione a Dio, appartiene a un popolo, ne è solidale e ci invita come lei a pregare per il mondo, a chiamare il regno evangelico, «a prenderla nella nostra casa», tra le cose proprie, come ha fatto il discepolo amato. Infatti dall’Ora della passione, in cui si compiono gli eventi decisivi della salvezza, il discepolo accoglie la madre come uno dei beni spirituali della sua appartenenza a Gesù. Allora anche noi siamo chiamati a riceverla come dono in tutto lo spazio della nostra vita interiore, a permetterle di esercitare la sua maternità e di ascoltarne l’invito di percorre questa via nella via che ci porta a Gesù. Quando Gesù tornerà al Padre, all’Ascensione, è attorno a lei, la Credente senza incertezze, la Testimone delle origini, che si costruisce l’unità dei discepoli dispersi con la presenza invisibile del Risorto e nell’attesa dello Spirito Santo promesso. Con tutto il suo essere ella insegna come accogliere, nel modo in cui l’ha sempre fatto, la sua azione vivificante, che farà nascere da questo piccolo gruppo la Chiesa, “corpo di Cristo”, e le darà le dimensioni del mondo.

Scriveva Maria della Passione nel giorno della Pentecoste: «Maria è la Regina degli Apostoli, Maria la “piena di grazia” (Lc 1,27-28). Dopo avere generato Gesù, il Dio vivente, oggi, Madre dei viventi, ella genera la Chiesa attraverso l’opera nuova dello Spirito Santo. In Maria si fonde la Chiesa, anima e corpo. Ella la genera al Cenacolo, come aveva generato l’Emmanuele» (Meditation mardi de la Pentecote). «Questa Vergine, così pura, così umile, ha fatto la pace tra il cielo e la terra». Lei è la donna dal vero potere, che solo è degna di essere salutata da ogni fedele con le stesse parole usate da san Francesco per lodare la sua grandezza: «Ti saluto, Signora santa, regina santissima, Madre di Dio, Maria,
che sempre sei Vergine, eletta dal santissimo Padre celeste e da Lui,
col santissimo Figlio diletto e con lo Spirito Santo Paraclito, consacrata.
Tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene.
Ti saluto, suo palazzo. Ti saluto, sua tenda.
Ti saluto, sua casa. Ti saluto, suo vestimento.
Ti saluto, sua ancella. Ti saluto, sua Madre»
(Fonti francescane n. 259).

 



L’ “ANGELO DI SAN VITTORE”

Il prossimo 26 giugno verranno beatificati in Duomo p. Clemente Vismara, missionario, don Serafino Morazzone, sacerdote diocesano (parroco di Chiuso) e suor Enrichetta Alfieri, “l’angelo di San Vittore”. Riportiamo la testimonianza di mons. Giovanni Barbareschi, che l’ha incontrata in carcere.

Sono diventato prete e ho celebrato la mia prima Messa il 15 agosto 1944. Proprio quella sera ho conosciuto Suor Enrichetta. Come mai? Mi ero recato nelle vicinanze del Carcere di San Vittore, perché avevo saputo di un convoglio di Ebrei e di prigionieri politici in partenza per i campi di concentramento in Germania. Ero andato prima di tutto per conoscere chi erano i deportati, perché la tortura psicologica di coloro che restavano fuori, in libertà, consisteva nel cercare di avere notizie e spesso non riuscivano ad averne. Ero andato anche per cercare di portare un po' di sollievo a quelli che erano in partenza: qualche rifornimento di viveri, qualche cosa che potesse loro servire. Mi è andata bene per un po', ma poi mi hanno arrestato. Le SS tedesche mi hanno preso mentre svolgevo questa funzione di aiuto caritatevole. Portavo la veste del prete, ma le SS non guardavano a queste cose.
Nel Carcere di San Vittore, mentre ero in attesa di essere interrogato, passò una Suora: era Suor Enrichetta. Ha capito subito che io ero in arresto, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: «Coraggio». Quella parola mi è restata dentro, come quel volto, quegli occhi e quello sguardo. Poi sono diventato "ospite", si dice così, di San Vittore e lì ho conosciuto la bontà e la capacità di Suor Enrichetta. Voi non riuscite ad immaginare che cosa poteva fare una Suora in quelle condizioni! Nel Vangelo leggo dell'entrata di Gesù in Gerusalemme. Passato il periodo di dominio tedesco è venuta la liberazione; noi del Comitato di Liberazione Nazionale abbiamo deciso che Suor Enrichetta facesse ritorno al suo Carcere e preparavamo un po' di festa. Ricordo che lei mi ha citato questa pagina letta nel Vangelo di Matteo e mi ha detto: «Fate in modo che sia come l’entrata di Gesù a Gerusalemme».

Capire Suor Enrichetta, come donna e come Suora, capire la sua sensibilità nel contesto del Carcere, non era facile: era serena, sempre, serena in modo interiore. Guardava il caporale Franz come fosse lei il superiore e l'altro doveva abbassare gli occhi. Lo sguardo di Suor Enrichetta era più forte della potenza cattiva del caporale.

Come ho già detto, sono stato "ospite" del Carcere di San Vittore. Mi hanno trattato come trattavano tutti: sono anche stato picchiato, torturato. Ogni volta che si usciva da quella stanza dove avvenivano gli interrogatori e le torture, ricordo che io cercavo il volto di Suor Enrichetta. Lei si faceva sempre vedere nel Raggio V, trovava noi e ci guardava in faccia. Infatti, io ero nel Raggio V, cella n. 102. Tutti noi avevamo paura che la tortura ci facesse parlare e rivelare i nomi degli amici che con noi combattevano, lottavano, soffrivano per la libertà di un popolo. Quando si tornava nel Raggio, e tutti erano affacciati alle celle per guardare, eravamo d'accordo su un segno convenzionale: alzare il braccio destro. Questo voleva dire: «Non ho parlato, state tranquilli». Ma una volta non ebbi la forza di rialzare il braccio perché mi avevano fatto più male del solito. E l'ho detto a Suor Enrichetta e lei, che mi seguiva, ha alzato il braccio, al mio posto... Grazie, Suor Enrichetta. Però, tu, Suor Enrichetta, hai avuto la risposta che meritavi: improvvisamente tutti i detenuti hanno preso la loro gavetta in mano, il cucchiaio o la forchetta e hanno picchiato forte contro le sbarre ed è stata una sinfonia, un'orchestra meravigliosa: essi volevano sì ringraziare me che non avevo parlato, ma voleva anche ringraziare Suor Enrichetta di quella sua presenza. Poi, ecco spuntare una SS ed Suor Enrichetta, tranquilla, come se niente fosse, traccia a questo punto un segno di croce e dice: «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen!». Questa era la presenza di spirito di quella donna.

La stessa presenza di spirito che la rendeva serena, anche quando è stata incarcerata e cacciata nel sottosuolo di San Vittore, perché sorpresa dal caporale Franz con dei biglietti che lei naturalmente trasportava nascosti sotto il soggolo. Suor Enrichetta venne messa in carcere. Bisogna essere stati "dentro" per comprendere che cosa può aver passato, cosa può aver sofferto, quali le torture psicologiche a cui, certamente, sarà stata sottoposta. Quando, per intervento del Card. Ildefonso Schuster, venne liberata e portata a Grumello, in modo che non avesse più rapporti con il Carcere e Milano, Suor Enrichetta era serena. Devo dire un'altra cosa: io sono stato arrestato mentre portavo l'abito talare. Mi hanno picchiato e l'abito talare pieno di sangue ne era un segno. Non sapevo che fine avesse fatto la mia veste: ho saputo poi che Suor Enrichetta l'ha fatta arrivare alla mia mamma attraverso una Suora di Via Nino Bixio, in modo che la mamma non fosse costretta a venire a San Vittore a ritirarla, così che Suor Enrichetta non fosse scoperta. Anche per questo gesto di restituzione della veste talare alla mia mamma devo dire grazie a lei! Devo dirle grazie anche per un altro suo gesto e voi non dovete meravigliarvi, perché in Carcere può capitare anche questo. Quando, trascorsi alcuni giorni, io ho detto a Suor Enrichetta che dopo la prima Messa non avevo più potuto celebrare la seconda, il Card. Schuster intervenne ed ottenne che io potessi essere accompagnato nella Cappella delle Suore per la Celebrazione Eucaristica. Scortato dalle SS, sono arrivato in questa Cappella, e ho trovato Suor Enrichetta e le altre quattro Suore in ginocchio, vicino all'altare. Ho celebrato così la mia seconda Messa. Dopo qualche giorno, ho trovato sull'altare una Pisside piena di ostie da consacrare. Ho guardato Suor Enrichetta e ho domandato: «Consacro?». Lei rispose: «Consacra». Dopo aver consacrato, io aspettavo di portare la Comunione a qualcuno, ma Suor Enrichetta, lì presente, mi disse: «Mangia, mangia!». Io, in questo modo, facevo la prima colazione. Inoltre, invece della piccola ampolla di vino, ho trovato un contenitore simile ad un mezzo litro e Suor Enrichetta mi disse: «Bevi, bevi!». Certo, non sarà stato liturgico... Ho continuato così per quelle cinque o sei Messe che ho potuto celebrare al Carcere di San Vittore. Questo vi dice la carità, l'intelligenza, la delicatezza di Suor Enrichetta.

Pensavo al volto di Gesù mentre entra in Gerusalemme. Non meravigliatevi, ma io non ho trovato nessuna immagine più bella di quella del volto di Suor Enrichetta. Ricordo la Parola evangelica: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore». Suor Enrichetta era umile. Oggi, parlare di mitezza è inconsueto, non è una parola del vocabolario moderno; si preferisce parlare di durezza, di potere, si preferiscono altri volti. Suor Enrichetta era il volto di una mamma. La sua grandezza consiste nell'essere stata la mamma di tutti. Non per nulla il primo libro dedicato alla vita di Suor Enrichetta è stato scritto da un altro detenuto, Claudio Sartori, e ha come titolo: La mamma di San Vittore. Suor Enrichetta è stata veramente tale. Desidero dire un 'ultima parola: vorrei pregare Suor Enrichetta di prepararsi a ricevermi quando morirò. Io non so quando, perché sto abbastanza bene, nonostante l'età, nonostante i limiti, ma so che dobbiamo andare nella vita eterna. Ecco, sarei felice di vedere Suor Enrichetta vicina alla mia mamma e sarei felice che tutte e due mi venissero incontro e mi accompagnassero all'incontro con Dio. È un Dio che accoglie, un Dio che aspetta, un Dio che vuol bene, un Dio che difende. Se io penso così, allora sono sereno. È vero che con la vecchiaia ci vedo un po' meno, è vero che ci sento un po' meno, ma è altrettanto vero che capisco un po' di più. Perché capire è diverso da sentire, è diverso da vedere. Capire è la totalità della realtà; è capire tutta la realtà. Allora ho capito che la totalità del mio essere consiste nell'essere persona: non è essere giovane, non è essere adulto, né essere vecchio, è essere persona, e la persona è qualcosa che ci unisce all'Eterno. Quando sono diventato prete ricordo che il coro ha cantato: "Tu es sacerdos in aeternum", e questo mi riempie di gioia ancora oggi. Sono Sacerdote e resto Sacerdote in eterno.

Cercate di conoscere di più Suor Enrichetta; cercate di conoscere il suo volto, la sua sensibilità, la sua capacità di voler bene, la sua umiltà. Essere umili vuol solo dire essere se stessi, in quel che di positivo e di negativo siamo davanti a Dio. Facciamo tutti un esame di coscienza, facciamolo su quella parola con cui ho iniziato. Essere umili è una meta, è un cammino che si apre davanti a noi. Ricordiamo Suor Enrichetta così e cerchiamo di imitarla nella sua umiltà.

 

 

 


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

 

hanno ricevuto il battesimo

EMMA BEATRICE MIELE
GIULIA ZACCHETTI
EMILISE MADELEINE GRANATA
GINEVRA TAMER
BRUNO JOEL ARREDONDO BUSTAMANTE
SILVIA CONTE
DAVIDE MARIA D’IPPOLITO
LEONARDO CELLA
DAVIDE RAFFAELE TORTORELLA
TIZIANO MARSICO
TOMMY JOSÈ MOLINA FLORES
ALBERTO MICHISANTI
DELFINA FRANCA PAOLA AGATA DE NISI

si sono uniti in matrimonio

ELENA PIAZZA E SALVATORE SCHITO
MARINEVE CANTARELLA E MICHELE STEFANO MARSICO
SILVIA DANIELA MAGLIULO E CLAUDIO PIERO FERRARI
ROSARIA GIORDANO E COSIMO MASSARI

 

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

ADRIANO CHIAPPELLA (a. 75)
GIUSEPPINA CARLA COMITTI (a. 86)
ELSA PARRAVICINI (a. 89)
FABIO FEDERICO CASALBUONI (a. 48)
MARIO FRANCALANCI (a. 79)


 


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