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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

luglio-agosto 2008    


Storia di una piccola cattedra

Mi sono chiesto che senso dare a questo incontro. Dentro la mia vita. Perché la “cattedra” l’abbiamo tutti vissuta, non come una dissertazione vana, ma come un vento, forse lieve, che però muoveva la vita, muoveva pensieri, muoveva sogni, muoveva la luce e muoveva anche la fatica della luce, così direbbe un’amica, Gabriella Caramore. Così ha intitolato il suo ultimo libro: “La fatica della luce”, o, se volete, la fatica di “venire alla luce”.

Mi sono detto che il senso poteva essere non quello del bilancio di un’esperienza, perché voi mi conoscete, conoscete la mia misura, e sapete che non ne sono capace, non mi ritrovo nelle sintesi. Forse più nei racconti. Il senso allora che intravedo è quello di una breve sosta, sosta breve a osservare. Poi c’è la vita, che chiama. Sosta breve, non ci si può attardare. Sosta in parete, prima di affrontare un altro strappo.

Ricordo come nacque questa esperienza. Il nome, “cattedra dei non credenti”, come voi sapete, allude. Allude all’esperienza di una cattedra ben più prestigiosa, quella del cardinale Martini. Ci eravamo ritrovati, un gruppo di amici, alle prime sessioni della sua Cattedra, ne avevamo subito il fascino, ricordo la sala di via S. Antonio 5. Il fascino era, devo dirlo, non solo per le cose dette. Ci sono altre cattedre prestigiose dove vengono dette cose alte, ma per l’intuizione che percorreva quella del cardinale, intuizione allusa nella stranezza del titolo, con quella aggiunta alla voce “cattedra”, quella specificazione “dei non credenti”. Nel panorama ecclesiastico di quel tempo, e non solo di quel tempo, anche del nostro tempo, dove per lo più la cattedra nei nostri ambienti è riservata a gerarchie o a ecclesiastici o a laici devoti, quelli che non fanno domande ma fanno genuflessioni, suonava stranezza che a salire in cattedra fossero i non credenti o i diversamente credenti. E che bastasse essere uomini e donne, uomini e donne pensanti, per avere ospitalità ad una cattedra. E non dei sorvegliati speciali.

Intuizione bellissima. Che però ancora oggi mi pone una domanda: come possiamo essere arrivati a pensare che solo alcuni abbiano qualcosa da dire, da raccontare e che lo Spirito parli solo nelle case dei credenti, solo dalle loro labbra o, peggio ancora, solo nelle chiese e nelle sagrestie? Eppure qualcuno ancora lo pensa. Pensa che la verità è da una parte sola e che i cattolici non hanno niente da imparare da nessuno. E che in cattedra vanno di diritto le gerarchie. Una verità, una falsa verità, smentita dalla vita e insopportabile per chiunque di noi custodisce l’avventura di frequentare ancora senza pregiudizi la vita, frequentare case, donne e uomini del nostro tempo e di incontrarli. Al di là del pregiudizio del diverso.

La convinzione che in cattedra dovessero andare solo le gerarchie ci sembrava cozzare contro pagine e pagine della Bibbia. Anche fortemente e impietosamente polemiche. Una polemica a cui Gesù non si era sottratto: “Sulla cattedra” anche lui parlava di cattedra “sono saliti scribi e farisei...” (Mt 23,2).

La cattedra del cardinale, voi capite, incrociava questi nostri pensieri. Ci si ritrovava nella sala di via S. Antonio, ma poi si sentiva il bisogno di riprendere insieme le riflessioni. Ci si ritrovò così in gruppo nella casa di un nostro amico. La rivedo nella memoria. Ma poi ci dicemmo che l’esperienza andava condivisa, e che forse potevamo pensare a una piccola cattedra nella parrocchia.

Nella parrocchia, ma non risucchiata da clericalismi e da appartenenze, altrimenti avremmo tradito il nome. Nello stile dell’accoglienza senza discriminazioni e del non imprigionamento, uno stile che andava prendendo i nostri sogni e che era alluso in quel titolo del notiziario parrocchiale “Come albero”. Nella forma dunque più aperta, la porta non è ingombra, non assediata da "vischiosità clericali".

Puoi entrare e nessuno ti chiede tessere di appartenenza, che già scoraggerebbero il tuo affacciarti. Puoi entrare se la forma del riunirsi è lontana da ogni arroganza dello spirito, ti senti accolto nella tua sete. Sarà sete di Dio? O del vangelo? O di una umanità, di una terra più vera? Accolti nella sete alla quale forse ancora non sappiamo dare un nome.

Nel vangelo è scritto di Gesù che "acco-gliendo le folle" parlava loro del regno di Dio. Quel “accogliendo” per noi non era un inciso, irrilevante. In quel gesto non era già un baluginare del regno di Dio, quasi una precedenza del gesto sulla parola? Non so se sempre ci siamo riusciti, ma vi confesso, era nel desiderio che, entrando in questa sala, chiunque si sentisse atteso e accolto. Desiderio di una cattedra che ponesse il suo fascino e la sua bellezza nell’accoglienza.

Ricorderò come in una delle nostre cattedre, forse sedici anni fa, venne per la prima volta tra noi, Moni Ovadia. Entrò in questa sala, si guardò attorno e, prima ancora di iniziare a parlare, mi disse: “Ho capito, don Angelo, chi siete”. Lo guardai con aria stupita. Gli chiesi da che cosa l’avesse dedotto. Mi disse: “dalla disposizione delle sedie”. Dalla disposizione, capite, a cerchio delle sedie. Vi confesso che quella sera mi rallegrai. Vi confesso anche un peccato di orgoglio. Mi dissi che forse non era stato del tutto sbagliato cambiare l’ordine delle sedie nella sala al primo piano. L’avevo trovata con le sedie allineate, come in un antica aula scolastica e il tavolo di presidenza stava sopra una predella. Cambiammo la disposizione delle sedie, eliminammo la predella.

Cominciò l’avventura della nostra piccola cattedra. Un nome ne chiamava un altro. Forse vi siete accorti: per la nostra incapacità a programmazioni alte, per la mia incapacità, la nostra piccola cattedra un poco, o forse tanto, si differenziava da quella del Cardinale. Era meno un ciclo compiuto. Era più rapsodica.

Ci si radunava in gruppo a pensarla: la vita ci faceva incrociare domande. Se stai nel chiuso delle sagrestie e delle burocrazie, non accade nulla o quasi nulla. La cattedra voleva stare sulle strade della vita, là dove camminiamo insieme e insieme ci interroghiamo. Da pensanti, direbbe il cardinale Martini. Perché “la vera distinzione” diceva “non è tanto tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti”. E per “grazia”, lasciatemi usare questa parola, che dice lo stupore per ciò che accade, per “grazia” accanto alle domande apparivano nomi. A volte erano solo nomi e non ancora volti, o forse meglio erano volti, se volto significa più della pelle di un viso.

Abbiamo incrociato donne e uomini che avevano dentro le domande della vita. Sono diventati compagni di viaggio. Questa sera mi sarebbe piaciuto elencarne il nome, a uno a uno, uno stuolo. Elencare i nomi, con amore, a uno a uno. Quasi cento, o anche di più. In questa sala li abbiamo ascoltati, li abbiamo interrogati. Non sono stati dei conferenzieri. Anche se ne avevano tutta la lucentezza. Abbiamo avuto l’arditezza di chiedere loro qualcosa di più: di raccontarci la loro ricerca. Ci hanno dato questo di più. Che io penso appartenga all’amicizia. Sono stati per noi compagni di viaggio.

Il mistero nel cuore dell’altro impone rispetto, chiede silenzio e empatia, chiede di sostare senza invasioni, sulla soglia. Evoca l’apertura del cuore, quella di Gesù, che aveva fama - purtroppo noi l’abbiamo perduta - di essere amico dei “distanti”, accusato perché “amico” dei distanti. “Amico” - non so se l’avete notato - c’è una precedenza sulla distanza, la precedenza dell’amicizia. Perché è nell’amicizia che avviene lo svelamento, l’affacciarsi dell’uno all’altro. Molti di noi, forse, hanno colto questa dimensione della nostra piccola cattedra. In questo forse ci sembra, anche perché piccola, un po’ diversa da quella del cardinale. Chiedevamo, a chi veniva tra noi, di riflettere con noi, ma anche di raccontarsi. E si formavano fili, si intessevano fili. Tant’è che spesso ci sentivamo dire: “Ma come fate? Come fate ad avere l’uno e poi ad avere l’altro?”. Non lo sappiamo. Era il miracolo della rete.

E cadevano pregiudizi. Che solo la distanza poteva avallare. I volti dei non credenti o dei diversamente credenti non erano, per lo più, quelli altezzosi e cinici che tanta letteratura e tanta predicazione cattolica ha contrabbandato.

In una sua riflessione su una rivista uscita anni fa su la “Rivista del clero” Massimo Marcocchi scriveva: “C’è il laicismo becero, c’è il laicismo pensoso di uno scrittore e di un filosofo che ammiro molto: Claudio Magris e Norberto Bobbio. Chi sono i laici? Sono i non credenti? Forse questa definizione è spicciativa. Il laico è l’uomo del dubbio, è l’uomo della tolleranza, è l’uomo di una verità che si va continuamente facendo, che non è radicata in visioni generali del mondo, che è sostanzialmente antidogmatica” (La rivista del clero italiano, 6/2001, pag. 441).

Ci accomuna, credenti e non credenti e diversamente credenti, il dono di pensare e di interrogarci a partire dalle nostre provvisorie limitate conquiste. Ci appartiene la condizione di essere tutti, credenti e non credenti e diversamente credenti, della razza dei nomadi, fuori dalle secche degli immobilismi:
Incontenibile andare
di monte in monte
inquieti dietro un mistero
che sempre ti seduce
da un’altra valle.

Perché relativismo vero è rendere Dio e il suo mistero relativo, imprigionandolo nel relativo dei nostri pensieri e delle nostre formulazioni.

Insensato e miope dunque il tentativo di ridurre Cristo a un luogo o a una religione.

Non è forse scritto del Verbo di Dio nel prologo di Giovanni che “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di ciò che esiste”?. “Niente senza di lui”: come a dire - mi si perdoni la parola - che è “impastato” in ogni cosa, è finito in ogni cosa: il canale ha portato acqua dappertutto.

E quindi, voi mi capite, dovremmo essere, poco o tanto, uomini e donne delle miniere, della razza degli scopritori. Uomini e donne delle miniere, che sanno scavare e scovare.

Fuori dalle ingenuità del passato, quando ti volevano far credere che l’oro fosse solo nella tua miniera. Giovanni dice che tutto il mondo è una miniera. Va a scavare. Va a scovare. Va a far brillare l’oro. Portalo alla luce.

Ricordo che Eugenio Scalfari, ex-direttore di “Repubblica”, neoilluminista, a conclusione di un suo editoriale anni fa scriveva: “Molto si giocherà sulla cultura. Vorrei anche dire che tutto si giocherà sulla cultura. Ricordatelo, voi che pensate che il denaro e la sua conquista, il potere e la sua conquista, la felicità materiale e la sua conquista siano tutto. Denaro, potere, felicità materiale non si conquistano senza cultura ma soprattutto non sono tutto: ci sono spazi di fantasia, realizzazione di sé e donazione di sé che stanno oltre la linea del semplice benessere. Questo fa la differenza”.

Leggendo queste parole mi sono sentito interpretato. Come credente, mi sono sentito attraversare da un’emozione al pensiero che un laico, non credente, citasse, forse senza saperlo, le tre tentazioni di Gesù nel deserto e ce ne mettesse in guardia, ora che non sempre le voci ecclesiastiche dall’alto ce ne mettono in guardia.

Altre volte è il non credente a portare alla luce la “parte di non credente” - così la chiama il Card. Martini - che dimora dentro di noi, là dove fede e non fede convivono.

E, dunque, benedetto, benedetto il non credente, che ricorda a noi credenti la preghiera del padre dell’ossesso del vangelo: “Credo, Signore, ma tu vieni in aiuto alla mia incredulità” (Mc 9,23).

E benedetti tutti noi, se, con la cattedra, ma non solo con la cattedra, più che certezze-prigione, avremo accolto e seminato domande, se, dietro quelle domande, saremo andati a esplorare orizzonti.

La fede, purtroppo, nell’immaginario del passato - forse anche del presente? - spesso veniva presuntuosamente evocata come una risposta a tutto.

Poi nacque la domanda: dov’è? Dov’è Dio nell’orrore, nell’inferno della Shoah? La domanda del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, la domanda che, con tante altre drammatiche, ci fa curve le spalle.

È nata la domanda. O forse la domanda è da sempre nel silenzio più segreto del cuore. Domanda rimossa, o perché soffocata dal frastuono del nulla o perché censurata dagli imbonitori delle coscienze, quelli che vendono a buon mercato le risposte e non hanno esitazioni. Loro sanno tutto!

Il biblista don Bruno Maggioni, in un suo editoriale illuminante, ricordando la problematicità e l’apertura di molte pagine della Bibbia, così scriveva:
“Colpisce il fatto che all’interno della Bibbia la domanda dell’uomo non scompare, come se venisse annullata dalla rivelazione. Bensì riemerge doppiamente. L’esperienza del dolore innocente, dell’ingiustizia trionfante, della delusione, pare contraddire la bontà e la fedeltà di Dio e questo spinge l’uomo biblico - pur credente - a chiedersi se veramente Dio è fedele, se davvero la sua promessa è solida. L’uomo biblico si imbatte continuamente nel mistero di Dio. E così la sua domanda si fa doppia. Non soltanto chi è l’uomo, ma anche chi è Dio. Per alcuni il fatto che nella Bibbia la domanda si riproponga costituisce una delusione. Personalmente ne provo entusiasmo. È un segno che la Bibbia è un libro sincero, non un libro edificante nel quale i conti tornano sempre. Far tornare i conti è desiderio dell’uomo, non il vero modo di manifestarsi di Dio”.

Credenti e non credenti, compagni nella domanda, dunque, è così vorrei porre fine alla mia riflessione, compagni nella domanda, nella domanda che apre.

Proprio alcuni giorni fa Paolo De Benedetti, vi ricordate, ci raccontava che in Babilonia, all’epoca del Talmud, nel V secolo della nostra era, c’erano due maestri, uno stimava moltissimo l’altro, lo stimava molto, ma allora per consultarsi non c’erano né telefono né computer, non c’era niente. Fate conto, diceva, che uno stesse a Mossul e l’altro stesse, che so, a Bagdad. Allora gli mandò trenta cammelli carichi di domande. L’episodio finisce qui, non sappiamo quanti cammelli sono tornati con le risposte, non sappiamo niente, ma è significativa la storia, e quindi bisogna fare domande. Anche se, aggiungeva, abbiamo un posto che si raggiunge col treno, cioè Roma, anzi al di là del Tevere, dove ci sono cammelli carichi di risposte.

“Nelle questioni di Dio” scrive Gabriella Caramore “come in quelle degli esseri umani, occorre provare a dire tutta la verità di cui si è capaci, sapendo nello stesso tempo che ogni nostra verità sarà sempre parziale, instabile e che non saremo noi a giudicare la nostra verità. E che un buon antidoto contro l’idolatria (anche quella dei nostri stessi pensieri) alla quale tutti, in diversa maniera soggiaciamo, è lasciare, talvolta, che le nostre domande rimangano senza risposta, che resti scoperta la nervatura delle nostre inquietudini, delle nostre oscillazioni e incertezze, invece che cercare di far quadrare le operazioni a tutti i costi, come in una contabilità fittizia e di frode” (La fatica della luce, Morcelliana, 2008, pag. 9)Nelle prime pagine di un suo piccolo libro Perché no?, Moni Ovadia, uomo di teatro, saltimbanco, come ama definirsi, “ebreo corrosivo”, ricorda che secondo la gemahtria cabbalistica ebraica, la parola Adam, essere umano, corrisponde numericamente alla particella interrogativa “che cosa?”.
“Da questa identità numerica” - scrive Moni Ovadia - “i nostri maestri deducono che essere umano è colui che sa porre domande. Non chi dà risposte, ma chi sa porre domande. Perché chi pone domande apre alla produzione di senso, apre al futuro, dà alle generazioni avvenire la possibilità di intervenire, di esistere. Perché la domanda è quella che apre la questione, sollecita una risposta anche su questioni già apparentemente chiuse: si trova sempre una nuova domanda” (Perché no?, Bompiani, 1996, pag. 10).

“La domanda” - fa eco Martin Cunz - “ci costringe a guardare negli abissi di noi stessi, delle persone con cui abbiamo a che fare, negli abissi della nostra epoca, ma anche negli abissi di Dio.”

Per questo dopo aver ringraziato non senza commozione questa sera le amiche e gli amici che ci hanno fatto dono del loro racconto, ringrazio questa sera tutti voi, donne e uomini delle domande, che ci avete in questi anni sorpreso per il vostro interesse, la vostra partecipazione, la vostra amicizia. Spesso, nel gruppo di coloro che progettavano questa piccola cattedra, ci chiedevamo: “Non sarà ora di chiuderla dopo tanti anni?”. Ma la domanda non chiudeva: non si chiude la domanda. Voi ci avete fatto continuare, la vostra domanda ci ha fatto continuare. Siamo arrivati a questo passaggio in parete. Per ripartire.

don Angelo

intervento
alla cattedra dei non credenti
14 giugno 2008



TESTIMONI E NON BUROCRATI, TESTIMONI DELLA DISMISURA
Omelia di don Angelo nell’undicesima domenica del tempo ordinario
15 giugno 2008 (Es 19, 2-6; Rm 5, 6-11; Mt 9, 39-10.8)

Ha inizio da questa domenica il discorso missionario di Gesù.

Sarebbe troppo facile - mi sono detto, lo si fa spesso - scivolare subito sul lamento e sull’invito di Gesù: “La messe è molta, gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”. E fare riflessioni sulla mancanza dei preti, delle vocazioni sacerdotali o religiose.

Non mi sembrerebbe una buona partenza per la nostra riflessione. La ricondurremmo in un orizzonte già di per sé angusto. Da dove iniziare? Da dove iniziare ce lo svela il vangelo. Che ha questo incipit: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore”. Da dove si inizia? Da questa compassione per la stanchezza, la sfinitezza. Gesù il vero pastore è dentro la vita della gente, non parla prima di aver misurato, con la misura dello struggimento del cuore, il peso che sta sulle spalle della gente, non parla dall’alto di una cattedra, è un itinerante, è sulle strade, entra nelle case. Perché, se non sei sulle strade, se non entri nelle case della gente, fai declamazioni. Si possono scrivere anche documenti, ma a prescindere. A prescindere dalle pieghe di stanchezza che segnano gli occhi della gente, che non hai mai veramente incontrato. Non spetta a me dire se oggi la stanchezza è inferiore o maggiore di quella che avvertiva Gesù nelle folle che incontrava, penso che oggi ce ne sia e che lui, prima di parlare, passerebbe in rassegna uno a uno i nostri occhi.

Ma subito un’altra notazione emerge dal brano: “Folle stanche e sfinite come pecore senza pastore”. Raramente si indugia a pensare. A pensare da un lato che c’è anche una stanchezza da mancanza di pastori e subito, dall’altro, che forse non è, innanzitutto o primariamente, un problema di numero di pastori. Perché i pastori ai tempi di Gesù c’erano, non c’era crisi di guide, ma, nonostante il numero, il popolo era come senza pastori. Perché? Perché si era creata come una distanza tra le cosiddette guide spirituali e la gente, tra i bisogni reali della gente e le indicazioni dall’alto, tra le vere esigenze del regno di Dio e lo stillicidio di norme e di pesi che venivano calati dall’alto. Finiva che la gente si sentisse senza pastori, perché era come se parlassero d’altro, e non della loro vita. Capite allora il lamento di Gesù, che va a sottolineare l’urgenza di altri pastori, che sentano compassione della stanchezza, dello sfinimento, che come lui percorrano strade, entrino nelle case “andate, entrate”, che come lui entrino nei problemi, nelle situazioni. C’è bisogno dì altro. “E dunque pregate”: non è questione di organizzare o di creare consenso. Con l’organizzazione crei i burocrati, anche i burocrati dello spirito. Ma non di questi, secondo Gesù, c’è bisogno, c’è bisogno di uomini di Dio, di servi del vangelo e solo lo Spirito può mandarceli, perché non appartengono ai calcoli umani.

Paradossalmente, ma non tanto paradossalmente, abbiamo bisogno non di protagonisti, ma di testimoni, cioè di operai del vangelo che si mettano in seconda fila, perché per loro in prima fila c’è un Altro, in mezzo al popolo a ricordare ciò che dice Dio. “Andrai in mezzo al popolo” diceva Dio a Mosè “e dirai loro: voi stessi avete visto ciò che ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali d’aquila”. Quelli che Dio sceglie non vengono mandati a lanciare messaggi funesti, ma a ricordare che Dio ci porta su ali d’aquila. Ricordo la bellissima interpretazione rabbinica di cui un giorno ci parlava Rav Laras, allora rabbino capo a Milano. Si chiedeva perché nel testo si dice “sulle ali”, e non “sotto le ali” dell’aquila. L’aquila non porta forse gli aquilotti sotto le ali? Rispondeva: “Sopra le ali perché, se qualcuno tentasse di colpire con le frecce, raggiunta dalle frecce sarebbe lei e non l’aquilotto che porta sopra le ali”. Una bellissima immagine di Dio: ferito lui, piuttosto che noi. Una immagine che è diventata realtà struggente con la vita di Gesù, il figlio di Dio: si lasciò ferire lui, piuttosto che noi. Nel giardino, quando andarono per catturarlo, disse loro: “Prendete me, ma lasciate liberi costoro!”. Ferito lui, ma non noi.

Voi mi capite, è questa dismisura di cui noi tutti dobbiamo essere testimoni. Ho detto tutti, perché nel libro dell’Esodo oggi Dio dichiarava: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Tutti, capite. Tutti chiamati a dire che cosa, se non la dismisura? Guardate che abbiamo tutti una responsabilità nei confronti di Dio e della sua immagine. Che immagine di Dio raccontiamo? Ma già a partire dai bambini? Il Dio della dismisura o il Dio che, se fai il buono, ti porta i regali a Natale, se no, ti farà trovare un mucchietto di cenere? Anni fa il Catechismo dei bambini della Conferenza episcopale italiana metteva in guardia da tanti luoghi comuni che danno un’immagine distorta se non perversa di Dio.

Ma la domanda è ancora più profonda: che immagine di Dio raccontiamo con la nostra vita? “Il regno di Dio si e fatto vicino: raccontate questo” diceva Gesù. “È in mezzo a voi. È dentro di voi”. Che notizia, che evangelo più bello di questo? Ha cancellato la distanza, vi ha sollevato su ali d’aquila. Raccontate la dismisura.

Ma come raccontarla? sembra dirci Gesù. Raccontatela con la vostra vita, con i vostri gesti di vicinanza, che dicano la dismisura di Dio. E allora? Per noi che non siamo capaci di miracoli? Raccontate la dismisura con i miracoli piccoli, quelli quotidiani. Date sollievo agli infermi, date una speranza a chi si sente morto, date cittadinanza a quelli che sono ritenuti lebbrosi, liberate dai fantasmi della psiche quelli che ne sono schiacciati. Raccontate la gratuità e la dismisura di Dio. Raccontatela con la vostra gratuità e con la vostra dismisura.



"La paura non passa con un decreto legge"
Dal suo ufficio affacciato su piazza Duomo il cardinale riflette sul futuro della città. Parla della manovra sicurezza e dell'immigrazione. E sull'Expo l'arcivescovo dice: "È un'opportunità grande e un motivo di orgoglio"

«Militarizzare le città serve solo ad aumentare il senso di smarrimento e la paura. Perché la paura non passa per decreto legge». Guarda dalla finestra del suo studio, il cardinale Dionigi Tettamanzi, e vede una piazza Duomo affollata di milanesi che la attraversano di corsa per spostarsi da un ufficio all'altro, ma anche di immigrati che si incontrano, bevono, bivaccano, litigano. «Non sempre - dice l'arcivescovo di Milano - affacciandomi vedo il cuore della mia città. Molto più spesso vedo piazza Duomo come il teatro in cui tante, troppe solitudini si sfiorano».
Perché questo è il punto: «È la solitudine, causata soprattutto dalla privatizzazione dei tempi e degli spazi e dal conseguente calo della qualità della socializzazione, ad aver generato le paure della gente. Sono soli tanti anziani. Soli troppi giovani. Soli molti adulti, anche con posizioni sociali prestigiose. La solitudine causa ulteriore sfiducia verso l'altro e genera la paura dell'incontro. Le parrocchie e il volontariato, non solo cattolico, sono delle oasi di relazioni».

Quali risposte devono dare le istituzioni a questo disagio?
«Guardiamo in avanti, non speculiamo sulla paura. Da sempre il forestiero desta sospetti e pregiudizi. Ma nel passato Milano è stata capace di rimettere in discussione la propria identità per ridefinirla insieme ai nuovi venuti. Penso alla migrazione dal Veneto o dal Mezzogiorno che ha raddoppiato in pochi decenni il numero di abitanti di Milano e decuplicato la popolazione dell'hinterland. Sono stati processi non privi di fatiche e ferite. Il principio che ha portato alla costruzione del volto sintetico della città è stato il forte senso di solidarietà che la animava. Una forza inclusiva che si è indebolita».

Sì, ma come si spiegano alla gente i valori dell'accoglienza e della solidarietà, in una città dove si susseguono i reati, perfino i più odiosi come le violenze sulle categorie più deboli?
«Milano saprà trasformare tutti i suoi abitanti, anche gli immigrati, in cittadini. È per il bene, la sicurezza, l'arricchimento di tutti che dobbiamo compiere questo sforzo. Barricarsi in casa, criminalizzare alcune categorie di persone, presidiare militarmente le città, sono gesti che aumentano il senso di smarrimento e solitudine. La solitudine cessa se si sperimenta la bellezza dell'incontro. Chi ne è deputato faccia rispettare la legge per impedire quegli atteggiamenti che rendono spiacevoli o pericolosi questi incontri».

Legalità, appunto. È - dicono il governo e le istituzioni locali - il perno intorno a cui far ruotare le politiche sulla sicurezza e l'immigrazione.
«Non è mio compito promuovere o bocciare le leggi dello Stato. Papa Benedetto XVI ai vescovi italiani ha chiesto di non chiudere gli occhi di fronte alle povertà, rispettando le leggi. Sia all'interno dello Stato che nei confronti di chi vi giunge dall'esterno. Solidarietà, rispetto delle leggi e accoglienza devono coniugarsi. Da anni a Milano promuoviamo il "patto di legalità" con chi chiede di vivere da noi. Le istituzioni devono far rispettare le leggi e creare le condizioni affinché siano rispettate e gli immigrati non siano risucchiati dall'illegalità. Carità e legalità non sono mai in contrapposizione: gli immigrati, prima di essere tali, sono persone. Chi delinque sia affidato celermente alla giustizia. Ma il rispetto della dignità delle persone non può mai essere omesso».

Di recente la Curia ha sottolineato che in alcuni casi, per esempio lo sgombero del campo rom della Bovisasca, si è agito sotto i livelli minimi di rispetto della dignità umana. Ne è nata una polemica con il sindaco di Milano, Letizia Moratti.
«Quando il vescovo interviene lo fa a partire dal Vangelo e per ricordare a tutti che esistono valori umani così alti che esigono di essere non solo proclamati ma rispettati, sempre».

Lei pensa che i blitz all'alba nei campi rom, le schedature, i controlli a tappeto sui mezzi pubblici, gli slogan "zero campi rom", la carcerazione dei clandestini abbiano effetti positivi e siano compatibili con il rispetto della dignità delle persone?
«Che beneficio portano certi metodi? Servono veramente a risolvere il problema, a rassicurare adeguatamente la gente contro la paura, oppure corrono il rischio di rivelarsi tentativi effimeri? Ho la sensazione che causino l'effetto contrario a quello sperato…».

Cardinal Tettamanzi, l'Expo a Milano è un'opportunità o un rischio?
«È un'opportunità grande e un motivo di orgoglio. Mi piace lasciarmi guidare da una suggestione, dal significato del nome della nostra città. Milano rimanda a Mediolanum, ad una terra che "sta nel mezzo". Un luogo dove si converge, ci si incontra, si dialoga. Che opportunità l'Expo se - già da oggi - permette a Milano di essere sempre più città dell'incontro. Tra religioni e culture differenti, tra collocazioni sociali diverse, tra chi è cittadino a tutti gli effetti e chi lo vorrebbe diventare, tra età della vita distanti, tra chi ha un lavoro e chi l'ha perso o non l'ha mai avuto, tra chi è sano e chi è malato…»

Come giudica lo sviluppo urbanistico di Milano? Interi pezzi della città stanno cambiando volto.
«Occorre che la città diventi "bella". Bella nella sua dimensione più interiore, spirituale. Mi hanno incuriosito e affascinato i progetti da realizzare per il 2015. Abbiamo bisogno di questo e di molto altro splendore: una città "bella" nella sua architettura rende migliori anche i suoi abitanti. Occorre porre da subito l'uomo al centro della Milano che sarà, con i suoi bisogni. Anche spirituali: dove sono gli spazi per vivere questa dimensione? Progettando, pensiamo al 2015 ma anche e soprattutto ai cittadini di Milano nel 2016, quando i visitatori se ne saranno andati. Sento un gran discutere di grattacieli, finanziamenti, deleghe... Ma del bellissimo tema al centro di questa Expo Nutrire il pianeta, energia per la vita qualcuno se ne sta occupando?»

Ma lei preferisce i grattacieli dritti o quelli storti?
«E lei? Difficile dire in assoluto se siano più belli dritti o curvi. Ciascuno giudica secondo i suoi criteri estetici. Ma se devo proprio dire la mia opinione, io li preferisco dritti».

In definitiva, cardinale, che Milano vede dalle sue finestre? La Milano ricca metropoli internazionale proiettata nel futuro o la Milano metropoli delle diseguaglianze, dell'intolleranza e del disagio sociale?
«L'unico mio giudizio su Milano è l'amore per questa città e per i suoi abitanti. Sono fiero di essere milanese. È un amore che mi spinge ad appassionarmi a questa città e ai suoi abitanti, specie quando le circostanze ne causano la sofferenza. Più che di giudicarla, sento il bisogno di amarla».

di Rita Dazzi e Roberto Rho

da Repubblica - 21 giugno 2008



SE LA CATTEDRA NON FOSSE STATA SULLE STRADE
a commento della “cattedra” di sabato 14 giugno
le parole di Lubna Ammoune
una giovanissima nostra amica musulmana

Le prime parole di don Angelo sono sul racconto. Mi torna in mente l'invito di una persona che come compito per il mio futuro di compagna e madre mi ha pregato di raccontare storie, dopo aver letto una citazione di Michel Tournier, l'uomo è un animale mitologico.

Stasera siamo tanti e don Angelo riesce a parlare a tutti e a ciascuno. Ha il dono dello sguardo di luce che invita a ricordare momenti della cattedra che in parte ho condiviso. Come un vento che muove pensieri e sogni, senza pretese e di cui abbiamo sete. Sete di conoscenza e di condivisione, sete di domande le cui risposte vanno ricercate. Se la cattedra non fosse stata sulle strade della vita, ora io non sarei qui. È grazie all'accoglienza, alla pazienza nella tessitura di fili, vecchi e nuovi, al sentire l'attesa e l'essere attesi che veniamo misteriosamente chiamati alla cattedra. Attendiamo, siamo attesi e accolti e sentiamo di svelarci, perché è nell'amicizia che avviene lo svelamento. Non dimentichiamo mai le persone che ci hanno permesso di essere qui e non ci fermiamo neanche al presente che sembrerebbe di chiusura, quando invece, ci rassicura don Angelo, è un momento di passaggio. Anche se si intuisce, ogni passaggio è delicato.

La grandiosità di questo luogo animato da uomini e donne delle domande è quello di essere specchio della vita quotidiana. Non è sempre scontato riuscire a prendere distanze da ideologie e dichiarare che per alcuni la fede viene interpretata come risposta a tutto. Per essere religiosi si ha fede, ma avere fede non è facile come sembra. In alcuni momenti aiuta, in altri momenti veniamo sommersi da domande che non possono avere risposta. Sommersi perché abbiamo domande nostre e dell'altro, sommersi perché siamo credenti pensanti o pensanti credenti. Come capita di chiedere se un uomo è fedele, può capitare nella lettura di chiedersi se Dio è fedele.

La determinazione di don Angelo nel rispondere alla domanda sulle identità. Quando si entra in questo luogo, non si chiedono tessere di appartenenza, non ci sono gerarchie, non c'è prevalenza alcuna, ma non si deve correre il rischio di "sbiadirsi". Ognuno di noi porta in sé la facoltà del nuovo, è la ricchezza della pluralità. Torna così il passaggio chiave di un'omelia. Ci doni la fantasia, poesia, tenerezza, il miracolo di comporre la diversità con unità, la gioia della varietà delle lingue. Chi ha detto che la diversità crea solo distinzioni? L'arroganza porterebbe a questa convinzione.

Un altro punto è l'apertura totale nelle domande e nelle ricerche, comuni e individuali, la disponibiltà del racconto e dell'ascolto. L'unica risposta decisa e ben definita che dobbiamo avere, è saper reagire con determinazione nel momento in cui viene nominato invano il nome dell'Altissimo.

Il saluto è con una citazione di Martin Cunz, “La domanda ci costringe a guardare negli abissi di noi stessi, delle persone con cui abbiamo a che fare, della nostra epoca, ma anche negli abissi di Dio”. Essere sempre uomini e donne delle miniere, dove scovare e scavare.

Grazie don Angelo. Ora capisco più a fondo l'ouverture di “come albero” e sempre più mi convinco che come albero non è solo il nome del notiziario mensile parrocchiale.

Vento e spirito,
velo e lembo,
fascino e mistero,
sulla soglia e in cammino.

 



Come lieve sarà la terra

ìCome lieve
sarà la terra
solo una nube d’amore a sera
quando dissolta in musica
trasmigrerà la pietra

e rocce,
incubi ammucchiati
sul cuore dell’uomo,
pesi di tristezza,
sprizzeranno dalle vene.

Come lieve
sarà la terra
solo una nube d’amore a sera
quando la neroaccesa vendetta
magnetizzata
dall’angelo sterminatore
morrà fredda e muta
sulla sua gelida veste.

Come lieve
sarà la terra
solo una nube d’amore a sera
quando scomparve qualcosa di stellare
con un bacio di rosa
fatto di nulla…

Nelly Sachs
(1891-1970)
da Fuga e Metamorfosi



Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno?

Caro Gesù,
sono passati quasi quarant’anni dall’ultima volta che ti ho scritto. Da allora ne sono cambiate di cose... e tra queste – ahimé – anche la mia ferma convinzione che tu possa esaudire ogni mio desiderio. Non certo per mancanza di fiducia... ma perché ormai non è più questione di graziosi orsacchiotti, per la notte di Natale, bensì di orribili orchi, che ogni giorno ci mangiano un pezzetto di anima.

Ma andiamo per ordine. Al catechismo, i cari vecchi padri Canossiani (erano vecchi già allora, ora saranno con te) ci insegnavano che la tua storia, in realtà, era iniziata qualche secolo prima della tua nascita, quando un tuo antenato, un certo Giacobbe, trovandosi in difficoltà nel paese dove abitava (peraltro già da forestiero) decise di migrare con i suoi dodici figli e non so quante nuore e nipoti, in un’altra nazione, per provvedere al sostentamento di tutto il suo clan. Potenza della famiglia! Cosa non farebbe un genitore per i figli?! Ma, come in tutte le storie che si rispettino, di lì a qualche anno, sorse un re cattivo che li maltrattò, li ridusse in schiavitù e uccise persino i loro primogeniti. Così intervenne Iddio che, mediante prodigi inauditi, liberò quella gente, colpendo duramente la nazione che non si era mostrata ospitale.

Volendo poi chiarire quanto faccia della solidarietà una questione personale e non sia disposto a scendere a compromessi in materia, ti fece nascere da una famiglia tanto povera, da poterti offrire soltanto una mangiatoia... e tanto indifesa, da dover fuggire, nella notte, per salvarti da un altro re, anch’egli cattivo e – guarda caso – ancora in direzione dell’Egitto. Così, anche tu sperimentasti i disagi e le umiliazioni non soltanto dei tuoi antenati, ma dei migranti di ogni tempo: è una storia che si ripete!

A quel punto, i buoni padri avevano già gettato le basi della catechesi di allora: la famiglia, la solidarietà (che chiamavamo “carità”), i poveri e il Dio dei poveri... piantando così definitivamente anche le “nostre” radici cristiane. Quelle e non altre. Affondate nella stessa storia – un po’ infantile, forse, ma adatta a gente semplice... – che avevano raccontato, 30 anni prima, a mio padre e altri 30 prima a mio nonno. Profumo di tradizione.

Poi, non so che diavolo sia successo – o passato – ma oggi la storia che, ormai quotidianamente, raccontiamo ai bambini parla invece di migranti cattivi e perciò da rifiutare: criminalizzati per gli stessi motivi per cui allora erano i prediletti e i protetti da Dio. «Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l'amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 19,34). Forse che Dio ha cambiato parere? Perché, sai, sull’autenticità “cristiana” della nostra civiltà non si discute... e l’uomo che non mette in discussione se stesso, non può che mettere in discussione Dio!

Poi, a complicare le cose, sei arrivato tu. Con il tuo “politically Incorrect”.

Anzitutto contrapponendo i poveri ai ricchi... che sa tanto di lotta di classe. E pazienza se ti fossi limitato a proclamare «beati i poveri»: il buon Matteo ci ha aggiunto un “di spirito” (Mt 5,3) e si è salvato in corner. Ma tu no, hai dovuto per forza aggiungerci quel: «Ma guai a voi, ricchi» (Lc 6,24). Hai presente quante pagine di teologia ci è costata questa battuta, dai tempi di Clemente Alessandrino, 17 secoli fa? E quante, di esegesi contemporanea, quella sulla cruna dell’ago, col cammello o quant’altro non riesce ad entrarci? (Lc 18,25). E sai, quanto sono costate, entrambe, a coloro che, un po’ ovunque, ma soprattutto in America Latina, ti hanno preso sul serio? Inclusi quanti sono adesso impegnati a elaborare una “Teologia della Prosperità” in alternativa alla “Teologia della Liberazione”... Perché, sai, noi siamo cristiani.

Trattandosi d’un vizio di famiglia, hai pensato poi di portare a compimento l’opera di papà. Se, infatti, Dio si era limitato a minacciare Gerusalemme di renderla obbrobrio e scherno di tutta la terra (Ez 22,4), anche per come trattava gli stranieri... tu ne hai fatto una questione escatologica: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli... perché ero forestiero e non mi avete ospitato...» (Mt 25, 41), obbligandoci a elaborare infinite, quanto improbabili, motivazioni “per il loro bene ”... Perché, sai, noi siamo cristiani.

E come ciliegina sulla torta hai pensato di metterci i bambini: «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10). Almeno qui, nessuno li disprezza. Ma, toglimi una curiosità: anche i bambini Rom hanno degli angioletti su nel cielo? Sono sporchi anche loro e fastidiosi? E a loro cosa fate: prendete le impronte digitali o la misura dell’apertura alare? Sarebbe interessante saperlo... Perché, sai, noi siamo cristiani.

Hai invece decisamente esagerato quando hai preteso che non rispondessimo alla violenza con altra violenza: «ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra» (Mt 5,39). E che diamine, non saremo i più tonti! Anche in questo però ci siamo attrezzati: adesso, infatti, lo schiaffo lo diamo preventivo, così poi non ci sono problemi di guance... Perché, sai, noi siamo cristiani.

E a ben vedere, quello poco cristiano – o perlomeno poco cattolico – a volte, sei apparso tu. Perché, d’accordo la misericordia... ma come si può essere tanto accondiscendenti con una pluri-divorziata e convivente come la Samaritana? Non le hai nemmeno chiesto di regolarizzare la sua situazione! L’hai, anzi, introdotta in una dinamica di comunione con Dio, “in spirito e verità ” incurante, dei riti, delle tradizioni, dei luoghi e delle regole! Altro che lo stupore silenzioso e un po’ vigliacco degli apostoli: lo sai, vero, cosa ti direbbero oggi i tuoi legittimi rappresentanti? Perché, anche loro sono cristiani...

Il fondo però l’hai toccato con l’adultera. D’accordo, non potevi lasciarla lapidare: per questo l’avevano condotta. Inoltre, il cattivo esempio l’avevi avuto in famiglia: anche Giuseppe, quando ancora non sapeva la storia dell’angelo, credendo che tua madre l’avesse tradito, aveva pensato di violare la legge, disobbedire a Mosé e ingannare i sacerdoti per salvarle la vita. Il bello è che Matteo commenta: “perché era giusto”! Ma siamo sicuri che questo vangelo abbia l’imprimatur? Ad ogni modo la tua reazione fu inaudita: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7). Bell’esempio di relativismo morale! Se i giudizi dovessimo pronunciarli non in riferimento alla verità – unica e assoluta – ma alla condotta dei presenti, addio! Tutto diventa relativo... e il papa si arrabbia. Come dargli torto: è cristiano anche lui!

C’è un’ultima questione sulla quale vorrei un po’ di luce. Sai, fino a questo punto ho ripetuto come una litania “perché noi siamo cristiani ”... non tutti però, anche se l’abbiamo creduto per secoli. Sì, è vero, c’erano un po’ di comunisti, ma in fondo aveva ragione Benedetto Croce: non potevamo non dirci cristiani. Ora invece tornano i turchi! Va beh, i mussulmani... Allora, come dobbiamo comportarci? Lanciamo di nuovo una bella crociata o dobbiamo “tollerarci”? Qualcuno sostiene persino che dovremmo diventare amici, perché crediamo nel medesimo Dio. Le Chiese ogni tanto ci provano, ma – a dire la verità – non sembrano troppo convinte. Tu, come sempre, ci spiazzi. Perché leggendo con attenzione i vangeli, scopriamo che incontrando persone di altre fedi, mai hai chiesto loro di convertirsi. Di più: in qualche caso li hai persino additati quali esempi da imitare! Allora?! In parrocchia abbiamo recentemente organizzato un incontro con l’Imam della Moschea vicina, un caro amico, il quale ci ha poi invitato a organizzare una festa assieme. La cosa – inutile negarlo – “ci prende”, ma com’è che ci si sente “fuori” proprio e soprattutto quando si mette più a frutto il tuo insegnamento?!

Ho finito. Ormai ne ho dette tante, ma dopo 40 anni non potevo cavarmela con un semplice telegramma! Un’ultima domanda però mi sorge spontanea, dal profondo, ripensando a quanto sta succedendo e al nostro modo di intendere e vivere la fede: «Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno?» (Lc 4,34). È una domanda imperiosa, che tanto più si fa nitida e cosciente, tanto più m’impietrisce dalla paura, perché so bene chi un giorno te l’ha già rivolta. Era Legione. Non uno quindi, ma un’intera Legione di demoni. Non posso però farne a meno. La prossima volta, allora, anziché un orsacchiotto, portaci un cuore grande, come quello proverbiale della tradizione milanese, che spesso il nostro arcivescovo ci ricorda, e un po’ di aria fresca.

don Alberto



WWW.SULLASOGLIA.IT

Un gruppo di amiche e amici, di diverse appartenenze ed età, accomunati dall'amore per la Parola e la passione per l'uomo, ha deciso di intraprendere una nuova esperienza, sfruttando le moderne tecnologie.

La Parola e le storie delle persone ci hanno fatto incontrare e, per quanto ciascuno di noi operi nei rispettivi ambiti di impegno sociale, culturale, ecclesiale e politico, le nostre strade si intersecano continuamente a questi due incroci fondamentali.

Quali maestri-testimoni della nostra fede e costanti punti di riferimento, amiamo ricordare il Card. Carlo Maria Martini e Padre David Maria Turoldo, tra i molti, più o meno conosciuti.

Una menzione particolare spetta a don Angelo Casati che, da anni, rappresenta per noi una guida fresca e discreta, rispettosa delle originalità di ciascuno e richiamo incessante ai segni dello Spirito e alla Chiesa del Concilio.

Sono molti coloro che, in questi anni, incontrandolo, anche per pochi istanti, hanno sperimentato, nel suo sorriso e nelle sue parole, il volto buono di una Chiesa che sa essere amica più che maestra e maestra solo in quanto prima e soprattutto amica.

Abbiamo perciò deciso di condividere, attraverso un sito, che sarà attivo da settembre (“www.sullasoglia.it”) una serie di materiali che, a diverso titolo, rappresentano per noi dei buoni strumenti di cammino (tra questi, in particolare, le omelie domenicali di don Angelo e i suoi scritti), e inoltre suggerire appuntamenti e letture, che riteniamo interessanti.

Con amicizia,

La redazione di “Sulla soglia”




Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

OLMO RICCARDO GUERRA
ATHULYA MARIA GIULIA GREPPI CAPPA
CARLOTTA PENCO
TOBIAS FRANCESCO BIZZOZERO
DAVIDE CASU
RICCARDO ANTONINO SIANO
FEDERICO BUSNARI
VALERIO BARZAGHI
JACOPO FATTORINI
VIRGINIA COSTA
AURORA MAMMI
CLAUDIA PIERINI
CHRISTIAN BIANCHI
NICOLAS BIANCHI
GIOVANNI ALFONSO BERGAMASCO




abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

GIOVANNI CROSTI (a. 71)
PIETRO ENZO TOGNOLO (a. 93)
MATTEO MARIA TORQUATO PALLONI (a. 45)
ROMANA BIELLI GALLOTTI (a. 92)
FLORA LEVI ved. PEPE (a. 92)
PIETRO BESTETTI (a. 89)
ENRICA MENNI ALBERA (a. 74)
TOMMASO TRANFA (a. 72)




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