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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

marzo 2008    


Lasciatemi sognare angeli e fessure

Non mi riesce di staccarli dalla mente. E penso succeda a tanti di noi. Anche se i loro nomi sono scomparsi dai giornali e i volti si vanno lentamente dissolvendo. Mi perdevo nei loro occhi, quando ancora sgusciavano dalle pagine dei quotidiani. Era come li abitasse la luce. Imperversano ora, su quotidiani e riviste, facce truccate. E sarà fiera. Per giorni e giorni. Ora il posto è per la fiera.

Ma altri - ed hanno la mia stima - dicono che c’è un posto segreto, dove tu parli ogni giorno, dici parole che non saranno mai scritte. Le dici a te o alla persona che ami. Anche se non sente? O le dici a Dio. Che sente. È un posto dove i due ragazzi di Gravina ancora hanno dimora. In noi. La fiera non li ha espulsi. È un luogo sicuro.

Non mi riesce di staccare dalla mente quell’ingresso dall’alto, buca che si fa buia ad ogni sussulto di discesa e buio ultimo, quello senza risposta, in cui dimorarono uno accanto all’altro, guardandosi negli occhi, Francesco e Salvatore. Mi pesano sul cuore, fino a sfondarlo, quelle ore, fatte d’ombra, dell’uno e dell’altro. Forse più ore, un tempo più lungo, per uno dei due, per Francesco. A un fiato da un fratellino morto. Come può, mi sono chiesto, un ragazzino reggere alla morte accanto? E la domanda mi spaccava il cuore. L’interrogazione scuoteva la fede: perché all’ingresso della cisterna di Gravina non si udì il grido di Gesù, il Signore che amo, il grido che invece udirono altri a una tomba, poco fuori Betania: “Vieni fuori”?. Quel giorno lo sentirono gridare a gran voce, era voce di urlo, urlo di dolore e di protesta: “Lazzaro, vieni fuori!”. Non voce invece, non grido tra le pareti morte di una casa morta a Gravina.

E quali pensieri avranno navigato nella loro mente e nel loro cuore, in quella veglia impotente di ore o di giorni? Possiamo - mi chiedo - sperare che ci sia un angelo anche per la morte? O gli angeli sono solo nel giardino della risurrezione? Ci sono soltanto al risveglio della luce o anche quando si infittisce e fa peso la tenebra dell’agonia? Sì, oso pensare che ci sia un angelo delle tenebre più buie. Mi induce a pensarlo Luca, l’evangelista, che fa menzione di un angelo nell’ora in cui al Getsemani, nel giardino dell’agonia, di buio si infittirono pure i rami lucenti degli ulivi e a tremare fu il cuore del figlio di Dio. E Luca annota: “Ora gli apparve un angelo dal cielo che lo confortò”.

Non sta scritto. Ma lasciatemi sognare che ci sia un angelo dell’agonia. E che sia il segno della compassione di Dio nell’ora più buia, quella estrema. Un’ora che attende, invoca, una tenerezza, la tenerezza da cui si sentì sfiorare, secondo un racconto rabbinico, Mosè, quando con il cuore gonfio vide avvicinarsi la morte e non era per lui ancora terra promessa. Il racconto rabbinico da un lato indugia sullo sconvolgimento di Mosè di fronte alla morte, dall’altro sulla tenerezza con cui Dio lo accoglie nel suo morire.

Questo il midrash dei rabbini: «Ascoltiamo come morì Mosè. Avendo finalmente accettato di morire, Mosè implora Dio di non consegnarlo alle mani dell’angelo sterminatore, che gli fa paura. E Dio glielo promette. L’angelo sterminatore si avvia verso Mosè a tre riprese, ma può solo guardarlo da lontano (come la terra promessa). L’ultima ora è giunta. Mosè la impiega per benedire le tribù di Israele. Incomincia, benedicendole una alla volta. Ma siccome il tempo incalzava, le benedice tutte insieme.

Poi, circondato dal prete Eleazar e dal figlio Pincas e seguito dal discepolo Giosué, incomincia a scalare il monte Nebo, lentamente. Entra nella nube che lo attende. Mosè avanza di un passo e si volta a vedere il popolo che lo segue con lo sguardo. Avanza di un altro passo e si volta di nuovo per vedere gli uomini, le donne, i bambini rimasti laggiù. Alcune lacrime scendono dai suoi occhi: non vede più nessuno.

Arrivato sulla sommità della montagna, si ferma. “Hai ancora un minuto.” Dio lo previene per non privarlo del suo diritto alla morte. Mosè si stende sul suo giaciglio. “Chiudi gli occhi”, gli dice Dio. E Mosè chiude gli occhi. “Incrocia le braccia sul petto”, gli dice Dio. E Mosè incrocia le braccia sul petto. E Dio lo bacia sulla bocca, in silenzio. E l’anima di Mosè si rifugia nell’alito di Dio. Che lo porta nell’eternità.

Il popolo d’Israele, ai piedi della montagna brumosa, pianse. E tutta la creazione pianse.

Lassù gli angeli e i serafini lo accolsero nella gioia che risuonò in tutte le sfere celesti».

Lasciatemi pensare che Dio o un suo angelo abbia chiuso, teneramente chiuso, gli occhi dei due ragazzini nella prigione del buio, che abbia composto loro a croce le braccia e li abbia baciati sulla bocca in silenzio e che la loro anima si sia rifugiata nell’alito di Dio, che li abbia portati nell’eternità. Per un attimo l’ho pensato. Tuttora continuo a pensarlo. Come avvenne per Mosè.

Ma questo non impedì che il popolo d’Israele, ai piedi della montagna brumosa, piangesse. Questo non impedì che Gesù alla tomba dell’amico scoppiasse in pianto. Questo non impedisce a noi di fremere come Gesù di indignazione per le aggressioni continue alla vita.

La promessa che Dio un giorno vendicherà i suoi figli dell’aggressione della morte non può che sollevare a speranza i cuori devastati. Ma credere nella risurrezione e rimandarla al futuro non basta. Come sognarla se oggi non ne vediamo brividi di luce su questa terra? Fessure.

Occorrono segni, cioè fessure da cui oggi qui sulla terra intravedere Dio e la sua gloria. Pozze di fuoco in cui fin d’ora balugini il sussulto del futuro. Gesù sulla terra aprì segni, aprì con la sua vita fessure. Da cui sorprendere la gloria futura.

“Se credi” diceva a Marta, l’amica di Betania che voleva fermarlo dall’azzardo di togliere la pietra del sepolcro. “Se credi” le diceva Gesù “vedrai la gloria di Dio.” Si aprirà per te, Marta, nella tua vita, una fessura e dalla fessura vedrai in che cosa veramente consista la gloria di Dio. E fu segno, e fu fessura quel giorno e Marta vide la gloria di Dio riposare in quell’amico, il Figlio di Dio che singhiozzava. Strana fessura, strana gloria, strano Dio, un Dio che piange. Strano agli occhi di quanti fanno della distanza e della imperturbabilità il segno della gloria. Strana fessura, strano segno, strano Dio. Vide la gloria riposare in quel Rabbì di Nazaret che metteva a repentaglio la sua vita per un amico, per di più già morto. Strana fessura, strano segno, strano Dio. Strano agli occhi di quanti fanno di se stessi e della loro difesa la loro gloria.

Ma non era forse iniziato così, nel vangelo di Giovanni, il racconto dei segni, delle fessure da cui sorprendere Dio? Prima fessura, primo segno, quello del banchetto a Cana di Galilea, banchetto di nozze. E che il vino ci sia e sia buono fino alla fine! “Manifestò” è scritto “la sua gloria.” Anche là, da una fessura, i discepoli videro la gloria di Dio. La videro riposare su un Dio che pensa al vino, pensa all’ebbrezza di una festa. Strano segno, strana gloria, strano Dio. Strano agli occhi degli “spiritualisti” che proprio non apprezzano che un Dio si sprechi per il vino. Ma lui imperterrito a fare segni, che siano fessure sul volto di Dio. Segni di risurrezione nell’oggi. Un Dio che salva una festa con il vino è un segno di risurrezione. Un Dio che mette a repentaglio la vita per un debito di amicizia è un segno di risurrezione nell’oggi. Un Dio che siede accanto e piange è un segno di risurrezione oggi, un Dio che grida: “vieni fuori” è oggi un segno di risurrezione. Fino all’ultimo segno, l’ultima fessura sulla terra, il giorno in cui videro la gloria, ultima fessura, appesa a un legno, legno di croce, il legno, dove finalmente posò il capo. Lui che aveva detto: “Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Strano segno, strana fessura, strana gloria. Strana agli occhi di coloro che la gloria la mettono nello spremere gli altri. Emozionante segno su Dio. Emozionanti i suoi segni della risurrezione oggi.

E noi? Noi prolunghiamo la sua gloria quando fremiamo e ci indigniamo davanti alle aggressioni, alle infinite aggressioni, quando piangiamo e singhiozziamo come Gesù, quando vinciamo, ovunque sia, l’aria di morte. E non rimandando all’aldilà. Perché questa è la fede che viene chiesta a noi, come un giorno a Marta. Ci viene chiesto di credere che Gesù è risurrezione oggi: “Io sono” - sono oggi - “la risurrezione e la vita.” E nell’oggi fa segni di risurrezione e di vita.

L’aria della morte va combattuta oggi. Oggi va combattuto tutto ciò che ci fa morti dentro, chiusi dentro. Morti ci fa questo non pulsare più per niente, prosciugati in ogni brivido dalla corsa al denaro, al successo, ai seggi della gloria.

Noi per i primi sentiamo di essere sfiorati da un’aria di morte, non ne siamo esenti. Spesso poi la sorprendiamo con disgusto nelle parole, nelle esternazioni, nelle proclamazioni infinite. E nessuno che pianga, si elencano i mali, ma nessuno che veramente pianga. Tu lo vedi dagli occhi se uno piange dentro o se invece gli interessa di sé. E non dell’amarezza di un popolo.

Morti dentro. Assetati della loro gloria. E non di quella di Dio. Che è la gloria di chi entra nella casa dell’altro, di chi piange con l’altro, di chi mette e repentaglio la sua vita per l’altro, di chi apre tombe ammuffite, di chi sbenda gli occhi, di chi ti salva dagli infiniti soffocamenti, dicendoti: “Vieni fuori!”.

don Angelo



C’È UN POZZO, C’È UN’ORA, C’È UNA DONNA
Omelia di don Angelo nella seconda domenica di Quaresima
17 febbraio 2008 (Dt 5, 1-2.6-21; Rm 13, 7-14; Gv 4, 5-42)

Ci rimane in cuore lo stupore. Per l’intensità, il brivido, la freschezza di questo incontro al pozzo di Sicar. Si scioglie la donna, ma si scioglie anche Gesù, si mette a sognare: mancano quattro mesi e lui vede i campi che già biondeggiano. Finalmente si respira. Anche lui respira. Anche lui veniva da un’aria soffocante, irrespirabile. Da dove veniva? Dalle solite beghe clericali. Leggete i primi versetti del capitolo che sono stati omessi. Viene dalla Giudea e di che cosa si discuteva in Giudea? Del fatto che lui battezzava più di Giovanni. Quando poi non era nemmeno lui a battezzare, ma i suoi discepoli. Meschinità, piccinerie, problemi di sondaggi. E c’è un pozzo.

E c’è un’ora, verso mezzogiorno. E c’è una donna. C’è sempre un pozzo e ci può sempre essere un’ ora. E ci sei tu, ci sono io. A questo pozzo. E l’ora può essere questa. Dico, l’ora dell’acqua viva, dell’acqua che zampilla, dell’acqua che disseta.

E l’acqua richiama qualcosa di sorgivo, di misterioso, di imprevedibile, qualcosa di gratuito, di spontaneo, di inafferrabile. Sì, è l’ora dell’imprevedibile. È l’ora in cui si possono toccare gli estremi. Qualcuno avrebbe detto - dall’alto della sua cattedra - che no, gli estremi non si toccano, che non si toccano mai gli estremi.

Era una donna samaritana. E i samaritani erano ritenuti impuri, religiosamente impuri. E poi era una donna. E le donne erano ritenute impure. E per di più una donna come quella! Era l’estremo dell’abiezione.

E passa Gesù di Nazaret, l’uomo dell’acqua viva, l’uomo dell’acqua imprevedibile, l’acqua che zampilla. Passa e si ferma, veniva anche lui da acque stagnanti. Passa e si ferma. E gli estremi si toccano. La terra desolata della donna, beve, beve al pozzo del profeta dell’acqua viva. Beve, finalmente, l’acqua che zampilla! E gli estremi si toccano. Questa quaresima è il tempo in cui gli estremi si toccano.

Dunque una pagina, questa, di immensa speranza, anche per chi di noi si sentisse chiuso, impermeabile, arido come un deserto. Dopo quello che è avvenuto quel mezzogiorno al pozzo di Sicar, tutto può succedere. L’acqua può riprendere a zampillare. Anche in me. Può riprendere a gorgogliare.

E riprende il canto della speranza. Dopo tante, troppe, delusioni. Dopo tanti, troppi, inaridimenti. Dopo tante, troppe, meschinerie. Dopo tanti, troppi, attentati alla speranza.

Ma quando è uccisa la speranza? È per mancanza di amore che è uccisa la speranza: è uccisa quando ci si sente giudicati, giudicati e non amati. Quella donna viveva, se la sentiva incollata alla pelle, l’esperienza amara di coloro che si sentono giudicati, giudicati e non amati.

La domanda ritorna a noi. Dopo millenni di storia cristiana, che cosa trovano gli altri presso di noi? Gli occhi del rabbì di Nazaret o trovano la freddezza e la rigidità delle pietre? “Da uno come te” sembriamo dire ”non verrà mai nulla di buono!”. Vedete è il mondo della meccanicità - causa… effetto! - è il mondo della concatenazione, non c’è spazio per la sorpresa.

Anzi, c’è sorpresa per l’opposto, sorpresa che tu, rabbì di Nazaret, perda del tempo con una donna. È la sorpresa dei discepoli. Un modo di pensare che ci soffoca e ci rende a nostra volta soffocanti. Ci fa roccia dura, roccia arida, roccia fredda. Glaciali! Quante volte diamo l’impressione di essere ancora dalla parte di quei discepoli, di non essere ancora passati dalla parte del Maestro. E sulle labbra abbiamo prediche, abbiamo comizi, abbiamo frasi fatte, parole lontane e non parole sentite. Dentro un bisogno, invece, di parole che vengano dal cuore. Parole , lasciatemi dire, rare. Perché, se vengono dal cuore, le parole sono rare. E lunghi i silenzi. Quante volte diamo l’impressione di essere creature che recitano, recitano una parte. E i gesti ingessati, sorvegliati, preoccupati dell’opinione pubblica, dell’infinito sondaggio.

Dunque bisogno di un’acqua che ci liberi dalla durezza del cuore, ci liberi da una vita fatta di proclami e non di autenticità. E dunque bisogno di bere alle sue parole. E che gli estremi si tocchino.

E osservate la bellezza e la rivoluzione di Gesù che va a rivendicare l’importanza del pozzo che è scavato in ciascuno di noi. È come se dicesse alla donna samaritana: “C’è un’acqua nel tuo pozzo, scava nel tuo pozzo e l’acqua sgorgherà”. Lui, il Maestro, l’aiuta a scavare, a scavare dentro.

E rivendica, anche questa è una rivoluzione, e non vorrei che l’avessimo a nostra volta tradita, rivendica lo spirito per la vera adorazione: “È a Gerusalemme o su questo monte? È una religione o un’altra?” Le religioni hanno bisogno di monti. Ma per Gesù i monti sono relativi. A confronto dell’adorazione in spirito e verità. Voi mi capite: arrivate sulla cima del monte e non siete più imprigionati. È il massimo dello sconfinamento.

Ditemi voi come avrebbe potuto tenere per sé quell’incontro la donna? Non sappiamo a chi l’ha raccontato. Sappiamo che era troppo l’incanto perché non giungesse fino a noi.



Più umili con i laici
di Enzo Bianchi

Come avevamo più volte paventato e cercato di scongiurare anche da queste colonne, è ormai iniziata una nuova stagione nei rapporti tra credenti cristiani e i cosiddetti “laici”, cioè non cristiani in Italia. Da un confronto, un dialogo, comunque un clima in cui scarse erano le diffidenze reciproche, siamo passati a una stagione di aperto conflitto, di non ascolto, di polemica e a volte a situazioni di intolleranza, fino al disprezzo dell’altro e al non riconoscimento di quelle capacità di cui ogni essere umano è dotato e che lo fanno appunto tale: la capacità del bene e del male, la capacità di avere e di ritemprare un’etica, la capacità di custodire e vivere una vita interiore o spirituale.

La situazione attuale è grave e forse stiamo già vivendo uno scontro: non il conflitto tra islam e occidente cristiano profetizzato da Huntington, ma uno scontro all’interno delle nostre società europee, uno scontro non sulla fede o sulla cultura, ma sulla morale, sull’etica. Pare sempre più difficile ormai che lo stato possa legiferare tenendo conto di tutte le componenti culturali della nostra società plurale e sembra che le posizioni religiose possano essere lette solo come fondamentaliste, settarie e quelle dei laici, per converso, come nichiliste e incapaci di affermare valori umani. Certamente alcuni eventi recenti, come la mancata presa di parola di Benedetto XVI all’inaugurazione dell’anno accademico all’Università La Sapienza a Roma, pesano e peseranno proprio sulla possibilità di confronto e di dialogo: comunque occorrerà lavorare con serietà, impegnarsi a fondo affinché questa polemica cessi e lasci spazio al-l’ascolto reciproco.

È anche vero che negli ultimi mesi sono stati pubblicati numerosi libri e pamphlet contro i cristiani, e i cattolici in particolare, che hanno indotto alcuni di questi ultimi a sentirsi assediati e osteggiati, ma un cristiano autentico non teme queste schermaglie che pur lo rattristano. Ci sono tra i non cristiani, tra i “laici”, grandi spiriti capaci di autenticità, di ricerca, di passione per l’uomo che devono restare interlocutori dei cristiani. La loro preoccupazione per la laicità è passione per la polis, per la sua edificazione nella convivenza e io ritengo che siano un grande aiuto per noi cristiani anche in vista di una purificazione della nostra fede, di un’autocritica necessaria per non cedere alla seduzione degli idoli “religiosi”: è una possibilità di cercar insieme ciò che è bene per l’uomo e per la società. Diversi di questi laici, pur restando autenticamente tali, hanno saputo essere eloquenti sui media e prendere le distanze da quei “militanti” inclini a denigrare la fede, il cristianesimo e le religioni.

In vista di un’auspicata ripresa del dialogo, pur sapendo che i giorni sono cattivi perché parole come dialogo, confronto, ascolto reciproco sono diventate anche in ambito cristiano “espressioni di cui diffidare”, credo che i cristiani dovrebbero nutrire alcune preoccupazioni. La prima è quella della comunicazione: oggi molti messaggi che vengono da figure ecclesiali rappresentative sembrano non essere comprese e registrano un’immediata non ricezione da parte di molti, soprattutto non cattolici. Per una comunicazione vera ed efficace occorre che colui che riceve il messaggio sia messo in condizione di recepirlo correttamente; ma se la formulazione del messaggio pone problemi, se non spiega sufficientemente, se non avviene nel momento adeguato, se addirittura si lascia affiancare o si compiace della solidarietà di altre emittenti che hanno interessi diversi da quelli della fede, allora tutto è davvero minacciato. Sovente registriamo questa traiettoria che disorienta: emissione di una parola, reazione e giudizio negativi, tentativo di chiarimento da parte dell’emittente con lagnanze per la mancata ricezione... Eppure la celebre formula di Mc Luhan - “anche il medium è messaggio” - dovrebbe pur insegnare qualcosa.

Sì, occorre prendersi cura non solo del contenuto del messaggio, ma della sua corretta ricezione: un reale deficit di comunicazione finisce per approfondire sempre di più il solco tra cristianesimo e cultura, questo solco che ormai da trent’anni è sotto osservazione da parte dei cristiani che cercano di colmarlo con la costruzione di ponti di comunicazione e di confronto reciproco. Il fatto che la gente cui ci si vorrebbe rivolgere non recepisce il messaggio o addirittura ne fa una lettura stravolgente dovrebbe essere fonte di viva preoccupazione: l’incomunicabilità può dipendere non solo dalla sordità di un interlocutore ma anche dalla scelta di una lingua non idonea...

Legata alla questione della comunicazione c’è anche quella dello “stile”: tema fondamentale per chi è cristiano. Nella vicenda di Gesù come è stata narrata nei vangeli, lo stile è importante quanto il messaggio: chi conosce il Nuovo Testamento è consapevole dell’urgenza che l’annuncio sia accompagnato da una testimonianza di vita, da un modo di agire conforme al messaggio che si vuole comunicare. Nei vangeli ritroviamo sulla bocca di Gesù più ammonimenti sullo stile di vita e di predicazione dei discepoli – “amatevi come io vi ho amati ... imparate da me che sono mite e umile di cuore ... non fate come gli ipocriti ... non così è tra voi...” – che non sul contenuto del messaggio che è sempre semplice, sintetico, preciso.

Dal concilio Vaticano II i cattolici hanno tratto un insegnamento non sul contenuto della fede – solo chi è sprovveduto di senso ecclesiale o incerto nella fede può pensare che la fede sia cambiata nella chiesa! – ma soprattutto sullo stile: stile dello stare dei cristiani in mezzo agli altri uomini, stile nel partecipare alla vita della polis, stile nell’attuare l’evangelizzazione e la missione, stile nell’incontro con i credenti in altre religioni o con i non credenti. E questo non è affatto privilegiare la forma rispetto al contenuto, non è badare alle apparenze anziché alla sostanza, né tanto meno pensare che si tratti di addolcire una pillola amara, bensì percepire che dal “come” viene annunciata la “buona notizia” dipende la stessa credibilità dell’annuncio. Il concilio ha voluto proprio rinnovare questa credibilità: per essere percepito come meritevole di fiducia, affidabile, il messaggio di Gesù deve essere vissuto da chi lo predica, deve essere accompagnato da un agire coerente, disinteressato, gratuito, deve essere animato dall’amore per l’uomo e non dalla ricerca di potere, deve essere proclamato lasciando nella libertà gli ascoltatori, senza imposizioni e senza pressioni, con mezzi e atteggiamenti conformi a quelli usati da Gesù stesso e dalla chiesa nascente.

Lo stile con cui il cristiano sta nella compagnia degli uomini è determinante: da esso dipende la fede stessa, perché non si può annunciare un Gesù che racconta Dio nella mitezza, nell’umiltà, nella misericordia e farlo con stile arrogante, con toni forti o addirittura con atteggiamenti mondani che appartengono a stagioni della politica o della militanza sociale.

Qua e là emergono statistiche e dati che testimonierebbero un calo di fiducia nella chiesa: non crediamo che la fiducia autentica sia soggetta a interpretazioni facili, a sondaggi, a sbalzi improvvisi... ma resta vero che siamo in una società che, ci piaccia o no, guarda soprattutto all’immagine e questa deve molto allo stile. Da qui l’esigenza di vigilanza da parte dei cristiani, da qui una sana preoccupazione riguardo al “volto” di Gesù e della chiesa che riusciamo a tratteggiare per i nostri contemporanei. I cristiani non devono temere né essere angosciati per il rischio di essere letti come minoranza: ricordiamoci che secondo la Bibbia indire un censimento per contarsi non è gradito a Dio. La fede non è questione di numeri, ma di convinzione profonda, di grandezza d’animo, ed è ciò che “fa” il cristiano autentico e la sua parola credibile.

La Stampa, 10 febbraio 2008



Così sia

Poi che anch’io sono caduta
Signore
dinnanzi a una soglia -

come il pellegrino
che ha finito il suo pane, la sua acqua, i suoi
sandali
e gli occhi gli si oscurano
e il respiro gli strugge
l’estrema vita
e la strada lo vuole
lì disteso
lì morto
prima che abbia toccato
la pietra del Sepolcro -

poi che anch’io sono caduta
Signore
e sto qui infitta
sulla mia strada
come sulla croce

oh, concedimi Tu
questa sera
dal fondo della Tua
immensità notturna -
come al cadavere del pellegrino -
la pietà
delle stelle.

Antonia Pozzi (1912 - 1940)

9 aprile 1933



Nessuno è un’isola, quali tracce per il cammino delle famiglie?
Relazione dell’incontro tra famiglie
tenutosi il 20 febbraio scorso presso il salone dell’oratorio.

L’incontro del 20 febbraio ultimo scorso nasceva con l’intento di riprendere il discorso interrotto la volta precedente. A dicembre ci eravamo lasciati, se ricordate, con un interrogativo: che cosa blocca il percorso di una unione, di una coppia? Perché, se c’è una causa riconoscibile, non ce la si fa a volte? E al contempo cosa può aiutare a tenere vivo un cammino? Con questa domanda vi avevamo invitato e con questa domanda abbiamo aperto il nostro incontro.

Non pensavamo davvero che avremmo trovato la risposta, o anche solo una risposta, a questi quesiti. Eravamo consapevoli che ogni essere umano è unico e ogni coppia pure; che ciò che funziona per una coppia può non significare nulla per un’altra e ciò che rappresenta un problema grande in una famiglia, in un’altra può essere tollerato senza perdere il piacere di stare insieme.

Ma sempre i nostri incontri sono stati animati dal credere profondamente che, anche se una risposta al problema e al dolore che si sta vivendo non c’è, c’è comunque la bellezza di stare insieme, di non essere soli. Crediamo nell’utilità di avere uno spazio in cui poter essere ascoltati e crediamo che questo stare insieme e raccontarsi possa portare comunque qualcosa. Nel raccontarsi ci si ritrova e spesso ciò che l’altro dice risuona in me e mi permette di avere un pensiero nuovo, un’idea nuova, una nuova speranza. Apre nuove possibili visioni.

Tra l’incontro di dicembre e questo è stata pubblicata la lettera del Cardinale Tettamanzi: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito – lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione”. È stato sottolineato come soprattutto nella prima parte ci sia un segno di grande vicinanza e un riconoscimento di certe prese di posizione molto dure da parte di uomini di chiesa verso le persone a cui la lettera è rivolta. Nella seconda parte, per quanto riguarda l’accesso all’eucaristia, la lettera rimane sulle posizioni tradizionali della chiesa e si fa fatica a condividere le argomentazioni che portano all’esclusione. Però certo questa lettera è un primo passo, un segno importante.

Dopo la riflessione sulla lettera del Cardinale abbiamo lasciato lo spazio, come sempre libero, agli interventi delle persone che erano presenti.

Credo che tutti i presenti siano stati colpiti dall’urgenza con cui questo spazio è stato riempito dalle storie e dalle domande delle persone che partecipavano all’incontro. Come se davvero ci fosse bisogno in alcuni casi di capire (ma la “famiglia” è davvero solo così faticosa?….ma non è che oggi c’è poca voglia di impegnarsi e davanti alle prime discussioni si molla e si va in crisi?…. forse oggi non c’è più spazio per il compromesso?… ma per i figli cos’è meglio?...) e come se ci fosse bisogno in altri casi di raccontare per condividere, per aiutare a capire, per confrontare il proprio vissuto con quello altrui.

Tutti i racconti che ci sono stati donati, anche con fatica ed emozione profonda, raccontavano di cammini dolorosi, di percorsi a cui si era arrivati magari dopo molti anni di matrimonio, di scelte che hanno pesato con tutta la loro responsabilità e senso di colpa. Ma anche del nuovo e del bello che questa scelta ha portato nella propria vita e in quella dei figli. Nella propria famiglia.

Questa scelta, secondo racconti portati quella sera, era arrivata sempre per necessità, per poter riprendere a vivere, per poter respirare nuovamente, per non sentirsi fuori luogo nelle proprie stesse case, per poter essere di nuovo persone migliori, per sé e per i propri figli. Arrivava, in questi casi almeno e forse paradossalmente, dopo un grande ragionare sulla famiglia e sulla sua funzione e proprio per salvare la famiglia ridandole dignità.

C’erano alcune cose in particolare che sono emerse come elementi fondamentali, da salvaguardare perché preziosi, troppo preziosi per farli schiacciare da un matrimonio finito. Tra questi innanzitutto il rispetto. Il rispetto per sé, per l’altro, per i bambini. Una comunicazione che sia autentica e rispettosa, scambio tra persone autentiche che si rispettano. Il comunicare ancora anche se in modo diverso è infatti un’altra cosa che va salvata. La famiglia si separa ma non finisce. Allora è importante riuscire a salvare questa comunicazione, questo rispetto e anche ciò che di bello c’è nell’altro, che resta. Certo cambia il modo di guardarsi, ma ciò che è bello, ciò che può servire al bene di questa nuova relazione, che, pur non essendo quella della famiglia iniziale, rimane comunque una relazione, va tenuto vivo e salvaguardato.

La difficoltà sta nell’impegno che tutti ci devono mettere, con i tempi di ciascuno. È un cammino, richiede tempo. Ma dà i suoi frutti, come ci veniva detto in una delle testimonianze portate, in cui veniva narrato come tutti hanno smesso di soffrire, come i figli hanno potuto godere di genitori più felici, come oggi tutti hanno qualcosa di più. Forse non sempre avviene così. Ma si può sperare che avvenga così.

Ci si è anche interrogati su come si arriva a ciò, come si arriva a non vedersi e a non riconoscersi più dentro una famiglia, che fine fa l’amore. Forse le cose si insinuano piano piano e, se non si vigila, portano a separare le vite delle persone. Gli errori si ripetono e si diventa estranei senza accorgersene. Forse si dovrebbe riuscire a proteggere il proprio amore e la propria famiglia quando ancora qualcosa di vivo c’è. Difenderla dall’invadenza del lavoro che finisce col prosciugare tutte le energie e gli spazi, difenderla dal mito della perfezione rispetto alla quale non c’è famiglia che non si senta inadeguata. Se la perfezione è un assoluto, il parametro su cui confrontarci, pena dichiarare il nostro fallimento per non averla ancora raggiunta, l’esito non potrà essere che amareggiarci, sentirci infelici e allontanarci. Importante diventa invece fermarsi, ritagliarsi del tempo di coppia anche piccolo, raccontarsi, vigilare su un rapporto, mai dandolo per scontato. È proprio in questo cammino che andrebbero aiutate le famiglie. È nel rispetto di questo tempo e di questo spazio per la coppia che andrebbero pensate le politiche familiari e gli interventi da parte di chi ha a cuore la famiglia. La chiesa stessa, mentre si concede sempre più spesso a proclami, a volte retorici, del valore e della difesa della “famiglia”, non sembra altrettanto attenta e vigile nella denuncia di fattori sociali che spesso minano la possibilità stessa di un dialogo familiare. Si veda ad esempio la pericolosità in termini di coppia della invasività del lavoro che finisce per togliere spazio vitale alla relazione.

Questo è quanto ci siamo raccontati quella sera. È stata una sera in cui ci siamo soffermati sulle situazioni reali non tanto con la presunzione di dare ricette o soluzioni miracolistiche. Ma con l’anelito di capire. Soprattutto “siamo stati insieme” e alla fine la serata si è chiusa con il grazie di chi, pur con la fatica della propria esperienza vissuta, tornava a casa sentendosi di nuovo famiglia, potendo vedere se stessi e i propri figli come una famiglia.

Da noi tutti un grande grazie a coloro che c’erano e che hanno dato vita a questa vicinanza di pensieri e di cuore.

Lucia Centolani per la Commissione Famiglia



CHE CERCATE?... (Gv 1,38)
LETTURA ECUMENICA DELLA PAROLA

Ogni sabato sera alle ore 18 a San Gottardo al Palazzo Reale,
la civica chiesa di via Pecorari, dietro Palazzo Reale, nel cuore di Milano.

Sabato 1° marzo, alle 18. Più di centocinquanta persone affollano San Gottardo, una piccola chiesa nel cuore di Milano, a due passi dal Duomo. Non manca qualche volto di abituali frequentatori di San Giovanni in Laterano. Fuori dalla chiesa sono esposte ben in vista delle locandine in cui campeggia la domanda “Che cercate?”. Qualche passante guarda incuriosito, si ferma a leggere gli avvisi che parlano di “Lettura ecumenica della Parola”. All’interno, la chiesa, che pure non è particolarmente bella, risplende, come trasfigurata; sul tabernacolo sta poggiata l’icona della Trinità di Rublev e al di sopra di entrambi sta una semplice, nuda croce che, per l’effetto della illuminazione, proietta sullo sfondo chiaro una duplice ombra, a destra e a sinistra. Un’arpa è pronta nel presbiterio. Nel presbiterio, oltre al lettore e all’arpista, stanno insieme e si alterneranno nell’animare il culto un presbitero cattolico, Gianfranco Bottoni, rettore di San Gottardo; una pastora metodista, Eliana Briante; un pastore valdese, Paolo Ricca, che ha incoraggiato con convinzione il progetto e cui è affidata la predicazione odierna.

Per la liturgia, il giorno non comincia a mezzanotte, ma va da un vespro all’altro. È, dunque, già domenica e sta per iniziare un culto cristiano ecumenico, una celebrazione di ascolto e annuncio della parola di Dio e di dialogo su di essa.

È la prima attuazione di una iniziativa promossa dal Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano, progettata per continuare e programmata attualmente fino alla pausa estiva. Di volta in volta, voci diverse per confessione, per sesso, per qualifica professionale e per ministero ecclesiale si alterneranno nel commento biblico e nell’annuncio che intende, dunque, essere non confessionale, ma insieme offrire a tutti la ricchezza delle diverse sensibilità proprie delle differenti tradizioni ecclesiali.

Culti ecumenici non sono qualcosa di inedito e, benché non frequenti, neppure ormai una rarità. Ma qui invece sta veramente accadendo qualcosa di nuovo. Perché per la prima volta, almeno in Italia, tutte le chiese cristiane locali si accordano per celebrare insieme regolarmente, settimanalmente, il giorno del Signore e annunciare Cristo, in una modalità che tiene particolarmente conto di chi è in ricerca, a chi si sta interrogando sul senso della vita e della fede. A differenza di altre belle iniziative, finalizzate a pregare insieme per l’unità, in questa l’ecumenismo è invece una premessa per compiere insieme l’annuncio alla città del nucleo centrale e comune della fede cristiana.

Momenti di silenzio e momenti di ascolto musicale si alternano alla lettura dei testi, alla predicazione, al successivo momento di dialogo tra i presenti e il predicatore, alla comune preghiera di lode e di invocazione.

Il primo brano ad essere letto sarà sempre un testo letterario. Questa volta è un ampio passaggio della Leggenda del Grande Inquisitore, tratta da I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Il testo biblico su cui verte l’appassionata e toccante predicazione di Paolo Ricca è l’episodio della unzione di Betania (Marco 14, 3-9). Le autorità religiose d’allora, rappresentanti della logica delle istituzioni religiose di ogni tempo e luogo in quanto siano centrate su se stesse e sul proprio potere, soddisfatte di sé, avvertono il pericolo rappresentato dalla mite sovversione di Gesù e lo rifiutano, tramando per ucciderlo; e anche tra i discepoli di ogni epoca non manca il “no”, impersonato qui da Giuda, provocato dall’aspettativa delusa. Ma tra questi “no”, ci viene annunciato che è possibile un “si”: il “sì”, senza parole, del gesto d’amore per Gesù compiuto da una donna anonima ed espresso nella follia di “sprecare” per lui un profumo preziosissimo. Una donna di cui si farà memoria ovunque il Vangelo verrà annunciato. Una donna nella quale ognuno è invitato a identificarsi, facendole assumere il suo nome.

Tutto concorre alla riuscita della celebrazione: gli interventi dei tre che la guidano, la modalità con cui è condotta la lettura, l’esecuzione musicale, l’attenzione di quanti collaborano. Ma, non meno, l’intensità con la quale i presenti partecipano e che esprime bene la consapevolezza della portata di quanto si sta vivendo. Dove due o tre sono riuniti nel Suo nome, il Signore ha promesso d’essere in mezzo a loro. Tanto più qui e ora, quando riuniti nel Suo nome al fine di annunciarlo ai fratelli e alle sorelle in ricerca sono cristiani separati in confessioni diverse, che troppo a lungo si sono combattute o al massimo ignorate e che da tempo sono in cammino, pur tra difficoltà, arresti, stasi, per riconoscersi fratelli.

Questo culto ecumenico non potrà essere partecipato da tutti coloro che prendono parte alle celebrazioni domenicali delle diverse confessioni, neppure da tutti coloro che lo desidererebbero. Ma è celebrato egualmente per tutti. Tutti i culti confessionali trovano infatti qui, insieme, una radice unitaria che li fa più veri e l’anticipazione dell’orizzonte di speranza che tutti li comprende e sostiene: “ut unum sint”.

La collocazione nel sabato sera, inoltre, acquisisce intenzionalmente anche il valore simbolico di inserirsi idealmente tra la conclusione dello shabbat ebraico e la memoria pasquale della domenica. Di tale sguardo allargato al rapporto con l’ebraismo, la “radice santa” (Romani 11, 16) della fede cristiana, attesta l’intervento di Moni Ovadia su “Il senso della festa”, previsto per il 29 marzo.

L’iniziativa che prende ora le mosse è un piccolo punto d’arrivo e un grande punto di partenza. Molti, molti hanno lavorato e lavorano, hanno pregato e pregano in tanti luoghi e modi, insieme e separatamente, per rendere possibile questo. Noi, che abbiamo avuto la grazia di vedere questo giorno e gioirne, li ricordiamo con gratitudine.

Maria Cristina Bartolomei


Segnaliamo i prossimi incontri:

Sabato 15 marzo
incontro con Luca Negro
Pastore evangelico, Conferenza Chiese d’Europa, Ginevra
letture di Mario Bertasa - all’arpa Fiorella Bonetti

Nella notte di Pasqua (22/23 marzo)
veglia ecumenica con i giovani di Osare la pace per fede
dall’una alle cinque del mattino

Sabato 29 marzo
incontro con Moni Ovadia:
“Il senso della festa”

L’iniziativa è promossa dal Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano
e dalla Rettoria di San Gottardo al Palazzo.




Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

GABRIEL PONTICELLI
ANNA REGA
SARA RORDORF
TITO RAPETTI
ALICE INTROZZI
GIOVANNI VECCHI
SEBASTIAN MOLA
LORENZO MARELLI



si sono uniti in Matrimonio

GAETANO DI STEFANO e MICHELA MACCHIONE



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

PIERANTONIA DANIOTTI ved. CROTTI (a. 97)
NATALIA COMASCHI (a. 81)
ADA COLOMBO ved. ORLANDO (a. 85)
GIULIANA GROSSI MASI (a. 52)
ADELE BOSSI ved. BALESTRA (a. 93)




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