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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

marzo 2009   


CHIESA SANTA E PECCATRICE

Questo numero del nostro Notiziario accompagna il tempo quaresimale. Mi sono chiesto: come vivere queste settimane, quale stile suggerisce alla chiesa e alla nostra comunità questo tempo? Siamo chiamati ad essere Chiesa che confessa il proprio peccato. Abbiamo vissuto con amarezza la vicenda del vescovo Williamson che proprio nei giorni nei quali il papa Benedetto con singolare magnanimità lo riammetteva nella piena comunione della Chiesa – dopo lo scisma provocato da mons. Lefèbvre – faceva dichiarazioni farneticanti che arrivavano a negare l’esistenza delle camere a gas nei campi di sterminio nazisti… Pochi giorni dopo il Papa si sentiva in dovere di riconoscere le responsabilità anche dei cristiani nella tragedia dello sterminio di sei milioni di Ebrei. Confesso d’esser stato scosso da questo episodio: immediatamente ho invitato la nostra comunità a stringersi attorno alla comunità ebraica di Milano, nella persona dell’architetto Stefano Levi Della Torre, la sera del 4 febbraio. Più avanti, alle pagine 10 e11, diamo conto di due reazioni critiche e della replica di Levi Della Torre. Un piccolo episodio che conferma la fatica del dialogo con l’ebraismo.

Lo scorso settembre un gruppo di parrocchiani guidati da don Angelo ha visitato i luoghi di Lutero, “culla” della “Riforma” della Chiesa da lui promossa che allora portò alla dolorosa rottura dell’unità della Chiesa e che il Concilio Vaticano II ha ripreso: purificazione e rinnovamento sono davvero una necessità per una chiesa pellegrinante che è segnata e “ferita” dai peccati dei suoi membri. Ad eccezione di Maria, la Chiesa porta sul suo volto “macchie e rughe” e i suoi membri devono “debellare il peccato” e “rinnovarsi continuamente”.

Giustamente noi chiamiamo la chiesa “santa Madre Chiesa”, ma fin dall’antichità e senza venir meno all’amore e alla fede per questa Madre, la si è chiamata casta meretrix, una formula che non ha bisogno di traduzione e che dice la santità e la miseria della Chiesa, la sua bellezza e il suo squallore, chiamata per questo a continua conversione.

Tra i tanti gesti dell’intenso pontificato di Giovanni Paolo II uno mi sembra assolutamente decisivo: la domenica 12 marzo 2000, prima domenica di Quaresima dell’anno giubilare, nella Basilica di san Pietro a Roma il Santo Padre, nel corso di una celebrazione penitenziale, ha riconosciuto le colpe storiche dei figli della Chiesa e ha chiesto perdono. «Alla fine di questo millennio – ha detto il Papa – si deve fare un esame di coscienza: dove stiamo, dove Cristo ci ha portati, dove noi abbiamo deviato dal vangelo». E nella Bolla di indizione del Giubileo scriveva: «Come successore di Pietro chiedo che in questo anno di misericordia, la Chiesa si inginocchi davanti a Dio ed implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi figli» (n. 11). Già la Lettera apostolica Tertio Millennio adveniente del 1994 affermava: «La Chiesa non può varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi».

Questo gesto penitenziale del Papa è stato preceduto da solenni parole pronunciate nel 1995 nella Repubblica Ceca a proposito delle guerre di religione: «Oggi io, Papa della Chiesa di Roma, a nome di tutti i cattolici chiedo perdono dei torti inflitti ai non cattolici nel corso della storia tribolata di queste genti». Si contano quasi cento testi nei quali il Papa ha riconosciuto colpe nella storia della Chiesa e almeno venticinque volte ha detto: «Io chiedo perdono» o parole analoghe. Nessun altro evento del Grande Giubileo è stato, come questo, preparato da interventi precisi e numerosi e da due incontri di studio e di approfondimento storico e teologico: il Colloquio sull’antigiudaismo e il Simposio sull’Inquisizione. Sul primo di questi due temi è stato anche pubblicato il 16 marzo 1998 un importante documento della Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo: Noi ricordiamo: riflessione sulla Shoah. Vi leggiamo parole che preludono all’atto penitenziale del 12 marzo 2000: «Per i cristiani questo grave peso di coscienza di loro fratelli e sorelle durante l’ultima guerra mondiale deve essere un richiamo al pentimento. Deploriamo profondamente l’errore di questi figli e figlie della Chiesa… Questo è un atto di pentimento: come membri della Chiesa, condividiamo infatti sia i peccati che i meriti di tutti i suoi figli…».

Il gesto di Giovanni Paolo II, gesto davvero singolare nella millenaria storia della Chiesa, non è isolato, conosce alcuni significativi precedenti. Adriano VI, l’ultimo papa non italiano del Rinascimento, nel 1523 negli anni aspri della Riforma luterana, aveva tentato una riforma, consapevole «che anche in questa Santa Sede, fino ad alcuni anni or sono, sono accadute cose abominevolissime: abusi delle cose sacre, prevaricazione nei precetti, e tutto infine volto al male… Noi intendiamo usare ogni diligenza perché sia emendata anzitutto la Corte romana dalla quale forse tutti questi mali hanno preso l’avvio…».

In anni a noi vicini Paolo VI il 29 settembre 1963, tre mesi dopo la sua elezione al sommo pontificato, dichiarava, rivolgendosi alle confessioni cristiane separate dalla Chiesa cattolica: «Se alcuna colpa fosse a noi imputabile per tale separazione, noi ne chiediamo a Dio umilmente perdono e domandiamo venia altresì ai fratelli che si sentissero da noi offesi…». E quando era arcivescovo a Milano, il 10 novembre 1957, aprendo la Missione cittadina Montini così si rivolgeva ai ‘figli lontani’: «Se una voce si potesse far pervenire a voi, figli lontani, la prima sarebbe quella di chiedervi amichevolmente perdono. Sì, noi a voi, prima che noi a Dio… Se non vi abbiamo compreso, e vi abbiamo troppo facilmente respinti, se non ci siamo curati di voi, se non siamo stati bravi maestri di spirito e medici delle anime, se non siamo stati capaci di parlarvi di Dio come si doveva, se vi abbiamo trattato con l’ironia, con il dileggio, con la polemica, oggi vi chiediamo perdono».

Il gesto penitenziale di Giovanni Paolo II è in profonda continuità con l’immagine di Chiesa che il Concilio Vaticano II ha proposto. Chiesa “peregrinante”, Chiesa che «già sulla terra è adornata di vera santità anche se imperfetta» (Lumen Gentium 48). Per questo «la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento» (LG 8).

Alla luce di questo gesto del Papa comprendiamo la gloria e la debolezza della Chiesa. Contempliamo la sua gloria, perché la luce di Cristo risplende sul volto della Chiesa (LG 1) e la sua debolezza perché essa «porta la figura fugace di questo mondo e vive tra le creature» (LG 48). Contro tutte le tendenze fanatiche che pensano una Chiesa riservata ai puri, ai giusti, la fede cattolica che non dimentica d’essere il campo evangelico dove crescono insieme buon grano e zizzania, non ha mai accettato di estromettere dal proprio grembo materno quanti, con il peccato, hanno smarrito la grazia battesimale. Già nel 418 il Concilio di Cartagine affermò che la preghiera con la quale riconosciamo i nostri peccati è espressione della nostra vera condizione e non solo segno di umiltà. La Chiesa che prega: «Rimetti a noi i nostri debiti», dice la sua condizione di Chiesa dei peccatori...

Da questo gesto del Santo Padre dobbiamo tutti, come singoli e come comunità, imparare a non lasciare irrisolti i nodi, i conflitti del presente ma ad affrontarli nella ricerca franca e coraggiosa della verità e nell’assunzione delle responsabilità. Vogliamo evitare di edificare soltanto sepolcri ai profeti imparando piuttosto ad ascoltare con più attenzione le voci profetiche nella Chiesa. Occorre sempre mostrare rispetto e amore per l’onestà con cui ogni profeta nella Chiesa parla, quando è veramente mosso dallo Spirito e sa pagare di persona per quanto dice. Il coraggio con cui il Papa ci ha invitati a volgerci al passato deve diventare stile di evangelica franchezza nel valutare il nostro presente: «Riconoscere i cedimenti di ieri è atto di lealtà e di coraggio, che ci aiuta a rafforzare la nostra fede, rendendoci avvertiti e pronti ad affrontare le tentazioni e le difficoltà di oggi» (Tertio millennio adveniente 33).

Questo gesto penitenziale ha una decisiva intenzionalità ecumenica. «La Chiesa cattolica deve entrare in quello che si potrebbe chiamare “dialogo della conversione”, nel quale è posto il fondamento interiore del dialogo ecumenico. In tale dialogo, che si compie davanti a Dio, ciascuno deve ricercare i propri torti, confessare le sue colpe, e rimettere se stesso nelle mani di colui che è l’Intercessore presso il Padre, Gesù Cristo» (Ut unum sint 82).

Infine questo gesto penitenziale, scrive ancora il Papa, «non danneggerà in alcun modo il prestigio morale della Chiesa, che anzi ne uscirà rafforzato per la testimonianza di lealtà e di coraggio nel riconoscere gli errori commessi da uomini suoi e, in un certo senso, in nome suo… Solo il riconoscimento coraggioso delle colpe e anche delle omissioni, come pure il generoso proposito di rimediarvi con l’aiuto di Dio, possono dare efficace impulso alla nuova evangelizzazione e rendere più facile il cammino verso l’unità» (Riflessioni sul Grande Giubileo dell’anno 2000, Promemoria del 1994).

don Giuseppe


 

La fede della "straniera"

omelia di don Giuseppe nella quinta domenica dopo l’Epifania
domenica 8 febbraio 2009 (Is 60, 13-14; Rom 9, 21-26; Mt 15, 21-28)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"






Dopo una serata di dialogo con l'ebraismo

La conversazione con l’architetto Stefano Levi della Torre, tenuta nel nostro oratorio il 4 febbraio, ha provocato due reazioni critiche nei confronti del relatore. Ecco la sua replica.

Ringrazio Don Giuseppe per avermi proposto di rispondere alle lettere di critica alla conferenza da me tenuta in S. Giovanni in Laterano.

La mia tesi era che con il Concilio Vaticano II, da Giovanni XXIII a Paolo VI e a Giovanni Paolo II, la Chiesa Cattolica aveva intrapreso nei confronti degli ebrei una svolta profonda, di riconoscimento e apertura. Dalla Dichiarazione Nostra aetate, ai “Sussidi” del 1985 fino alla visita di Papa Wojtyla alla Sinagoga di Roma nel 1986 e a Gerusalemme nel 2000, era stato un susseguirsi di atti coerentemente positivi. Ho citato ampiamente le modifiche portate in questo senso alla preghiera del Venerdì Santo da Papa Giovanni e soprattutto da Paolo VI come segno significativo di un vero cambiamento, accolto con entusiasmo dal mondo ebraico.

Questa tendenza positiva ha cominciato a vacillare, a mio parere col grande Giubileo del 2000, e ho citato in proposito la beatificazione in quella sede di Pio IX (in parallelo e, a mio parere in contrasto, con la beatificazione di Papa Giovanni), e di Pio IX ho citato l’attacco alla libertà di coscienza e alla libertà di religione altrui, nonché il suo attribuire agli ebrei l’appellativo di “cani”. Il fatto che le sue posizioni siano state espresse un secolo e mezzo fa non consente di rifugiarsi nel relativismo storico, cioè dietro le “realtà oggettive delle varie epoche”, come scrive il sig. Salemi: Pio IX è stato beatificato, cioè indicato a modello dei cattolici, oggi, nell’anno 2000.

Ho poi sostenuto che, con papa Benedetto XVI, le aperture del Concilio hanno cominciato a chiudersi, anche verso gli ebrei. Ho parlato dei punti critici: le cose dette dall’attuale Papa ad Auschwitz, i silenzi di Pio XII nei confronti del nazismo, il ritorno indietro sulla preghiera del Venerdì Santo con l’auspicio della conversione degli ebrei, fino all’accoglimento dei seguaci di Lefebvre, negatori del Concilio, e sospettabili di anti-giudaismo tradizionale. Tutti fatti che hanno bloccato il dialogo ebraico-cristiano avviato dopo il Vaticano II.

Non ho dunque parlato a senso unico: ho distinto il positivo dal negativo. A mio parere, l’attuale papato segna un’involuzione rispetto alle tendenze positive avviate dal Concilio.

Il sig. Salemi parla di “persecuzioni subite da parte degli ebrei da Vescovi riabilitati e da capi di Stato (Iran e Paesi Arabi)” e io lo prego di fornirmene documentazione. Sempre disposto a discuterne. Ma il sig. Salemi dice poi qualcosa di sorprendente: che durante la persecuzione antisemita gli ebrei italiani “sono stati tutti protetti e/o salvati”. Tutti? A parte i circa 8.000 – su 37.000 – sterminati dai nazifascisti. Furono protetti con “tanto rischio”, dice il sig. Salemi. Ma aggiunge: “Quasi nessuno allora (autorità comprese) aveva applicato le leggi razziali”. E allora dov’era il rischio? Invece il rischio c’era, e quanti di noi furono salvati conservano profonda gratitudine verso chi volle correre quel rischio anche mortale.

La sig.ra Colombo mi accusa di “rifiuto della mano tesa”. Io ho risposto alla mano tesa, a partire dal Vaticano II, partecipando attivamente al dialogo ebraico-cristiano in molte parti d’Italia e alla Cattedra del Cardinal Martini. Non rifiuto la “mano tesa”, ma la mano che si ritira, che cambia direzione, come sta avvenendo. Ma la sig.ra Colombo giunge a questa osservazione: “Finché ci siano esponenti di quest’impronta e mentalità anche nel Medio Oriente, c’è da temere che la guerra in Israele non possa finire, purtroppo”. A parte la confusione tra un italiano ebreo e un israeliano, il mio sforzo di giudicare i fatti mi ha sempre portato a criticare senza mezzi termini le politiche aggressive dei governi israeliani e l’oppressione dei palestinesi nei territori occupati e ho sempre sostenuto la prospettiva dei “due popoli, due Stati”. Ritengo anzi coerente da parte mia attenermi agli stessi principi sia quando parlo del massacro di Gaza sia quando parlo della svolta reazionaria dell’attuale vertice della Chiesa. La sig.ra Colombo e il sig. Salemi avrebbero preferito un più disteso esercizio di buoni sentimenti nel rimpianto condiviso dell’“Olocausto”, avendo come facile bersaglio il “negazionismo” di Williamson. Io ho preferito parlare dei fatti che hanno portato al caso Williamson. Aspetto di essere smentito sui fatti.

I buoni sentimenti che nascondono i fatti non sono buoni sentimenti.

Stefano Levi Della Torre

 

 


LA CRISI ECONOMICA CI INTERPELLA

Il 19 febbraio scorso abbiamo invitato il prof. Marco Vitale, illustre economista, per un incontro sulle cause della crisi economica mondiale. Riportiamo alcuni stralci del suo intervento

L’attuale crisi presenta le seguenti caratteristiche fondamentali:

È una crisi endogena, tutta interna al sistema e, all’inizio tutta interna al sistema bancario. Non ci sono cause esterne scatenanti come guerre, attacchi terroristici come quello delle due torri, inflazione selvaggia, terremoti, maremoti od altro. Si tratta di puro e semplice mismanagement bancario, un’epidemia che ha colpito la maggior parte della congrega dei dirigenti bancari dei grandi gruppi, in modo persino difficile da comprendere come un tale mismanagement abbia potuto succedere in questo modo e in queste dimensioni.

È una crisi globale. Non c’è mai stata una crisi così globale come questa, e ciò è comprensibile perché non c’è mai stata un’economia globale come la nostra.

È una crisi di proporzioni gigantesche. Di seguito darò qualche numero per illustrare questo punto. L’ammontare delle perdite bancarie, a livello mondiale è tanto elevato da giustificare la domanda: ma come può essere successo? I prestiti subprime USA non sono sufficienti per spiegare l’ammontare di queste perdite. La verità è che le perdite da insolvenze di subprime sono state esaltate e moltiplicate molte volte passando da un intermediario finanziario all’altro, da un investitore all’altro. Ed ogni volta che, impacchettati in un modo o nell’altro quasi sempre incomprensibile, passavano di mano in mano venivano effettuati prelievi a favore di questo o di quell’intermediario, che si chiamano commissioni, partecipazioni od altro, ma che, nell’insieme, hanno rappresentato un grande colossale prelievo a favore della classe dei banchieri. Così è stato possibile che tra il 2006 e il 2007 gli stipendi dei primi 10 (dicasi, dieci!) banchieri USA sono stati pari all’intero ammontare del piano italiano per la rottamazione delle auto (2 miliardi di euro). Il corrispettivo, a fronte di questo gigantesco prelievo, è stata la distruzione del sistema bancario. Perché di questo, e non di altro, parliamo. Gli economisti accademici non amano parlare di questi problemi: hanno paura di sporcarsi le nobili mani con questi piccoli argomenti triviali. Ed invece proprio qui si annida uno dei problemi centrali, come già sostengo da molti anni. È molto preoccupante che Obama abbia scelto tra i suoi principali collaboratori economici alcuni dei principali rappresentanti della casta dei commercianti di denaro, responsabile prima del disastro.

Se queste sono le caratteristiche fondamentali di questa crisi è più che giustificata la domanda centrale: accertato che la crisi tocca tutta l’economia sia quella finanziaria sia quella reale e che è globale, quali sono i rischi che diventi una vera e propria deflazione (= diminuzione del valore della produzione mondiale)? Come illustra l’economista Pierluigi Ciocca in teoria economica si distingue tra “deflazione buona” e “deflazione cattiva”. La prima è quando i prezzi calano ma insieme e come effetto di un aumento della produzione e cioè come effetto dell’aumento della produttività (ciò si è verificato ad esempio, sempre su dati mondiali, dal 1875 al 1895). La deflazione cattiva si verifica quando la diminuzione dei prezzi coincide con una diminuzione della produzione. Questo fenomeno non è molto frequente. Si verificò nel 1833 (-9%), nel 1848 (-8%), nel 1874 (-4%), nella prima guerra mondiale del ‘900 (-8%), nella seconda guerra mondiale (-12%). II primato spetta al 1929-33 quando i prezzi all’ingrosso mondiali calarono del 40% e la produzione del 15% (30% in USA, 15% in America Latina, 9% in Europa, 5% in Italia) e il commercio mondiale scemò di un quarto in quantità e di due terzi in valore. Dal 1950 al 2007 il PIL mondiale non è mai calato. Per il 2008 la crescita, in forte rallentamento, resta pur sempre del 3,4%.

Ma ci sarà deflazione cattiva dal 2009 in avanti? Questa è la domanda centrale oggi. Le stime ufficiali lo escludono, ma sono stime assai incerte. Al centro del tavolo c’è una grande incognita. Quante sono realmente le perdite bancarie? Le migliori previsioni parlano oggi di 2.200 miliardi di dollari. Ma sono le stesse fonti che, inizialmente, parlavano di 500 miliardi, poi di 1.000 miliardi (e sembrava uno sproposito). Oggi sarà affidabile la stima di 2.200 miliardi? Ma se le perdite fossero più alte? Se fossero, come qualcuno esterno alle fonti ufficiali sussurra, superiori ai 10.000 miliardi di dollari? Il guaio in questo caso sarebbe molto serio. Nessuno ha per ora una risposta certa a questa domanda. Per questo tutte le persone responsabili, trattengono il fiato e aspettano che questa incognita centrale si sveli.

Molti ripropongono, con ansia, la domanda: quando ne usciremo? Qualcuno parla ancora di mesi. Qualcuno parla del 2010. Io dico che nessuno può, con serietà, rispondere neanche a questa domanda. Posso solo dirvi le cose che devono succedere perché si possa verificare qualche forma di ripresa.

Nessuna ripresa seria e duratura sarà possibile:

– se non si determinano con chiarezza ed affidabilità l’ammontare dei titoli tossici e delle presunte perdite;

– se non si crea un nuovo quadro di riferimento internazionale. Tutti gli equilibri (che chiamammo equilibrio di squilibri) si sono rotti. Vanno ricreati dei nuovi equilibri. Ed innanzi tutto si tratta di stabilire un nuovo patto tra USA e Cina (paese detentore delle maggiori riserve mondiali). Ecco perché incominciare, come ha fatto il nuovo ministro del tesoro USA, Geithner, con un attacco alla Cina, non sembra cosa particolarmente intelligente ma piuttosto nuova manifestazione di bullismo americano;

– se non si smette di affrontare la crisi con concetti, metodi e rimedi congiunturali. Se non si capisce che siamo di fronte a una svolta strutturale fondamentale e non a una crisi congiunturale;

– se non cambiano alcune concezioni di fondo dell’economia e del management. La prima cosa da abbandonare è l’utilizzo PIL come praticamente unico parametro di buona economia; la seconda è di abbandonare il principio affermatesi negli ultimi venti anni che il management deve solo creare valore per gli azionisti e ritornare, invece, all’antico principio che il management deve creare valore per l’impresa e quindi per tutti gli interessati alla stessa; la terza è di riportare i poteri neofeudali del top management e delle grandi banche alla ragione democratica (è in questa prospettiva che mi preoccupa molto che il presidente Obama si sia circondato di esponenti del neofeudalesimo bancario); la quarta è di cancellare la memoria dell’ultracapitalismo d’assalto degli ultimi venti anni di matrice americana e di riconoscere esplicitamente che l’unica concezione economica sopravvissuta con onore allo tsunami è l’economia sociale di mercato di matrice tedesca ed europea;

– se non torniamo a lavorare insieme, soprattutto in Europa, come quando abbiamo insieme costruito la nuova Europa dopo il disastro bellico, rinunciando ad affrontare la crisi in ordine sparso sia tra nazioni che tra settori produttivi; vincente e necessario il progetto di fare una grande emissione di obbligazioni europee;

– se non sconfiggiamo il partito degli agevolisti che l’alimentano l’illusione che i governi abbiano la bacchetta magica per risolvere la crisi a colpi di agevolazioni a questo o a quel settore;

– se non ci convinciamo che gli scarsi mezzi dei governi non devono andare a sostenere i produttori ma i salari, i disoccupati, i precari, i piccoli operatori, tutte le fasce più deboli del tessuto sociale;

– se si affronta la crisi con la falsità. E la falsità più grande è di far finta che i tassi nominali degli interessi siano prossimi allo zero, mentre il credito necessariamente scarseggia (le gigantesche perdite bancarie sono risorse distrutte e che non esistono più), e quando lo si trova è (e deve essere) sempre più caro. La politica dei tassi nominali prossimi allo zero è una nuova truffa, dannosissima;

– se non si capisce che tutto quello che stiamo facendo sta creando le basi per una nuova inflazione storica.

Le cose da fare dunque per uscire dalla crisi non sono misteriose. Sono però un po’ difficili da fare. Giudicate voi il tempo necessario perché tutto questo si realizzi. A me sembra che la questione sarà lunghetta.

Marco Vitale



 

CONCERTO DI PASQUA

martedì 31 marzo 2009 ore 21.00 in Chiesa

LA PASSIONE

tra testo e musica

Le Suites à violoncello solo di Bach

dialogano con testi e immagini sulla Passione

 

con il violoncellista Silvio Righini

a cura di don Paolo



Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

TOMMASO OSTONI
TOMMASO CARLO BARTOLI
MATILDE ZEMA
CHIARA MONDO
MATTIA FALCONI
GRETA DE MARZO



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

GIOVANNI RAIMONDO GARGANTINI (a. 72)
MARIA GRAZIA CIOMPI (a. 84)

GIUSEPPINA DE LAURENTIS ved. LESSIO (a. 74)
PAOLA TANZINI ved. CORBETTA (a. 91)
MARIA GARINI ved. LACCHINI (a. 85)
MICHELE COSIMO DAMIANO TEMPESTA (a. 60)
REGINA MILANI ved. CELOTTI (a. 88)




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