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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

MARZO 2013


Fratelli e sorelle, buonasera.
Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma.
Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo
quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui...
Vi ringrazio dell'accoglienza, la comunità diocesana di Roma,
al suo Vescovo, grazie.
E prima di tutto vorrei fare una preghiera
per il nostro Vescovo emerito Benedetto XVI.
Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica
e la Madonna lo custodisca. […]
E adesso incominciamo questo cammino, Vescovo e popolo,
questo cammino della Chiesa di Roma,
che è quella che presiede nella carità a tutte le chiese.
Un cammino di fratellanza, di amore e di fiducia tra noi.
Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro, preghiamo per tutto il mondo,
perché ci sia una grande fratellanza.
Vi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo
– mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente –
sia fruttuoso per la evangelizzazione di questa tanta bella città...
Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore.
Prima che il Vescovo benedica il popolo
vi chiedo che voi pregate il Signore perché mi benedica:
la preghiera del popolo chiedendo la benedizione per il suo Vescovo.
Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me. […]
Adesso darò la benedizione a voi e a tutto il mondo,
a tutti gli uomini e donne di buona volontà. […]
Grazie tante dell'accoglienza.
Pregate per me e a presto, ci vediamo presto.
Domani voglio andare a pregare la Madonna perché custodisca tutta Roma.
Buona notte e buon riposo.

Papa Francesco, 13.03.2013



BUON CAMMINO, PAPA FRANCESCO

Notte di mercoledì 13 marzo. Tra poco si chiuderà questa serata ‘storica’, ma non voglio coricarmi senza scrivere ‘a caldo’ le emozioni di queste ore. Dopo il grande annuncio ci siamo ritrovati in un centinaio per la nostra Cattedra del Concilio. Gli occhi delle persone convenute brillavano di gioia, intensa l’emozione, grande lo stupore. Altri erano, secondo giornali e televisioni, i “papabili”. E invece…
Dopo il “trauma” delle dimissioni di papa Benedetto ecco una scelta in qualche misura “traumatica’. Non solo i cardinali non hanno deciso di ritornare a scegliere un papa italiano ma hanno lasciato anche l’Europa e sono andati lontano, alla fine del mondo, come ha detto il nuovo Papa. Una scelta che esalta la cattolicità, cioè l’universalità della Chiesa e che riconosce il valore delle Chiese latino-americane.

E poi il papa si è presentato con due tratti singolari.
Il primo: ha subito invitato tutti a dire ‘un Pater, Ave, Gloria’, formula semplice propria della devozione popolare e che ha rotto la solennità dell’apparizione alla loggia centrale della Basilica di san Pietro e l’ufficialità del protocollo trasformando la grande piazza in una unica corale preghiera. A un certo punto il Papa, invitando al silenzio, si china fin quasi a toccare con la fronte la balaustra del grande balcone. E prima di benedire, secondo la consuetudine, la folla che gremisce la piazza chiede alla folla di pregare per lui perché il Signore benedica il nuovo Papa.
Il secondo tratto, carico di un promettente modo di pensare il sommo pontificato. Ripetutamente e quindi non certo a caso, il Papa ha evocato la sua prima qualifica: essere il vescovo di Roma, un “titolo” che abitualmente si ignora per il prevalere del ruolo pontificale. Eppure è proprio perché vescovo di Roma e quindi successore dell’apostolo Pietro che il papa è il pastore della Chiesa universale. Possiamo leggere in questa chiara consapevolezza d’esser vescovo tra i vescovi il desiderio di sottrarre il pontificato all’isolamento che lo pone come al vertice di una piramide? E questa scelta potrà dare respiro alla dimensione sinodale della Chiesa? Il termine ‘sinodo’ indica il camminare insieme e quindi la collegialità nel condurre la Chiesa.


E infine la novità che ha maggiormente e giustamente colpito tutti: il nome che il Papa ha scelto: Francesco. Penso che nei prossimi giorni sarà Lui stesso a darci ragione di questa scelta così singolare: il primo papa della bimillenaria storia della Chiesa ad assumere il nome del santo di Assisi che è anche il nome del grande missionario nelle Indie Francesco Saverio, gesuita come il nuovo Papa.
Immediato il rapporto tra la scelta di povertà radicale di Francesco d’Assisi e la dedizione ai piccoli e ai poveri che fin qui ha segnato la vita di Jorge Mario Bergoglio. Nel continente sudamericano, ad un tempo profondamente cristiano e segnato da grandi squilibri sociali e vaste aree di sottosviluppo, non sono mancati negli ultimi decenni tentativi di rileggere il messaggio cristiano in termini di liberazione anche sociale, economica e non solo interiore e spirituale.
Alcuni Gesuiti confratelli del nuovo papa hanno dato la vita vittime dei poteri forti che non tolleravano la loro azione di sostegno ai movimenti di riscatto sociale.
Ma il nome di Francesco non evoca solo una straordinaria testimonianza di povertà che potrebbe aprire nuove vie alla Chiesa offuscata da pratiche finanziarie non sempre limpide. Non senza ragione i cardinali elettori prima di entrare nella Cappella Sistina per le votazioni, hanno avuto informazioni proprio su queste vicende finanziarie. Il nome di Francesco è indissolubilmente congiunto con l’attaccamento all’Evangelo “sine glossa”, cioè senza commenti, interpretazioni, spiegazioni… come voleva appunto Francesco.
È nota la riluttanza di Francesco a produrre una Regola per la comunità che si andava raccogliendo attorno a Lui. Doveva bastare, ai suoi occhi, solo l’Evangelo. Riconosco in questa scelta radicale la ragione del fascino di Francesco, allora e ancora oggi. Uno dei suoi piccoli fratelli un giorno domandò a Francesco: «Ma perché a te tutto il mondo viene dietro?». Il fascino di Francesco era ed è semplicemente il fascino dell’Evangelo.

Possa essere vero oggi anche per Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco.

don Giuseppe

 


 

Questo lo stemma che Jorge Mario Bergoglio scelse quando divenne vescovo. Con alcune variazioni potrebbe anche essere quello ufficiale del pontificato. Certamente sarà tolto il cappello cardinalizio e i fiocchi per lasciare posto alle insegne pontificie.
Lo stemma racconta già del ministero e dell’immagine che il vescovo vuole dare di sé. Cosa vuole raccontarci il Vescovo Bergoglio? Il motto – Miserando atque eligendo – è tratto da un’omelia di san Beda il Venerabile (monaco e santo inglese del VII-VIII secolo) che si legge nell’Ufficio di Letture della festa di san Matteo apostolo. Questo il passaggio: «Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte e gli disse: “seguimi”. Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse – miserando atque eligendo – gli disse: “Seguimi”» .
Già nello stemma un invito alla misericordia. Lo stemma episcopale del nuovo pontefice, poi, oltre a riportare il motto, ha al centro, su campo blu, il monogramma di Cristo, emblema dei gesuiti, ordine a cui appartiene Bergoglio. Appaiono, inoltre una stella e un grappolo d’uva.

 


Conosciamo papa Francesco

Il primo Papa americano è il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 77 anni, arcivescovo di Buenos Aires. È una figura di spicco dell'intero continente e un pastore semplice e molto amato nella sua diocesi, che ha girato in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus, nei quindici anni del suo ministero episcopale. "La mia gente è povera e io sono uno di loro", ha detto più di una volta per spiegare la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio apostolico e porte aperte a tutti. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, ha spiegato in alcune circostanze, "è quella che de Lubac chiama mondanità spirituale", che significa "mettere al centro se stessi". E quando cita la giustizia sociale, invita per prima cosa a riprendere in mano il catechismo, a riscoprire i dieci comandamenti e le beatitudini. Il suo progetto è semplice: se si segue Cristo, si capisce che "calpestare la dignità di una persona è peccato grave".

Nella capitale argentina nasce il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti piemontesi: suo padre Mario fa il ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre sua madre, Regina Sivori, si occupa della casa e dell'educazione dei cinque figli. Diplomatosi come tecnico chimico, sceglie poi la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano di Villa Devoto. L'11 marzo 1958 passa al noviziato della Compagnia di Gesù. Completa gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si laurea in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fra il 1964 e il 1966 è professore di letteratura e psicologia. Dal 1967 al 1970 studia teologia. Il 13 dicembre 1969 è ordinato sacerdote dall'arcivescovo Ramón José Castellano. Prosegue quindi la preparazione tra il 1970 e il 1971 ad Alcalá de Henares, in Spagna, e il 22 aprile 1973 emette la professione perpetua nei gesuiti. Di nuovo in Argentina, è maestro di novizi e professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e anche rettore del Collegio.

Il 31 luglio 1973 viene eletto provinciale dei gesuiti dell'Argentina, incarico che svolge per sei anni. Poi riprende il lavoro nel campo universitario e, tra il 1980 e il 1986, è di nuovo rettore del collegio di San Giuseppe, oltre che parroco ancora a San Miguel. Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviano nel collegio del Salvatore a Buenos Aires e poi nella chiesa della Compagnia nella città di Cordoba, come direttore spirituale e confessore.

È il cardinale Antonio Quarracino a volerlo come suo stretto collaboratore a Buenos Aires. Così il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno riceve nella cattedrale l'ordinazione episcopale proprio dal cardinale. È subito nominato vicario episcopale della zona Flores e il 21 dicembre 1993 gli è affidato anche il compito di vicario generale dell'arcidiocesi. Nessuna sorpresa dunque quando, il 3 giugno 1997, è promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Passati neppure nove mesi, alla morte del cardinale Quarracino gli succede, il 28 febbraio 1998, come arcivescovo, primate di Argentina e ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese e sprovvisti di ordinario del proprio rito.

Tre anni dopo, nel Concistoro del 21 febbraio 2001, Giovanni Paolo II lo crea cardinale, assegnandogli il titolo di san Roberto Bellarmino. Invita i fedeli a non andare a Roma per festeggiare la porpora e a destinare ai poveri i soldi del viaggio. Gran cancelliere dell'Università Cattolica Argentina, è autore di alcuni libri spirituali. Intanto in America latina la sua figura diventa sempre più popolare. Nonostante ciò, non perde la sobrietà del tratto e lo stile di vita rigoroso, da qualcuno definito quasi "ascetico". Con questo spirito nel 2002 declina la nomina a presidente della Conferenza episcopale argentina, ma tre anni dopo viene eletto e poi riconfermato per un altro triennio nel 2008. Intanto, nell'aprile 2005, partecipa al conclave in cui è eletto Benedetto XVI. Come arcivescovo di Buenos Aires - diocesi che ha oltre tre milioni di abitanti - pensa a un progetto missionario incentrato sulla comunione e sull'evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città; assistenza ai poveri e ai malati. Punta a rievangelizzare Buenos Aires "tenendo conto di chi ci vive, di com'è fatta, della sua storia". Invita preti e laici a lavorare insieme. Fino all’inizio della sede vacante era membro delle Congregazioni per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, per il Clero, per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica; del Pontificio Consiglio per la Famiglia e della Pontificia Commissione per l’America Latina.

Tratto da “L’Osservatore Romano” del 14 marzo 2013


LE TENTAZIONI DI GESÙ
omelia di don Giuseppe nella I domenica di Quaresima
domenica 17 febbraio 2013
(Gl 2,12b-18; 1Cor 9,24-27; Mt 4,1-11)

 
 


EBREI E CRISTIANI:
UN GRANDE PATRIMONIO COMUNE



Riportiamo il testo dell’intervento di Rav Giuseppe Laras, già rabbino capo di Milano, all’interno della nostra Cattedra del Concilio lo scorso 26 febbraio. Il testo non è stato rivisto dall’autore. .

È stata molto opportuna e commovente l’introduzione di questa sera con il filmato dedicato ad alcuni momenti importanti e centrali della storia dei rapporti contemporanei fra Cristiani ed Ebrei. In particolare la testimonianza del cardinale Martini sicuramente ha dato un grande contributo in questa direzione. Ma prima di soffermarmi sul filo della memoria, sul rapporto che c’è stato fra il card. Martini e la mia persona, vorrei dire qualche parola sulla nascita del dialogo. Il dialogo ha una data: nel passato non esisteva un dialogo, esisteva un confronto, una contrapposizione e dispute teologiche. C’è nella storia dell’umanità e nella storia di Israele uno spartiacque che è la shoah. La shoah ha significato una violenza portata con folle malvagità nei confronti del popolo ebraico. Il risultato di questa folle malvagità è stato lo sterminio di sei milioni di Ebrei.

Con la fine della guerra e quindi con la testimonianza della shoah, il rapporto fra Cristiani e Ebrei è mutato e questo grazie a persone che in entrambi i campi si sono adoperate per impostare un nuovo corso. Da parte ebraica voglio ricordare Jules Isaac, professore di storia che aveva perso tutta la sua famiglia mentre riuscì a salvarsi, perchè nel momento in cui arrivarono a Parigi i Nazisti a catturare la sua famiglia, non si trovava in casa. Questo evento determinò in lui, professore laico, una riflessione sui grandi temi dell’esistenza, persuaso che quello che era accaduto non doveva mai più accadere. Mai più. Di qui la decisione di intavolare un rapporto nuovo con la Chiesa, perché era convinto che se non ci fosse stato nell’arco di due millenni l’anti giudaismo, la propaganda contro gli ebrei, probabilmente non saremmo arrivati allo sterminio del popolo ebraico. Era necessario togliere qualsiasi alibi ad altri eventuali persecutori. E allora si adoperò cercando un abboccamento con Papa Roncalli, Giovanni XXIII, e ci riuscì. Ricordo che di questo argomento ho parlato con Maria Viggiani, che è stata molto impegnata sul fronte del dialogo. Fu lei a fare da intermediaria e realizzare questo incontro a Roma fra papa Giovanni e Jules Isaac.

Naturalmente da parte cattolica c’erano altri rappresentanti, altri campioni del dialogo che stava per nascere. Uno di questi è stato il cardinale Bea, insieme con il card. Willebrand. Il card. Bea aveva esposto la questione a papa Giovanni. Eravamo alla vigilia della convocazione del Vaticano II e si avvertiva nel mondo cattolico che stava per accadere qualcosa di importante. A seguito di quell’incontro, papa Giovanni incaricò il card. Bea di preparare, nell’ambito del Vaticano II, un documento sugli Ebrei. Avrebbe dovuto essere un documento espressione di questa nuova visione, di una nuova considerazione da parte del mondo cattolico nei confronti del mondo ebraico. Per ragioni contingenti di opportunità ‘politica’, il documento dedicato all’ebraismo comprendeva anche considerazioni riguardanti altre religioni, ad esempio il mondo islamico. Per ragioni di opportunità la considerazione dell’ebraismo fu inserita all’interno di un contesto che si occupava anche di altre religioni non cristiane. È vero che l’ebraismo non è cristianesimo, ma è la base, il fondamento del cristianesimo. Ecco perché sarebbe stata opportuna una considerazione specifica per l’ebraismo. Così è nata la dichiarazione Nostra Aetate che è il libro di testo, il documento e il fondamento del dialogo.

Dobbiamo riconoscere che il dialogo è nato con qualche difficoltà perché sia da parte cattolica che da parte ebraica c’erano perplessità, sospetti, pregiudizi. Dopo 2000 anni di contrapposizione, di predicazione anti giudaica, davvero cambia tutto? Ci si incontra? Ci si parla? Ci si guarda con altri occhi e con altri sentimenti? È difficile! I pochi che all’inizio presero parte a questo nuovo corso dovettero superare non poche difficoltà sia nel proprio ambito cioè convincendo le persone a partecipare a questo nuovo corso ma anche all’esterno, perché c’era il timore da parte ebraica che partecipando al dialogo si volessero convertire gli ebrei, timore alimentato da una tradizione millenaria. Da parte cristiana c’erano sospetti e c’era una certa resistenza ad iniziare un percorso comune perché c’erano tutti quei sentimenti anti semiti che circolavano all’interno del corpo della chiesa e del mondo cristiano. Quindi fin dall’inizio il dialogo non fu una cosa semplice e quindi incontrò subito alti e bassi, frenate e accelerazioni e questa situazione si è protratta nel tempo fino a questi ultimi anni. Il dialogo intanto non è un fenomeno di massa, è un fenomeno elitario e questo spiega anche il limite di questo dialogo che coinvolge solo i vertici. Per poter dare intensità al dialogo bisognerebbe poter coinvolgere tanta gente, ma questo non è mai stato possibile anche perché le Gerarchie cattoliche non vedevano sempre di buon occhio questo cambiamento di rotta nei confronti del mondo ebraico.

Ad ogni modo, piano piano, con il tempo,con molta pazienza, con molta buona volontà, con molta fede nel dialogo e nel cammino da fare insieme le cose migliorarono, andarono avanti, e continuano ad andare avanti anche se ci sono momenti di frenata e di stanca e momenti di accelerazione e di entusiasmo. Ci sono contingenze politiche e culturali che possono giocare nell’accelerare o rallentare il corso del dialogo. Parlando di dialogo non possiamo non parlare di alcuni esponenti di spicco, mi riferisco soprattutto a Giovanni Paolo II che sicuramente ha dato grande impulso al cammino del dialogo ebraico cristiano. Ricordo che in un discorso che improvvisò a Praga davanti alla lapide dei morti deportati disse una cosa molto importante che evidentemente fu ascoltata da parte dell’uditorio cattolico con grande attenzione: «Chi è antisemita non è un buon cristiano». Guardate che una frase di questo genere è stata decisiva perché ha tolto l’alibi a chi, forse in buona fede, affermava che nutrire un sentimento di ostilità verso gli Ebrei in fondo faceva cosa gradita agli occhi di Dio. No! Chi è antisemita non è un buon cristiano. Poi abbiamo vissuto altri momenti intensi di partecipazione nei sacrari, nei luoghi di sofferenza, poi la visita in Israele, la visita al muro del pianto, ricordiamo il gesto di inserire tra le pietre del Muro il suo bigliettino. Sicuramente Giovanni Paolo II è un pontefice che ha alimentato il cammino di incontro fra ebrei e cristiani facendo progressivamente cadere quel muro fatto di ideologia, di sentimenti anti ebraici da parte cristiana e di sentimenti anticristiani da parte ebraica.

Il dialogo continua e quando si parla di dialogo e si riflette sull’identità dei soggetti che partecipano al dialogo non si può non riconoscere che veniamo da una stessa radice. Il cristianesimo senza ebraismo non troverebbe la propria autogiustificazione, non si spiegherebbe; ma queste due componenti che sono nate unite, poi si sono scomposte nel corso del tempo e adesso tendono a ricongiungersi e a reincontrarsi quando Dio vorrà, hanno in comune molte cose. Ci sono molte cose che rafforzano e danno vigore e significato al dialogo. Che cosa hanno in comune cristiani e ebrei? Intanto la preghiera: quel rivolgersi a Dio, quel parlare a Dio, quell’ascoltare Dio, e soprattutto quella preghiera che va intesa come offerta di sé a Dio, non di richiesta per sé a Dio. Ma come è possibile che un uomo di carne e sangue possa mettersi in contatto con Dio che è infinito, che è al di sopra, che non è nel mondo? Ma questa è la forza della fede e la forza della preghiera. Ebbene questa realtà preziosa la possediamo entrambi. Un'altra cosa che abbiamo insieme è la teshuvah, la penitenza, il far ritorno. Penitenza vuol dire la capacità di poter tornare, quando si sia riconosciuto che abbiamo sbagliato, sulla retta via. Tornare fare un percorso a ritroso e riconquistare la posizione in cui eravamo buoni e in cui abbiamo cessato di essere buoni facendo del male. È una risorsa straordinaria il pentimento. Vuol dire che vedo quello che ho fatto di male, lo riconosco come male e mi riprometto se mi ritrovo in quelle stesse circostanze di non farlo mai più. Questa è la penitenza, il ritorno. Allora si rinasce. Ovviamente deve essere fatta con sincerità. Ecco abbiamo in comune questa volontà, questa capacità di rinascere. Sia in senso verticale nei confronti di Dio sia in senso orizzontale nei confronti delle persone che danneggiamo, offendiamo a cui facciamo male, bisogna attraverso la teshuvah avere il coraggio di presentarci a queste persone che abbiamo danneggiato e offeso chiedendo loro scusa. Non c’è cosa più difficile che chiedere scusa, perché istintivamente noi siamo persuasi di non sbagliare mai, sono sempre gli altri che sbagliano e quindi andare da un altro e dirgli: “ti presento le mie scuse, perdonami” è duro!

Ma poi c’è un'altra pietra preziosa in comune: è l’idea messianica. Idea straordinaria! Vuol dire che verrà (per noi ebrei verrà, per voi cristiani ritornerà) un momento che sarà meglio di oggi. Il contenuto dell’ideologia messianica è che verrà un domani che sarà meglio dell’oggi. E se io tribolo, fatico, piango però ho la fede che domani tutto questo finirà e sarà meglio di oggi allora sopporto meglio la tribolazione, la sofferenza. Ho citato queste tre cose importanti ma sicuramente ve ne sono altre e proprio per questo vale la pena stare insieme, camminare insieme, cercando di recuperare insieme quello che abbiamo perduto. Naturalmente tutte queste cose che io vi sto dicendo, il cardinale Martini le conosceva molto bene, aveva questi sentimenti. Era un grande amico di Israele. Ho avuto la fortuna di conoscerlo. Lo conobbi nel 1980 proprio pochi giorni dopo il suo ingresso a Milano come arcivescovo. Anch’io in quei giorni mi incardinavo nella comunità ebraica di Milano, sono stato per 25 anni rabbino capo di Milano. Entrambi piemontesi ci incontrammo, lo andai a trovare e mi chiese subito se si poteva fare qualcosa insieme: «Ma qui che cosa si fa per collaborare?». Anch’io ero appena arrivato e risposi che non lo sapevo. Che si poteva tentare. Incominciò a parlarmi del dialogo. Nel 1980 erano già passati diversi anni dal Concilio Vaticano II, da quell’incontro con Giovanni XXIII. Però il dialogo andava avanti fra alti e bassi non c’era ancora la cultura del dialogo, c’erano sì le vecchie amicizie ebraico cristiane che però erano iniziative abbastanza limitate. Non c’era ancora quella voglia di aprirsi e conquistare posizioni insieme. Parlammo subito della necessità di rilanciare il dialogo e ricordo che il cardinale aveva voglia di parlare con tutti, non solo con gli ebrei, ma anche con quelle categorie di persone che di solito venivano escluse perché considerate non ricettive nei confronti della religione. Istituì la Cattedra dei non credenti e di fatto coinvolse personalità della cultura credenti e non credenti e fu una esperienza molto importante. Voleva portare le persone a riflettere su temi comuni che prima di essere religiosi erano temi etici. Ricordo che mi diceva: «Non avevo nessuna idea e nessuna voglia di fare il vescovo e quando mi ha chiamato il Papa che mi voleva mandare a Milano io ho tentato di sottrarmi!».

Questa nomina è stata davvero una scelta profetica. I profeti tentano di rifiutare la chiamata al compito profetico, ma la profezia è come un combustibile: finché non finisce, la macchina non si ferma. E lo diceva con una punta di humor, gli piaceva raccontare con il sorriso queste cose. E poi insieme, nell’ambito del dialogo, inaugurammo una sede in via Sambuco a Milano in cui partì l’iniziativa soprannominata “Teshuvah” che esiste ancora adesso e che è preposta al rafforzamento e all’alimentazione del dialogo. Ricordo la grande sala, stracolma, non si sentiva volare una mosca e la riflessione a due voci, il cardinale ed io, sul testo di Deuteronomio 5: “Ascolta, Israele”. Ricordo il clima di grande commozione, e un’atmosfera molto intensa. Chi partecipò a quell’evento si ricorderà questa grande emozione. Martini aveva una passione segreta: la terra di Israele, di Gerusalemme, vi si trasferì quando lasciò per raggiunti limiti di età la sede arcivescovile di Milano. Abitava al Pontificio Istituto Biblico, vicino all’hotel King David. Una volta che mi trovavo a Gerusalemme, telefonai a suor Germana, la suora che lo seguiva, e chiesi come stava Sua Eminenza, sapevo che non stava bene e se potevo andare a trovarlo. Ci incontrammo e parlammo di Milano. Ad un certo punto si avvicinò a me, come se volesse dirmi una cosa segreta: «Sa che mi sono comprato la tomba qui a Gerusalemme, così quando morirò sarò sepolto in terra sacra». Purtroppo non gli fu possibile realizzare il suo desiderio perché si ammalò e dovette rientrare in Italia a Gallarate dove cominciò il periodo più difficile della sua vita, che però visse con intensità, in modo operoso, mai cedendo di fronte alla sofferenza, alla fatica, al dolore. Tenne anche per tre anni una rubrica mensile di dialogo con i lettori sul Corriere della sera.
Andavo ogni tanto a trovarlo e pochi mesi prima della sua morte, quando seppi che la sua situazione era molto peggiorata, andai con un mio collaboratore. Fummo ricevuti in una stanzetta molto semplice dal suo assistente don Damiano Modena, una figura meravigliosa di prete! Purtroppo non si riusciva a capire più quello che diceva, e don Damiano che aveva imparato a leggere il movimento delle labbra ci traduceva quello che Martini diceva. Era una situazione bella ma tristissima. Nonostante la sua prostrazione parlammo di cose che presupponevano una forte volontà di vivere. E alla fine, perché era molto stanco, mi alzai, lo salutai, mi avvicinai a lui, gli imposi le mani sulla testa, e recitai la benedizione sacerdotale. E quando ritirai le mie mani, lui pose le sue sulla mia testa e anche lui mi diede la benedizione. Fu un momento molto intenso, molto commuovente. Di lì a poco le cose precipitarono e il 31 agosto dell’anno scorso morì. È sepolto nel Duomo di Milano. Qualcuno di noi pensò come poter in qualche modo parzialmente soddisfare il suo desiderio di riposare in terra di Israele e allora mi procurai un paio di sacchetti di terra che furono messi nella sua tomba. Questo gesto ci ha un po’ consolato, perché siamo riusciti un po’ a consolarlo.

E questa è l’ultima cosa che abbiamo fatto per Lui e che mi lega alla sua memoria. Martini è stato grande e il suo ricordo continuerà e sarà uno sprone a superare le difficoltà per coloro che lavorano al dialogo.



CATTEDRA DEL CONCILIO
nell’Anno della Fede
nella memoria del card. Martini

16 aprile 2013 ore 21
IL DIALOGO ECUMENICO


prof. Paolo Ricca
pastore e teologo della Chiesa Valdese


VENERDÌ 5 APRILE ALLE ORE 21

PRIMO INCONTRO DEL PERCORSO DI PREPARAZIONE
ALLA MATRIMONIO

Informazioni e iscrizioni rivolgersi in Segreteria parrocchiale


LE CELEBRAZIONI DELLA SETTIMANA SANTA

24 MARZO DOMENICA DELLE PALME
ore 9.45 presso i giardini di via Pinturicchio (Ramelli): Benedizione degli ulivi, cammino verso la Chiesa
e S. Messa delle Palme

LUNEDÌ, MARTEDÌ E MERCOLEDÌ SANTO
ore 8.45 Lodi mattutine
i sacerdoti saranno disponibili per le confessioni dalle ore 9.30 alle 11.00 e dalle ore 16.00 alle 18.00

28 MARZO GIOVEDÌ SANTO
ore 8.45 Lodi mattutine;
ore 9.00 Liturgia della Parola;
confessioni dalle ore 9.30 alle ore 11.00
ore 19.00 S. Messa nella Cena del Signore preceduta dalla Lavanda dei piedi
La Chiesa rimane aperta per l’adorazione personale fino a mezzanotte

29 MARZO VENERDÌ SANTO
ore 8.45 Lodi mattutine;
ore 9.00 e ore 15.00 Via Crucis
confessioni dalle ore 9.30 alle ore 11.00
ore 19.00 Liturgia della Passione e Morte del Signore

30 MARZO SABATO SANTO
ore 8.45 Lodi mattutine;
ore 9.00 Liturgia della Parola;
confessioni dalle ore 9.30 alle ore 11.00
ore 21.00 Veglia e S. Messa della Risurrezione
con il conferimento dei sacramenti dell’iniziazione cristiana

31 MARZO DOMENICA DI PASQUA
le S. Messe seguono l’orario festivo

1 APRILE LUNEDÌ DELL’ANGELO
le S. Messe alle ore 8.30 - 11 - 18

 


BATTESIMO NELLA VEGLIA PASQUALE

Nel corso della Veglia Pasquale accoglieremo con il battesimo, la confermazione e l’eucaristia, il giovane Alessandro De Maio, nostro parrocchiano, che quest’anno si è preparato con noi a ricevere i sacramenti che “fanno” il cristiano. Di seguito la lettera che Alessandro ha inviato all’Arcivescovo chiedendo il battesimo.

Sono Alessandro De Maio, ho 33 anni, e vorrei ricevere il dono del Battesimo, della Cresima e della prima Eucaristia nella prossima Pasqua. Sono nato e vissuto in Italia fino a 24 anni, in una famiglia profondamente cristiana per religione ed insegnamenti. I miei genitori, pur essendo praticanti, hanno deciso di non battezzarmi alla nascita reputando che fosse “compito mio” decidere in tal senso, una volta raggiunta piena coscienza delle mie decisioni e la piena maturità (non solo anagrafica ma anche, soprattutto, spirituale).
Dopo essermi laureato alla Bocconi di Milano, dai 24 anni sino ai 32 sono sempre stato in giro per il mondo per motivi di lavoro e questo fatto mi ha dato la possibilità di confrontarmi con diverse religioni e culture.
Il mio percorso interiore è stato pertanto lungo, ma, forse anche per questo, profondamente “ragionato” e voluto. Il mio rapporto con la Religione nei primi anni della mia vita è stato inizialmente “combattuto” e controverso. Ho sempre creduto in Dio, ho sempre sentito la Sua presenza e ho sempre sentito che Lui mi guidava e accompagnava nel mio percorso di vita. Senza alcun dubbio, anche grazie ai miei genitori, ho cercato di seguire i Suoi insegnamenti di carità cristiana e di bontà d’animo. Spero di esserci almeno in parte riuscito. Attorno a me però avevo molti amici, la maggior parte dei quali battezzati, che si comportavano in modo completamente opposto a quanto ci è stato insegnato dalla Religione e dalla Chiesa. Questo fatto mi ha molto destabilizzato e, probabilmente, mi ha inizialmente allontanato dalla scelta di abbracciare la nostra Fede in quanto quelli che per me dovevano essere di esempio, erano tutta’altro nella vita reale. Per questo motivo ho deciso di vivere in modo personale la Fede.

Spinto da curiosità personale e dal desiderio di “capire” ho cercato di approfondire le mie conoscenze della dottrina cattolica e di altre Religioni. Il mio lavoro inoltre mi ha portato in molti Paese diversi per religione e cultura, permettendomi di confrontarmi con altre realtà. In questo periodo della mia vita credo di aver scientemente maturato ciò che sentivo dentro. Un profondo senso di appartenenza alla Religione Cattolica e soprattutto alla Fede cristiana, grazie anche all’incontro con la mia parrocchia milanese di San Giovanni in Laterano nella persona del mio parroco don Giuseppe.
Nel mio percorso non sono mancati momenti problematici nei confronti dell’istituzione Chiesa, ma mai della Religione cattolica intesa come messaggio e parola di Dio nonché di Fede e Carità cristiana. Principi che sento miei e che, ogni giorno, tento di rispettare e di tenerli come guida nella vita di tutti i giorni. Principi su cui si basa la nostra Cultura in senso lato. Pur non avendo mai fatto parte della comunità cristiana, ora sento il piacere e il bisogno di “condividere” le mie scelte. Per questo vorrei ricevere il battesimo: per manifestare la mia volontà di abbracciare Gesù Cristo e il suo messaggio di Amore e Fede. Per “presentarmi” e “manifestarmi” a lui non più come singolo, come ragazzo che ha sempre creduto ma che “comunicava” con lui quando era solo in camera, ma come individuo che fa parte di una comunità.
Il Battesimo è per me la testimonianza esteriore di un cammino interiore; è una richiesta, un impegno, una promessa, con Gesù Cristo, avendolo riconosciuto come mia Guida. Mi auguro di cuore di ricevere il Battesimo perché per me rappresenta l’ultimo passo di un percorso spirituale personale, cercato e desiderato, e il primo passo in una vita nuova, guidato, ancora e più di prima, dagli insegnamenti di Dio.


PELLEGRINAGGIO I TRE DESERTI
GIORDANIA, SINAI E GERUSALEMME
29 agosto – 5 Settembre 2013

1° giorno: giovedì 29 agosto: Milano, Aeroporto di Malpensa - Amman
Ritrovo dei partecipanti presso la parrocchia e partenza per l’aeroporto di Malpensa. Volo di linea per Amman. Arrivo, giro panoramico della città. Sistemazione in hotel, cena e pernottamento.

2° giorno: venerdì 30 agosto: Amman - Monte Nebo - Madaba - Petra
Partenza per il Monte Nebo: qui Dio mostrò a Mosè la terra promessa. Eccezionale il panorama che si può gustare dal monte, una balconata su tutta la valle del Giordano. Nel pomeriggio visita di Madaba, a 30 km a sud di Amman. Gli scavi hanno restituito più di dieci chiese con meravigliosi mosaici, tra i quali il più famoso è senz’altro quello noto come “Mosaico della mappa” (risalente al 565 d.C.) che si trova nella chiesa greco-ortodossa e che offre la più antica mappa della Giordania, della Palestina e dell’Egitto; al centro della mappa è molto evidente la pianta di Gerusalemme con la cinta di mura completa delle 21 torri e le 6 porte. Proseguimento per Petra. Arrivo, sistemazione in albergo, cena e pernottamento.

3° giorno: sabato 31 agosto: Petra
Intera giornata dedicata alla visita del sito archeologico di Petra, costruita in posizione strategica lungo le rotte delle carovane tra la Mesopotamia e l’Egitto e divenuta poi capitale del regno dei Nabatei, abilissimi nel commercio. Considerata la più importante zona archeologica della Giordania. Tra i resti archeologici da ammirare: il Siq, unico passaggio che porta alla città, un canalone lungo 1200 metri che passa tra le rocce; il “Tesoro del Faraone, tempio e tomba insieme; un anfiteatro romano e un gruppo di tombe scavate nella roccia. Rientro in hotel, cena e pernottamento.

4° giorno: domenica 1° settembre: Petra - Wadi Rum - Aqaba - Nuweiba - Santa Caterina
Partenza per Wadi Rum, per l’emozionante escursione in fuoristrada. Il deserto si presenta come un paesaggio lunare fatto di antichissime vallate e montagne esposte al sole, famoso per le vicende relative a Lawrence d’Arabia. Proseguimento per Aqaba, sul Mar Rosso, da dove, in battello, si raggiunge Nuweiba per continuare in direzione di Santa Caterina nel Sinai. Arrivo a Santa Caterina, nel cuore della penisola del Sinai, a 1570 metri di altezza, sistemazione, cena e pernottamento.

5° giorno: lunedì 2 settembre: Santa Caterina - Taba - Timna - Arad
Verso le due di notte possibilità di salire a piedi (escursione facoltativa di tre ore di cammino) alla Vetta della Teofania dove Mosè ricevette le Tavole della Legge. Discesa per la prima colazione. Visita al monastero di Santa Caterina con la meravigliosa Basilica della Trasfigurazione e la preziosa collezione di icone. Partenza in direzione di Taba per il passaggio di frontiera. Si entra in Israele e si risale da sud il deserto del Neghev sulle orme del percorso dell’Esodo (deserto di Paran). Visita al parco di Timna che conserva i resti di un tempio egizio dedicato ad Hator, le miniere di rame, la collina degli schiavi, le “colonne di re Salomone” e interessanti incisioni rupestri. Arrivo in serata ad Arad. Sistemazione in hotel, cena e pernottamento.

6° giorno: martedì 3 settembre: Arad - Masada - Qumran - Gerico - Gerusalemme
Discesa verso il mar Morto. Arrivo a Masada e visita alla rocca di Erode il Grande. Si procede verso le grotte di Qumran per la visita agli scavi del monastero degli Esseni. Si passa per Gerico luogo dell’incontro di Zaccheo e Gesù. In serata arrivo a Gerusalemme. Sistemazione in hotel, cena e pernottamento.

7° giorno: mercoledì 4 settembre: Gerusalemme
Visita dell’Ophel, la zona tra la spianata delle Moschee e la città di Davide o Ir David, esterna alla Città Vecchia. Si passa quindi al Muro occidentale del Tempio (il cosiddetto Muro del Pianto). Pranzo in ristorante. Si prosegue con la visita al Monte Sion per una sosta al Cenacolo. Si scende quindi alla Chiesa di San Pietro in Gallicantu. Si raggiunge infine il Getsemani (“il Giardino degli ulivi”) con a fianco la Basilica di tutte le Nazioni o Chiesa dell’Agonia; qui, secondo i Vangeli, Gesù si sarebbe ritirato prima della Passione. Salita fino alla Chiesa del Dominus Flevit sul luogo dove il Signore pianse sulla sorte della città ed eccezionale punto panoramico da cui contemplare la città vecchia di Gerusalemme. Rientro in hotel, cena e pernottamento.

8° giorno: giovedì 5 settembre: Gerusalemme - Tel Aviv - Malpensa - Milano
Si ripercorre, tra le case di pietra del quartiere musulmano, il percorso di Gesù Cristo dal Pretorio al Golgota per approdare infine all’atmosfera solenne della Basilica del Santo Sepolcro. Pranzo libero. Proseguimento delle visite e nel pomeriggio trasferimento in aeroporto a Tel Aviv per il volo di rientro in Italia. Arrivo a Milano Malpensa e trasferimento con pullman privato in sede.

QUOTA INDIVIDUALE DI PARTECIPAZIONE: € 1490,00
SUPPLEMENTO CAMERA SINGOLA: € 340,00
(quota calcolata per un minimo di 40 partecipanti)

Voli di linea in classe economica con i seguenti operativi:
ANDATA: giovedì 29 agosto:
07.20/09.00 Milano Malpensa – Vienna 10.15/14.50 Vienna – Amman
RITORNO giovedì 5 settembre:
16.00/18.55 Tel Aviv – Vienna 20.40/22.05 Vienna – Milano Malpensa

La quota individuale di partecipazione comprende:
Trasferimento con pullman privato per e dall’aeroporto di Milano Malpensa;
Assistenza aeroportuale in Italia e all’estero;
Tasse aeroportuali e adeguamento carburante;
Sistemazione in buoni hotel 4 stelle, nelle località come da programma, in camere doppie con servizi privati;
Trattamento di pensione completa dalla cena del primo giorno al pranzo dell’ultimo giorno;
Tour in pullman GT locale;
Guide locali parlanti italiano;
Tasse di entrata e di uscita per Egitto, Giordania, Israele;
Visite, escursioni, ingressi come da programma;
Assicurazione medico-bagaglio 24 ore su 24 “Amitour”;
La quota individuale di partecipazione non comprende: Mance, bevande ed extra in genere;
Tutto quanto non espressamente indicato ne “la quota individuale di partecipazione include”;

Note generali: Questo viaggio richiede il passaporto in corso di validità con una scadenza residua di 6 mesi rispetto alla data di partenza

Per la parte normativa, rimandiamo alle nostre condizioni generali di viaggio e alle leggi che regolamentano il turismo

Termini di pagamento:
400,00 euro: alla conferma del viaggio
Saldo: entro il 30.6.2013.

 



NOTIZIE DALL'ORATORIO


Può sembrare presto… ma già molti mi chiedono cosa succederà in estate per l’oratorio!!!!

Ecco le proposte!

L’ORATORIO IN FESTA
Domenica 9 giugno dalla S. Messa delle ore 10 Pranzo insieme - Giochi
Se sarà possibile il pranzo e i giochi per strada!!!

ORATORIO ESTIVO 2013
Sono previste due settimane di oratorio estivo:
prima settimana: dal 10 al 14 giugno
seconda settimana: dal 17 al 21 giugno

MONTAGNA INSIEME
Quest’anno andremo a MADESIMO, presso il Boscone Suite Hotel
per le elementari: terza - quarta - quinta
da lunedì 24 giugno a sabato 29 giugno
per le medie e superiori:
da sabato 29 giugno a venerdì 5 luglio

Informazioni e iscrizioni in Oratorio!


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

ha ricevuto il battesimo

ALESSIO MIRABELLA
GIORGIO ETTORE PALOMBARO
FRANCESCO PADOVANI BRAMBATI
BEATRICE MARIA MADRIGALI
EUGENIO LISSONI
ELIA ATTANASIO

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

AGOSTINA CELORIA (a. 91)
ERMENEGILDO BRUSINI (a. 90)
ALBERTO BORDOGNA (a. 82)
CLAUDIA MONDAINI (a. 96)
GIUSEPPE MARSICO (a. 63)
MARIA MANIACI (a. 78)
MARIA CLELIA REDAELLI (a. 78)
BIANCA BALDINI (a. 98)

 


 


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