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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

Novembre 2007    


Pensieri lungo i binari di un tram

Sto attendendo, lungo i binari, l’11. È sera fonda. L’aria della città ormai ha il colore indistinto, immobile, del buio. Si allunga l’attesa. Per noi uomini e donne, oggi consumati dalla fretta, i tram sono sempre in impenitente ritardo.

Gli occhi a inseguire, quasi fuori delle orbite, rotaie che si perdono lontano. Nel nulla. Sete di una piccola luce lontana che abbia la parvenza di un fanale di tram che buchi la notte. E sia avvistamento. Altre luci si accendono e spengono. Accendono e spengono l’il-lusione. Non sono luci in rotaia, inseguono altre direzioni. A dilatare le pupille degli occhi è questa mia attesa.

Attendo un tram. E nella lunga attesa mi sorprendo a debordare. Ti confesso, non so darti ragione di questo improvviso debordare religioso dei pensieri. Come se fosse arrivata un’onda estrema, a spingere al largo l’immagine dell’attesa, a sospingerla a un senso ulteriore. Forse è questo attenuarsi di voci, di rumori, di immagini, di insegne a sospingere oltre. A sospingere dentro.

L’anima mia beve
silenzio.
Pulsa la luce leggera
come lampada fioca
alla punta estrema
del cuore.

Mi sorprendo a pensare che, uomini e donne, siamo tutti nella vita lungo rotaie, inghiottite dal buio. In attesa di un baluginare lontano, gli occhi sgranati a fendere il buio, in attesa. In attesa di un amore, di un ritorno. In attesa, oggi te ne parlo, del ritorno del Signore.

Si è accesa lontana una luce. Sarà lui? Anche il Battista, che ne sentiva parlare, dalla notte del carcere mandò a chiedere: “Sei tu il Messia o dobbiamo attenderne un altro?”. E io sono qui nella notte ad attendere. Che ritorni.

Ti dirò che da un lato porto dolore che se ne sia andato. Mi sorprendo spesso a sognare il suo volto: l’aprirsi dolce del suo viso al-l’abbraccio dei bimbi, l’infiammarsi del viso ai tavoli rovesciati per mercato di tempio, l’intenerirsi del viso alle mani di donna che andavano profumando il suo corpo, il piangere trattenuto per madre vestita di lutto sotto la croce. Porto dolore che se ne sia andato.

Ma porto anche gratitudine e fierezza. Non è rimasto a spiare la nostra libertà. Lui, giudice severo di coloro che si sentono autorizzati a spiare la libertà dei figli di Dio, giudice severo di tutti coloro che si sono fatti guardiani e gendarmi dei fratelli e delle sorelle, delle comunità. Tradendo l’immagine.

Se n’è andato - un giorno raccontò la parabola - lasciando al servo la sua casa. Affidata all’intelligenza e alla custodia. Fino al ritorno. Come uno che ci crede. Una terra affidata, una casa affidata, sorelle e fratelli affidati. Tutto affidato. Ritornerà.

Ora più non so se, questa sera, a parlarmi dell’attesa del suo ritorno sia il baluginare lontano del fanale di un tram che tarda a venire. O se a suggerirmelo sia questo tempo di avvento alle porte, tempo che abbiamo tradito, evocandolo come attesa di una nascita che è già stata e non come attesa della venuta del Figlio dell’uomo alla fine dei giorni.

“Nell’attesa della tua venuta” andiamo ripetendo ogni domenica, quando ci diamo appuntamento per la cena del Signore. E penso ai giorni lontani in cui si costruivano chiese rivolte ad oriente, perché da oriente sarebbe ritornato il Signore. Oggi che le chiese prendono prevalentemente l’orientamento del piano regolatore, oggi che le chiese non sono più orientate, dovremmo essere noi rivolti, con gli occhi e la vita, a oriente. In attesa del suo ritorno.

Mi chiedo dell’attesa e dell’assenza di attesa. Forse non attendiamo perché non ci sfiora innamoramento. Siamo occupati da altro. Mi dico: non puoi attendere se non uno che ti ha occupato il cuore. Per una sorta di innamoramento. Se ti ha sfiorato innamoramento, allora sai che cos’è trattenere il fiato in ascolto del fruscio dei passi, sai che cos’è lo spiare dalla finestra, sai che cos’è il trasalire e il battere del cuore. Il desiderio del volto. Non c’è attesa del ritorno se non c’è innamoramento. Se c’è, ti capiterà di mormorargli nel segreto: “Ho ascoltato quaggiù, nei miei giorni, la tua voce. Ora mostrami il tuo volto. Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto. Ora, lungo le rotaie che si perdono nel nulla, lungo le rotaie della vita o dalla soglia della casa che mi hai affidato, ti attendo. Vedano i miei occhi stanchi spuntare per me la tua luce”.

Costruirò nel sogno
una casa ad oriente
e la porta socchiusa
a spiare
il silenzio dei passi
alla luce del tuo volto.

Oggi sentiamo parlare di religione, si vuol difendere la religione. Ma gli occhi sono freddi, di ghiaccio, come di chi dice: Signore, ma non attende. Si danno definizioni, si proclamano regole, ma non c’è aria di innamoramento. Come se fosse penetrato l’inverno nelle chiese. Si urla, ma non è voce di innamorati. Né di Gesù né del vangelo. Militanti, ma non innamorati.

Succedeva anche a tempi di Gesù. Era la festa, dice Giovanni, della dedicazione del tempio: la festa la si celebrava nel mese di dicembre. Ma - che strano! - Giovanni precisa “era d’inverno”. Che la precisazione alluda a qualcosa? Che Giovanni voglia dirci che l’inverno era penetrato nel tempio? Era come se fosse inverno nel tempio. Qualcuno forse ricorda che nel “Cantico dei Cantici” è scritto che, quando arriva l’amore, l’inverno se ne va. È scritto:
“Ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia,
se n’è andata,
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nelle nostre campagne.
Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti spandono fragranza” (Ct 2, 11-13).

Quei lontani frequentatori del tempio si illudevano che fede fosse avere qualche pensiero su Dio. E loro avevano quelli giusti! Gli occhi erano di ghiaccio.

In una sua omelia su Maria di Magdala don Germano Pattaro rifletteva sul fondamento della fede. Argomento serio in tempi di gravi fraintendimenti. Diceva: “Il fondamento della fede più ancora che sapere qualcosa su Cristo (fosse pure che è risorto) è avere il cuore occupato da lui. Se non si ha il cuore occupato da lui, ma si hanno pensieri su di lui, non serve a niente (…). Noi invece abbiamo la mente occupata dai pensieri su Dio - magari sappiamo tutte le cose che si devono fare, sappiamo il catechismo a memoria, un po’ più un po’ meno - ma non abbiamo il cuore occupato da lui”.

Se il cuore è occupato lo attendiamo. Lo attendiamo resistendo alla bruttezza e alla mediocrità, lottando contro l’ingiustizia e la menzogna, contro la dissacrazione del volto. Anche in assenza di risultati. “Verrà” ti dice il cuore. E quando verrà, sarà chiaro dove stava la bellezza della vita. Se nell’egoismo o nell’amore. Verrà. E sarà naufragio per la menzogna. La grande Menzogna. Splenderà la verità di coloro che sulla terra anelarono a fare le opere belle, le opere che faceva lui, opere che miravano a restituire la dignità, la libertà, la vita piena ad ogni persona. Lottando contro ogni forma di asservimento, interiore e esteriore. Brillerà la tenerezza, dopo stagioni di dominio e di arroganze. “Verrà” dice il cuore. E punti gli occhi con desiderio.

Verrà e sarà la fine dell’inverno che fa smunte le erbe dei nostri cenacoli chiusi, case della presunzione, vuoto di tenerezza.

E venendo da cenacoli chiusi
in prati d’erbe
smunte
senza refoli di vento
l’avventura dei tuoi passi
su erbe bagnate
colorate d’ignoto
da un oltre che segna
il tuo passaggio di silenzio.
Andavi per pareti di vento.
E io a inseguire
per acuto di nostalgia
il tuo
profumo di vento.

Verrà. E avrà occhi che accarezzano sabbie e stanchezze. Avrà - io ne avrò bisogno - gli occhi intensi della misericordia. Né potrei attendere altro. Un giudice spietato, non lo attendi nella notte. Lo temi. Non sarebbe buona notizia, evangelo. E chi di noi potrebbe resistergli? Io so per certo che lui non muta. Avrà ancora gli occhi che accarezzavano sabbie e stanchezze. Avrà per me - nuda grazia! - gli occhi della misericordia.

E possa
alfine riposare anch’io
così come sono,
ladrone di sinistra
alle braccia della tua croce,
estremo rifugio
dimora
a un condannato a morte.
E ancora concedimi
per grazia
di riposare stanco
alla porta socchiusa
del regno.
In un’ora o in un’altra
- io lo sento -
tu uscirai.

A scuotermi uno sferragliare, sempre più vicino, di tram. La luce del fanale, ora a pochi passi, a vista anche di un cieco come me. Viene meno un’attesa, ma arde nel cuore sete di altra luce, la tua, che buchi la notte di altre rotaie. Non so quando. Ma tu verrai.

don Angelo

le poesie dell’articolo sono tratte da
ANGELO CASATI, Nel silenzio delle cose
Edizioni Qiqaion, Bose 2007

 



SI INDUGIA O SI ENTRA DI PREPOTENZA?
omelia di don Angelo nella trentesima domenica del tempo ordinario
domenica 28 ottobre 2007 (Sir 35, 2-14.16-18; 2Tm 4, 6-8.16-18; Lc 18, 9-14)

Si parla di preghiera nelle letture di questa domenica. Ma, se ben osservate, si parla di vita. Da come preghi si svela la vita, si svela chi sei. Da come prega il fariseo capisci che tipo di uomo è. E da come prega il pubblicano capisci che tipo di uomo è. Gesù è un finissimo osservatore. La parabola nasce da uno sguardo, lo sguardo di Gesù. Che cosa aveva osservato? Che “alcuni erano persuasi in se stessi di essere giusti e disprezzavano gli altri”. E racconta la parabola.

E la parabola inizia con un verbo: “Due uomini salirono al tempio per pregare”. Salirono. Il verbo salire. Ma c’è salire e salire.

C’è il salire presuntuoso. Il fariseo sale per la conquista, è come se si impossessasse di Dio, della verità, della casa di Dio. Celebra se stesso, da quel luogo alto a cui è salito. Alla fine ti accorgi che la montagna è lui. È salito a se stesso. Non c’è più Dio se non nelle parole. “Pregava tra sé”, dice la nostra traduzione, ma il testo greco scrive pròs eautòn: “pregava rivolto a sé”, si pregava addosso. E Dio? “Dio” scrive Giancarlo Bruni “spettatore muto di quel suo compiaciuto soliloquio”. È arrivato in alto. In alto è lui. È arrivato - pensate che conquista, che viaggio! - è arrivato a se stesso, e nemmeno dentro di sé, fuori: “io… io… io…” ripete, ossessivamente, “io”.

Il pubblicano invece, l’umile, al contrario, sale… e non arriva mai. Al volto di Dio giunge solo la sua preghiera, perché è scritto: “La preghiera dell’umile penetra le nubi”. Le nostre, le nostre preghiere, se celebriamo noi stessi, rimangono fuori, fuori delle nubi. Al volto di Dio giunge solo la preghiera di chi si sente lontano, costituzionalmente lontano. È scritto: “Dal profondo” - dal profondo! - “grido a te, o Signore”.

E dal profondo della lontananza - “stando lontano” è scritto - viene questo frammento, questa briciola di preghiera: “O Dio abbi pietà di me peccatore”. Ebbene, quando uno nasconde umilmente il suo volto - “non osava neppure alzare gli occhi al cielo” - quando uno nasconde umile il suo volto, Dio gli mostra il suo. Come? Giustificandolo: “Vi dico: discese a casa sua giustificato”. Non si sente giusto, come il fariseo. Si sente “fatto giusto”, fatto giusto non dalla celebrazione presuntuosa delle sue opere, ma fatto giusto da un altro, da Dio, ricolmato dalla misericordia.

Solo chi si sente lontano, solo chi patisce la distanza, sfiora il mistero di Dio. Solo chi indugia a distanza: “fermatosi a distanza” è scritto. Se non ci appartiene questo “indugiare a distanza” la nostra non è preghiera, ma, vorrei aggiungere, la nostra non è vita.

Siamo ancora educati a questo indugiare? Me lo chiedo. Perché mi sembra di cogliere oggi segni diversi. Oggi, si indugia? O si entra di prepotenza? Nelle case, negli uffici, nella verità, nell’altro, nella vita? Di prepotenza si entra. E non in punta di piedi.

Questo entrare nelle cose e nella vita come se tutto ci appartenesse e di tutto avessimo diritto. Come se tutto ci fosse dovuto, come se tutto fosse definito: la verità su tutto l’abbiamo noi! Questo entrare nella vita da conquistatori e da padroni, mi fa paura. È la rovina delle fede. E del mondo.

Rovina anche della preghiera, e magari nemmeno ce ne accorgiamo. Il fariseo nemmeno si accorge di non aver pregato, pensava tra sé di aver fatto una bellissima preghiera. Perfetta!

Se stiamo alla parabola, non è dunque decisivo il luogo per dire se è avvenuta una preghiera o no. Non è decisivo il tempio. Non so se vi siete mai soffermati a pensare che, dopo tutto, non si leggono nei vangeli momenti in cui Gesù prega nel tempio. Si raccontano momenti in cui Gesù prega fuori, questi sì. E l’invito, il suo, era a pregare nel segreto, a entrare nella camera, a chiudere la porta e a pregare Dio nel segreto. E tanto meno è decisivo, per Gesù, il posto in cui si è nel tempio. Anzi nella parabola è criticata la preghiera dai primi posti.

Ma non è decisivo neppure dire “Dio”. Anche il fariseo dice “Dio”. Ma celebra se stesso. E Gesù dirà: “Non chi dice: Signore, Signore, entrerà”.

Non è decisiva neppure la lunghezza della preghiera. Molto più lunga quella del fariseo, un soffio quella del pubblicano. Gesù dirà anche: “Quando pregate, non moltiplicate parole, Dio sa ciò di cui avete bisogno”.

È invece la preghiera dell’ultimo posto, che conquista Dio, conquista il cuore compassionevole di Dio. Per questo, capitemi bene, sono legittimi e anche belli i richiami dei preti a non fermarsi durante le celebrazioni in fondo alle nostre chiese. Ma attenzione a non giudicare troppo disinvoltamente. Chi legge il cuore non sei tu. E non ci succeda, come era successo al fariseo, di condannare colui che è giustificato da Dio.

Perché ci può essere un indugiare sulla soglia, rapiti dal mistero dell’altro, l’altro con la a maiuscola o con la a minuscola. Rapiti dal mistero dell’altro e dalla consapevolezza della propria indegnità, della propria distanza. Allora Dio scenderà. Scenderà a colmarla. Per grazia. Per nuda grazia.

 



Nel grembo di un monastero, l’ottavo sacramento
don Luigi Pozzoli e don Angelo Casati festeggiati a Bose

“Oggi a Bose festeggiamo l’amicizia, festeggiamo don Luigi e don Angelo, da loro vorremmo sentire, in piena libertà, cosa, nei loro tanti anni di pastori, più gli ha bruciato nel cuore...”
La voce profonda e affettuosa di Enzo Bianchi raggiunge chiara e forte ogni angolo della chiesa affollata.

Siamo davvero arrivati in tanti, e da città diverse, e i volti dicono la gioia di ritrovarsi, quasi famiglia, intorno a coloro con cui condividiamo orizzonti e stili di fede, e a cui siamo debitori infinitamente grati di un’immagine di Dio e di chiesa che con lievità e sottovoce, ma anche con parresìa e coraggio rimanda alla Parola che salva e dà vita. Don Luigi racconta, anche attraverso lettura di brani dei suoi libri L’abito rosso, purtroppo ormai introvabile, e Pensieri vagabondi, momenti forti della sua vita: e sorridiamo ascoltando che “Dio l’ha preso per la gola…” dato che la prima attrazione per il seminario gli è nata quando, bambino, intravede un giorno nel cortile del piccolo Seminario del suo paese i ragazzini affollarsi, per far merenda, intorno a grandi pagnotte distribuite insieme ad una tavoletta di cioccolata ed un quadratino di marmellata cotogna. “Credetemi, allora tutto era colpa, peccato, proibizione e Dio un giudice severo, inflessibile. Grazie a grandi maestri nella fede e grandi amici - come padre Turoldo, padre Balducci, don Michele Do - grazie al Concilio, che è stata la grande svolta, ho scoperto pian piano una visione nuova, aperta e libera, e della Chiesa e del volto stesso di Dio: un Dio della tenerezza e della misericordia, un Dio che ama e libera”. E grazie anche agli incontri con tante persone semplici eppure “straordinariamente ricche, di quella sensibilità umana e di quella intelligenza del cuore che costituiscono la vera grandezza di una persona”.

“Semm chi”

Ama il dialetto, don Luigi, e le espressioni popolari ricche di saggezza. “Siamo qui” concentra gli elaborati discorsi di filosofi e di mistici per dire la nostra radicale povertà, quel hic et nunc dell’esserci, che è anche una confessione, un appello. “Vedi, siamo qui. In questo punto di un cammino che tu conosci. Non lasciarci soli abbandonati a noi stessi. Non lasciarci smarriti in questo punto dello spazio e del tempo… Donaci la certezza che questo punto è abitato dalla tua presenza”. Nell’intermezzo musicale che segue, ospitiamo nel cuore per custodirli i pensieri, le immagini, i volti poco prima evocati. E quando don Angelo inizia il suo, di racconto, è come se un controcanto del tutto in armonia, seppure su altri registri, riprendesse temi e toni già risuonati tra le alte campate della chiesa. Ci parla di un’amicizia iniziata in un tempo lontano, 1971, quando tutto a Bose era… poco: pochi i fratelli, poche le mura riparate alla meglio, poco o nullo il consenso delle gerarchie. Ma arrivando alla porta leggevi “Suona, qualcuno ti accoglierà chiunque tu sia”. L’ospitalità, l’accoglienza, cifra di Bose, cifra dell’essere chiesa. E ad ospitare è anzitutto lo sguardo, prima ancora che un luogo. “Mi è capitato spesso di chiedermi quale cura abbiamo nella nostra vita, oltre che nella nostra comunità, di questa dimensione che mi sembra epifania del vangelo: l’accoglienza.” Ci racconta, don Angelo, del suo sentire la dismisura dell’amore di Dio rispetto alla piccolezza del proprio essere “granello di senapa”di fronte all’albero, e del suo cercare la terra della piccolezza, “terra emarginata, creatura in esilio”, terra che Gesù prediligeva, mentre noi “contagiati dal mito del successo, dell’esibizione, del colossale, scaviamo, a perdita di tempo, in altri campi alla ricerca del tesoro, con il risultato di estrarre fantasmi, volti truccati, maschere d’umanità, storie senza i colori dell’anima”. E poi indugia con quella lievità e dolcezza che tanto raggiunge chi lo ascolta, sui suoi temi preferiti: la passione per i volti, lettera di Dio, che ti incantano perché ti parlano con il sorriso, il pianto, la domanda, la confidenza e sempre ti rimandano al mistero che custodiscono, eco del mistero di Colui di cui sono immagine. Ed il desiderio di una chiesa capace di sbilanciarsi. “Negli anni del Concilio, in cui conobbi Enzo, accanto a lui conobbi l’imprevedibilità dello Spirito. Ma in questi anni purtroppo stiamo assistendo a questo barricarsi della chiesa al suo interno, almeno nella sua immagine prevalente. Gesù era sbilanciato verso l’esterno. Leggeva segni dello Spirito e s’incantava per le vie imprevedibili dello Spirito”. Sbilanciarsi: e mi par di vedere navigare nei cieli le figurine dei quadri di Chagall, gli sposi o il violinista o gli animali, sbilenchi, protesi in avanti, in movimento, in viaggio… e penso a quanti amici sedicenti non credenti, ma in verità davvero pensosi e pensanti, sono stati invitati a parlare nella parrocchia di don Angelo, e ci sono tornati ancora, dopo, perché lì, in quello spazio, si sentono accolti con attenzione vera e rispetto, nella libertà e nell’ascolto reciproco. E a quanti, uomini e donne, inquieti e in ricerca di verità e di bene, sono stati attirati dal calore e dalla luce della predicazione di questo “prete minore” come lui talvolta si definisce, e hanno potuto riscoprire l’immagine del Dio di Gesù finalmente liberata dalle incrostazioni che ne alteravano i tratti.
“È necessario uno sbilanciamento, e lo sbilanciamento è verso chi è fuori secondo i nostri canoni. È rimasto qualcosa, in questa stagione ecclesiale, di questo sbilanciamento vissuto da Gesù?”. Una voce flebile, quella di don Angelo, che però dice cose fortissime che ti provocano, ti motivano, senza mai colpevolizzarti: il piccolo miracolo di chi ama, di chi è innamorato. A Enzo Bianchi che gli chiede come può in parole semplici dirci cosa è stata, cosa è, per lui, la fede: “essere sfiorati dalla grazia, essere innamorati…”

La fede nell’invisibile

Filtrano tra le nubi tenui raggi di sole, nel cuore del giorno che avanza, e mentre ci avviamo a gruppetti nelle sale da pranzo preparate per accoglierci - sarà come sempre un mangiar bene, semplice e curato, anche se oggi siamo tanti davvero - mi raggiunge l’amica Annamaria, arrivata da lontano e qui per la prima volta: insieme ammiriamo la bellezza intorno, le foglie ormai oro e rosso degli alberi, il verde ancora smagliante dei prati e i fiori ancora intatti nei loro colori, grazie a un autunno eccezionalmente mite. E mi sorprendo a pensare che siamo in una conca, non in cima a un monte: quasi grembo che accoglie e invita, più che vetta da raggiungere faticosamente. I fratelli e le sorelle sorridono e sorridono, eppur faticano non poco a contenere le nostre chiacchiere prima durante e dopo il pranzo.
Quando l’incontro riprende, è per rispondere a domande, è per commentare quanto ascoltato. Emergono ora, con incisività, i temi che affratellano i due ospiti e il priore di Bose, ma anche tutti noi che oggi ci siamo sentiti convocati: la fede sottovoce e non urlata, la libertà che sola permette allo Spirito di guidarti dove vuole, il coraggio di dire e di indignarsi se necessario, l’elogio della lievità e della piccolezza, l’amore per la fragilità del volto, l’accoglienza e la tenerezza. Tratti di un Dio amante, di un Dio che libera, a noi rivelati dal suo Figlio venuto per dare agli amici la vita e darla in abbondanza. “Dire la fede è impossibile
- dice don Luigi - è un cammino in cui incontri Gesù e il Vangelo, li conosci e li ami, giorno dopo giorno, nella libertà, senza complessi, senza condizionamenti”. Ed Enzo ci confida che oggi, la fede, per lui è una saldezza dentro, rimanere saldi, come si legge nella Lettera agli ebrei: “Mosè restò saldo perché vedeva l’invisibile”. Una parola che è per noi incoraggiamento a non cedere alle tante tentazioni che viviamo nella quotidianità: lasciarsi andare per la fatica del cammino, cedere alle ombre e ai dubbi, essere presi dal senso di impotenza e di sconfitta. Stare saldi nella fede dell’invisibile, giorno dopo giorno, nella libertà, dietro ad un mistero che “di valle in valle sempre ti seduce”, come suona il verso di una delle più belle poesie di don Angelo, pubblicata nella nuova raccolta “Il silenzio delle cose” curata con grande raffinatezza dai fratelli di Bose.
Quando è ormai l’ora dei saluti, una nuova allegria circola tra noi e mi pare davvero che una grazia mi ha sfiorato: e forse è la grazia dell’“ottavo sacramento”, come don Michele Do aveva denominato l’amicizia.

Franca Ciccòlo

A Milano, il primo novembre 2007, festa di Ognissanti

 



DIO, DOVE SEI? DOVE TI HO GIÀ INCONTRATO?

Martedì, 23 ottobre, la nostra “cattedra dei non credenti” ha ospitato Don Virginio Colmegna, Presidente della Casa della Carità di Milano. Diamo spazio nelle nostre pagine alla seconda parte del suo intervento, che prendeva la forma commovente di una confessione personale, dietro l’interrogativo: “perché io sto con loro?” (registrazione dalla viva voce a cura di Rita Girotti).

Mi è venuto spontaneo, dopo queste riflessioni, chiedermi qual è la parola del Vangelo che mi interrogava di più. Entro nella fase un po’ più personale. Ho ripreso a guardare la mia vita, i miei incontri, il mio stare con i cosiddetti ultimi della fila, con le tante storie di vita che riempiono le cronache. Mi sono detto: “Perché mai debbo lasciarmi attrarre da questa sensazione strana che tutto sembra inutile? Sto con loro per un falso desiderio di sacrificio o per conquistarmi una benevolenza presso il Dio degli ultimi? Questa apparente bontà la catalogo nei meriti che voglio conquistare?”. Mi sembra un pensiero vuoto e senza senso. Avendo nella casa dove abito oggi, tra gli ospiti, le persone più indesiderabili della città, genericamente detti “rom”, mi vien da dire: chi me lo fa fare? Anche coloro che dovrebbero presiedere alla carità ecclesiale, quelli che danno i mandati, oggi nei nostri confronti sono forse preoccupati di un eccesso di attivismo concreto. Forse bastava dichiarare che qualcuno si deve occupare di loro, ma non rischiare di stare con loro, con tutto quanto questo comporta.

No, non vi è contraccambio in questa scelta, anzi mi sento di respingere ogni idealizzazione dell’impegno. Mi vien voglia di gridare: “Vivo questa vicinanza e basta! Non chiedetemi le ragioni, non le so. Sono come voi pieno di paure, di incertezze, anche di rabbia”. Questa prossimità è impastata di difficoltà. Anzi, vedo i risultati lontani e l’indifferenza che cresce. Posso dire che mi sento “fuori” come loro, portatore di un linguaggio dimenticato, folle quasi, perché non vi è ritorno di risultati.

“Chi me lo fa fare?” è la domanda che ritorna, e anche “Perché noi dobbiamo fare”. Quella fede religiosa che consegna le buone parole della carità, poi scompare. Eppure non mi posso staccare dagli occhi quella quindicenne che ha partorito l’altra notte, quei tre bambini con la loro mamma sbattuti fuori l’altra notte dal dormitorio pubblico di viale Ortles, quel bambino di un anno che una mamma felice ha reincontrato dopo che, anche per la nostra vicinanza, l’ha riavuto dal Tribunale dei minorenni, un dono grande, indecifrabile. E ho cominciato così a rivedere con calma gli incontri che succedono, a dare valore a quanto gratuitamente sta succedendo. La stiamo perdendo questa consuetudine di raccontare. E tutto sta diventando immagazzinato in un’altra logica, con un altro linguaggio. E forse l’assistenzialismo ha trasformato il nostro linguaggio in un linguaggio retorico. Per questo cerco di farmi attrarre da questi incontri, di capirne il dono, e di comporre anche da lì il mio essere credente, il mio amore per la vita. Sì, così come sono, inquieto e per questo assetato di incontri.

La mia ricerca diventa allora un cammino fatto di incontri, con la grande domanda: “Dio, dove sei? Dove Ti ho già incontrato?”. Mi ribello all’idea, che spesso accompagna la didattica credente, di conquistare l’amicizia di Dio e la Sua benevolenza con la buona azione caritativa. Questa carità che conquista il Paradiso non mi interessa, anzi mi fa incontrare un Dio che cataloga. No, non posso mettere i poveri sul conto di Dio, quasi sentirli come uno strumento dato a noi per salire e incontrare quel Dio che porta a superare il tempo. No, non so che farmene di un Dio che ci lascia i poveri per diventare buoni o per testimoniare che ci sono buoni e cattivi. E allora continuo a sentire in me un grande desiderio di capire, di lasciarmi attrarre dal gratuito, dalla scoperta di un incontro con un Dio che si nasconde, che ha un volto inaspettato, che prende il nome e il cognome di qualcuno che ha fame, sete, è ignudo, malato.

A questo punto della mia meditazione mi è venuto tra le mani il brano di Matteo 25: “Avevo fame, mi avete dato da mangiare, avevo sete, ero forestiero”. Quando? Ho letto il brano tutto d’un fiato, quasi ansioso di scoprire, e ho trovato la grande contraddizione di un Giudizio, che può risolversi o nella paura di essere allontanato, messo da parte per il castigo o anche nella tentazione consolatoria di addebitarmi i meriti. Anche questa chiave di lettura mi infastidiva. Leggi e rileggi questo brano mi sono soffermato su una parola chiave: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato, assetato?”. Uno non sa: è l’incoscienza dello stare con gli ultimi senza secondi fini, senza calcoli e decisioni precedenti. È il lasciarsi attrarre dall’incontro quando capita, il condividere senza sapere il perché, è l’incoscienza della carità, della fraternità umana che è vissuta perché va vissuta.

Stare dalla parte di quella domanda significa farsi incantare ancora da un Dio che l’uomo neanche sospettava di incontrare e lasciarsi riempire di sorpresa. Ed allora mi sono avventurato a rileggere questo testo che tutti conosciamo; ho contato anche nel testo i riferimenti richiesti: affamato, assetato, straniero, nudo, malato, prigioniero, sono sei incontri. Ho anche avvertito che dovevo arrivare al numero sette, che nella Bibbia è segno di pienezza, e allora mi sono messo a pensare che il settimo riferimento è quello lasciato a ciascuno di noi, alla storia che viviamo. Va completato da noi questo racconto biblico. Questo brano non è una parabola e questi versetti si distinguono dai precedenti versetti, che sono una descrizione della venuta gloriosa del Figlio dell’Uomo. Qui il Figlio dell’Uomo prende sorprendentemente l’immagine di un Figlio dell’Uomo affamato, assetato, stanco. Dunque il Giudizio universale viene compiuto da un Dio incontrato nell’affamato, nell’assetato, nel carcerato. Continuo a rileggere il brano come mai mi era capitato, affascinato da questa sorpresa. Questo Figlio dell’Uomo separa gli uni dagli altri, cambia la storia umana, il modo di descriverla e di viverla. Si noti anche nel testo il cambiamento del genere grammaticale: “Davanti al Figlio dell’Uomo saranno radunate tutte le genti ed Egli li dividerà gli uni dagli altri”; dunque il Giudizio finale è universale, si guarda a tutte le genti, ma è anche un giudizio personale, di ciascuno, preso singolarmente. E ancora una volta sento dentro di me un respiro libero, questo Figlio dell’Uomo è familiare, la paura quasi si allontana, non si tramuta in angoscia. La metafora del Pastore che separa le pecore, bianche, più bisognose di riparo durante la notte, dai capri, neri, più robusti, è il solo elemento parabolico presente in questo brano che in Matteo non ha sfumature. Ma nella dichiarazione del re, e nella risposta dei giudicati, viene ripetuto per ben quattro volte l’elenco delle sei azioni misericordiose. Non si tratta semplicemente di un programma etico, ma di una imitatio Dei. Un rabbino, commentando il versetto “seguirete il Signore vostro Dio”, si chiede: può un uomo seguire veramente Dio quando nello stesso libro è detto “il Signore tuo Dio è un fuoco che consuma”? Risponde: ciò significa che si deve seguire la condotta di Dio: e come Dio ha vestito quelli che erano nudi, Adamo ed Eva, vesti anche tu quelli che sono nudi; come Dio ha visitato gli ammalati, Abramo, pure tu visita gli ammalati; come Dio ha consolato gli afflitti, Isacco, consola anche tu gli afflitti; come Dio ha seppellito i morti, Mosé, tu pure seppellisci i morti.

Ma quello che mi ha impressionato, quello che è davvero rivoluzionario in questo brano, è che lo stesso Giudice si considera oggetto di tali azioni: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. Capite, il Re Giudice diventa uno qualsiasi, uno dei tanti fratelli piccoli di questa terra. Per entrare in comunione con il Dio che ci consegna all’eternità, che supera il tempo, bisogna lasciarsi sorprendere da questa misericordia, questo sacramento della presenza storica del Figlio dell’Uomo. Ed allora tutta la mia ricerca trova qui un approdo. in questo anelito di prendere il cammino, di fare le sei tappe. Con una settima tutta contemporanea con i volti dei nuovi poveri, quelli che sono con noi. Lontani dal desiderio di catalogare Dio, di metterlo al sicuro e al riparo, quasi dovessimo difenderlo noi, per incontrarlo dove vogliamo noi, per essere rassicurati. Lui ci ha svelato dove in verità possiamo incontrarlo.

Vi è in questo brano certamente una interpretazione universalistica che si rivolge a tutti, credenti e non credenti; questo brano ci dice che la fine del mondo che è un po’ anche la nostra fine e che potrebbe metterci angoscia, è avvolta da un giudizio che non è altro che riconoscere e scoprire che ci si è fatti attrarre dall’amore. Si è giudicati dall’amore, o meglio si rimarrà sorpresi allo scoprire che Dio era già in cammino con noi. Confesso che questa lucidità non accade tutti i giorni, quando siamo richiamati dai drammi a una risposta urgente, ci mancherebbe altro. Però guai se nelle scelte quotidiane e concrete perdessimo questa interiorità profonda, che rischia di essere smarrita, per la nostra incapacità di essere sorpresi da Dio che è là dove non ti aspetti, per la nostra voglia di rassicurare quasi Dio che noi all’appello ci siamo, mentre qualche volta Dio è là dove noi non ce l’aspettiamo. Ecco, ho avvertito il gran desiderio di raccontare a me stesso chi è questo Gesù, quale è il suo volto, con la modalità del vangelo di Matteo, mettendomi dalla parte di chi ha fame e sete, ma anche con il settimo passo di chi, come me, è un uomo in ricerca, inquieto, segnato da paure, uomo che continuamente si domanda: “Dio, dove sei? Perché non mi ascolti? Non vedi guerre, divisioni, violenze?”. Dentro questa storia così difficile mi imbatto in questi interrogativi: ma è mai possibile che dentro tutte le fatiche, tutta la concretezza dei patti di socialità, di legalità, tutti i ragionamenti che pure dobbiamo fare, guai se non li facessimo, si perda questa interiorità, l’incanto di scoprire che comunque ci portiamo dentro una domanda di fraternità, la coscienza di essere figli di un medesimo Padre, una domanda di fraternità che rischia di essere smarrita dentro questa cultura rigida che sembra quasi riappropriarsi del proprio Dio, desiderosa di tenerlo chiuso nei propri schemi, qualche volta di conquistarlo, quasi che avessimo bisogno di Dio per renderlo utile a noi.

E Dio ci sorprende. Ci sono alcuni eventi, alcuni affidamenti che vengono dati dalla storia che viviamo, che dovrebbero essere letti a questa profondità, per cercare di avvertire che Dio è là dove non t’aspetti. Ti sorprende. Per poter poi raccontare a noi stessi il nostro cammino di inquietudine, di ricerca di fede e dialogare con tutti. Ma se non c’è questo palpitare di umanità, di umanità magari sconfitta, tradita, esclusa, che è quella del mistero della Croce, sconfitta nella nostra esperienza, noi ci lasciamo affascinare da un Dio che ci sfugge. E questa è una lettura che dovremmo dare, una verità che dovremmo raccontare a noi stessi e agli altri. Ne hanno bisogno i giovani, noi ne abbiamo bisogno, la comunità cristiana ne ha bisogno, la comunità cristiana che spesso è tentata di conquistare la carità, di renderla apologetica, una carità che ci serve, per dire che siamo bravi. Mentre laddove invece si va dentro nei meandri della difficoltà, dell’esclusione, dell’indifferenza, diventiamo calcolatori anche noi, non c’è un’eccedenza della carità. E allora la carità diventa elemosina. Non c’è l’eccedenza dell’oltre, che è spiegata soltanto se vi è un oltre che ci supera continuamente.

Anche oggi eravamo a fare i conti di dove mai mettere a dormire quelli che erano ospitati da noi, una vicenda con la quale ogni giorno ci confrontiamo. E la mia domanda era ancora quella con cui iniziavo: perché dobbiamo entrare in relazione anche con questa storia, oggi è la loro, domani sarà la storia di altri. Perché? Qual è la motivazione? È una domanda che forse ci fa intravedere il filo nascosto di questa spiritualità nascosta. Quei volti, quelle storie portano con sé, oggi più che mai, sentimenti di rifiuto, che ci rendono tutti poveri e impauriti, forse perché non sappiamo scoprire la straordinaria fecondità dell’amore senza calcoli e senza secondi fini, quell’amore evangelico che è profezia di pace.

L’importante è avere il coraggio di ridiventare ancora e finalmente semplici e fiduciosi, convinti che l’altro è vicino a te come Lui. Qualsiasi altro. Avevamo iniziato questa riflessione con la domanda che ritorna: dov’è Dio? dove incontrarLo? dove trovarLo? dov’è Dio?”. “Non sta” dice un midrash “tra i conoscitori della sua identità, non sta nelle istituzioni che Lo rappresentano, è là dove nessuno se lo aspetta. Chi non è niente Lo ospita e Lo diventa”. Il Nuovo Testamento ha dislocato Dio trasferendo il suo habitat dal Tempio al Corpo di Gesù, ma è appunto Lui che muore sulla Croce escluso da tutti: l’escluso è ormai l’inizio della sua presenza. La ricerca appassionata di Dio ci porta qui.

 



La notte alla notte ne trasmette notizia

Itinerario di Avvento 2007

Mercoledì 5 dicembre ore 21
DON FRANCO BUZZI
Prefetto della Biblioteca Ambrosiana
COMUNICARE LA FEDE?

Giovedì 13 dicembre ore 21
PAOLO COLOMBO
Responsabile Centro Studi delle ACLI
TRADIZIONE DELLA FEDE E RELATIVISMO

Martedì 18 dicembre ore 21
CONCERTO DI NATALE
con il Coro MusicainCanto

 



nel mese di novembre, quasi dedica ai nostri morti

EPIGRAFE

Non mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore,
guarda le mie mani.
Forse c’è una corona. Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e, sulla croce,
la tua risurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un’epigrafe d’erba.
E dirà
che ho vissuto,
che ho atteso,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri.

Adriana Zarri

 



PADRE CLOVIS DAL BRASILE

Salvador, 27 ottobre 2007

Mio carissimo Don Angelo
Dio ti benedica!
Ho ricevuto il tuo fax del 18.09.07 nel quale mi parli dell’invio di due bonifici, tremila euro uno e duemila euro l’altro, per la costruzione delle case dei nostri bambini di strada, chiedendomi di confermarti l’arrivo degli stessi.
I due bonifici sono già arrivati e sono arrivati in un’ora molto importante, quando già mancavano soldi per continuare la costruzione delle nostre sette case che adesso stanno a buon punto con previsione di inaugurazione nel prossimo 31 ottobre.
Preghiamo Dio in questo senso!
Prima di finire ti ringrazio, mio caro Don Angelo, per il tuo speciale e deciso impegno in favore delle nostre opere sociali. Ringrazio i tuoi parrocchiani in generale e ringrazio particolarmente i tuoi bambini e ragazzi dell’oratorio per la campagna quaresimale destinata ai nostri bambini degli Alagados e adesso di quelli di strada.
Il mio abbraccio pieno di riconoscenza, amicizia e affetto a te e ai tuoi parrocchiani

Padre Clovis Souza Santos

 



Un Natale che si fa dono…

Anche quest’anno la nostra parrocchia vuole stimolarci a vivere il Natale in sintonia con il mistero che celebriamo: quello di un bambino, che entra poveramente nella storia. Lo fa suggerendoci un’occasione concreta per offrire a tanti bambini, di cui il Signore si è fatto immagine e icona, la possibilità di accedere a programmi didattici e ricreativi, che permettendogli di sviluppare le proprie potenzialità, mettano le ali ai loro sogni e gli aprano prospettive di futuro.

Riprendendo quindi lo stile che ci ha caratterizzato negli ultimi anni e rinunciando all’uso di manifestare auguri ed affetto scivolando nella logica, ormai fuori controllo, del consumismo, la proposta è quella di regalare un “gesto di solidarietà”, contribuendo alla realizzazione di una Biblioteca per ragazzi, a Nueva Concepción, Dip. di Chalatenango, in El Salvador.

Il progetto, ideato e seguito dal Gruppo O. Romero, presente mensilmente con il Banchetto Equo-Solidale nella nostra parrocchia, conta sulla collaborazione di un gruppo di giovani teatranti della Caritas diocesana di Chalatenango e dei maestri delle scuole locali.

Concretamente faremo così:
a quanti vorranno partecipare, portando in Segreteria parrocchiale il proprio contributo, corrispondente al/ai regalo/i che desiderano fare, verrà consegnato uno o più sacchetto/i artigianali in iuta e terracotta con all’interno un segnalibro in pelle, artisticamente decorato in El Salvador, un depliant con la presentazione del progetto, un angioletto fatto con bucce d’arancia.

La raccolta e distribuzione inizieranno da lunedì 19 novembre.



Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

SARA PAPI ROSSI
LUCA TOMASELLA
VALENTINA SOZZI
STELLA ALICE GILARDI
GABRIELE ALESSIO BREGA
VALENTINA MARASCO
PIETRO ILIO ARMANDO MARASCO
CAMILLA ALBA CASTAGNA
RACHELE GEA PARISI
LORENZO DIMICHINO
BLANCA DE LOS ANGELES RODRIGUEZ HERNANDEZ



si sono uniti in Matrimonio

ANDREA TOMASELLA e ILARIA VITO-COLONNA
GIUSEPPE ROMANO e BARBARA ELENA DONATELLA BARTOLI
DAVIDE CARTONI e PAOLA ROSARIA DE MARTINO



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

FRANCESCO GABRIELE (a. 86)
ANNA MARIA BIONDI ROSSI (a. 41)
LORENZO CASSI (a. 78)
LAURA PANNOCCHIA (a. 63)
EDOARDO ENRICO PELANDA (a. 91)
PIETRO SANTORIELLO (a. 69)
LAMBERTO MALATESTA (a. 95)
VITTORIO CESARE MANFREDI (a. 89)
GUGLIELMO ATTILIO ALFIERI (a. 95)
LEONELLO GUERRA (a. 75)
MARIA LUIGIA ANNA RECUPITO (a. 87)
SILVANA SETTI (a. 82) CLIA GIAROLI (a. 87)
ERNESTO GIOVANNIMARIA CIRILLO ROSI (a. 92)
RACHELE ANTONIOTTI ved. MEMBRETTI (a. 91)




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