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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

novembre 2009   


COME IN ESILIO...

Io ti chiedo Signore per che passo
dovrei entrare senza più sentire
la tua voce di colpa e di rovina.
E invece approdo sempre alle tue sfere
quando mi mostri il firmamento…
Perché questo tuo incanto o questa frode,
cosa ti costa prendermi nel seno?
Come in esilio vado a domandare
alla luce e al giorno se hanno visto
orma di te lungo le siepi brune.

ALDA MERINI (1931-2009)
da La terra santa
Poesie di Dio, Torino 1999, p. 41.


 

NOSTRA SORELLA MORTE

In queste settimane di novembre più che in ogni altro momento dell’anno i nostri morti ci fanno compagnia. Più struggente è il ricordo di quanti ci hanno lasciato, li visitiamo al Cimitero, portiamo fiori e accendiamo lumi. Per questo voglio con voi pensare a questa esperienza del morire che segna la vita di tutti noi. Questa esperienza ha oggi caratteristiche diverse rispetto al passato. La più vistosa è la ‘medicalizzazione’ del morire.

Due ricerche di uno storico contemporaneo, Philippe Aries (Storia della morte in Occidente dal Medioevo ai giorni nostri, Milano 1978 e L’uomo e la morte del medioevo e oggi, Bari 1980) approdano a questa constatazione: la progressiva emarginazione della morte nelle moderne società industriali. Un vero e proprio interdetto avrebbe investito i nostri paesi nella misura in cui la progressiva medicalizzazione della malattia e della vecchiaia porta sempre più a considerare estranee alla condizione di vita ordinaria queste situazioni-limite. La vasta operazione di medicalizzazione comporta l’allontanamento di coloro che si avviano al termine della loro vita. Le giuste preoccupazioni sanitarie finiscono per creare un vero e proprio cordone di isolamento. Le persone anziane e malate sono sempre più affidate a luoghi che non sono quelli della vita quotidiana: ospizi, case di cura, cronicari, reparti di lunga degenza… Soprattutto non si muore più nella propria casa ma nelle corsie degli Ospedali.

Notiamo l’evoluzione intervenuta a livello del linguaggio ordinario. Non si desidera più una ‘buona morte’, bensì una ‘bella morte’ (eu-tanasia). Buona morte era quella alla quale ci si preparava con esercizi, preghiere, forme di assistenza e accompagnamento. Ci si avvicinava con coscienza muniti di quelli che giustamente venivano chiamati ‘conforti’ della fede. Quando oggi si dice: ‘Ha fatto una bella morte’, si intende che è considerata bella quella morte che sopraggiunge improvvisa, istantanea, senza che sia possibile avvedersene, meglio ancora nel sonno. Anche il ruolo del sacerdote è in tale contesto cambiato. Se in passato la sua presenza al capezzale era desiderata, oggi è temuta. Lo si chiama di preferenza quando non c’è neppure un barlume di coscienza perché diversamente provocherebbe angoscia e paura.

Riconosciamo la nostra incapacità di esprimere con parole l’imminenza della morte. Le ‘pietose bugie’ sono le uniche parole che sappiamo dire. Anche questo è un segno della nostra difficoltà a misurarci con questo evento; più sbrigativa la via della rimozione. Sappiamo che con valide ragioni si sostiene e l’opportunità di non dire l’imminenza della morte a colui che vi è incamminato e quella invece di dire senza infingimenti, pur con la necessaria gradualità, la verità di una morte imminente. Ai nostri ragazzi giustamente raccontiamo con verità come nasce la vita senza ridicole storielle di cavoli e cicogne: ben presto imparano a riconoscere nel grembo della mamma la presenza di una nuova vita. Non siamo invece capaci di avvicinare i nostri ragazzi alla morte. Temiamo possano esser turbati da questa dura esperienza. Io credo invece che aiutare i nostri ragazzi a vivere l’esperienza del morire di una persona cara sia elemento prezioso della loro formazione.

Forse nel timore di dire a chi è vicino alla morte la verità della sua situazione, c’è il timore di parlarne a noi stessi. Nel disagio verso la morte d’altri c’è in realtà la difficoltà ad accogliere la nostra morte. La morte dell’altro è infatti il segno, quasi l’anticipo del nostro morire. Scrive un filosofo contemporaneo L. Landsberg: «La coscienza della necessità della morte non si risveglia senza il consenso della partecipazione, senza il concorso dell’amore personale in cui si sostanzia interamente questa esperienza. Abbiamo costruito un ‘noi’ con il morente. E in questo ‘noi’, per la forza di questo nuovo essere di ordine personale, siamo introdotti alla coscienza vissuta del nostro dover morire. La morte dell’altro rivela, spezzandola, una comunione di vita che ora non è più possibile. La morte del-l’altro è già in parte il nostro morire. Chi tra noi non ha fatto l’esperienza del silenzio che scende dentro di noi con la morte d’altri, soprattutto di una persona cara? È l’esperienza di un dialogo che si interrompe e non sarà più possibile con chi muore. La morte dell’altro penetra in me spezzando quel legame che giorno dopo giorno abbiamo creato insieme. Qualcosa di me muore con la morte dell’altro. È il venir meno di questa appartenenza reciproca. Al fondo la morte svela il senso profondo della vita, svela una appartenenza reciproca, una comunione di vita che appunto la morte interrompe. Allontanare la morte d’altri, renderci ad essa indifferenti vuol dire negare questa appartenenza, negare che il senso della vita va cercato nella reciprocità e non nella distanza.

La chiesa parrocchiale è il luogo dove abitualmente si celebrano le esequie dei nostri morti. Ma solo in rari casi, proprio perché quasi sempre si muore in Ospedale, noi preti possiamo accompagnare chi si avvicina alla sua morte. Sempre più spesso siamo solo avvertiti del decesso dai Servizi di Pompe Funebri e dagli Uffici comunali. Cerchiamo allora di stabilire un contatto, per quanto fugace, con i familiari perché le parole e i gesti che accompagnano l’ultimo congedo siano, per quanto possibile, condivisi con i familiari e non ‘di circostanza’.

Vorremmo essere più vicini a quelle famiglie nelle quali c’è una persona molto anziana, malata, impossibilitata ad uscire. Nel desiderio di esser vicini a queste situazioni, in occasione della visita alle famiglie che compiamo in queste settimane prenatalizie, vorremmo conoscere queste presenze per assicurare, se lo si desidera, una più costante e regolare assistenza religiosa a queste persone impossibilitate a uscire per recarsi in chiesa. Ci muove solo il desiderio di accompagnare con la parola della fede e con la nostra fraterna amicizia quel tempo, spesso doloroso eppur così decisivo, che è il tramonto della vita.

don Giuseppe

 

 


Quale regalità?

omelia di don Giuseppe nella domenica
di Cristo Re
domenica 8 novembre 2009
(Is 49, 1-7; Fil 2, 5-11; Lc 23, 36-43)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"




QUALE FUTURO PER IL CRISTIANESIMO?

Riportiamo la prima parte dell’intervento che il prof. Vito Mancuso ha tenuto all’interno degli incontri per i 75 anni della nostra parrocchia il 19 ottobre scorso. Il testo, cortesemente trascritto dalla sig.ra Rita Girotti, che ringraziamo, mantiene lo stile parlato e non è stato rivisto dall’Autore.

Il tema del futuro del Cristianesimo, è un tema al quale possiamo rispondere solo se affrontiamo una domanda ancora più importante, più originaria e più difficile: che cos’è il Cristianesimo?

Sono assolutamente convinto che un certo tipo di Cristianesimo non ha futuro. Intendo quel Cristianesimo che si regge sull’idea di obbedienza, di gerarchia cui si deve obbedire, qualcosa che ha molto a che fare con la disciplina militare e che è la modalità con cui è stato vissuto il Cattolicesimo, almeno a partire dal Concilio di Trento: penso che questo Cattolicesimo non abbia, qui da noi in occidente, molto futuro. Perché ho detto “qui in occidente”? Perché può essere che in altre parti del mondo questa modalità gerarchica e bene organizzata funzioni.
Un’esemplificazione di questo modello di Cristianesimo mi è data da una frase di s. Ignazio di Loyola, che al termine degli Esercizi Spirituali riporta le regole per essere sempre certi, nelle occasioni della vita, di essere buoni cristiani, buoni cattolici; una di queste dice (cito a memoria): un buon cattolico è colui che dice che una cosa è bianca anche se la vede nera, perché la Chiesa comanda che questa cosa è bianca… Secondo questa prospettiva essere cattolico vuol dire appartenere a una struttura, ad un’organizzazione e sostanzialmente obbedire. In questa prospettiva anche il motivo della fede è l’obbedienza: Dio si è rivelato, la sua rivelazione è depositata nella Chiesa che la custodisce e l’amministra, e bisogna obbedire (cf. la Costituzione Dogmatica Dei Filius del Concilio Vaticano I). In questa prospettiva essere cristiani significa, allora, essere obbedienti figli della Chiesa, significa essere pecorelle del gregge…

Io penso che questo paradigma, che si pensava fosse stato del tutto messo da parte o in via di superamento a partire dal Vaticano II, stia tornando prepotentemente alla ribalta. Per questa modalità di considerare il Cristianesimo, che è in definitiva il principio cattolico per eccellenza, almeno a partire dal Concilio di Trento – essere cristiani o meglio essere cattolici significa immediatamente aderire alla Chiesa –, ha come principio definitivo la Chiesa, che può essere o qualche cosa di gerarchicamente configurato, qualcosa che ordina, o anche semplicemente l’adesione alla comunità. Questa adesione è la versione post-conciliare, più mitigata, più amichevole, ma sostanzialmente identica alla precedente: ciò che determina il tuo essere cattolico è l’adesione alla comunità, qualche cosa sostanzialmente di orizzontale, di sociologico, con non piccole connotazioni politiche… Secondo me, questo non ha molto futuro. Non tanto perché gli uomini siano alla ricerca di chissà quale libertà, perché non sono più disposti ad obbedire, ma per motivi ideologici, perché la visione del mondo fisico e metafisico che sta alla base, che struttura questa modalità di essere cristiani, non tiene più. Infatti io non penso che l’umanità sia ormai matura e che sia passato il tempo delle obbedienze… Gli uomini sono sempre alla ricerca di qualcuno a cui consegnare la libertà, a cui legarsi, e ci sono persone che sfruttano per interesse questo senso dell’obbedienza, il desiderio dell’anima umana di legarsi, di obbedire, di far parte, di partecipare… Non è assolutamente vero che gli uomini amano l’ebbrezza della libertà, la libertà è qualcosa di cui la coscienza media ha paura.

Quindi non è per motivi sociologici che questa visione, questa modalità dell’essere cristiani è finita: è la struttura metafisica a non reggere più. Infatti dietro questa visione dell’obbedienza ci sta una precisa configurazione del mondo, una precisa configurazione del rapporto tra Dio e il mondo: tu devi obbedire perché il mondo stesso obbedisce, perché tutto obbedisce, è tutto una modalità in cui, a partire dalla natura, e poi a partire dalla storia, tutto risuona di obbedienza. «I cieli e la terra sono pieni della sua gloria», e si aveva una precisa biologia della natura, e si aveva una precisa teologia della storia, che configurava questa forma mentis della fede come obbedienza. «Non c’è autorità, non c’è potere che non venga da Dio» (Rm 13, 1); questo è uno dei versetti che ha configurato tutta una modalità di pensare la storia, per cui l’autorità era sacra, e la storia stessa obbedisce, c’è un piano nella storia, tutto si muove secondo un piano, una provvidenza, una mano che gestisce, muove i popoli, e innalza e abbassa gli imperatori e i re…

Il Novecento ha fatto completamente naufragare questa prospettiva. Dov’è oggi la possibilità di costruire una teologia della storia? E lo stesso discorso vale per la teologia della creazione. Il senso classico della teologia della natura e quindi della creazione era di pensare Dio come causa efficiente del mondo naturale; artigiano, orologiaio che plasma le specie che escono già belle e finite e predisposte. Il Novecento ha fatto piazza pulita di questa visione di un mondo ordinato e che impone obbedienza. Senza calcolare la visione antropologica che questa concezione portava con sé, in particolare il ruolo particolare che l’uomo aveva nel rapporto con Dio, l’uomo, dotato di anima spirituale, cioè qualche cosa che viene infusa, soffiata da Dio al momento stesso del concepimento.

Ho affrontato nel mio libro L’anima e il suo destino esattamente la questione dell’anima e in particolare l’origine dell’anima. Sono stato spinto a questa indagine da una “contestazione esistenziale”. Talora, infatti, quelle parole del Salmo 139, bellissime, secondo le quali Dio vede la vita fin nell’utero materno, «mi hanno visto le tue mani ancora informe, mi hanno plasmato»…, non funzionano, qualcuno viene al mondo plasmato in una maniera completamente difforme, nel corpo e nello spirito, in maniera irrimediabile. Sono oltre seimila le malattie genetiche che stanno lì pronte ad abbattersi sui bambini che tentano di venire al mondo e i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dicono che sono circa ottomila che ogni giorno vengono al mondo irrimediabilmente malformati o nel corpo o nello spirito. Siccome io ho avuto la circostanza tra un figlio e l’altra, di avere un terzo, anzi di non avere un terzo (nato al quinto mese di gestazione e portato via a causa di una malattia genetica) ho fatto questa riflessione: in che senso la mano di Dio, in che senso la vita fisica è sacra, viene da Dio, in che senso è un dono, qual è questo rapporto, come pensare questo rapporto tra Dio e l’essere umano?.

Ci sono anche altri argomenti per dire che la visione classica del mondo è superata: basta riflettere su come è cambiata l’escatologia, la modalità in cui si pensa all’Inferno, al Paradiso, al Purgatorio, alla vita eterna.

È curiosa l’affermazione che molti teologi fanno e mi sembra sia riportata anche nel Catechismo: il Paradiso e l’Inferno non sono dei luoghi ma degli stati, anche se poi si continua a mantenere l’idea della risurrezione della carne. Avete già capito dove voglio arrivare: un corpo di carne dove sta se non in un luogo, e come fa ad essere immortale? Sono uno stato, il Paradiso o l’Inferno sono una dimensione dell’essere, non un luogo: allora se questo è vero anche questo deve generare una modalità di esserci che non sia da pensarsi in maniera spazio-temporale, così invece come la risurrezione della carne suppone.

Ma c’è un problema ancora più grosso che riguarda, oltre la visione del mondo, oltre la visione della vita dell’aldilà, oltre la visione della vita antropologica, l’anima come immessa direttamente da Dio: come spiegare Dio, che immette direttamente l’anima e non si cura nel vedere che un corpo in quel momento si sta generando in modo così doloroso per lui e per i suoi genitori?

Accanto a questo c’è un altro problema concettuale che riguarda esattamente il centro, cioè la salvezza. Cosa vuol dire che Gesù è il Salvatore, che Gesù è il Redentore del genere umano? Perché Dio per salvare gli uomini ha avuto bisogno della morte di Gesù in croce? Oggi si usa dire che Gesù ci ha salvato con la Resurrezione: è veramente morto in croce, ma il vero evento è la Resurrezione, poiché è lì che ha vinto la morte. Ma anche mi chiedo: cosa vuol dire che con la sua Resurrezione ha vinto la morte? Io mi fido dei testimoni, delle persone che mi hanno trasmesso parole così sublimi; non hanno mentito dicendo che Gesù era veramente risorto. Però in che senso ha vinto la morte, cioè in che senso questo costituisce la salvezza? Per me e per tutti gli uomini prima e dopo di me, per i cento miliardi di esseri umani comparsi sulla terra a partire dall’Homo sapiens sapiens, in che senso la Resurrezione è la vittoria sulla morte? Sembra che la morte il suo mestiere lo continui a fare, non sembra sia molto vinta, esattamente morivano prima e continuano a morire adesso… Io mi permetto di dire un’altra “eresia”: non penso che la morte sia frutto del peccato dell’uomo, per un motivo molto semplice, un dato scientifico: la morte c’è molto prima dell’arrivo dell’uomo. La vita su questo pianeta esiste da miliardi di anni, l’homo sapiens sapiens è arrivato centosessantamila anni fa; ora la vita era mortale fin dalla sua origine. Per cui come si fa a dire che la morte è frutto del peccato? Se mai la morte ‘seconda’, quella di cui parla l’Apocalisse, la morte dell’anima, la possibilità che l’anima che di per sé è immortale, muoia invece che generarsi alla vita eterna: questa è la cosa più terribile, la morte ‘seconda’ di cui parla l’Apocalisse, da lì non c’è scampo… questa sì è frutto del peccato, ma non la morte fisica, questa è legata al fatto stesso di esserci.

È come l’ultima pagina di un libro. Ciascuno di noi è un libro, anche se non sappiamo quale: potremmo essere Guerra e pace, o I frammenti, o le Lettere dal carcere di Dietrich Bonhoeffer, che poi solamente qualcuno raccoglie e intitola, potremmo essere un’opera compiuta e arrivare fino alla fine dei nostri giorni e poter guardare anche a tutta la nostra storia passata, e potremmo essere semplicemente un frammento, una poesia, una pagina sola, un verso, una sillaba, un soffio, e non è detto che questo valga meno di Guerra e pace. E quindi in che senso ha vinto la morte? Di qui la morte continua, di là la morte non c’è mai stata. Nel regno eterno della luce, nel regno eterno di Dio, nella dimensione della vita eterna, lì la morte non c’è. È l’Eterno per definizione. E quindi quale futuro per il Cristianesimo? […]


Prossimo incontro per i 75 anni della parrocchia:

martedì 24 novembre alle ore 21.00 in oratorio
con

Jean-Robert Armogathe
docente alla Sorbona e già parroco a Parigi
sul tema:

Un futuro per la Chiesa? Il caso francese

 



VOLGENDO LO SGUARDO AL TERMINE DELLA CORSA

Desideriamo offrirvi un intenso colloquio tra il cardinale Martini e mons. Giovanni Barbareschi, raccolto da don Giuseppe e apparso sull’ultimo numero de «Il Segno», la rivista mensile della nostra Diocesi.

A due riprese, nell’ultimo anno, ho avuto la felice opportunità di accompagnare don Giovanni Barbareschi a incontrare il cardinale Carlo Maria Martini a Gallarate, dove l’Arcivescovo emerito di Milano vive dopo aver lasciato Gerusalemme. Argomento ricorrente in quei dialoghi tra due ottuagenari è stata la morte. Un tema che il Cardinale ha più volte ripreso negli ultimi anni, un’evocazione che non ha nulla di dottrinale, ma è piuttosto una confidenza del cuore. Nei giorni dedicati al ricordo dei morti, tento di restituire, almeno in parte, l’intensità del dialogo.

BARBARESCHI. Eminenza, siamo entrambi più o meno nell’ultima sala d’aspetto, in attesa della chiamata definitiva, ma non posso non chiedermi: Perché la morte? Perché Dio vuole che tutti gli uomini muoiano?
MARTINI. La mia risposta è maturata in un travaglio. Io mi sono più volte lamentato con il Signore perché, morendo, non ha tolto a noi la necessità di morire. Infatti, con la morte di suo Figlio, Dio avrebbe potuto risparmiare la morte agli altri uomini. Sarebbe stato così bello poter dire: «Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto». E invece Dio ha voluto che passassimo per questo duro cammino che è la morte ed entrassimo nell’oscurità, che fa sempre paura. Mi sono rappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che, senza la morte, non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio, non saremmo in grado di dedicarci a Lui completamente. Di fatto, in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle uscite di sicurezza: non sarebbe vera dedizione. Nella morte, invece, siamo costretti a riporre la nostra speranza in Dio e a credere in Lui. Nella morte spero di riuscire a dire questo sì a Dio.

BARBARESCHI. Non posso non notare l’uso da parte sua di espressioni niente affatto perentorie. Lei dice: «Spero...».
MARTINI. Sì. Riflettendo sulla mia morte ormai imminente mi sento piuttosto scarnificato nelle parole e nei sentimenti e mi trovo di fronte a difficoltà non ancora risolte. Come esprimere una realtà tutta negativa con parole razionali, che sembrano non risolversi in qualcosa di positivo? Per questo dico: spero che la mia fede in Dio sia abbastanza salda da vincere anche l’infelicità della malattia e la solitudine della morte. Spero che in punto di morte possa dire a Dio: «Tu mi sostieni, mi proteggi, mi accogli».

BARBARESCHI. Una certa formazione ci ha abituati ad avvicinarci alla morte quasi con atteggiamento eroico. Spesso si pensa che il credente debba andare incontro alla morte sereno, sicuro, senza incertezze. Mi sembra, invece, che dalle sue parole traspaia come un senso di paura...
MARTINI. Io prego il Signore di inviarmi, in quell’ora, angeli, santi o amici che mi tengano la mano e mi aiutino a superare la mia paura. Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano. Mi auguro di riuscire a pregare: pregare mi fa sentire di essere al sicuro, vicino a Dio. La morte non può privare di questa sensazione di sicurezza.

BARBARESCHI. Nel suo volumetto Conversazioni notturne a Gerusalemme, lei racconta di un teologo protestante che in punto di morte disse alla moglie: «Per tutta la vita ho riflettuto su Dio e sull’aldilà, ora non so più nulla. Eccetto che, perfino nella morte, sono al sicuro»...
MARTINI. Questa è anche la mia speranza...

BARBARESCHI. Forse qualcuno troverà poco edificanti queste parole intrise di paura. Sì, riconosciamolo, di paura per il progressivo avvicinarsi dell’ora della fine. Siamo abituati a pensare che invece il credente dovrebbe essere immune da questi sentimenti umani, troppo umani. La fede dovrebbe annullare l’umanissima esperienza della fine, del venir meno di legami che giorno dopo giorno abbiamo intessuto e che appunto la morte spezza. Eppure Gesù stesso non ci ha insegnato ad affrontare da eroi senza paura quest’ultima ora: lui stesso ha vissuto con angoscia la vigilia della sua morte nell’Orto degli Ulivi...
MARTINI. Sì, quando ero a Gerusalemme, proprio nella Basilica accanto al Giardino del Getsemani, ho meditato sulla vita cristiana come conflitto, lotta continua contro il mistero del male. E questa lotta non diminuisce col passare degli anni: semmai tende a farsi più drammatica, più forte. Per questo io chiedo il dono della vostra preghiera per me, perché io mi trovo in questo passaggio, in questa lotta, in questo combattimento per la fede. Vorrei poter dire come San Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia - anche qui c’è il termine “agonia” -, ho conservato la fede».

BARBARESCHI. Ma non è la morte che fa paura. Per me ciò che genera paura è il come...
MARTINI. Il come, sì, ma anche il fatto, perché è un salto nel buio. Noi diamo fiducia totale a Dio. È un abbandonarsi. Tutta la nostra vita ha cercato di essere un abbandonarsi, però abbiamo sempre delle sicurezze…

BARBARESCHI. Però di questo abbandono io sono sicuro. È il come, ripeto, che mi fa paura...
MARTINI. Io non penso tanto al come, per adesso. Questa estate sono stato in Val Formazza e lì vi sono molte cascate. Guardandole, pensavo: se l’acqua avesse paura di buttarsi... invece si butta. Così anche noi: buttarsi nella fiducia totale guardando Gesù. C’è una parola ricca di significato anche per la nostra vita, quando Gesù dice: Tutto quello che mi riguarda volge al suo termine. Io sento questa parola molto vera in particolare per me, perché sento che tutto quello che mi riguarda volge al termine. Il greco usa l’espressione telos, che si traduce appunto con “termine”, “scopo”, “completamento”. È lo stesso termine utilizzato da Paolo nel testo che ho appena ricordato: Ho combattuto la buona battaglia, ho “terminato” la corsa, cioè ho concluso, sono arrivato al telos della mia corsa, ho conservato la fede. Questa parola - telos - qualifica anche gli ultimi momenti della vita di Gesù secondo la descrizione dell’evangelista Giovanni, quando narra che Gesù, vedendo che ogni cosa era ormai compiuta, per adempiere la Scrittura, per portarla al suo telos, disse: «Ho sete» e, dopo aver ricevuto l’aceto, aggiunse: «Tutto è compiuto», cioè tutto è giunto al compimento, «e chinato il capo spirò». È questo compimento quello al quale io guardo, quello che deve completare la pienezza della nostra testimonianza, quello nel quale la nostra testimonianza deve dimostrarsi sincera, coraggiosa e chiara fino alla fine. Per questo, caro amico, chiedo la tua preghiera. Se mi darai un aiuto, te ne sarò proprio grato.


 

Domenica 8 novembre, al termine della Messa delle ore 11 sono stato rimproverato perché nell’omelia non avevo fatto cenno alla discussa sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che esclude la presenza del Crocifisso nelle scuole pubbliche. Ho promesso che avremmo affrontato il problema. Nell’attesa di organizzare su questo tema una serata, pubblichiamo due opinioni, due letture diverse, meritevoli di attenta riflessione (don G. G.).

NON TOGLIETE IL CROCIFICCO: È IL SEGNO DEL DOLORE UMANO

Dicono che il crocifisso deve essere tolto dalle aule di scuola. Il nostro è uno Stato laico e non ha il diritto di imporre che nelle aule ci sia il crocifisso […] Però a me dispiace che il crocifisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita. Tutte o quasi tutte le persone che conosco dicono che va tolto. Altre dicono che è una cosa di nessuna importanza. I problemi sono tanti e drammatici, nella scuola e altrove, e questo è un problema da nulla. È vero. Pure a me dispiace che il crocifisso scompaia. Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato.Ogni imposizione delle autorità è orrenda, per quanto riguarda il crocifisso sulle pareti. Non può essere obbligatorio appenderlo. Però secondo me non può nemmeno essere obbligatorio toglierlo. Un insegnante deve poterlo appendere, se lo vuole, e toglierlo se non lo vuole. Dovrebbe essere una libera scelta. Sarebbe giusto anche consigliarsi con i bambini. Se uno solo dei bambini lo volesse, dargli ascolto e ubbidire. A un bambino che desidera un crocifisso appeso al muro, nella sua classe, bisogna ubbidire. Il crocifisso in classe non può essere altro che l’espressione di un desiderio. I desideri, quando sono innocenti, vanno rispettati. L’ora di religione è una prepotenza politica. È una lezione. Vi si spendono delle parole. La scuola è di tutti, cattolici e non cattolici. Perché vi si deve insegnare la religione cattolica? Ma il crocifisso non insegna nulla. Tace. L’ora di religione genera una discriminazione fra cattolici e non cattolici, fra quelli che restano nella classe in quell’ora e quelli che si alzano e se ne vanno. Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea della uguaglianza fra gli uomini, fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo «prima di Cristo» e «dopo Cristo». O vogliamo forse ora smettere di dire così?

Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. È là muto e silenzioso. C’è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte del muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa di particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati. Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce, che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo, cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per una loro fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è l’immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli, tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva mai detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini. E di essere venduti e traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita, può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini lo sappiano, fin dai banchi della scuola. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso d’una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici, portiamo o porteremo il peso d’una sventura, versando sangue e lagrime, e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici.

Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere atei, laici, quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto «ama il prossimo come te stesso». Erano parole scritte già nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l’esatto contrario del modo come oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando estremamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto. Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo abituati a vedere quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte del muro. Ma se ci avviene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: «Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati». Quando e dove saranno saziati? In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti. Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. Se fosse qui oggi, non farebbe che cacciare mercanti. Per i veri cattolici, deve essere arduo e doloroso muoversi nel cattolicesimo quale è oggi, muoversi in questa poltiglia schiumosa che è diventato il cattolicesimo, dove politica e religione sono sinistramente mischiate. Deve essere arduo e doloroso, per loro, districare da questa poltiglia l’integrità e la sincerità della propria fede. Io credo che i laici dovrebbero pensare più spesso ai veri cattolici. Semplicemente per ricordarsi che esistono, e studiarsi di riconoscerli, nella schiumosa poltiglia che è oggi il mondo cattolico e che essi giustamente odiano. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e ai non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere e il non credere vanno e vengono come le onde del mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre. Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. È tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.

Natalia Ginzburg
da «L’Unità», 25.3.1988


IL CROCEFISSO: segno di una fede o sogno di una cultura?

In Italia l’obbligatoria esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è prevista solo da due norme regolamentari del 1924 e del 1928. Accogliendo il ricorso di un genitore mussulmano, qualche mese fa un giudice dell’Aquila ha adottato un provvedimento (poi revocato in sede di riesame) per rimuovere il crocefisso da due aule di una scuola elementare di Ofena. Più di recente il Tar del Veneto ha investito del problema la Corte costituzionale, che quindi dovrà pronunciarsi, anche se non si sa se e come, nel merito, data la natura regolamentare e non legislativa delle norme che si riferiscono alla questione. Questione che non riguarda, come nel caso della legge francese, la possibilità per il singolo di manifestare nella scuola pubblica la propria appartenenza religiosa mediante i relativi simboli, ma la legittimità di una obbligatoria presenza del simbolo religioso nell’ambiente scolastico gestito dallo Stato, in relazione al principio di laicità dello Stato stesso, che ne comporta la “neutralità” in materia religiosa e l’equidistanza rispetto alle diverse confessioni religiose. Lo Stato, infatti, non ha (più) una “sua” religione, anche se rispetta l’espressione della libertà religiosa dei singoli e dei gruppi, e non ignora, ma anzi favorisce, in condizioni di eguaglianza, la soddisfazione delle esigenze collettive legate al fattore religioso (la disponibilità di spazi per il culto, insegnamento religioso nelle scuole, ecc.).

Alcuni giustificano la presenza del crocefisso non più solo come simbolo religioso, ma anche come simbolo “culturale”, espressione della nostra storia e civiltà. Ma, da un lato, ci si deve domandare se la “riduzione” del crocifisso a simbolo “civile” non ne tradisca il senso proprio per i credenti, che in esso vedono un segno della loro fede, e non riproponga antiche confusioni fra “ordine” religioso e “ordine” civile. Dall’altro lato, ci si dovrebbe chiedere se oggi tale “appropriazione” non finisca per iscriversi anch’essa – in un contesto sempre più multiculturale, in cui, come i fatti francesi dimostrano, l’appartenenza religiosa all’Islam viene talora vissuta come rivendicazione aggressiva di una diversità rispetto alle società di tradizione cristiana – in una logica di difesa a sua volta aggressiva di una identità “contro” gli altri, anziché di affermazione dell’ideale della reciproca conoscenza, del mutuo rispetto e della pacifica convivenza fra diversi.

Valerio Onida
Presidente emerito della Corte Costituzionale


TEMPO DI AVVENTO


9 DICEMBRE 2009 ORE 21
CONCERTO DI MUSICHE RINASCIMENTALI E BAROCCHE
ESEGUITO CON STRUMENTI ANTICHI
E LETTURA DI TESTI SPIRITUALI

 

16 DICEMBRE 2009 ORE 21
L
A MESSE DE MINUIT
DI M. A. CHAPENTIER
Coro Misthere

 

TUTTI I VENERDÌ ORE 18
SANTA MESSA DURANTE I VESPERI
E MEDITAZIONE BIBLICA

 

SABATO 12 DICEMBRE 2009
BREVE RITIRO PRENATALIZIO
alla Villa S. Cuore di Triuggio (vicino a Monza)
Partenza ore 15 - Rientro ore 22,30
PREDICA IL NOSTRO PARROCO
Informazioni e iscrizioni presso la segreteria parrocchiale

 


NON-SOLO-BIBLIOTECA ... UN NATALE CHE SI FA DONO!

Anche quest’anno la nostra parrocchia vuole stimolarci a vivere il Natale in sintonia con il Mistero che celebriamo: quello di un bambino, che entra poveramente nella storia. Lo fa suggerendoci un’occasione concreta per offrire a tanti bambini, di cui il Signore si è fatto immagine e icona, la possibilità di accedere a programmi didattici e ricreativi, che gli permettano di sviluppare le proprie potenzialità, mettendo ali ai loro sogni e aprendogli prospettive di futuro. Riprendendo quindi lo stile che ci ha caratterizzato negli ultimi anni e rinunciando all’uso di manifestare auguri e affetto soltanto nella logica, ormai fuori controllo, del consumismo, la proposta è di regalare un “gesto di solidarietà”, contribuendo alla crescita di quel progetto nato, due anni fa, come

Biblioteca per ragazzi
(a Nueva Concepción, Dip. di Chalatenango, in El Salvador)

e che poco alla volta va’ trasformandosi in un vero e proprio centro di aggregazione culturale, con corsi di disegno, chitarra, animazione... per bambini e ragazzi. Il progetto, ideato e seguito dal Gruppo “O. Romero”, presente mensilmente nella nostra parrocchia con il Banchetto Equo-Solidale, conta sulla collaborazione di un gruppo di giovani educatori (teatranti “di strada”) della Caritas diocesana di Chalatenango e di maestri delle scuole locali.

Concretamente faremo così: a chi vorrà partecipare, portando in Segreteria parrocchiale il proprio contributo, corrispondente al regalo (o regali) che desidera fare, verrà consegnata una (o più) scatolina in paglia, contenente un cofanetto in legno, realizzato e artisticamente decorato dagli artigiani di La Palma in El Salvador e un depliant con la presentazione del progetto.

La raccolta e distribuzione inizieranno da lunedì 23 novembre.


Altre iniziative di Avvento negli spazi dell’Oratorio

sabato 12 e domenica 13 dicembre
FIERA DEL LIBRO

Novità editoriali, grandi classici, libri per bambini, testi di riflessione e studi biblici
Il ricavato andrà per le attività di carità dell’Oratorio:
quest’anno sarà ancora p. Clovis e i suoi “Alagados”

 

Da sabato 21 novembre a domenica 29 novembre
ingresso da via Nöe
sabato 21: dalle ore 16 alle ore 19
da lunedì a sabato: dalle ore 10 alle 12 e dalle ore 16 alle 19
domenica: dalle ore 9 alle 13 e dalle ore 16 alle 19
FIERA BENEFICA A CURA DELLA S. VINCENZO
Per essere solidali con i fratelli più bisognosi della nostra comunità

 

sabato 14 e domenica 15 novembre
sabato 12 e domenica 13 dicembre
sabato 19 e domenica 20 dicembre
BANCHETTO DEL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE





Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

ALESSANDRO LIGUORI
NISHEL LAKITHNA SIRIWARDANAMUTHUPORUTHOTAGE PERERA
GABRIELE GIULIANO FUMAGALLI
CHIARA MARIA LOMBARDELLI


 


abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

GIOVANNA PISANO (a. 75)
CREOSE VICARI (a. 88)
GUIDO DI RENZO (a. 67)
MARIA ANGELA SIMONETTI (a. 85)
CECILIA NEGRI (a. 85)

 


 


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