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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

novembre 2011


PREGHIERA D'AVVENTO

E cielo e terra e mare invocano
la nuova luce che sorge sul mondo:
luce che irrompe nel cuore dell’uomo,
luce allo stesso splendore del giorno.

Tu come un sole percorri la via,
passi attraverso la notte dei tempi
e dentro il grido di tutto il creato,
sopra la voce di tutti i profeti.

Viviamo ogni anno l’attesa antica,
sperando ogni anno di nascere ancora,
di darti carne e sangue e voce,
che da ogni corpo tu possa risplendere.

Per contemplarti negli occhi di un bimbo
e riscoprirti nell’ultimo povero,
vederti pianger le lacrime nostre
oppur sorridere come nessuno

A te che sveli le sacre Scritture
ed ogni storia dell’uomo di sempre,
a te che sciogli l’enigma del mondo
il nostro canto di grazie e di lode.

DIDIER RIMAUD,
Gli alberi nel mare,
LDC


 

BUON LAVORO

Giovedì 17 novembre si è riunito il nuovo Consiglio pastorale parrocchiale uscito dalle votazioni di domenica 16 ottobre. In apertura della seduta ho ritenuto di dover richiamare alcune caratteristiche e compiti di questo organismo che con noi preti lavora al servizio della nostra parrocchia. Qui ripropongo i pensieri proposti ai nuovi Consiglieri.

Quando diciamo ‘Chiesa’ istintivamente a che cosa pensiamo? Credo che alla nostra mente si presenti l’immagine della nostra chiesa parrocchiale, la chiesa che frequentiamo, dove abbiamo ricevuto i sacramenti, dove abbiamo affidato al Signore i nostri cari defunti. Anch’io, se penso alla ‘Chiesa’ ho davanti agli occhi la mia basilica di san Giovanni Battista nella mia città natale: chiesa del mio battesimo, della prima comunione, della Confermazione, della prima messa mia e di mio fratello, dei matrimoni delle mie sorelle, del battesimo dei nipoti, dell’ultimo saluto ai miei Genitori. Quella è ‘la mia chiesa’. E vi ritorno ogni volta con gioia ed emozione. Sono certo sia così per tutti voi. Adesso da tre anni quando dico chiesa penso a questa parrocchia di cui sono parroco e alle persone che la abitano e che a poco a poco conosco.
La Chiesa ha per noi il volto di quel luogo vicino alle case e che ha accompagnato i momenti lieti e tristi della nostra vita, la parrocchia. È qui che il mistero di Cristo si fa presente, incontra e salva la mia vita. È qui, in questo luogo preciso che può realizzarsi per ognuno di noi l’esperienza della fede. A proposito dei presbiteri ai quali è affidata la cura delle singole comunità parrocchiali, il Concilio afferma: «Nelle singole comunità locali rendono presente il Vescovo cui sono uniti con animo fiducioso e grande, condividono in parte le sue funzioni e la sua sollecitudine e le esercitano con dedizione quotidiana […] I presbiteri, sotto l’autorità del Vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata e nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e lavorano efficacemente all’edificazione di tutto il corpo di Cristo. Sempre intenti al bene dei figli di Dio cerchino di portare il loro contributo al lavoro pastorale di tutta la diocesi, anzi di tutta la chiesa» (LG 28).
Vorrei sottolineare queste parole: “rendono visibile la Chiesa universale e lavorano all’edificazione del Corpo di Cristo”. La parrocchia è questo luogo dove facciamo l’esperienza concreta della Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica, una esperienza che non può rimanere indeterminata ma chiede di assumere una concreta figura storica, un preciso disegno, un progetto pastorale. La sua realizzazione non è un adempimento in più che si aggiunge a quelli della cura pastorale di una parrocchia o di un oratorio. È invece la modalità concreta, storica e attualizzata con cui si esprime la cura pastorale in questo contesto storico-geografico. Come il CPP può realizzare il suo compito?

Il primo compito sarà la scelta dei temi, dei problemi da affrontare nel CPP. Infatti già questa scelta comporta l’esercizio del discernimento. Si tratta di stabilire le priorità con attenzione per le urgenze ma senza esser imprigionati dall’immediato. Urgente non vuol sempre dire importante. Questo esercizio suppone una lettura attenta del momento storico per individuare appunto ciò che riteniamo importante per la nostra comunità e quindi meritevole di studio e confronto. È possibile che molteplici temi si affollino sull’agenda: temi in sintonia con il cammino della Chiesa italiana e il suo programma decennale, temi legati alla vicenda diocesana, temi suggeriti dal momento storico che stiamo vivendo e da qualche urgenza locale. È facile esser presi dall’attualità e in qualche modo esser tentati di rincorrerla e talora non ci si può sottrarre, ma non dovremmo perder di vista qualche approfondimento di lunga durata, qualche tema di fondo che favorisca uno scambio approfondito e aiuti a creare un comune sentire. Nella scelta dei temi è importante non limitarsi a temi intraecclesiali ma riflettere insieme su aspetti della vita, della cultura, del costume che hanno particolare incidenza sulla coscienza cristiana.
Un secondo compito del CPP è la conoscenza sempre più precisa della realtà umana, sociale del quartiere in cui viviamo. La presenza di laici che in ragione della loro collocazione sono inseriti nelle diverse realtà deve dare al CPP quella competenza necessaria per realizzare una presenza significativa della comunità cristiana nel nostro quartiere. Un terzo compito del CPP è realizzare quel consultarsi tra credenti che serve all’edificazione della comunità. Accettando di dare la parola all’altro nell’ascolto e nell’accoglienza e impegnando la propria identità personale nel prendere la parola di fronte all’altro, si opera quel riconoscimento reciproco che forma una cultura di comunità e, se condotto nel segno del Vangelo, fa essere la comunità cristiana. La comunicazione non distorta promuove inoltre la condivisione ed esalta il senso di corresponsabilità. Consigliare è quella forma di discernimento che aiuta il parroco e i preti in servizio della parrocchia a comprendere ciò che il Signore domanda a questa comunità.
Per questo il lavoro del CPP non può prescindere da una solida esperienza spirituale. Certo non basta la preghiera che apre la sessione, occorre che ogni singolo membro e l’intero Consiglio prenda del tempo per un esercizio di intelligenza della fede in ordine ai problemi sul tappeto. Sono stato per moltissimi anni e sono ancora oggi membro del Consiglio pastorale diocesano e ricordo con gratitudine le meditazioni che il cardinale Martini svolgeva per i Consiglieri. Vorrei che il partecipare al Consiglio fosse anche esperienza di educazione ad una sempre più solida capacità di leggere il tempo con gli occhi della fede.
Decisivo è il clima di dialogo che deve essere proprio di un tale organismo. Il dialogo suppone due fondamentali atteggiamenti. Il primo è l’apprezzamento dell’interlocutore. Solo se stimo il mio interlocutore lo ascolterò e gli parlerò. Il secondo: solo se sono consapevole del mio limite, della mia relativa ignoranza mi disporrò all’ascolto e al dialogo. Un parroco che prende parte regolarmente alle sedute del suo CPP ascoltando ogni intervento manifesta stima e apprezzamento per i suoi Consiglieri e al tempo stesso esprime il bisogno d’esser aiutato a meglio comprendere il problema in esame. Reciprocamente un membro del CPP che interviene dopo aver pensato diligentemente il suo intervento, manifesta stima per il Parroco e per gli altri Consiglieri ai quali offre un consiglio ragionato e più ancora manifesta passione per la sua parrocchia che vuole contribuire ad edificare.
Infine, il CPP non è un luogo di reciproca esortazione ma appunto di consiglio cioè di esercizio dell’intelligenza che aiuta a leggere la situazione, ne illumina i diversi aspetti e offre qualche indicazione propositiva. I lavori di ogni seduta dovrebbero concludersi con alcune proposte, suggerimenti, consigli offerti al Parroco. Poche e praticabili indicazioni sul tema. Sarebbe bello anzi doveroso che il Parroco nella sessione successiva informasse il Consiglio della ricezione delle mozioni. In tal modo il Consiglio toccherebbe con mano la utilità del suo lavoro. Diversamente è inevitabile che si diffonda un senso di inutilità del CPP stesso. Non manca chi guarda con scarso interesse a questi Organismi di partecipazione in ragione della loro natura consultiva.
I Consigli non sono evidentemente la risposta al problema del comando-potere nella Chiesa, intendono però affermare due termini sicuri di questo problema: da un lato il carisma del Pastore-parroco che ha una responsabilità personale del gregge affidatogli dal Vescovo; questo carisma verrebbe compromesso dalla democratizzazione del potere; dall’altro la posizione del pastore che sta dentro il popolo di Dio, con la conseguenza che i suoi atti non devono cadere sul popolo di Dio, ma devono nascere entro il popolo di Dio; in una parola: potere personale del parroco ma in comunione col suo popolo… Per questo i Consigli ci devono essere, ma sembrano più coerenti alla struttura della chiesa in quanto Consigli, non come organi decisionali. In ultima analisi il problema del potere della Chiesa non è quello della spartizione del potere ma quello, al limite, della risoluzione del potere nella comunione”.

don Giuseppe

 



LA FINE DEL TEMPO
omelia di don Giuseppe nella I domenica di Avvento
domenica 13 novembre 2011
(Is 24, 16b-23; 1Cor 15, 22-28; Mc 13, 1-27)



Sabato 26 novembre
RITIRO SPIRITUALE DI AVVENTO
meditazioni di don Giuseppe

VILLA SACRO CUORE di TRIUGGIO
Partenza da p.za Bernini alle ore 9.00
Rientro alle ore 17.30
Iscrizioni in Segreteria parrocchiale


SCUOLA DELLA PAROLA PARROCCHIALE
don Matteo Crimella
ci guida nella lettura del Libro di Giobbe
mercoledì 30 novembre ore 21.00
in chiesa


 

Da sabato 26 novembre a domenica 4 dicembre
ingresso da via Nöe

FIERA BENEFICA
A CURA DELLA S. VINCENZO
Per essere solidali con i fratelli più bisognosi
della nostra comunità

sabato 26: dalle ore 16 alle ore 19
da lunedì a sabato: dalle ore 10 alle 12 e dalle ore 16 alle 19
festivi: dalle ore 9 alle 13 e dalle ore 16 alle 19




Scuola della Parola Parrocchiale: secondo incontro
GIOBBE E GLI AMICI

Mercoledì 26 settembre 2011 il biblista don Matteo Crimella ha tenuto il secondo incontro della Scuola della Parola parrocchiale su “Giobbe e l’enigma del dolore”, commentando i capitoli da 4 a 7 del libro bibilico. Ne riportiamo il testo integrale.

Avendo a disposizione solo tre incontri per assaggiare il libro di Giobbe, non è possibile leggere con attenzione tutti i dialoghi fra Giobbe e i suoi amici, né tantomeno comporre un’antologia dei passi più significativi. Ci limiteremo a considerare il primo intervento di Elifaz di Teman (cap. 4-5) e la risposta che ne dà Giobbe (cap. 6-7). Accennerò poi in breve al contenuto dei discorsi di Bildad, di Sofar e a quanto emerge dalle parole di Giobbe. Ciascuno è invitato poi a leggere personalmente questi intensi dialoghi.

Il primo amico che prende la parola dopo il monologo di Giobbe (cfr. Gb 3) è Elifaz di Teman. Il suo nome e il luogo della sua provenienza rimandano alla regione di Edom (cfr. Gen 36,4.10-11.15). Come Giobbe e gli altri due amici, anche Elifaz non è israelita; si tratta forse del più anziano dei tre amici (cfr. Gb 15,10). Da quanto dice si evince che Elifaz è un uomo che ha riflettuto a lungo sulle grandi domande dell’esistenza. I suoi discorsi sono articolati, sfumati, per niente caricaturali: è il difensore del buon senso e del giusto mezzo.
L’inizio del suo discorso è pieno di rispetto per Giobbe: Elifaz realizza di avere di fronte a sé un uomo giusto che teme Dio e il cui comportamento è integro. Insieme, però, Elifaz non attendeva uno sfogo così tumultuoso e per questa ragione interviene. Incomincia con una riflessione personale (4,2-7), fa appello alla propria esperienza (4,8-11), ricorre poi ad una rivelazione che ha ricevuto dall’alto (4,12-21); di nuovo fa appello all’esperienza (5,1-7), per offrire un consiglio personale all’amico Giobbe (5,8-16); conclude con una beatitudine che gli dà la possibilità di un’amplificazione (5,17-27). Ripercorriamo il discorso di Elifaz.
Colui che consolava i miseri e i sofferenti ora è angosciato perché la sventura si è abbattuta su di lui. E tuttavia se Giobbe davvero è giusto, custodisca intatta la sua speranza perché Dio non si accanisce sull’uomo giusto: «Ricordalo: quale innocente è mai perito e quando mai uomini retti furono distrutti?» (4,7). Si tratta della classica tesi della retribuzione: se fai il bene Dio ti premia, se compi il male Dio ti castiga! Ma Elifaz non si accontenta di suggerire all’amico le sue riflessioni e di raccontare a Giobbe la propria esperienza. Egli comunica all’uomo sofferente che gli sta di fronte il contenuto di una rivelazione notturna che ha ricevuto (4,12-21): qualcosa che gli è stato sussurrato, quasi suggerito all’orecchio proprio da Dio. Si tratta dunque di una parola cui accordare la massima fiducia proprio perché manifestazione divina proveniente dai cieli. Ebbene, la rivelazione, in breve, così dice: nessuna creatura umana può pretendere di essere pura di fronte a Dio (4,17); Dio trova difetti addirittura negli angeli, figuriamoci nell’uomo mortale! È il tema della finitezza dell’uomo o, forse, quello della radicalità del male che alberga nel suo cuore. Il discorso è rivolto in maniera implicita ma nemmeno troppo nascosta proprio a Giobbe. Se quest’uomo non accogliesse un simile messaggio, mancherebbe di sapienza e non troverebbe nessuno, nemmeno in cielo, disposto ad ascoltarlo. Morirebbe semplicemente per la propria stupidità, perdendo tutti i suoi beni, arrabbiato con se stesso e prigioniero della propria stoltezza (5,1-7).
A Giobbe non resta che una soluzione: presentare la sua causa a Dio stesso. Elifaz intende convincere l’amico e lo consiglia con calore: «Io, invece, mi rivolgerei a Dio e a Dio esporrei la mia causa» (5,8). Quasi a dire: “Se fossi al tuo posto farei così!”. Poi Elifaz intona un vero e proprio inno a Dio creatore: l’Altissimo è capace di mutare radicalmente i piani dell’esistenza umana, manda all’aria i progetti dei sapienti e rialza da terra l’umiliato (5,8-16). Se è così Giobbe non deve temere: troverà l’antica felicità che ha perso. Addirittura potrà dirsi beato in quanto è stato corretto da Dio: «Perciò, beato l’uomo che è corretto da Dio: non sdegnare la correzione dell’Onnipotente, perché egli ferisce e fascia la piaga, colpisce e la sua mano risana» (5,17-18). Il ragionamento sembra filare via dritto, senza intoppi, a patto che Giobbe ammetta di mancare di sapienza e riconosce che i suoi mali sono una dolorosa lezione che Dio gli infligge per il suo bene.
Che cosa intende dire Elifaz? Giobbe, per quanto si senta e si dichiari innocente, tuttavia non è proprio così puro: riconosca il male che ha compiuto e Dio lo salverà, ridonandogli quella felicità che ha perso. Ancora una volta emerge la tesi della retribuzione, una tesi imparata a scuola, come afferma lo stesso Elifaz: «Ecco, questo l’abbiamo studiato a fondo, ed è vero. Ascoltalo e imparalo per il tuo bene» (5,27). In breve: nessun uomo è felice, la sventura colpisce il peccatore mentre il giusto vive felice. Sono questi gli argomenti, le idee che Elifaz ha sfoderato in risposta a Giobbe.
Il tono di Elifaz è personale. Parla in seconda persona, intendendo così consolare l’amico Giobbe. Gli dà consigli, lo tratta con rispetto e con affetto; è quasi preoccupato per quell’uomo che, nell’eccesso della sofferenza, si sta perdendo. Eppure, nonostante le buone intenzioni, Elifaz non esce dai propri schemi mentali; è prigioniero di un’ideologia, di una spiegazione quasi geometrica della realtà. Paradossalmente, mentre Elifaz si appella a «ciò che ha visto» (4,8; 5,3), di fatto non guarda in faccia la realtà, accecato dalla forza della teoria della retribuzione. Sembra quasi che le sue idee siano più vere di quanto vede. Così Giobbe, l’amico che patisce, diventa trasparente, diafano, invisibile. Elifaz perde il suo contatto con lui, preferendo salvare una teoria che ha appreso a scuola e da cui non riesce ad emanciparsi.

Che cosa ribadisce Giobbe? La risposta è in tre parti. Il povero Giobbe apre la sua bocca e per ben tre volte si lamenta per la sua difficile situazione (6,2-7.14-20; 7,1-6). Interroga poi gli amici (7,7-21) ma soprattutto interroga Dio: prima in modo implicito (6,8-13), in seconda battuta in modo sempre più esplicito (7,7-21). Giobbe non ne può più. Conosce non solo la sofferenza, ma pure la nausea, lo svuotamento interiore, l’assoluta mancanza di senso. Quando qualcosa di grave raggiunge un uomo la prima reazione è l’urlo: benché con tono acceso, tuttavia la persona cerca di dare un senso simbolico a quanto vive, proprio attraverso la parola. In un secondo momento chi crede prega, ancora una volta cercando uno spazio simbolico dove ricomporre il suo dolore. Infine v’è il silenzio, un silenzio solenne, importante, più eloquente di tante parole. Giobbe riapre la sua bocca dopo aver taciuto non per paura o per vigliaccheria ma perché abbattuto dal dolore. Ora, aprendo la bocca, una cosa sola gli è chiara: Dio l’ha colpito, l’ha avvelenato, l’ha terrorizzato: «Le saette dell’Onnipotente mi stanno infitte, sicché il mio spirito ne beve il veleno e i terrori di Dio mi si schierano contro!» (6,4). Ecco allora la sua preghiera: Dio lo finisca, lo schiacci senza indugiare perché non ne può più: «Volesse Dio schiacciarmi, stendere la mano e sopprimermi! Questo sarebbe il mio conforto, e io gioirei, pur nell’angoscia senza pietà, perché non ho rinnegato i decreti del Santo» (6,9-10). Il disgusto dell’esistenza conduce Giobbe a desiderare la morte.
Degli amici Giobbe è deluso. Elifaz ha parlato a nome di tutti, senza mostrare alcun segno di compassione nei suoi confronti. Giobbe li accusa di non temere Dio, proprio perché l’attenzione al prossimo è il segno di una fede autentica. Ecco la sua accusa: «I miei fratelli sono incostanti come un torrente, come l’alveo dei torrenti che scompaiono: sono torbidi per il disgelo, si gonfiano allo sciogliersi della neve, ma al tempo della siccità svaniscono e all’arsura scompaiono dai loro letti» (6,15-17). Giobbe non chiedeva molto agli amici: non domandava i loro beni, non cercava raccomandazioni, non voleva protezione; invocava solo un po’ di consolazione. Essi invece, per bocca del Temanita, hanno messo in dubbio la sua integrità senza portare nemmeno una prova. Hanno posto sotto accusa le sue parole disperate, ma in questo modo lo insultano. Che lo guardino in faccia: lui è sicuro del suo buon diritto.
Deluso dagli amici Giobbe ricomincia a parlare a se stesso in un disperato monologo (7,1-6). Parla in terza persona, quasi per prendere distacco da sé, ma insieme per dire l’universalità di quanto sta vivendo in prima persona. Egli è diventato come uno schiavo costretto ai lavori forzati sotto il sole e in cerca di un po’ d’ombra. La notte per lui è lunga: invece del riposo sono i sospiri a tenerlo desto e quando si leva al mattino vorrebbe che già fosse sera. La morte, insomma, è vicina.
A questo punto Giobbe si rivolge a Dio, come Elifaz gli aveva consigliato. Ma Giobbe non si umilia di fronte a Dio; al contrario diventa sempre più aggressivo e se la prende con chi lo sta colpendo (7,7). Giobbe sente vicina la fine: la sua esistenza è come un soffio, ma finché è in vita Giobbe vuole urlare a Dio che lo tratta in quel modo. Gli sta addosso come un segugio, non gli lascia prendere fiato, lo spaventa nottetempo con sogni orrendi (7,11-15). Preferirebbe essere dimentico da Dio che essere maltrattato in quel modo.
Qual è l’apice del discorso? Sono i vv. 17-19 del capitolo 7, una vera e propria parodia amara del Sal 8. Il salmo diceva: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato» (Sal 8,4-6). Il salmo canta le meraviglie della creazione al cui centro v’è l’uomo. Quanto è differente il controcanto di Giobbe: «Che cosa è l’uomo perché tu lo consideri grande e a lui rivolga la tua attenzione e lo scruti ogni mattina e ad ogni istante lo metta alla prova? Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi lascerai inghiottire la saliva?» (7,17-19). Altro che stupore! Che cosa è mai l’uomo per essere perseguitato in quel modo? Che cosa ha fatto per essere perseguito come fosse un delinquente?
Dio sembra essere uno spietato controllore, un feroce aguzzino che si avventa sul prigioniero. V’è forse una colpa che possa far meritare tutto questo? V’è forse un peccato che giustifichi frecce così amare? Dio non è più il salvatore ma il persecutore. L’uomo coronato di gloria e di onore non è altro che una vittima ferita a morte. Mentre nei salmi l’orante domanda la protezione e la custodia di Dio, Giobbe chiede che Dio s’allontani; mentre quelli supplicano di scampare dalla morte, Giobbe vi aspira e vorrebbe solo un attimo di tranquillità per respirare.

Come interloquiscono con Giobbe gli altri amici? Cerco di offrire un breve schizzo di quanto dicono Bildad e Sofar. Bildad è più giovane di Elifaz, in ogni caso più violento e ricorre ad un’ironia più pungente. È più eloquente e meno sfumato di Elifaz; il suo pensiero è lineare e quasi militaresco. Bildad sembra rappresentare una variante significativa della teologia della retribuzione, una variante più vicina alla sapienza che si ispira al diritto sacrale legato all’istituzione dell’alleanza: alla fedeltà dell’uomo corrisponde la benedizione, all’infedeltà invece la maledizione. Basti un esempio:
Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui,
li ha abbandonati in balia delle loro colpe.
Se tu cercherai Dio
e implorerai l’Onnipotente,
se puro e integro tu sarai,
allora egli veglierà su di te
e renderà prospera la dimora della tua giustizia;
anzi, piccola cosa sarà la tua condizione di prima
e quella futura sarà molto più grande (8,4-7).
Più che a schemi teologici, Bildad si rifà all’esperienza e alla tradizione degli antichi: la storia dimostra la fedeltà di Dio alle sue leggi e alla sua giustizia. Ancora una volta si rinuncia a guardare alla realtà: pare che quanto si dice da sempre valga di più di quanto si vede.
Sofar, il terzo amico, è il più violento e cinico. È così convinto della giustezza della tesi della retribuzione che insulta Giobbe: se quest’uomo soffre è un malvagio, un empio, giustamente punito per i suoi misfatti. Per Sofar Dio non parla e dunque si sente in dovere di parlare lui al posto di Dio, con un discorso sicuro e infallibile che non lascia spazio a null’altro se non alla propria arroganza.
In sintesi, quali sono le distorsioni teologiche degli amici? Essi ribadiscono la tesi della retribuzione, con accenti diversi. In realtà la loro difesa rivela non poche debolezze. In primo luogo gli amici concludono che se Giobbe soffre allora è un peccatore. E se la sofferenza avesse una motivazione diversa o un’altra origine, come il lettore di Giobbe sa bene, visto che conosce il prologo? In altre parole, se anche fosse possibile prevedere il futuro a partire dal peccato e dalla giustizia, non è possibile l’inverso: dedurre cioè dalla sofferenza o dal benessere dell’uomo la sua colpevolezza o la sua giustizia. In secondo luogo: gli oranti dei salmi fanno l’esperienza della sofferenza ma pure dell’improvvisa e gratuita liberazione di Dio. Nel momento in cui stavano maledicendo Dio, scoprono che Dio li ama e li libera. Gli amici, al contrario, non conoscono questo dramma e accusano Giobbe di crimini che non esistono. La vicenda di Giobbe, cioè, mette in crisi ogni sistema religioso che in nome di un buon principio teologico intende quadrare il cerchio dell’esistenza dell’uomo, non a spese del sistema ma spese dell’uomo. Ecco la distorsione teologica. Infine gli amici hanno una visione meramente mercantile della felicità: Giobbe, e con lui ogni uomo, potrebbe acquistarla quando desidera, invece di riceverla in dono da Dio.

Come risponde Giobbe alle accuse degli amici? La teologia di Giobbe è indubbiamente diversa e più ricca di quella dei suoi amici soprattutto perché deve trovare soluzioni nuove e avventurarsi in piste inesplorate. E tuttavia Giobbe condivide molte affermazioni degli amici; soprattutto appartiene allo stesso contesto religioso e culturale. In nome della teologia della retribuzione gli amici proclamano quest’uomo peccatore. In nome della stessa teologia Giobbe non può che proclamarsi giusto. Ma proprio qui sta il problema di Giobbe. Finché l’uomo può essere considerato peccatore, si trova sempre un motivo che giustifichi il castigo della sofferenza. Ma quando ci si trova di fronte ad un giusto che soffre (e Giobbe lo è, come Dio stesso riconosce), allora non rimane che un’alternativa: o si dichiara il fallimento del sistema teologico, oppure si proclama che Dio è arbitrario, ingiusto e dispotico.
Inutile nascondere che una simile soluzione non soddisfa nessuno, nemmeno Giobbe. Da qui il desiderio di Giobbe di dialogare con Dio. Ecco la vera differenza fra gli amici e Giobbe: gli uni parlano di Dio, con sicurezza dogmatica, con certezza assoluta. Giobbe invece parla con Dio e attende da lui una risposta, meglio, attende che Dio voglia rivolgergli la parola. Se gli amici, i teologi, sono sicuri del loro concetto di Dio, alla fine si trovano a sistematizzare idee e concetti, a giocare con le parole. Giobbe invece dialoga, urla, si interroga, fatica, invoca la morte ma si rivolge a qualcuno, parla con una persona. Quella persona però – Dio – per il momento non risponde. E Giobbe attende, cocciutamente fedele alla propria giustizia. Quest’attesa è lo spazio della speranza, sarà il luogo dell’agognato colloquio con Dio.

Anche questa sera, vorrei terminare allegando alcune citazioni. A testimonianza del fatto che il dramma di Giobbe e dei suoi amici appartiene ad ogni uomo, ci appartiene.
La prima citazione è tratta da un racconto di Zvi Kolitz, Yossl Rakover si rivolge a Dio. È la vicenda dell’ultimo ebreo sopravvissuto nel ghetto di Varsavia, mentre attende la morte dopo che sono stati uccisi tutti i suoi compagni. In quel momento Yossl prega Dio con queste parole:
Dio d’Israele, sono fuggito qui per poterTi servire indisturbato, per obbedire ai Tuoi comandamenti e santificare il Tuo nome. Tu però fai di tutto perché io non creda in Te. Ma se con queste prove pensi di riuscire ad allontanarmi dalla giusta via, Ti avverto, Dio mio e Dio dei miei padri, che non Ti servirà a nulla. Mi puoi offendere, mi puoi colpire. Mi puoi togliere ciò che di più prezioso e caro posseggo al mondo, mi puoi torturare a morte, io crederò sempre in Te. Sempre Ti amerò, sempre, sfidando la Tua stessa volontà! E queste sono le mie ultime parole per Te, mio Dio colmo d’ira: Non Ti servirà a nulla! Hai fatto di tutto perché non avessi più fiducia in Te, perché non credessi più, io invece muoio così come sono vissuto, pervaso di un’incrollabile fede in Te. Sia lodato in eterno il Dio dei morti, il Dio della vendetta, della verità e della giustizia, che presto mostrerà di nuovo il suo volto al mondo e ne scuoterà le fondamenta con la sua voce onnipotente. Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Nella Tua mano, Signore, affido il mio spirito.
La seconda citazione è un celebre testo di David Maria Turoldo, tratto dal suo testamento poetico e spirituale, Canti ultimi.
Si intitola Tu non sei un dio del male:
Ma tu non ami la morte
Tu sei venuto fra noi
per mettere in fuga la morte
per snidare e uccidere la morte.
A
nche a te la morte fa male
per questo sei amico
di ognuno segnato dal male:
e ogni male tu vuoi
condividere…
* * *
Solo un abbaglio, o equivoco amaro
– quando non sia stoltezza –
fa dire di te che sei
la «divina Indifferenza».

 


IL RACCONTO E LA STRADA


Da tre anni la Diocesi di Milano ha fatto spazio nella sua Liturgia a un nuovo lezionario. Don Angelo Casati in questo libro ripercorre le letture bibliche che vedono la comunità riunita nelle domeniche e nelle festività dell’Anno B del ciclo liturgico. Il suo commento ama scavare nella miniera del Primo e del Secondo testamento, portandone all’aria aperta dei nostri giorni qualche pagliuzza dell’oro che vi riluce. (dal risvolto di copertina)

ANGELO CASATI
Il racconto e la strada
Commento al lezionario festivo
secondo il rito ambrosiano
Anno liturgico B
Centro Ambrosiano,
Milano 2011,
pp. 320, € 19,90

Pensando di fare cosa gradita riportiamo la Premessa al libro.

Seguo il rumore dei passi

Intimo il sentiero
al brivido di luce
del mattino
come quando si chiudono
per amore gli occhi
e ci si racconta nel silenzio.
E tu a raccontarmi del tuo viaggio
nella nostra carne.

Sono lettore innamorato di vangeli, non sono un esegeta, scavo nelle parole. Mi emoziono quando incontro e posso portare alla luce l’oro che le abita. Trovo tracce di Gesù sotto polvere di sabbie, che il tempo e la nostra opacità vi hanno in ampia misura depositato.
Quando leggo sento il rumore dei passi, sono leggeri, senza fanfare, senza esibizioni, senza autocelebrazioni che ne rompano l’incanto. L’incanto della realtà, la realtà della sua persona, del suo Vangelo, della sua via. La sua via, via dello Spirito, tanto diversa da tante vie dello spirito che abbiano disinvoltamente chiamate cristiane, di Cristo.
Seguo il rumore dei passi che porta a una casa. «Dove abiti?». «Venite e vedrete». I due, iniziatori del movimento, si videro aprire una casa. Lui non abitava sinagoghe, né abitava palazzi. Entrarono, erano tutt’occhi per vedere, erano le quattro del pomeriggio: quella luce sulle cose di casa e sul suo volto niente e nessuno l’avrebbe più cancellata, impigliata per sempre nel più profondo dei loro occhi.
Qui mi ha portato il rumore dei suoi passi. E mi pento di essermi al lungo illuso di sapere di lui leggendo dissertazioni teologiche, illuso che lo avrei potuto conoscere senza abitare la sua casa, molto più che nei luoghi cosiddetti sacri.
La casa è più umana, nella casa si può smarrire una moneta e passare ore a cercarla e chiamare le donne del vicinato a far festa quando, dopo tanto frugare, è uscita dalla penombra agli occhi. Nella casa succedono gli inciampi, succedono anche le nostre fragilità, le nostre debolezze, succede di smarrire una moneta.
Nelle istituzioni immobili no, tutto procede senza scarti, dall’inizio alla fine, tutto deve filar liscio, roba da mostri sacri. Lui lontano anni luce dal posare come un mostro sacro. E senza un grumo di simpatia, un grumo che è un grumo, verso i mostri sacri.
Uno come è lo conosci sulla strada. Lui camminava su sabbie di strada, ai suoi piedi non rosso di tappeti in attesa, né la vita imprigionata nell’immobilità delle cerimonie, ma la vita, con l’odore della vita. E lui a raccontarci su sabbie di strada il suo viaggio nella nostra carne. Lui a raccontare con il suo modo di stare al mondo, con le impronte dei suoi piedi, con parole che accendevano gli occhi e l’anima. Il racconto divenne scrittura. Sacra. La sfioriamo venerandola con gli occhi e le mani. Venerandola con la vita.


UNITI NELL'ARTE SOLIDALE

Tra le iniziative che la nostra parrocchia ci propone per vivere il Natale in sintonia con il Mistero che celebriamo – quello di un bambino, che entra poveramente nella storia - anche quest’anno c’è la possibilità di aiutare decine di bambini e ragazzi ad accedere a programmi didattici e ricreativi, che gli permettano di sviluppare le proprie potenzialità, mettendo ali ai loro sogni e aprendogli prospettive di futuro.
Riprendendo quindi lo stile che ci ha caratterizzato negli ultimi anni e rinunciando all’uso di manifestare auguri e affetto soltanto nella logica, ormai fuori controllo, del consumismo, la proposta è di regalare invece un “gesto di solidarietà”. Vale a dire, di contribuire alla crescita di quel progetto nato, tre anni fa, come Biblioteca per ragazzi (a Nueva Concepción, Dip. di Chalatenango, in El Salvador) e ormai trasformatosi in vero e proprio centro di aggregazione culturale, con corsi di disegno, matematica, chitarra, animazione... e un angolo dei racconti, dove i bambini e i ragazzi – guidati da alcuni studenti volontari – ascoltano e scrivono racconti, che poi rappresentano loro stessi.
Il progetto, ideato e seguito dal Gruppo “O. Romero”, presente mensilmente nella nostra parrocchia con il Banchetto Equo-Solidale, conta, infatti, sulla collaborazione di un gruppo di giovani educatori (teatranti “di strada”) della Caritas diocesana di Chalatenango e di maestri delle scuole locali, che recentemente hanno messo a disposizione i locali del Centro e la loro creatività per realizzare una Serata artistica dal titolo “Uniti nell’arte solidale” per aiutare gli alluvionati dalla Tempesta Tropicale che ha distrutto le abitazioni e i raccolti di intere comunità, tra cui quella di Nueva Copapayo con cui il nostro Gruppo è da anni gemellato.
Concretamente faremo così: a chi vorrà partecipare, portando in Segreteria parrocchiale il proprio contributo, corrispondente al regalo (o regali) che desidera fare, verrà consegnata una (o più) confezione, costituita da sacchetto di stoffa tessuta a mano, contenente un portachiavi policromo in legno, realizzato dagli artigiani salvadoregni e un depliant con la presentazione dei nostri progetti.

La raccolta e distribuzione inizieranno da lunedì 28 novembre.

VENDITA DI PRODOTTI
DEL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE
sabato 19 e domenica 20 novembre
da sabato 10 dicembre a domenica 18 dicembre
ingresso da via Nöe
da lunedì a venerdì: dalle ore 16 alle 18
sabato: dalle ore 17.30 alle ore 19
domenica: dalle ore 9 alle 13 e dalle ore 17 alle 19


AVVENTO DI CONDIVISIONE


Ma quanti sono ancora i telefoni cellulari che giacciono ancora inutilizzati nelle nostre case? Si tratta di oggetti la cui vita media non supera i due anni e per questo vengono dimenticati in un cassetto, anche perché non si sa mai bene dove buttarli.
Oggi grazie al Magis (Movimento e Azione dei Gesuiti Italiani per lo Sviluppo) questi oggetti acquisiscono un nuovo valore grazie al riuso da parte di una società specializzata che assicura al Magis un corrispettivo per ogni cellulare ricevuto dall'Italia.
Gli introiti ricavati da questa raccolta verranno utilizzati per finanziare la costruzione di cucine solari in Ciad.
Continuiamo a raccogliere in Oratorio i cellulari usati (non i caricatori).

Potete portali nel pomeriggio,
dalle 15 alle 18 e 30
e porli nell’apposito scatolone


IL NOSTRO NATALE

Sabato 17 dicembre ore 17,30
Per i ragazzi ritrovo in oratorio
ORE 18.00 S. MESSA DEI LUMI

Lunedì 19 dicembre ore 19,30
Cena e preghiera di Natale
per tutti i ragazzi delle medie, superiori e università

Lunedì 19 - martedì 20 – mercoledì 21 dicembre ore 17.00
in Chiesa
Preghiera di preparazione al Natale
per i ragazzi del catechismo

Martedì 20 dicembre ore 21.00
in Chiesa
Celebrazione del Sacramento della Penitenza
con preparazione comunitaria

L’oratorio rimarrà chiuso
dal 23 dicembre all’8 gennaio inclusi

SABATO 24 dicembre
dalle ore 16 i sacerdoti sono disponibili per le confessioni

ORE 18.00 S. MESSA DELLA VIGILIA
ORE 23.30 VEGLIA DI NATALE CON CONCERTO
ORE 24.00 S. MESSA NELLA NOTTE SANTA
SEGUIRÀ IN ORATORIO LO SCAMBIO DEGLI AUGURI

DOMENICA 25 DICEMBRE NATALE
Le S. Messe seguono l’orario festivo

LUNEDÌ 26 dicembre S. Stefano
Le S. Messe saranno alle ore 8.30 - 11 - 18

Le S. Messe feriali seguono l’orario consueto

SABATO 31 dicembre
alle ore 18.00 S. Messa con il canto del Te Deum

DOMENICA 1° gennaio 2012
Le S. Messe saranno alle ore 8.30 - 11 - 18
alla S. Messa delle ore 18.00 il canto del Veni Creator

VENERDÌ 6 gennaio Epifania
Le S. Messe saranno alle ore 8.30 - 11 - 18

DOMENICA 8 gennaio
Si riprende il consueto orario festivo: 8,30 - 10 - 11 - 12 - 18


 


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

hanno ricevuto il battesimo

EMILY CAMILLA GUERRA
ELENA CARBONE
ELEONORA GELOSA
GABRIELE DE MARCO
PIETRO LISSONI
ETTORE GIOVANNI GUERRA

 

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

OLGA DEFENDENTI (a. 89)
MARIA LUIGIA COLAMARTINO (a. 88)
VALERIO DURANTI (a. 89)
LIDIA FILIPPI (a. 88)
PATRIZIA BALLERINI (a. 59)
ANNA MARIA VITTORIA TOGNI (a. 66)
LIVIA GALLI (a. 84)
ELENA MARIA ANZELIERO (a. 87)
ENRICO MARIO FERABOLI (a. 71)
SILVIA MARIA BAZZOLI (a. 72)
GIAN DOMENICO SALOTTI (a. 82)

 


 


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