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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

NOVEMBRE 2012


TU NON SEI UN DIO DEL MALE

Ma tu non ami la morte
Tu sei venuto fra noi
per mettere in fuga la morte
per snidare e uccidere la morte.

Anche a te la morte fa male
per questo sei amico
di ognuno segnato dal male:

e ogni male tu vuoi
condividere …

***

Solo un abbaglio, o equivoco amaro
– quando non sia stoltezza –
fa dire di te che sei
la «divina Indifferenza».

David Maria Turoldo
Canti ultimi, Milano, Garzanti 1991, p. 125



 

MEMORIA MORTIS

Si rinnova in questo novembre la memoria dei defunti. Per un breve tempo, almeno il tempo di una visita al Cimitero, l’evento della morte attraversa la nostra esistenza. E vorrei condividere con voi i pensieri che mi accompagnano in questi giorni. Non voglio parlare di programmi, iniziative, cose da fare: più importante in questi giorni è fare quella memoria mortis che la Chiesa un tempo chiedeva al cristiano di fare nella sua giornata. E questo avveniva, spesso in forme cariche di terrore, ma avveniva. Oggi, invece, è caratteristica del nostro tempo la rimozione di questa memoria mortis, di questo evento del morire. In molti modi.
Pensiamo al progressivo abbandono di qualsiasi segno esteriore di lutto; pensiamo all’allontanamento di coloro che si incamminano verso la morte verso luoghi sempre più distanti da quelli della vita di ogni giorno. Certo decisive ragioni terapeutiche favoriscono questa sorta di cordone sanitario che isola malati, anziani, morenti. Ma non v’è dubbio che in noi vi sia un disagio profondo a misurarci con la morte.
Forse il segno più chiaro è la incapacità a parlare di morte, a preparare alla morte coloro che ad essa sono vicini. E infatti le cosiddette ‘pietose bugie’ sono le uniche parole che sappiamo dire. Ai nostri figli siamo giustamente preoccupati di far conoscere tutto quanto riguarda il sorgere della vita, senza finzioni, mentre abbiamo una gran paura a far loro apprendere l’esperienza del morire. Attorno alla morte la congiura del silenzio. Non meravigliamoci se i nostri ragazzi sono fragili di fronte alle prove, incapaci di affrontare fatica e dolore. L’esperienza della condizione finita, mortale dell’esistenza è una via necessaria per crescere nella responsabilità e nella solidarietà.

La memoria dei nostri morti rivela e in un certo modo anticipa il nostro morire. La morte d’altri, dei nostri cari, che in questi giorni almeno nel ricordo ritorna è già in qualche misura il nostro morire. Chi di noi non ha fatto l’esperienza del silenzio che scende in noi con la morte di altri, in particolare di una persona cara? È la dura esperienza di un dialogo ormai impossibile, la sofferenza perché ormai nessuna comunicazione è, come prima, praticabile. Non a caso tante persone tentano, con ogni mezzo, di comunicare con chi non è più tra noi. Con il silenzio di chi muore e con il quale non potremo parlare più, la morte dell’altro penetra in me spezzando questa appartenenza reciproca. La morte dell’altro rivela, spezzandola, una comunione di vita che ora non è più possibile come prima.
Ma allora la morte svela il senso profondo della vita, svela una appartenenza reciproca, una comunione di vita che appunto la morte interrompe. Il vuoto che la morte di altri apre in me è il segno di un legame, di una reciprocità, di un comune destino. Rendersi insensibili alla morte d’altri che già ora segna la mia voglia di vivere, vuol dire negare questa appartenenza, negare che il significato del vivere va cercato non nella distanza o nella separatezza ma nella comunione. Una comunione che già qui e ora nei nostri brevi anni siamo chiamati a costruire, una comunione che nella fede conosciamo come promessa irrevocabile.

L’evangelo di Giovanni riferisce che di fronte al sepolcro dell’amico Lazzaro Gesù scoppia in pianto, tanto da far dire alla gente: “Vedi come lo amava”. Per questo il pianto di Gesù per l’amico morto è un segno rivelatore. Non è solo indizio di una emozione psicologica che è di tutti noi. È manifestazione di un Dio partecipe e vulnerabile, ben lontano da quella “divina Indifferenza” di cui parla padre Turoldo nella poesia di copertina. Quanto distante dalle divinità impassibili così descritte da Omero: “Gli Dei liberi da ogni cura, al pianto condannano il mortale”. Non così Gesù, vulnerabile fino al pianto, quel pianto che lo scuoterà pochi giorni dopo quando sarà di fronte alla sua morte imminente nell’Orto degli ulivi, quando chiederà d’essere liberato da quella morte. Anche noi stiamo di fronte alla morte che ci ha strappato o ci strapperà come un ladro il tesoro di un volto, di una presenza.
Ma che cosa vuol dire credere quando si è di fronte alla morte? È come tendere le braccia e al di là delle esitazioni e delle paure afferrare la mano di Dio che sappiamo definitivamente tesa verso di noi.
Credere vuol dire poter ripetere le parole di Gesù morente: “Padre nelle tue mani affido la mia vita”. La fede è la certezza di questa mano tesa verso di noi, è la confidenza che ci porta ad affidarci ad essa, è la pace che nasce dal fondo del nostro essere e che dissolve le paure e le ansie. Tra le esperienze più ardue e insieme più consolanti vi è certamente quella di accompagnare chi è incamminato verso la sua morte. Quando non vi sono più risorse per la scienza medica vi è ancora molto da fare. Si può, anzi si deve stare accanto, accompagnare, tenere la mano, stringere la mano di chi si appresta a lottare con la grande tribolazione del morire. Come se lo si volesse condurre con tutta sicurezza perché superi le paure e non sia angosciato dalla solitudine.
Davvero felici coloro che hanno potuto sperimentare il miracolo di pace che può compiere una mano amica che tiene la nostra mano in un momento in cui ogni parola è inutile. Ma se già la fragile mano dell’uomo può operare un tale prodigio in forza della tenerezza di colui che stringe la nostra mano, che cosa non potrà fare la mano potente e misericordiosa di Dio se sappiamo afferrarla e stringerla? La fede è la certezza di questa mano irrevocabilmente rivolta verso di noi.

don Giuseppe

 


PROSSIMO APPUNTAMENTO DELLA
CATTEDRA DEL CONCILIO
nell’Anno della Fede
nella memoria del card. Martini
21 novembre 2012
Chiesa e dialogo
Enzo Bianchi

 



AL SICURO NELLE MANI DI DIO
omelia di don Giuseppe
nella giorno della Commemorazione dei fedeli defunti
venerdì 2 novembre 2012


 

È una bella pratica accendere un cero al Sacro Cuore,
al Crocifisso, alla Madre del Signore e ai santi.
Segno di devozione che dura anche quando abbiamo lasciato la Chiesa.
Saranno disponibili ceri di una sola misura e ognuno offrirà liberamente
abolendo così le tariffe diverse per i ceri grandi e per quelli piccoli.
È bene che l’offerta del cero sia sempre accompagnata da una preghiera.

 

 


 

CONCILIO ECUMENICO VATICANO SECONDO


Riportiamo la seconda parte della lezione di don Saverio Xeres per la Cattedra del Concilio. Il testo, cortesemente trascritto dal sig. Bruno Natali, che ringraziamo, mantiene lo stile parlato e non è stato rivisto dall’Autore.

Nella prima parte abbiamo illustrato la seconda parte del titolo del Concilio: Vaticano secondo. Vediamo ora il significato dei primi due termini: Concilio ecumenico. Tutti i concili si definiscono ecumenici, ossia universali anche se la loro composizione risulta piuttosto limitata. Il Vaticano II, per la prima volta nella storia, di fatto, è stato ecumenico anche nella composizione (tutti i vescovi, o quasi; di tutti i continenti e di tutte le razze). È chiaro che questo evidentemente è di nuovo una apertura sulla modernità. Il mondo non è più solo l’Europa, il Medio Evo, il Mediterraneo. L’oicumene per la prima volta è il mondo intero: anche solo questo fatto proietta il Concilio su una dimensione storica assoluta.

E infine: Concilio. Che cos’è un Concilio? Il Concilio è una delle istituzioni più antiche della Chiesa. Ufficialmente nasce nel quarto secolo, col Concilio di Nicea del 325, sebbene anche prima ci fossero state delle esperienze locali. Praticamente è un incontro in vista di un consenso. Il termine latino concilio non rende bene il significato di questa convocazione. Meglio il termine greco sinodo, che è un sinonimo di concilio. Sinodo è parola bellissima, perché odos vuol dire strada, sun vuol dire insieme, e quindi: “ strade che convergono”. Quindi il Concilio è un crocevia, cioè tutte le Chiese locali o particolari, le diocesi rappresentate dalla propria guida che è il vescovo, si incontrano per affrontare insieme problemi che investono l’intera Chiesa e per ripartire dopo aver trovato una linea comune. È molto bella l’idea che la fede, il patrimonio della tradizione – che è essenzialmente Gesù Cristo – si trasmetta, ma attraverso l’esperienza vissuta delle diverse Chiese che si incontrano e insieme ricercano una più grande fedeltà al Signore.
Ma poiché le Chiese vivono nel tempo devono “aggiornare la Parola”, non nel senso di un nuovo Vangelo ma nella ricerca di linguaggi nuovi capaci di trasmettere la parola che non passa. Aggiornamento, parola comune nella storia della Chiesa, non vuol dire cambiamento, ma riformulazione di quell’unico e immutabile patrimonio che è Gesù Cristo, compreso più profondamente. È un ripensamento continuo reso necessario dal mutare delle condizioni storiche nelle quali la Chiesa vive. Questa è l’esperienza dei Concili: tutti i vescovi riuniti, col vescovo di Roma, che è custode della comunione ecclesiale, che insieme si interrogano per per capire sempre meglio Gesù Cristo. La sua Parola ben più grande di tutte le nostre parole chiede un permanente esercizio di comprensione per esprimerne la bellezza, la profondità e questo nei linguaggi mutevoli delle diverse stagioni della storia.

Aggiungo una precisazione: si dice che il Concilio Vaticano II è un Concilio pastorale e per taluni questo vuol dire un Concilio non dottrinale, che non avrebbe in maniera significativa affrontati problemi teologici, dottrinali. Chi pensa così tende a svalutare la portata innovativa del Vaticano II. Nell’intenzione di Papa Giovanni XXIII, l’aggettivo ‘pastorale’ usato per il Concilio vuole esprimere l’intenzione profonda del Concilio: la ricerca di modi nuovi perché la Chiesa possa parlare al mondo di oggi: questo è il compito della Chiesa. La dimensione pastorale della Chiesa e del suo insegnamento è questo: cercare le vie perché oggi si capisca e si viva il Vangelo. È semplicemente questo! Ma questo è il compito della Chiesa di sempre. Allora se è così, necessariamente, il Concilio segna una svolta. Il grande teologo francese Yves Congar diceva: «Il Concilio è un avvenimento perché porta la Chiesa a fare un passo avanti».
Faccio due esempi. Tutti conosciamo quella sintesi della Fede che si chiama “Simbolo niceno costantinopolitano” (perché è il frutto del lavoro svolto dai Concili di Nicea e di Costantinopoli nel quarto secolo). Questo Simbolo approfondisce il tema del Dio che ci è stato rivelato da Gesù Cristo, Dio che è Spirito Santo, amore. Ci sono voluti due Concili per esporre chiaramente questo nucleo fondamentale della nostra fede che non era certo facile esprimere con parole. E poi ci sono voluti altri due Concili tenuti ad Efeso e a Calcedonia, dove si stabilisce e si chiarisce il rapporto tra umanità e divinità nella persona di Cristo: Dio ha condiviso in tutto la nostra vita, in tutto, compresa la morte, la sofferenza, la solitudine. Quindi posso trovare Dio tutte le volte che vivo queste esperienze di vita. Poi abbiamo avuto Concili meno importanti sul piano della formulazione della fede: nel Medio Evo i Concili si sono occupati delle Crociate, dell’insorgere di gruppi ereticali, e dei difficili rapporti di potere tra il Papa e l’Imperatore. Invece gli ultimi tre Concili, Trento, Vaticano I e Vaticano II, sono quelli che hanno dato un importante contributo dottrinale ma insieme esprimono questo atteggiamento della Chiesa che si rimette in questione davanti a cambiamenti profondi della società, in particolare, per il Concilio di Trento, la Chiesa che si misura con la Riforma protestante. Una ultima questione ancora a proposito del Vaticano II. Taluni dicono che il Concilio Vaticano II ha tradito, interrotto la tradizione della Chiesa. Quindi se si aderisce al Vaticano II non si è più cattolici. Il maggior esponente di questa posizione è un vescovo, Lefebvre, che purtroppo è incorso nella scomunica. Vorrei leggere qualche passaggio tratto dai testi del vescovo Lefebvre:
«Il Vaticano II è stato la più grave tragedia che mai abbia subìto la Chiesa […] Allorché il concilio ha innovato, ha scardinato la certezza delle verità che il magistero autentico della Chiesa insegna appartenere definitivamente al tesoro della Tradizione» (1966).
E poi conclude:
«È per conservare intatta la fede del nostro battesimo che abbiamo dovuto opporci allo spirito del Vaticano II e alle riforme che esso ha ispirato. Il falso ecumenismo, che è all’origine di tutte le innovazioni del concilio, nella liturgia, nelle nuove relazioni tra la Chiesa e il mondo, nella concezione stessa della Chiesa, conduce la Chiesa alla propria rovina e i cattolici all’apostasia. Radicalmente contrari a questa distruzione della nostra fede e risoluti a perseverare nella dottrina e nella disciplina tradizionale della Chiesa [vogliamo] premunirci contro lo spirito del Vaticano II e lo spirito di Assisi [...] Continueremo a pregare affinché la Roma moderna, infestata di modernismo, torni ad essere la Roma cattolica e ritrovi la propria tradizione bimillenaria»
Questo diceva il vescovo Lefebvre.

Altri dicono che il Vaticano II è sì un Concilio e quindi va rispettato, però è un Concilio di serie B, perché è pastorale, ma poi soprattutto perché ci sono dei punti in esso che non corrispondono alla tradizione della Chiesa.
Roberto De Mattei, che si considera uno storico, si appella al papa dicendo: «Caro Papa, deve fare qualcosa per valutare quanto del Vaticano II corrisponde alla tradizione e quanto no. Facciamo una bella cernita». Altri come Gherardini e Lanzetta, un giovane francescano, pur riconoscendo l’autorità di questo concilio, ritengono che se ne debbano escludere alcuni contenuti ad esempio la libertà religiosa; l’apertura alle altre religioni, ecc., perché queste posizioni non sarebbero in continuità con la Tradizione. Queste posizioni sono inaccettabili! Il Vaticano II è un Concilio Ecumenico quindi è un soggetto di tradizione che il Concilio porta avanti, attua, modifica, aggiunge, integra, ripensa. Il Concilio ecumenico gode di una autorevolezza che nessuno, neanche il Papa, può negare o mettere in discussione o selezionare scartandone alcune parti.

Concludo riprendendo il titolo della nostra conversazione: abbiamo sottolineato che questo Concilio non è la continuazione del Vaticano primo, ma è il Vaticano SECONDO, quindi un nuovo Concilio. Il titolo VATICANO evoca la dolorosa chiusura del papa dentro la sede vaticana a seguito della ‘Presa di Roma’ e quindi i difficili rapporti con la modernità. ECUMENICO perché apre a tutta la storia della Chiesa e infine CONCILIO. Questi quattro termini si riassumono nel primo. Basta dire CONCILIO.
Un mio collega, persona di grande capacità e competenza, mi ha detto: «Stai attento perché tu come tanti altri dite “il Concilio”, mentre bisogna dire “il Vaticano II” perché di Concili ce ne sono stati tanti». È vero questo, però, in fondo possiamo dire che quest’ultimo possiamo davvero chiamarlo “il Concilio”, perché è il nostro Concilio, quello nel quale è arrivato a termine tutto il movimento ecclesiale e teologico del Novecento.
È “il Concilio” perché questo è il Concilio del nostro tempo, di tutta l’epoca moderna nella quale noi ancora viviamo, quindi è il nostro Concilio.
È “il Concilio” perché per la prima volta è il Concilio di tutto il mondo.
È “il Concilio” perché fa capire questo senso della tradizione che continuamente si sviluppa, si aggiorna, è un elemento dinamico, vivo, vitale, che cambia, che trasforma continuamente.
Quindi possiamo dire che il Vaticano II non è l’unico Concilio, ma certamente come Concilio è unico.

 

TERZO INCONTRO
DELLA CATTEDRA DEL CONCILIO
nell’Anno della Fede
nella memoria del card. Martini
15 gennaio 2013
Chi è la Chiesa?
card. Angelo Scola

 



AL VIA LA FASE 2
DEL FONDO FAMIGLIA E LAVORO

L Il nostro Decanato ha dato l’avvio alla seconda fase del Fondo Famiglia Lavoro. Lanciato nel Natale 2008 dal cardinale Dionigi Tettamanzi, il Fondo ha raccolto fino ad oggi 14 milioni di euro coinvolgendo più di 600 volontari, che hanno accolto e accompagnato le famiglie che hanno chiesto aiuto, garantendo continuità alla struttura organizzativa.

Il Fondo Famiglia Lavoro intende aiutare famiglie e persone italiane e straniere cha abitano nel territorio della Diocesi Ambrosiana, in difficoltà, per mancanza o precarietà del lavoro a causa della crisi economica.
I destinatari devono risultare ad oggi privi di occupazione, essere disoccupati di breve periodo (luglio 2011) e abbiano un figlio a carico.

Gli operatori dei Distretti dovranno incontrare, nelle proprie sedi, le persone che rispondono ai requisiti richiesti attraverso un colloquio finalizzato alla conoscenza del-l’esperienza lavorativa e della situazione economica del nucleo familiare, per poter proporre un percorso il più possibile personalizzato di riavvicinamento al mondo del lavoro o di sostegno economico.

Ci sono tre possibili opzioni di intervento: formazione, microcredito o erogazione a fondo perduto. Quelli che risulteranno idonei al percorso di orientamento/formazione, che durerà circa sei mesi, riceveranno un’indennità economica. Per gli interventi di microcredito verrà valutata la sostenibilità di prestiti personali finalizzati alla realizzazione e al sostegno di attività economiche fino ad un massimo di 10mila euro. Per gli interventi a fondo perduto, la segreteria del Fondo valuterà l’entità dell’elargizione e le modalità dell’erogazione stessa.
Le persone interessate possono rivolgersi al proprio parroco o al centro di ascolto Caritas più vicino per un colloquio.

Gli interventi si concluderanno il 31 dicembre 2012.


IL RAGAZZO DELL'INVITO

Ogni volta che dicono che i cristiani sono un po’ antipatici perché sembra che a tutti i costi ti vogliano invitare a una loro iniziativa, rimango perplesso. Da una parte mi verrebbe da pensare che le iniziative sono delle buone occasioni per chiamare un po’ di persone, per convocare e riunire anche chi di solito è restio a partecipare a degli incontri; dall’altra è vero che il cristiano può sembrare agli occhi di molti quello che ti invita alla sua iniziativa senza un preciso motivo. E l’errore non sta nell’invito, sia chiaro, ma nel modo con cui l’invito viene fatto. Una chiesa di avvisi è ricca, efficiente, capace di seminare: ma quanto raccoglierà? Una chiesa di avvisi cura molto l’aspetto esteriore, l’immagine. È una chiesa davvero capace di catturare l’attenzione: ma quanto contagerà il prossimo secondo lo Spirito della Parola?

Pretendere di rispondere a queste domande è un po’ da presuntosi, è vero, ma le domande sono spontanee e viene veramente da chiedersi se sia meglio schierarsi dalla parte della chiesa degli avvisi o da quella degli inviti. In realtà noi non sappiamo quanto sarà capace di fare bene la chiesa degli inviti rispetto a quella degli avvisi, però sappiamo in cosa si differenziano. È semplice: la chiesa degli avvisi punta tutto sull’avviso, mentre quella degli inviti sull’invito. Ma un avviso non è un invito. Un avviso è generico, vale per tutti. Un invito è personale, vale solo per te. Certo, lo rivolgi a tutti, ma a contrario di un avviso non è un cartello indicativo, è il tuo modo per entrare in relazione con l’altro, per fargli capire che all’altro ci tieni, che lo pensi e che hai pensato apposta per lui questa bella cosa.

Tutto questo per raccontare un fatto che mi è successo domenica scorsa alla fine della Messa: un ragazzo del nostro gruppo adolescenti mi ha chiesto: «Domani c’è la pizza? Ho pensato di invitare una mia amica che è da parecchio che non frequenta oratorio e chiesa e vorrebbe ricominciare, però non so se verrà sempre… ho fatto bene?». Sono contento perché questo ragazzo, che interviene spesso con interessanti condivisioni e altrettanto spesso si distrae con facilità (tanto che gli lancio delle terribili occhiate) mi ha ricordato la cosa essenziale della testimonianza, sia per noi credenti sia (e soprattutto) per il nostro rapporto con i “lontani”. Ora lo stimo molto di più, perché ha capito che per essere testimoni di Gesù non basta essere cristiani, ma scegliere anche se essere chiesa dell’avviso o dell’invito. Perché se scegli la prima, ti viene da pensare che tu dell’avviso puoi essere solo il destinatario e non, almeno qualche volta, il pensatore. Se invece scegli la seconda, allora intuisci che è bello invitare, perché anche tu sei stato invitato da qualcun altro. Insomma, la fede è anzitutto un fatto personale, ma che tristezza se non ci fosse l’aspetto della comunione, della condivisione! Dunque la testimonianza non è una questione di avvisi e di annunci, ma di inviti.

Spesso si ha l’impressione che della testimonianza si debbano occupare solo i “tecnici” (preti, gruppo missionario, catechiste) come se fosse una questione per “addetti ai lavori”. Ma la chiesa non è un azienda dove si delegano precisi compiti a determinati funzionari. La chiesa ha bisogno di essere organizzata, è vero, ma non è un organizzazione. La chiesa per compiere i suoi obiettivi istituzionali ha bisogno di arrivare al cuore delle persone, non di progettare strategie aziendali. Ecco perché Gesù ha detto “là dove due o tre sono riuniti nel mio nome lì c’è Dio”, perché ha voluto affermare che la chiesa nasce dall’incontro e solo di altri incontri può vivere e crescere.

Credo sia bello ringraziare il “ragazzo dell’invito”, perché con il suo semplicissimo gesto può fare del bene anche a ciascuno di noi, facendoci pensare a come vogliamo essere chiesa. Perché la trasmissione della fede non è delegabile a nessun gruppo e a nessun esperto teologo, ma è una questione che riguarda tutti, proprio tutti. Da Marco, bambino un po’ vivace che gioca a calciobalilla col compagno di classe, all’anziana signora Pia (di nome e di fatto) che ogni sera prega devotamente il Santo rosario.

Costa


ARTE E ROCORDI

In occasione della Fiera del Libro di Natale vogliamo ricordare la signora Erica Papette, mamma della nostra parrocchia, tragicamente scomparsa nell’incidente stradale in viale Abruzzi lo scorso agosto.
Artista e moglie di artista esporremo alcuni suoi lavori e alcune opere del marito (queste ultime sono anche in vendita).
L’esposizione è nello spazio dell’oratorio entrando da via Nöe negli orari della Fiera del libro: sabato 24 novembre e domenica 25 dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00.

Originario della Rep. Dem. del Congo, di nazionalità italiana, ha frequentato l'Accademia d’Arte di Lubumbashi (Congo) e successivamente si è diplomato all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove era allievo di Pisani. Ha conseguito numerosi premi e significativi riconoscimenti di critica e di pubblico. La sua intensa attività artistica si estrinseca nella costante ricerca di nuove forme espressive dei temi favoriti, ispirati alla sua Africa.

Hanno scritto di lui:
“Le possibili linee di evoluzione formale e tecnica che si profilano nei dipinti di Kabemba rivelano inflessioni dovute all'arte europea e all'incontro della cultura africana con la civiltà moderna.” G. Gentile

“Penetra nel colore dando vita alla materia, esprimendone, per chi lo vede lavorare, l'autenticità di un mondo ancora più vero e reale, dando la possibilità a chi contempla le sue opere di capire e avvicinarsi allo Zaire e ai paesi africani con un pensiero e un linguaggio familiare e rispettoso.” B. Rosa

“Sono sempre più numerosi i pittori africani che scelgono il nostro paese, tra questi il più significativo è Kabemba Situna, laureato all'Accademia d'Arte di Brera di Milano. Rappresentante dei pittori africani in Italia, definisce i suoi quadri come un tentativo di riconciliare le due culture di cui si sente parte.” M. Caracciolo (da "Epoca n°2009 del 9 aprile 1989)

 


MELEL XOJOBAL. LUCE VERITIERA

Tra le iniziative che la nostra parrocchia ci propone per vivere il Natale in sintonia con il Mistero che celebriamo – quello di un bambino, che entra poveramente nella storia – quest’anno abbiamo scelto di appoggiare un’associazione di San Cristóbal de Las Casas (Chiapas, Messico), che – tra l’altro – si prende cura dei più poveri tra i poveri: i bambini indigeni che vivono per le strade con le loro famiglie.
In realtà, il Gruppo “Oscar Romero”, presente mensilmente nella nostra parrocchia con il Banchetto Equo-Solidale, è legato a Melel Xojobal (parola tsotsil che significa “luce veritiera”) da una lunga amicizia, da quando cioè nel 1998 conobbe mons. Samuel Ruiz, vescovo di quella città.


Melel Xojobal muoveva allora i primi passi, essendo stata fondata il 2 febbraio 1997. Compito dell’associazione è di accompagnare le comunità indigene, urbane e rurali, perché, dalle loro identità e autonomie, incrementino i propri processi di crescita e sviluppo nelle dimensioni culturali, educative e della comunicazione alternativa. Per conseguire tali obiettivi Melel Xojobal si è strutturata in due aree di lavoro. L’una, chiamata BATS'I K'OP-AYEJ, sorta in considerazione della condizione d’isolamento ed emarginazione in cui, da secoli, sono tenute quelle popolazioni, cerca di offrire qualche possibilità di recuperare e potenziamento della propria esperienza e capacità di comunicare, tra essi stessi e all'esterno.
L'altra, NICH K'OK', concentra appunto la propria attenzione sui bambini e le bambine indigene che stanno per le strade. L’obiettivo in questo caso è favorire lo sviluppo della loro identità e formazione umana, partendo dalle radici etniche e culturali delle diverse etnie cui appartengono. Compito realizzato mediante differenti progetti.

Melel Xojobal si caratterizza dunque per essere uno spazio di lavoro interculturale dove, movendo dalla riflessione e dall'analisi della realtà, si costruiscono spazi culturali e pedagogici, i cui obiettivi siano il rispetto alla diversità religiosa, politica e culturale. Riprendendo perciò lo stile che ci ha caratterizzato negli ultimi anni e rinunciando all’uso di manifestare auguri e affetto soltanto nella logica, ormai fuori controllo, del consumismo, la proposta è di regalare invece un “gesto di solidarietà”.

Concretamente faremo così: a chi vorrà partecipare, portando in Segreteria parrocchiale il proprio contributo, corrispondente al regalo (o regali) che desidera fare, sarà consegnato uno o più sacchetti con un pacchetto di caffè del Commercio Equo del Messico (Uciri), un segnalibro di Melel Xojobal e un depliant con la presentazione del progetto. La raccolta e distribuzione inizieranno da domenica 18 novembre.

Il Gruppo “Oscar Romero”

 


FIERA DEL LIBRO

Sabato 24 e domenica 25 novembre
in Oratorio
dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 19

Per i vostri regali di Natale…
Novità editoriali, grandi classici, libri per bambini
testi di riflessione e studi biblici


VENDITA DI PRODOTTI
DEL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE

sabato 17 e domenica 18 novembre
da sabato 15 dicembre a domenica 23 dicembre
ingresso da via Nöe
da lunedì a venerdì: dalle ore 16 alle 18
sabato: dalle ore 17.30 alle ore19
domenica: dalle ore 9 alle 13 e dalle ore 17 alle 19

 


FIERA BENEFICA A CURA DELLA S. VINCENZO
Per essere solidali con i fratelli più bisognosi della nostra comunità

Da sabato 1° dicembre a domenica 9 dicembre
ingresso da via Nöe
sabato 1: dalle ore 16 alle ore 19
da lunedì a sabato: dalle ore 10 alle 12 e dalle ore 16 alle 19
festivi: dalle ore 9 alle 13 e dalle ore 16 alle 19

 


 

IL NOSTRO NATALE


Sabato 15 dicembre ore 17,30
Per i ragazzi ritrovo in oratorio
ORE 18.00 S. MESSA DEI LUMI

Lunedì 17 dicembre ore 19,30
Cena e preghiera di Natale per tutti i ragazzi delle medie, superiori e università

Lunedì 17 - martedì 18 – mercoledì 19 - giovedì 20 dicembre ore 17.00 in Chiesa
Preghiera di preparazione al Natale per i ragazzi del catechismo

L’oratorio rimarrà chiuso dal 22 dicembre al 6 gennaio inclusi

LUNEDÌ 24 dicembre
Dalle ore 16 i sacerdoti sono disponibili per le confessioni
ORE 18.00 S. MESSA DELLA VIGILIA
ORE 23.30 VEGLIA DI NATALE CON CONCERTO
ORE 24.00 S. MESSA NELLA NOTTE SANTA
SEGUIRÀ IN ORATORIO LO SCAMBIO DEGLI AUGURI

MARTEDÌ 25 DICEMBRE NATALE
Le S. Messe seguono l’orario festivo

MERCOLEDÌ 26 dicembre S. Stefano
Le S. Messe saranno alle ore 8.30 - 11 - 18

Le S.Messe feriali seguono l’orario consueto

LUNEDÌ 31 dicembre alle ore 18.00
S. Messa con il canto del Te Deum

MARTEDÌ 1° gennaio 2013
Le S. Messe saranno alle ore 8.30 - 11 - 18
alla S. Messa delle ore 18.00 il canto del Veni Creator

DOMENICA 6 gennaio Epifania
Si riprende il consueto orario festivo: 8,30 - 10 - 11 - 12 - 18

 

 

 

 


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

hanno ricevuto il battesimo

VIOLA INNOCENTI
MATTIA OLIVITO
GIULIA MARIA ROMAGNESI
RICCARDO SIGNORIELLO
SAMUELE SIGNORIELLO
BIANCA FILIPPA TELLOLI
FEDERICO ZEMA
FILIPPO MARIA PIGOZZI
LEONARDO GIOFRÈ
GIULIO SONVICO


abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

MARIA BASVECCHI (a. 99)
BIANCA MARIA CARBONI (a. 77)
DIANA BELLIATO (a. 77)
MARIO GASPERINI (a. 80)
IDA MANDELLI (a. 93)
DOMENICA ROCCA (a. 48)
ERMANNO BOTTELLI (a. 79)
MARIA MORI (a. 86)

 


 


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