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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

Ottobre 2007    


Adora ogni cammino e sosta ad ogni torrente

Non ricordo il pulsare delle stelle fuori dall'aeroporto di Linate, quando all'inizio di settembre - era ancora notte - ci demmo appuntamento per un viaggio, agli occhi di qualcuno un po' strano, agli occhi di altri troppo avventuroso. Partivamo per l'Uzbekistan. Non ricordo il pulsare delle stelle.

Ricordo invece, come fosse oggi, il pulsare delle stelle, fuori dell'aeroporto di Tashkent, la notte del ritorno. Ricordo che prima di mettere piede dentro le luci, quasi a porre uno stacco dall'atmosfera convulsa che di lì a poco avrei respirato nell'aeroporto, frenai la corsa della valigia e mi girai all'indietro a contemplare, in un grembo di cielo di un buio assoluto, il parlottare segreto delle stelle. Ancora una volta mi ricordai di Abramo, chiamato da una voce a una numerazione impossibile: a contare le stelle! A qualcuno mai riuscì la conta delle stelle? Contava, lui, uomo del cammino, in una notte lontana. E, a mezzo della conta, penso, di tanto in tanto prendeva fiato e si ridiceva la promessa: "Ancor più numerosi i miei discendenti!" si diceva.

Tra i suoi discendenti, nel grembo delle stelle, noi che partivamo, ma anche quel popolo che stavamo per lasciare, il popolo uzbeko, nella stragrande maggioranza fatto di musulmani. Anche loro legati per discendenza al padre della fede, Abramo. Un padre nomade. E nomadi i figli, uomini e donne del viaggio.

Ti dirò che, di ritorno, per una strana concatenazione di fatti, mi avvenne di riflettere sulla dimensione del viaggio, essenza della fede, che ci costituisce radicalmente nomadi. E se non siamo nomadi, non siamo credenti, ma uomini e donne degli idoli. Una dimensione che mi è stata richiamata anche da un libro affascinante di un monaco amico, Sabino Chialà, del monastero di Bose, il libro ha un titolo: "Parole in cammino" (Qiqaion, Comunità di Bose) e, insieme, dall'ultima rivista di un altro gruppo di amici, gli amici di "Ore Undici". L'ultimo numero della loro rivista portava un titolo: "In cammino".

Chi cammina sperimenta una sorta di spaesamento. Non solo fisico. Ma anche mentale, spirituale. Chi viaggia sperimenta, mi si perdoni la brutta parola, una sorta di "provincializzazione" dello spirito. Chiusi in noi stessi diventiamo a volte, consapevolmente o no, provinciali. Fino ad illuderci che il mondo, la fede, la civiltà, la cultura, la bellezza finiscano nello spazio ristretto che noi abitiamo.

Lasciateli
tronfi a ripetere
con assoluta
impassibile certezza
da case senza finestre
senza cuore di nomadi
che la loro
è l'unica civiltà del mondo.
Tu indugia
e adora ogni cammino.
Sosta ad ogni torrente
e tocca il nuovo
dell'acqua. E canta
il Dio delle infinite sorgenti.

In terra uzbeka, a Khiva, a Bukhara, a Samarcanda abbiamo vissuto una sorta di spaesamento e di seduzione: ci siamo incantati alla bellezza mozzafiato di mausolei, di moschee, di minareti, di madrasse, le meravigliose scuole coraniche. Sorridono le moschee, sorridono i cieli né sai dove inizi e dove abbia fine il sorriso. Si incantano i giorni. Si incantano le notti, quando nel cielo blu scuro sfumano in sagome colorate cupole di moschee e minareti.

Maioliche
sorridono a Dio
in cieli
stupefatti d'azzurro.
E a minareti e madrasse
stupiti s'incantano
e fioriscono i cieli.
Sorride Dio
all'ingegno,
alla bellezza dei figli
fatti ad immagine
della nuda invenzione.

Ti prende la sensazione che civiltà millenarie qui, sulla "via della seta", si siano date convegno, fermentandosi, direbbe il cardinale Martini, l'un l'altra e generando bellezza. E non può non stupirti che il miracolo dell'arte sia fiorito nella povertà nuda del deserto.

Attraversiamo sabbie e sabbie, grigie e calde, su una pista sconnessa che buca di sete l'oltre che è oltre.

Su sabbie pallide,
greggi e greggi di arbusti,
velati di grigio,
succhiano l'ultima goccia
al deserto,
mentre asini e capre
brucano lenti
a passo d'eterno
il pieno del nulla.

Un deserto che ti sorprende con il suo tempo diverso. Forse anche gli automezzi qui hanno un tempo diverso. Siamo fermi nel viaggio, e più di una volta, a spiare con occhi d'ansia gli autisti che mettono mano alle cinghie di un motore bruciato dal tempo e dal deserto. E rivivi i versi di Bertold Brecht:

Siedo sul ciglio della strada.
Il guidatore cambia la ruota.
Non mi piace da dove vengo.
Non mi piace dove vado.
Perché guardo il cambio della ruota
con impazienza?

Ma forse anche il deserto, questo brucare di stenti, questo suo improvviso accendersi al verde ogni volta che le sabbie succhiano un nulla d'acqua, mi dà l'immagine, commovente, di questo popolo che, preso da fierezza, sta strappando, alle sabbie di un passato di schiavitù, un'ora di grazia. E l'ora di grazia dei piccoli, l'ora di grazia del riscatto, passa forse anche attraverso le tele colorate, i ricami fantasiosi, i tappeti istoriati, che ti agitano ogni dove. Ti dirò che, al primo impatto, patii tutto ciò come una sorta di arrembaggio, di invasione. Poi mi avvenne di guardare da un altro orizzonte, come se i piccoli volessero svelare a noi occidentali la fantasia e l'ingegno di un popolo. E io, che nel cuore mi ero andato lamentando che nei chiostri delle scuole coraniche ricami e tappeti e tele disturbassero l'armonia perfetta delle forme, alla fine cominciai a pensare che quella era la dura necessità di un popolo e che a vendere, dopo tutto, erano i poveri, i piccoli. E forse era per il pane di quel giorno.

Più non so, ti confesso,
se oggi il profeta
di Nazaret
agiterebbe qui la sua frusta
infuocata
dello zelo, a rovesciare
bancarelle e mercati
che succhiano
bellezza e mistero
a moschee e madrasse.
Più non so.
Questo mercato dei piccoli
narra il sogno segreto
di un pane quotidiano,
il pane
della fame
di un giorno.

Come a dire che c'è mercato e mercato. E vanno superate le distanze.

Finché tu abiti, rintanato, il tuo mondo, finché ti neghi il rischio del viaggio, sei socio solo di presunzioni e pregiudizi. Datti un cuore nomade, cammina, avvicina, osserva senza parlare, tocca con il tuo sguardo la pelle dell'altro.

"Ci guardano come fossimo bestie. Voi questa sera, no." Così ci dissero - e gli occhi erano lago di tristezze infinite - i quarantasette rom, che abbiamo ospitati una notte, giorni fa, nella nostra parrocchia. Mi capitò quella notte di emozionarmi a contemplare il viso scavato e stanco di Virginio, di Massimiliano, di Maria Grazia, soli, lotta impari, a lottare contro il montare di un brutale imbarbarimento. E noi a chiederci dove si è rifugiata l'immagine di una vera umanità. Noi a chiederci se non dovrebbe essere la fede, che ci fa costituzionalmente nomadi, a difendere ancora l'ultimo squarcio di umanità in tempi di abbrutimento. E come non gioire invece ad ogni segnale che guarda al futuro. Alcuni giorni dopo quella notte, i quarantasette romeni furono ospiti alla capanna della comunità ebraica, allestita in piazza Cordusio. E a fare gli onori di casa il rabbino Shamuel Rodal. "Noi ebrei" disse "quando ci incontriamo diciamo shalom, che vuol dire pace e che deriva da un'altra parola: completezza. Voi ci completate e noi completiamo voi." Essere nomadi, in cammino verso la completezza che ti attende nel paese dell'altro.

Il viaggio vero dunque è dentro. Metti in viaggio l'anima. Come è scritto nei versi stupendi di Jalal Al-Din Rumi, mistico musulmano:

Anche se tu non hai piedi, scegli di viaggiare in te stesso,
come miniera di rubini sii aperto all'influsso dei raggi del sole.
O uomo! Viaggia da te stesso in te stesso,
ché da simile viaggio la terra diventa purissimo oro.

don Angelo



…E MOSÈ CONVERTÌ DIO

Omelia di don Angelo nella ventiquattresima domenica del tempo ordinario
domenica 16 settembre 2007 (Es 32, 7-11.13-14; 1Tm 1, 12-17; Lc 15, 1-32)


Con le parabole che oggi abbiamo ascoltato siamo al centro del vangelo di Luca. Vorrei dire al centro in tutti i sensi. E non solo perché le parabole sono al centro del viaggio verso Gerusalemme che Luca sta raccontando, ma anche perché il loro messaggio costituisce il centro, il cuore del vangelo, il cuore della notizia bella. Su Dio e sull'uomo. Notizia della misericordia. Notizia a volte dimenticata.

E dimenticata - ecco il paradosso, il paradosso del vangelo - dai cosiddetti virtuosi. Dimenticata, non accolta, dal figlio maggiore. Occorre ricordare per chi sono state scritte le parabole che oggi abbiamo ascoltato e qual è il contesto in cui Gesù le ha raccontate. Richiamiamolo: si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro". È contro questa mormorazione, che riguarda Dio, che Gesù racconta la parabola. Contro la mormorazione del figlio maggiore: "Per questo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso". Come dicesse: non ti riconosco padre. Come dicessimo: non ti riconosciamo Messia, non ti riconosciamo Dio, ti sei messo nella figura di uno che accoglie e mangia con i peccatori.

Lo capivano i pubblicani e i peccatori. Luca dice "tutti" i pubblicani e i peccatori. Forse esagera un po' Luca, come certo non erano critici tutti gli scribi e i farisei. Ma Luca dice questo per fermare la nostra attenzione sul paradosso: che i lontani sono vicini e i vicini sono lontani. Lontani dal cuore del vangelo, dalla sua notizia buona, la notizia della misericordia. E i più duri da convertire sono loro, i cosiddetti virtuosi. Tant'è - credo che l'abbiate notato - non sappiamo se si convertono: è entrato o no il figlio maggiore, il cosiddetto virtuoso, al banchetto dopo la spiegazione del padre? La domanda rimane come sospesa. Si converte Dio, si convertono pubblicani e peccatori. Si convertono gli osservanti?

Forse vi avrà un poco meravigliato la mia espressione: "Si converte Dio". Ma voi tutti avete ascoltato questa sera la lettura del meraviglioso brano dell'Esodo. Dio, davanti a un popolo che pretende segni luccicanti, idoli da toccare con mano, popolo del vitello d'oro, dice a Mosè: "Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione". E Mosè - perdonate l'espressione - "converte" Dio: "E Dio" è scritto "abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo". Dio aveva cercato di tirarsi fuori da un rapporto, di reciderlo, Mosè lo riporta dentro. Dio aveva detto a Mosè: "Il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si è pervertito". Il "tuo" popolo. Un po' come succede alle mamme che la sera dicono al marito: "Guarda cosa ha combinato tuo figlio!". E Mosè supplicherà il Signore, suo Dio e dirà: "Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d'Egitto con grande forza e con mano potente?". Il "tuo" popolo, che "tu" hai fatto uscire. E Dio si converte, non recide. Qualunque cosa avvenga, non recide il suo rapporto con il suo popolo. Non recide, non reciderà mai - dovremo ricordarlo, sempre - il suo rapporto con noi.

Questa è la buona notizia su Dio. Che Gesù ci ha raccontato con le sue parabole. Forse a tutti noi, a me per il primo, di fronte alla nostra, alla mia indegnità, verrebbe spontaneo dire, come successe a quel figlio prodigo: "Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio, trattami come uno dei tuoi garzoni". Ma la reazione di Dio è: il vestito più bello, i calzari, il vitello grasso, la musica, le danze. Questo è Dio: lui non si tira fuori da un rapporto, lui non recide, lui gode come il pastore anche per un sola pecora, lui come la donna della parabola gode anche per una sola dramma ritrovata. A fronte delle nostre ubriacature per le folle oceaniche. Lui non è il Dio delle masse indistinte, è il Dio attento a ciascuno, appassionato ad ognuno, ad ognuno di noi.

E vorrebbe che i suoi figli gli assomigliassero, e che non si distanziassero mai da un fratello, comunque sia. Il figlio maggiore si distanzia, dice al padre: "Questo tuo figlio…" e il padre gli ribatte: "Questo tuo fratello… questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita".

Questo è il messaggio, la notizia buona, e insieme lo scandalo, del vangelo. Dio rivela il suo volto nel mangiare con i peccatori.

Questo banchetto è il vangelo: accogliere, riabilitare, trasmettere alle persone la speranza, la certezza che non è mai tutto perduto. Diversamente dagli acidi moralisti, intransigenti e antipatici, senza cuore, rappresentati da quel figlio maggiore. Senza cuore, senza il cuore del padre, stretti nella morsa del calcolo e dei meriti: "Io merito, lui no, non merita". Loro pensano di difendere la verità, ma non è certo la verità del vangelo. Che è custodita in quel banchetto criticato, il banchetto della misericordia. Che noi non possiamo tradire. Lo tradiremmo se il nostro banchetto della eucaristia conservasse qualcosa della grettezza, della acidità del figlio maggiore, non avesse la gioia di quel padre, la gioia per chiunque ritorna. Convinti che i primi ad aver bisogno della pazienza di Dio siamo noi, perché basta dire che uno è uomo per dire che è un povero uomo, bisognoso di perdono e misericordia. Come tutti.



QUI È IL TUO SGABELLO

Qui è il tuo sgabello
e qui riposano i tuoi piedi
dove vivono i poveri,
i più umili, i perduti.

Quando a te io cerco d'inchinarmi,
la mia riverenza non riesce ad arrivare
tanto in basso dove i tuoi piedi
riposano tra i più poveri,
i più umili, i perduti.

L'orgoglio non si può accostare
dove tu cammini, indossando
le vesti dei più poveri,
dei più umili e dei perduti.

Il mio cuore non riesce a trovare
la strada per scendere laggiù
dove tu ti accompagni a coloro che non hanno
compagni, tra i più poveri,
i più umili, e i perduti.

Rabindranath Tagore

Ci sono gruppi che si ritrovano per passione delle Scritture Sacre. Anche al di fuori degli ambienti strettamente ecclesiastici. Può succedere che tema delle loro riflessioni diventi la figura del povero nella Bibbia. Può succedere anche che, in una Liturgia della casa, qualcuno legga questa poesia di R. Tagore. Può succedere anche che qualcuno trovi sorprendenti consonanze con la sua vita.

Caro don Angelo,
vorrei raccontarle cosa mi è successo qualche tempo fa.
Per lavoro mi è capitato di pulire le celle e i bagni dei detenuti in alcune caserme.
Sicuramente un posto vale l'altro quando si deve pulire, ma non è sempre così. Questi luoghi uno se li immagina, si ricorda come sono nei films o come sono descritti nei libri, ma un conto è figurarseli con il pensiero e un conto è averli lì dietro una porta. Quando mi è stato chiesto di pulirli mi è venuto un nodo in gola. Ho cominciato a pensare che non ce l'avrei fatta ad entrare, ad andare oltre.

Il maresciallo ha aperto una grossa porta, era spessa, pesante, con una piccola finestra all'altezza degli occhi di un uomo. Come quelle dei films, divisa in quattro quadrati uguali e con uno sportellino che si apre e si chiude.
Io sono rimasta sulla soglia. Ho guardato dentro. Oltre quella porta c'era un piccolo corridoio, sul quale si affacciavano tre porte: due celle e un bagno.
Ho chiesto: "Maresciallo, non si possono aprire le finestre? C'è un odore…".
Il maresciallo ha sorriso e mi ha risposto: "Qui non ci sono finestre, queste sono celle…" e mi ha lasciato da sola.

Sono rimasta un bel po' sulla soglia, mi aveva disturbato il rumore di quelle porte che si aprivano, le chiavi che tintinnavano e che erano state nervosamente mosse nelle toppe, il rumore dei chiavistelli che si amplificava in quel vuoto.
Avevo paura, ma di che, se non c'era nessuno? Avevo paura di quello che avrei trovato.
Quando mi sento schiacciare, opprimere da qualcosa durante il giorno poi di notte ho un incubo ricorrente. Non è sempre lo stesso, ma gli elementi sono sempre quelli: sogni i nazisti nelle loro divise di guerra, i campi, gli elmetti, nel sonno mi sento soffocare da urla in una lingua che non conosco, dal rumore di passi cadenzati di stivali neri, lucidi, che portano la morte…

Così, io sulla soglia pensavo a queste cose e mi dicevo: "Stanotte, mi sogno i nazisti!".
Poi, come se mi fossi risvegliata, ho pensato che quello era l'unico lavoro che avevo, non potevo perderlo, non potevo andarmene. Allora ho cominciato a pregare, ho chiesto aiuto perché da sola non ce l'avrei fatta. Ho iniziato a dire "Padre nostro"… e mi sono ritrovata dentro.

Ho cominciato a piangere in silenzio, non so perché. Mi asciugavo gli occhi, sfregandoli con le braccia come fanno i bambini, perché avevo guanti, stracci, scopa e paletta in mano.

Più che un luogo, quello era un non-luogo, lì il tempo si fermava, la vita era fuori. C'era il vuoto.

Non c'erano riferimenti per accorgersi del tempo che scorre, che è mattino, mezzogiorno, sera o in quale giorno o in quale stagione siamo.
In quelle celle non c'erano piastrelle sul pavimento, c'era cemento grigio. Grigio era il soffitto che continuava con le pareti, che finiva col pavimento come un'unica striscia di colore grigio. Non c'era lampadario sul soffitto, non c'erano chiodi alle pareti, tutto era liscio e uniforme. C'era solo una "base" rettangolare (un letto) saldata su un lato alla parete e sospesa da terra.

La luce della lampadina del corridoio filtrava nella cella da un'apertura con le sbarre posta sopra la porta. Luce e aria entravano da lì. Il riscaldamento non c'era, c'era un termosifone, ma fuori, nel corridoio.

Pensavo che sì, le celle le avevano, ma che poi nessuno c'era mai entrato veramente. Invece, chinandomi per pulire sotto quella base, quel letto, ho trovato delle briciole di pane: briciole bianche, senza polvere, segno che qualcuno era stato lì da poco. Allora, non so perché, ho pensato a Gesù; qualcuno lì aveva spezzato il pane, in quel non-luogo, vuoto. Qualcuno non era stato lì da solo. Ero sicura di questo, non mi chieda perché. In quel luogo di sofferenza, di solitudine, in quel luogo dimenticato un uomo non era stato solo.

In quel momento ho provato una grande pace che non dimentico, mi sono sentita molto serena, ho pensato agli amici riuniti a casa di Marisa, a Carla, a Laura, agli altri…
Ho finito il mio lavoro e sono uscita, ero persino contenta di essere stata lì! Roba da matti!! Non avevo più paura…
Con affetto

Marité



IL PROCESSO FARSA ALL'IMPUTATO GESÙ

DI CARLO MARIA MARTINI

Il Vangelo di Giovanni indica la necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche.

Gesù è davanti al sommo sacerdote, probabilmente ancora Anna, che lo interroga sui suoi discepoli e sul suo insegnamento. Egli risponde che ha parlato sempre in pubblico, ha insegnato nelle sinagoghe, nel tempio dove tutti si radunano; non comprende dunque perché viene interrogato, mentre si dovrebbero interpellare coloro che l'hanno ascoltato.

È interessante notare che l'evangelista riferisce brevemente e in forma indiretta ciò che dicono gli accusatori, mentre fa parlare a lungo Gesù, presentandolo come colui che ha in mano la situazione, che insegna quale sarebbe stato il procedimento corretto, dando così una lezione al sommo sacerdote.

Ma mentre parla, una delle guardie lo schiaffeggia e gli dice: "Così rispondi al sommo sacerdote?". Gesù replica: "Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?". Nel Discorso della montagna aveva insegnato: "Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra" (Matteo 5,39). Ora tuttavia egli, con libertà somma, pacatamente e dignitosamente si difende, dimostrando la sua superiorità sulla situazione e di poterla dominare, pur se sta per essere sempre più schiacciato e umiliato. Questo schiaffo è di fatto il primo dei colpi che Gesù riceverà, il segno che non è intoccabile, che è possibile scagliarsi contro di lui impunemente; è un incoraggiamento per tutti coloro che in seguito vorranno colpirlo. Egli tuttavia rimane saldo nella sua serenità e nella sua forza interiore.

Termina qui il processo religioso. Ci viene riferito che "Anna mandò Gesù legato a Caifa, sommo sacerdote" , ma di un'azione processuale da parte di quest'ultimo non si fa parola. Soltanto si aggiunge, dopo una nuova interruzione su Pietro, che Gesù viene condotto dalla casa di Caifa al pretorio e si accenna al fatto che, poiché era l'alba, "essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua". Con questo accenno culturale, di carattere piuttosto ipocrita, si chiude il processo religioso, davvero brevissimo. Ora vorrei tuttavia interrogarmi soprattutto sulla povertà del processo così come è presentato da Giovanni. Mentre è più plausibile nei sinottici, nel IV vangelo è una vera farsa, una caricatura. Mi pare che Giovanni intenda probabilmente sottolineare un indice di decadenza religiosa e giuridica: Gesù viene portato davanti a chi non è autorizzato né a interrogarlo né a condannarlo e tocca a lui spiegare come andrebbe condotto il processo.

Ci troviamo davvero di fronte al crollo di una istituzione, una istituzione - notiamo - che avrebbe avuto il compito primario di riconoscere il Messia, verificandone le prove. Sarebbe stato questo l'atto giuridico più alto di tutta la sua storia. Invece fallisce proprio lo scopo fondamentale. Certamente i sommi sacerdoti hanno molti titoli di discolpa. Possiamo comprenderlo considerando tutta la storia di Gesù e il modo con cui egli si è presentato; soprattutto oggi si è molto sensibili alle scusanti del popolo ebraico e anche, in qualche modo, dei capi del popolo. Ciò non toglie che Giovanni ci mette di fronte a una istituzione che ha perso l'occasione provvidenziale in vista della quale era sorta. Si pone qui un problema gravissimo, quello della possibilità che un'istituzione religiosa decada: si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare.

Molte volte ho insistito sulla necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche. Solo la parola di Dio, rappresentata qui da Gesù, è normativa e capace di dare chiarezza. E ho pure affermato, a proposito della necessità di imparare a convivere tra diversi - la sfida più urgente della nostra civiltà -, che non dobbiamo tanto insistere sulla ortodossia religiosa delle singole parti, auspicando che ciascuno sia religioso al meglio secondo la sua tradizione. Le tradizioni, comprese le nostre, possono conoscere infatti anche forme di decadenza. Occorre piuttosto fermentarci e vivificarci a vicenda, al di là dell'appartenenza religiosa, così che ciascuno sia aiutato a rispondere di fronte a Dio. Personalmente non sono favorevole al dialogo religioso quando considera le religioni come monoliti, realtà che devono dialogare restando immutabili. L'uomo è fatto per superare se stesso; come diceva Pascal: "L'uomo supera infinitamente l' uomo".

Occorre dunque lasciarci fermentare a vicenda da parole vere e autentiche. Parole vere e autentiche, non collegate a una tradizione religiosa precisa, le troviamo soprattutto nel Discorso della montagna. Parole che toccano ciò che di più sensibile c'è nell'esistenza umana: la fedeltà, la lealtà, l'umiltà - non sappia la destra ciò che fa la sinistra -, il perdono, il non preoccuparsi delle cose di questo mondo, non accumulare tesori, non giudicare per non essere giudicati, fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi. Questo è un insegnamento sicuro per tutti, che tocca nell'intimo il nostro cuore e ha la forza di rinnovare un ebreo, un cristiano, un musulmano, un indù, un buddhista, proprio in quanto attinge le profondità dello spirito.

Dunque, rimanendo necessario un dialogo a livello delle grandi religioni, pur se spesso un po' formale, il nostro cammino interreligioso deve consistere soprattutto nel convertirci radicalmente alle parole di Gesù e, a partire da esse, aiutare gli altri a compiere lo stesso percorso.

In proposito mi colpisce un'analogia interessante con la cosiddetta "meditazione dei due vessilli" degli Esercizi spirituali di sant'Ignazio di Loyola, là dove si dice che Gesù raccomanda ai suoi discepoli di predicare la vera dottrina. Ora "dottrina" era la parola classica per indicare la Scrittura, la tradizione teologica cristiana. Ignazio invece propone come vera dottrina la povertà, l'umiltà, l'amore delle umiliazioni, il non ricercare se stessi: "Considerare il discorso che Cristo nostro Signore fa a tutti i suoi servi e amici che invia a tale lavoro, raccomandando loro di aiutare tutti col portarli, prima, a una somma povertà spirituale e, se piacerà alla sua divina maestà e li vorrà scegliere, anche alla povertà materiale; in secondo luogo, a desideri di obbrobri e disprezzi, perché da queste due cose nasce l'umiltà".

Sono le verità di fondo del Discorso della montagna, assolutamente autentiche e affidabili, perché contengono anche la giusta critica alle tradizioni religiose degradate. Ci rendiamo conto che il compito del discepolo è grande, è un compito di sincerità e di autenticità, e ad esso noi siamo continuamente spinti da una grazia superiore alle nostre forze, dalla grazia dello Spirito santo, che ci guida, ci stimola e ci sorregge.

dal libro di Carlo Maria Martini
Le tenebre e la luce. Il dramma della fede di fronte a Gesù
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CORPO DA RISPETTARE
anche nell'indegnità

di Enzo Bianchi

"Quando si saranno alleviate sempre più le schiavitù inutili, si saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà sempre, per tenere in esercizio le virtù eroiche dell'uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l'amore non corrisposto, l'amicizia respinta o tradita, la mediocrità d'una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni". Parole che Marguerite Yourcenar mette in bocca all'imperatore Adriano e che noi sentiamo particolarmente vere e attuali nel nostro mondo occidentale, dove il "principio piacere" sembra guidare la visione del corpo che ci offrono i mezzi di comunicazione. Lì ogni giorno siamo confrontati a una scissione dal dolore, a un oblio della sofferenza, a una rimozione della bruttezza, a una negazione del corpo deformato dalla malattia e, specularmente, siamo come istigati a un'esaltazione del corpo prestante, a un'idolatria della giovinezza, a un'esibizione di ciò che è superficiale.

Eppure, quelle che Adriano chiama le occasioni per "tenere in esercizio le virtù eroiche dell'uomo" davvero non mancano oggi, in una società che alcuni hanno definito dell'"incertezza". L'essere umano pare in balia di una mancanza di stabilità interiore che contamina ogni aspetto della sua vita: precarietà del lavoro, fragilità delle relazioni, incertezza sul futuro, sconvolgimento dell'ecosistema... Non a caso alcuni sociologi hanno colto come emergente nelle nuove generazioni una "incertezza del corpo", qualcosa di ben più profondo e grave di un'adolescenziale indeterminatezza sessuale: un vivere senza limiti che finisce per tradursi in una vita depauperata di identità. Da qui l'esigenza di riprendere in mano con "virtù eroica" il rapporto con il proprio e l'altrui corpo e di farlo non attraverso un'immagine idealizzata del corpo stesso bensì a partire proprio dall'aspetto meno piacevole, quello della sofferenza. Rispettare, ridare dignità all'essere umano che abita un corpo ritenuto "indegno" dei parametri oggi vincenti è operazione di controcultura che mira a salvare l'essenza stessa della dignità umana.

Anche l'uomo che ha perso la propria forma e ha assunto l'indegnità, richiede che si riconosca in lui la dignità umana: sì, è forse soprattutto questo "uomo senza qualità" a conservare una dignità che invoca rispetto. Ciascuno ha infatti diritto alla salvaguardia della propria dignità non per ragioni religiose né per obbligo sociale vincolante, ma semplicemente perché ridotto a nulla: l'essere umano sfigurato genera la dignità in chi gli sta di fronte e accetta di incontrarlo, di assumere il peso di un'umanità avvilita, sprovvista dei tratti caratteristici di quella che siamo soliti considerare "dignità".

Non dimentichiamo che il rispetto della dignità umana è fondato sulla nostra comune indegnità: l'uomo afferma la dignità propria e dell'intero genere umano quando onora nell'altro l'umanità degradata, incapace di esibire i tratti propri dell'essere umano. Non è un caso che lo slancio decisivo per giungere alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo sia venuto al consesso umano dall'aver toccato l'abisso della disumanizzazione e della degradazione durante la seconda guerra mondiale e l'inenarrabile malvagità della Shoah. La dignità umana non è infatti un attributo peculiare della persona nella sua singolarità: è una relazione e, come tale, si manifesta nel gesto con cui ci rapportiamo all'altro per considerarlo nostro simile, ugualmente uomo, anche se la forma che questi è venuto ad assumere denuncia un abbrutimento, una non-umanità, un aspetto "disumano". Siamo chiamati a rispettare la persona umana offesa dall'obnubilamento dell'Alzheimer, assimilata al letto o alla carrozzella su cui giace, ferita nelle facoltà fisiche o intellettuali, senza mai identificarla con la sua infermità che diviene anche "in-formità": l'essere umano nella sua indegnità richiede rispetto nonostante la sua miseria fisica, psicologica, morale anzi, proprio in essa va riaffermata la perdurante dignità umana.

Questo perché il corpo permane, nonostante tutto, il "luogo" della nostra inscrizione nel "senso" della vita. Nel corpo che mi accomuna a ogni uomo e da ogni uomo mi differenzia e mi personalizza, è incisa la mia unicità e irripetibilità e anche la mia chiamata a esistere con e grazie agli altri. Il corpo è il memoriale della vocazione di ogni uomo alla libertà e alla responsabilità. Non scelto, il corpo è dono oppure onere, fardello. Di certo esso diviene un compito, un mandato da realizzare. E questa è l'obbedienza originaria dell'uomo inscritta nella nascita.

Queste considerazioni umane elementari si declinano in ambito cristiano alla luce della creazione e dell'idea che l'uomo è imago Dei. Creato a immagine di Dio, il cristiano confessa che questa immagine trova il suo volto nel volto di Gesù Cristo. Le affermazioni bibliche circa la creazione dell'uomo a immagine di Dio significano la creazione del corpo come entità relazionale, come capax Dei e capace di relazione con gli altri, come entità spirituale per eccellenza. Non a caso per la Bibbia il vero soggetto della preghiera è il corpo. Non tanto nel senso estrinseco per cui l'orante pone il proprio corpo in determinate posture (si inginocchia, si prostra, tende in alto le mani, leva gli occhi al cielo, batte le mani, danza ecc.) e neppure si tratta di un problema di tecnica della preghiera (la preghiera è l'evento meno tecnico e meno riducibile alla tecnica). In realtà il problema è più profondo. Se la preghiera è vita vissuta davanti a Dio, dunque vita, questa non ha altro luogo che il corpo.

Ecco allora che il grido e le lacrime, l'urlo e l'invettiva, la protesta e l'abbandono confidente, la supplica e l'invocazione, il ringraziamento e la lode, il riso e l'esultanza, il dolore e il piacere, il silenzio e la riflessione, cioè tutte le multiformi espressioni della preghiera sono linguaggio del corpo. Così si esprimeva uno dei più lucidi biblisti dei nostri giorni, padre Paul Beauchamp: "Il fragile strumento della preghiera, l'arpa più sensibile, il più esile ostacolo alla malvagità umana, tale è il corpo... L'anima non si esprime e non traspare se non nel corpo: la stessa meditazione si esteriorizza corporalmente prendendo il nome di "mormorio", "sussurro". Il corpo è il luogo dell'anima e dunque la preghiera traversa tutto ciò che si produce nel corpo. È il corpo stesso che prega: "Tutte le mie ossa diranno: Chi è come te, Signore?" (Sal 35,10)". Nella sua relazione con Dio l'orante pone in primo piano il proprio corpo; per parlare con Dio egli deve dire il proprio corpo: mani e braccia, piedi e gambe, lingua e labbra, bocca e gola, viso e capo, occhio e orecchi, cuore e reni …

Questa unità profonda dell'essere umano ci mostra allora come il corpo non è un fardello fastidioso, non è la parte materiale, corruttibile dell'uomo, non è quello che con angoscia ciascuno di noi deve presto o tardi lasciare, ma è la responsabilità che ci personalizza. I rabbini così commentavano l'espressione "Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza", che il libro della Genesi mette in bocca a Dio: Dio dice "facciamo", intendendo come soggetto di questo plurale Dio e l'uomo insieme: entrambi impegnati a fare l'uomo a immagine di Dio. Sì, ogni giorno si rinnova per noi il compito di realizzare il nostro corpo: un compito arduo che richiede a ciascuno di fare appello alle "virtù eroiche dell'uomo" per alleviare "la lunga serie dei mali veri e propri" e far emergere la grande dignità che abita nascosta in ogni corpo umano.

da Avvenire del 23 settembre 2007



Messaggio del Cardinale per la fine del Ramadam

Cari amici,
In occasione di 'Id al-Fitr di quest'anno (1428 E. / 2007 A.D.), come Arcivescovo di Milano desidero, a nome dei Cristiani della nostra Città e della Diocesi ambrosiana, esprimervi l'attenzione cordiale che nutriamo per il vostro impegno religioso nel vivere fedelmente l'annuale mese di digiuno e nel celebrare la grande festa con cui lo concludete.

Pensiamo che la stima e il rispetto tra fedeli di differenti tradizioni religiose debbano essere reciproci e basarsi sui rapporti di amicizia tra le persone e su un minimo di corretta conoscenza della fede altrui. Come chiediamo ai fedeli cristiani di superare la propria eventuale ignoranza nei confronti dell'Islam, così riteniamo che anche a voi sia richiesto lo sforzo di avere informazioni corrette sul Cristianesimo. Cristiani e Musulmani non potranno collaborare a promuovere una cultura di pace senza prima abbattere i pregiudizi degli uni nei confronti degli altri, pregiudizi che nascono e crescono sul terreno dell'ignoranza della fede dell'altro. E questo vale per tutti.

Avere un'idea vera e giusta del messaggio cristiano è tanto più necessario per chi - come la quasi totalità di voi, cari Musulmani - si trova ad essere immigrato in questa terra storicamente contrassegnata da una ricca e radicata tradizione cristiana. Chi proviene da altri contesti culturali e appartiene ad altre tradizioni religiose per potersi inserire con profitto nella società italiana ed europea, mantenendo la propria identità, ha certamente bisogno di avere un'immagine non deformata o falsificata del Cristianesimo.

Il senso profondo della nostra fede fondata sul Vangelo di Gesù Cristo, quando è rettamente inteso, non è quello di proporre un messaggio concorrenziale a quello delle altre religioni. Nessuno di voi tema che conoscere qualcosa di vero e di giusto riguardo alla fede cristiana possa comportare dei rischi per la propria fede musulmana. E altrettanto deve valere per i Cristiani nei confronti della tradizione coranica.

L'autentico dialogo islamo-cristiano non è proselitismo e non ha come obiettivo la conversione dell'altro alla propria religione. Esso, nel più ampio quadro del dialogo interreligioso, persegue innanzitutto lo scopo di una migliore conoscenza delle irriducibili differenze tra messaggi e dottrine religiose, che sono e restano molto diverse. In secondo luogo, sulla base di quei valori e principi etici che le religioni si trovano a condividere, il dialogo persegue l'obiettivo di promuovere forme di collaborazione nella ricerca della pace e del bene comune per una più giusta convivenza civile e sociale. La stessa laicità dello Stato e delle nostre istituzioni pubbliche, sia nazionali che locali, è una garanzia dell'esigenza che le religioni, positivamente presenti sulla sfera pubblica, possano cooperare all'edificazione della società, nel rispetto dell'ordinamento giuridico e delle regole democratiche, al riparo da tentazioni di integralismo e di fondamentalismo.

Mi auguro che questi pensieri, che indirizzo in particolare ai Responsabili religiosi delle diverse Comunità e Organizzazioni islamiche presenti a Milano e in Lombardia perché se ne facciano portavoce presso tutti i Musulmani, possano servire anche a dar vita a forme d'incontro, intorno allo stesso tavolo, da parte di Rappresentanti delle Istituzioni civili e Rappresentanti delle Religioni.

Dio Clemente e Misericordioso, Signore del cielo e della terra, conceda a tutti voi pace e serenità, nella gioia della prossima festa che vi attende.

1 ottobre 2007
+ Dionigi card. Tettamanzi



UNA MANO AMICA PER LA CITTÀ
può essere anche la tua, ti aspettiamo

Tra non molto, pensiamo nel mese di novembre, diventerà operativa in parrocchia l'iniziativa "Una mano amica per la città".

Il servizio, che avrà sede in via Lippi 15, gestito dalla Fondazione Aquilone e dalla nostra Parrocchia, sarà un punto di riferimento molto vicino alle case e alla vita quotidiana delle persone anziane. Abbiamo scelto uno spazio esterno all'edificio della parrocchia quasi come un "segno" per condividere più da vicino le fatiche e le gioie, i problemi e le attese del vivere quotidiano. Detto spazio, aperto tutte le mattine con la presenza di due operatori sociali di Fondazione Aquilone onlus, sarà un primo punto di ascolto e di aiuto per gli anziani e per i loro familiari, spesso soli e disorientati nel far fronte alla fatica dell'invecchiare.

I due operatori si avvarranno dell'apporto di una rete di volontari che aderiranno al progetto e saranno impegnati a portare nelle case l'aiuto possibile "alle persone che hanno una certa età" e vivono talvolta la fatica di trovare una soluzione ai tanti problemi piccoli e grandi che sorgono quotidianamente: la spesa a casa, gli accompagnamenti per la cura della salute, il disbrigo delle pratiche... Oltre all'aiuto porteranno il calore di una presenza, di una semplice compagnia.

L'anima di questa iniziativa sarà la rete di collaborazioni cui sapremo dare corpo.

Per questo abbiamo progettato un incontro.

Se vuoi saperne di più,
se hai un tempo,
piccolo o grande,
da dedicare,
vieni all'incontro.

Ti aspettiamo lunedì, 22 ottobre, ore 18, in parrocchia,
a conoscere e sostenere "UNA MANO AMICA PER LA CITTÁ"



Ma ve le ricordate le vacanze?

Un breve resoconto dei giorni di condivisione con l'oratorio a Spiazzi di Gromo, tra fine giugno e gli inizi di luglio.

Gioco, preghiera, vita comunitaria. Questi i tre elementi che hanno caratterizzato la nostra vacanza a Spiazzi di Gromo, in provincia di Bergamo, dove abbiamo trascorso due vacanze con l'oratorio.

La vacanza è stata suddivisa in due parti: la prima settimana organizzata per i bambini della scuola elementare, la seconda invece per i ragazzi delle medie e delle superiori.

Utilizzando le risorse naturali, il posto offre anche alcune attrattive molto divertenti come il percorso sugli alberi e la pista estiva per bob.

La prima attività è stata un'esperienza davvero unica… ma non solo in maniera positiva: alcuni bambini, infatti, si sono spaventati molto, anche se hanno portato a compimento tutto il percorso tra gli applausi generali!

Proprio per questo motivo don Paolo ha preferito che la pista estiva per bob la facessero solo i ragazzi più grandi e questi si sono dimostrati responsabili e così tutti si sono divertiti senza che nessuno si sia fatto male.

Una parte molto significativa della nostra vacanza sono stati i momenti di preghiera trascorsi insieme. Quando il tempo lo permetteva, giunti alla fine delle nostre passeggiate, ci sedevamo in cerchio e tutti finalmente calmi, ascoltavamo la parola del Signore; invece, durante le frequenti giornate di pioggia ci ritrovavamo negli spazi comuni dell'albergo.

Le avventure di Pinocchio, rivisitate dal don per i più piccoli, davano i temi di riflessione e preghiera durante la prima settimana; per noi grandi, invece, i temi della libertà e della vocazione ad essere uomini e donne vere, secondo il disegno del Signore, hanno avuto come spunto la lettura del libro "Il gabbiano Jonathan Livingston". Siamo anche riusciti a trascorrere del tempo stando ognuno a riflettere su ciò che il don ci aveva precedentemente spiegato in una mattina dedicata al silenzio e alla preghiera.

La sera, invece, a turno organizzavamo i grandi giochi: tra gare di canto, ballo, teatro (!!!), giochi dell'oca, memory, gialli, pubblicità ecc. certamente non ci si annoiava (forse qualche volta si "litigava", ma fa parte del gioco…).

Una parte importante delle nostre giornate era dedicata alle passeggiate, almeno quando si poteva: erano molto stancanti, ma in questo modo si passava più tempo insieme e ci si conosceva meglio, quindi la sera tornavamo in albergo sfiniti ma accomunati da una grande gioia: l'amicizia!!

Alessandra, Ilaria e Michela



Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

CECILIA SERENA DE SANTIS
MARGHERITA SCALA
LAVINIA ISELLA
ANDREA RENATO ROMANO LACONCA
ALICE MAURI
CATERINA BONAZZI



si sono uniti in Matrimonio

RICCARDO ENRICO LABADINI e CLAUDIA CONCI
MASSIMILIANO ETTAMI e MICHELA ARGENTI
PAOLO ARCELLI e PAOLA FRANCESCA COLOMBANI
UELI MEIER e ROBERTA DE FRANCO



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

ELVIRA RUBANI (a. 78); ADRIANA STROPPA ved. AIROLDI (a. 93);
PIERINA BARTOLI ved. STANZIANI (a. 93); GIACINTO DE PASQUA (a. 81);
ANDREINA RIGAMONTI ved. FERRARI (a. 81)




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