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notiziario
mensile parrocchiale
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LE
MIE STAGIONI: IL NUOVO PARROCO SI RACCONTA
Sono nato il 25 febbraio 1942 a Busto Arsizio,
la città di mio padre. Mia madre invece era nata a Caslino d’Erba,
in Brianza. Nel piccolo cimitero di questo paese i miei genitori
riposano e accanto a loro è già preparato un posto anche per me.
In questi anni ogni domenica mattina celebravo la messa nella
chiesa parrocchiale, visitavo il Cimitero e poi via sui sentieri
di quelle Prealpi che stanno tra i due rami del lago di Como.
Adesso dovrò cambiare giorno per non rinunciare alla mia scarpinata…
Sono il terzo di quattro figli: due maschi e due femmine, alternati,
a tre anni di distanza l’uno dall’altro: davvero una pianificazione
familiare perfetta! Mio fratello maggiore, Pier Giacomo, detto
Mino, è il vescovo di Lugano in Svizzera; le mie sorelle Maria
Antonietta detta Mietta è ora nonna di Giacomo e Chiara e l’ultima
sorella è Maura detta Lella. Anch’io ho come gli altri tre un
nomignolo che non vi dico: lo scoprirete.
Siamo una piccola ma unitissima famiglia: da
nostro padre abbiamo imparato la laboriosità e la generosità,
da nostra madre la pazienza e la fede. È stata Lei a guidarmi,
ancora bambino, verso la chiesa. Ricordo quando tutte le mattine
del mese di maggio mi buttava giù dal letto per condurmi alla
prima messa delle 6.30: facevo il chierichetto.
Sono cresciuto nella mia città frequentando l’Oratorio
e l’Azione Cattolica, fino alla terza liceo. Ricordo che durante
il penultimo anno di liceo mi chiedevo come proseguire gli studi
dopo l’esame di maturità. E ho nitido un ricordo: la persona di
Gesù si impose con una semplice ma limpida chiarezza. Potevo mettere
la mia vita a servizio del Vangelo. Così entrai nel Seminario
di Milano prima a Saronno e poi a Venegono dove ho avuto maestri
indimenticabili negli studi teologici.
Il 26 giugno 1965 in Duomo il cardinale Giovanni
Colombo mi ordinava prete e la mia prima destinazione fu a Milano,
la parrocchia di san Gioachimo non lontana dalla stazione Centrale.
La mia prima e unica esperienza parrocchiale
fu di breve durata, appena quattro anni. Erano anni intensi e
febbrili: la Chiesa viveva la stagione esaltante del dopo Concilio
con le sue riforme e la società viveva il Sessantotto con il suo
vento di contestazione. Anch’io con un numeroso gruppo di giovani
– studenti e lavoratori – ho vissuto quegli anni febbrili con
iniziative che nel solco della lezione di don Lorenzo Milani,
si facevano carico dei più poveri. Non si fece attendere la reazione
di un gruppo di ‘benpensanti’ che chiesero e ottennero la mia
testa.
Inizia così nel dicembre 1969 una seconda stagione
della mia vita di prete: una stagione di silenzio e di studio
che pur con sofferenza mi permise di far decantare le emozioni
di quegli anni. Presso la Facoltà Teologica conseguo la licenza
in teologia, mi iscrivo all’Università cattolica dove nel 1973
conseguo la laurea in filosofia sotto la guida del maestro e amico
prof. Virgilio Melchiorre. Intanto alloggiavo presso un Collegio
per studenti universitari nella zona di Lambrate. La quiete di
quegli anni venne interrotta dalla consultazione referendaria
che mirava a introdurre nel nostro ordinamento il divorzio. Gli
studenti del Collegio dove risiedevo organizzarono una assemblea
durante la quale ebbi la malaugurata idea di dire la mia opinione.
Il mattino seguente, grazie alla sollecitudine di un delatore,
ricevetti la lettera di dimissione. Ecco il secondo incidente
di percorso.
Per una provvidenziale coincidenza avevo conosciuto
proprio in quei mesi il dottor Giancarlo Brasca direttore amministrativo
dell’Università cattolica che aveva letto e apprezzato un mio
scritto in un volumetto pubblicato con alcuni amici che operavano
nelle organizzazioni sindacali. Così mi rivolsi a lui chiedendo
se poteva aiutarmi. Con singolare prontezza, come era nel suo
stile, il dr. Brasca parlò di me al Rettore dell’Università il
prof. Giuseppe Lazzati che, senza conoscermi, chiese all’Arcivescovo
di ‘cedermi’ all’Università cattolica dove intanto già lavoravo
come titolare di una borsa di studio dopo la laurea.
Così inizia la terza stagione: vengo ad abitare
all’ombra della Cattolica per quindici anni assumendo la direzione
della residenza dei docenti dell’Università, un corso di introduzione
alla teologia e la normale attività di ricerca e di didattica
accanto al mio maestro Melchiorre.
Devo alla magnanimità del prof. Lazzati se in
un momento certo difficile per la mia vita di prete mi è stata
data fiducia e aperta una nuova strada. Non so se la Chiesa arriverà
a proclamare la santità di questo grande laico cristiano, ma se
questo avverrà e io potrò esser presente penserò: quest’uomo io
l’ho conosciuto, quanti viaggi insieme per parlare dell’Università
cattolica, quante volte abbiamo preso i pasti insieme e infine
ho avuto la grazia di amministrargli l’unzione dei malati e così
annunciargli che la sua ora ultima era ormai vicinissima. Quella
mattina alla clinica Capitanio resta indelebilmente impressa nella
mia memoria e continua in un bellissimo legame con i suoi famigliari.
Devo ancora al prof. Lazzati un’importante esperienza.
Ricordo che poco tempo dopo il mio trasferimento in Cattolica
mi disse: Vada via, vada all’estero, qui non imparerà più niente
di nuovo. La scelta di recarmi a Parigi per seguire le lezioni
di uno dei più illustri filosofi contemporanei, Paul Ricoeur,
è nata da quell’invito e dalle lezioni del mio Maestro Melchiorre.
Così per due anni ho vissuto a Parigi preparando il mio dottorato
in filosofia e risiedendo in una stupenda parrocchia, Saint Séverin,
a pochi passi da Notre-Dame, dove svolgevo anche un’attività pastorale.
Il legame con quella comunità non è finito con il mio periodo
di studi ma è continuato e continua tutt’ora durante l’estate.
Le mie vacanze sono infatti equamente distribuite tra Parigi,
dove sostituisco i confratelli in ferie e la Sardegna, dove godo
l’ospitalità straordinaria di una casa di amici che sono per me
una seconda famiglia. Anche lì sostituisco in parte il parroco.
È vero che fino alla mia bella età di 66 anni non ho mai fatto
il parroco ma un po’ di apprendistato l’ho fatto e in luoghi assai
prestigiosi!!!!
Riprendo il filo del racconto. Nel 1988 a seguito
di Concorso sono nominato professore associato di filosofia delle
religioni nell’Università di Padova, impegno che concluderò nel
settembre 2009. Anche gli anni di Padova sono segnati da alcune
belle, preziose amicizie. Diverse case ospitali mi accolgono:
a Padova, a Bassano del Grappa e Marostica. In queste famiglie
amiche ho celebrato nozze, battezzato figli, accompagnato i defunti.
Grazie alle lezioni in quella antica e prestigiosa Università
ho potuto scrivere un volumetto che mi è molto caro, dal titolo
enigmatico: La schiena di Dio.
Nell’estate del 1991 l’arcivescovo Martini mi
chiede di assumere la direzione del Collegio universitario arcivescovile
san Paolo, nel quartiere di Brera. E, ricordo, aggiunse: Ma se
non vuoi, non preoccuparti cercheremo un’altra soluzione. Naturalmente
accettai di slancio e così iniziò la mia quarta stagione come
rettore di una residenza che accoglie 126 studenti che, provenendo
da tutte le parti d’Italia e dall’estero, compiono i loro studi
a Milano. Sono stati 17 anni bellissimi: quanti ne ho accompagnati
alla laurea, di molti ho celebrato le nozze, di alcuni ho battezzato
i figli. Quante famiglie mi hanno costantemente alimentato con
i buoni prodotti delle terre pugliesi, sarde, siciliane… Gli anni
nel Collegio sono stati belli anche per la rete di amicizie nel
quartiere: il gelataio, il parrucchiere, i meccanici, il corniciaio
e soprattutto i falegnami… Ma una amicizia è maturata in questi
anni ed è uno dei doni più belli e preziosi: don Giovanni Barbareschi
che risiede nello stesso palazzo e che mi ha nominato ‘custode
della sua vecchiaia’. Il cardinale Martini lo chiama ‘il patriarca’
per i suoi 86 anni portati con singolare freschezza di spirito
e con la schiena diritta come negli anni della Resistenza.
In questi ultimi 17 anni numerosi sono stati
gli impegni accademici e pastorali. Dal 1996 la stima del preside
prof. Alberto Quadrio Curzio mi affida la docenza di filosofia
delle religioni nella Facoltà di scienze politiche della Cattolica,
mentre dal 1999 ho avviato una collaborazione con il Seminario
di Scutari in Albania dove tengo due corsi di filosofia ogni anno.
Sul versante pastorale un appuntamento molto amato è stata la
celebrazione della messa vespertina domenicale nella parrocchia
milanese di San Pietro in Sala, grazie all’amicizia dei parroci
don Enrico Casati e don Sante Torretta. E quante giornate a villa
Sacro Cuore di Triuggio dedicate alla predicazione. Il prossimo
sabato santo non credo mi sarà possibile piantare come ho fatto
per almeno una dozzina di anni un albero di ulivo al termine degli
Esercizi spirituali predicati a Triuggio. Un’altra attività mi
ha accompagnato in tutti questi anni: dapprima la collaborazione
giornalistica con «Famiglia Cristiana», poi con il mensile «Jesus»
e infine la direzione de «Il Segno» il mensile della nostra diocesi.
Durante questa quarta stagione sono stato anche assistente di
un gruppo scout e redattore della rivista scout «Servire». Una
collaborazione che mi ha permesso di apprezzare la grande forza
educativa dello scautismo e stringere legami profondi di amicizia.
Per buona parte dell’episcopato dell’arcivescovo Martini sono
stato membro del Consiglio pastorale diocesano e continuo ad esserlo
con il cardinale Tettamanzi, che ora mi affida questa comunità.
Adesso, giunto il tempo di andare in pensione,
ho avuto la bizzarra idea di provare a fare quello che non ho
mai fatto: il parroco, prendermi cura di una comunità e farne,
se possibile, uno spazio simpaticamente accogliente, dove sia
bello, anche per breve tempo, sostare. Uno spazio che non rinunci
ad avere come unica regola la gioia del Vangelo.
Ma questa sarà, se Dio vuole, la quinta e ultima
stagione, con voi e per voi amici di san Giovanni in Laterano.
don Giuseppe
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L’AUGURIO
DI TRE VESCOVI AMICI
Il
cardinal Carlo Maria Martini
Don
Giuseppe scriveva al cardinal Martini:
Eminenza, carissimo Padre […] Desidero chiedere il suo consiglio
in vista di possibili scelte per l’ultimo tratto della mia vita.
Con l’autunno posso concludere la docenza universitaria a Padova
e mi sono chiesto come mettere a frutto gli anni che il Signore
vorrà ancora donarmi. Così ho pensato di mettermi a disposizione
dell’Arcivescovo per assumere un impegno pastorale a tempo pieno
come parroco. […] Ho solo avanzato la richiesta che l’eventuale
destinazione sia tale da farmi mettere a frutto il molto lavoro
culturale fin qui svolto. Chiedo a lei non solo una preghiera
di intercessione ma anche un consiglio…
Così
rispose il Cardinale:
Carissimo don Giuseppe, prego per la tua scelta che mi pare giusta
e corrispondente alla tua esperienza. Sempre ti sono grato per
la tua intuitiva e sapiente interpretazione del mio pensiero negli
anni di Milano. Hai ancora molto da dare,
tuo Carlo Maria c. Martini, S.I.
S.E.
Giovanni Giudici, vescovo di Pavia
Carissimo,
ti ringrazio del ricordo da Saint Séverin. Mi pare una buona idea,
da parte dei tuoi superiori, di affidarti S. Giovanni in Laterano.
Là vedevo delinearsi una Chiesa come mi sembra di poterla sognare,
nella quale non sono rimarcati tanto “i confini”, ma è messo in
luce il ministero del lievito e del sale. Auguri, ti accompagno
con affetto e preghiera.
+
Giovanni G.
S.E. Renato Corti, vescovo di Novara
Caro don Giuseppe, ti ringrazio dello scritto inviatomi da Parigi.
Apprendo con gioia la tua nomina a parroco di San Giovanni in
Laterano, prendendo il posto di don Angelo Casati. Conosco, almeno
in parte, don Angelo e lo trovo un uomo di singolare profondità
e percettività di quanto avviene nel mondo e nella Chiesa.
Penso che la tua preparazione culturale e la tua ricchezza di
umanità ti consentano di esercitare da vero padre il ministero
che ti viene affidato. L’invito emerso nel Convegno ecclesiale
di Verona, e cioè di considerare la persona come cuore della pastorale,
si spinga a dare volto semplice e fraterno alle nostre Comunità.
Sta in questo l’augurio che fraternamente ti esprimo. Cordialmente.
+
Renato Corti
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L’omelia
di saluto di don Angelo
a
S. Giovanni in Laterano il 28 settembre 2008
Non
posso nascondervi l’emozione per questa eucaristia. Ricordo l’emozione
della prima eucaristia in una domenica di novembre ventidue anni
fa. Quella di ventidue anni fa apriva le pagine di un diario,
erano pagine bianche. Questa di oggi viene dopo tante pagine scritte.
Scritte da voi, da me e, soprattutto, io ne sono convinto, da
Dio. Mi prende emozione al pensiero delle mille e mille e mille
storie di questo diario.
Noi
viviamo come sotto una tenda. C’è un tempo per piantare la tenda.
C’è un tempo per arrotolarla e andarla a piantare altrove. È vero,
non posso nascondervi che sento il distacco bussare alla punta
segreta del cuore. Alla mente ti verrebbe il proverbio: “partire
è un po’ morire”. Ebbene lo sento vero, ma solo in parte. Mi è
cara, molto più cara un’altra parola del Cantico dei Cantici.
C’è qualcosa più forte della morte, più forte della sensazione
di sentirti morire. Più forte, più forte della morte è l’amore.
Rimane, rimane forte, una relazione, anche quando arrotoli la
tenda e la sposti più in là. Rimane ciò che abbiamo vissuto nell’intimità
di una tenda: parole dissepolte, luce che tremava sui volti. Rimangono
i sentimenti che ci legano. Tutto è custodito.
Vorrei
avere avuto per voi la tenerezza di Francesco di Assisi: di lui
si racconta che raccoglieva da terra ogni pezzetto di carta scritto.
Diceva che in esso poteva esserci il nome di Dio e perciò non
lo si poteva distruggere. Ma si comportava così anche con gli
scritti pagani. E quando qualcuno gli faceva notare che lì sicuramente
il nome di Dio non era scritto, dichiarava che vi erano pur sempre
presenti le lettere, con cui si poteva comporre il nome di Dio.
“Nulla” dice Piero Stefani, commentando l’episodio, “nulla deve
andare perduto, tutto va custodito se in esso è contenuto anche
un barlume di significato. Ogni pezzetto di carta può essere uno
scrigno, in cui è conservato qualche germe di senso, che non dovrebbe
andare disperso come pula al vento”.
Abbiamo cercato tutti insieme in questi anni, forse non ci siamo
sempre riusciti, di avere questa delicatezza gli uni verso gli
altri, la delicatezza di chi è convinto – è stato reso convinto
dal vangelo – che ognuno è un pezzetto di carta, in cui può essere
scritto il nome di Dio.
Ebbene
mi sono chiesto che cosa avrei potuto dirvi in questa eucaristia.
E mi sono risposto che non avrei dovuto fare altro che quello
che sempre facciamo qui la domenica: cioè commentare le Scritture
sacre. Perché questa è la cosa che nella tenda non finirà: nella
tenda ci si continua a raccontare il vangelo. Giunto all’ultima
pagina, tale è il fascino che riprendi dall’inizio. E questo è
il segno che il Signore non è morto nella tua vita. Tu non lo
hai messo tra i morti. Ma tra i viventi che tu ascolti. Ti svela
il segreto della vita: “Fa’ questo e vivrai”.
Come
vedete oggi mi sono troppo dilungato. Veniamo al brano di Matteo:
vorrei dirvi che, staccata dal suo contesto, ci risulta un po’
enigmatica la parabola di Gesù sui due figli. La parabola è rivolta
ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, gli uomini
dunque dell’apparato. Gli uomini dell’apparato sono da un lato
perennemente disturbati dalla novità, dall’altro sono per natura
inquisitori. Hanno visto Gesù entrare in città. Osannato come
il benedetto di Dio, colui che viene nel nome del Signore. L’hanno
visto entrare poi nel tempio, rovesciare i tavoli di quelli che
vi facevano mercato. Hanno udito le acclamazioni entusiaste dei
bambini, hanno tentato di farli tacere. L’indomani nel tempio
lo affrontano, a muso duro, chiedendogli chi gli ha dato l’autorità
di fare tutto questo. E Gesù racconta la piccola parabola: loro
sono come quel figlio che dice: “Sì, Signore”, ma poi nella vigna
non ci va. Loro, pieni di parole, di dichiarazioni, uomini dell’ortodossia,
ma impermeabili alla novità di Dio. Mentre quel popolo disprezzato,
i pubblicani e le prostitute sono come l’altro figlio, forse un
po’ contestatore, che dice no, ma poi ci ripensa e va.
La
differenza, ce lo siamo detti tante volte, è tra chi è ingessato
e chi sa cambiare, tra chi è pieno di sé e chi nella vita dà spazio.
Se sei immobile, se sei pieno, come puoi dare spazio a Dio o all’altro
o alla terra? Perché Dio non è immobile ma cammina, l’altro non
è immobile ma cammina, la terra non è immobile ma cammina. Per
questo pubblicani e prostitute potevano ospitare Dio: lo potevano
ospitare proprio a partire dal vuoto, un vuoto, il loro, riconosciuto.
Solo ciò che è vuoto può diventare ospitale. Nel pieno, anche
nel pieno religioso, non c’è spazio. Né per Dio né per nessuno.
E
oggi Paolo nella lettera ai Filippesi ricordava che Gesù – ecco
l’inaudito – “svuotò se stesso”, fece il vuoto in sé. Per che
cosa? Per potere ospitare noi. Vuoto per amore. Questo è il Gesù
dei vangeli e voi fate bene a venire nella tenda della comunità
a ripulire – Dio solo sa se in parte ci siamo riusciti – a ripulire
l’affresco del vangelo. Perché è la vera memoria di Gesù, non
quella contraffatta, che ci salva. Gesù – dice Paolo – si è svuotato,
si è abbassato. Così faccia la chiesa, così facciano quelli che
credono in lui. Svuotarsi per ospitare.
Sembra
un programma per la vita. Servire, come ha fatto lui, il Signore.
Ce lo chiede il vangelo. Ma ce lo chiede anche questa generazione
nelle sue espressioni più vive, sì a volte ruvide, fino ad apparire
qualche volta anticlericale. Voci che in questi anni spesso ci
hanno ricordato l’attesa di una chiesa fedele al vangelo, che
non sia tra i dominatori del mondo, ma sia umile serva come il
suo Signore.
Mentre
vi ringrazio a uno a uno, a partire da don Alberto, don Paolo,
don Giorgio per avermi accompagnato con il mio limite e sorretto,
chiedo a voi il dono di una preghiera, perché, là dove sposto
la tenda, sia fedele alla memoria di Gesù. Che si è svuotato,
si è abbassato.
Sono
certo che anche voi sarete fedeli a questa memoria, lontani, come
dice Paolo, da ogni forma di rivalità o di vanagloria, con tutta
umiltà considerando gli altri superiori a se stessi. Sarete, con
don Giuseppe che è già qui con noi e che già amate, una tenda
della comunione. E sentendone io parlare, renderete piena la mia
gioia.
A
conclusione di un’omelia che, perdonate, oggi si è troppo dilungata,
vorrei ripetervi le parole di Paolo: “Rendete piena la mia gioia
con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi
sentimenti”. E ancora “abbiate in voi gli stessi sentimenti che
furono in Cristo Gesù”. Renderete piena la mia gioia.
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DARE VOCE AL CREDENTE E AL NON CREDENTE CHE È IN NOI
Cattedra dei non credenti e incontri di Avvento
Proseguiranno
anche quest’anno gli incontri parrocchiali della “cattedra dei
non credenti”.
Per
riprendere l’intuizione martiniana del “dare voce al credente
e al non credente che c’è in noi”, gli incontri avverranno secondo
un percorso caratterizzato ora da prospettive culturali differenti,
ora dall’interrogazione delle Scritture.
È
stata ripresa anche la scelta del tema unico, per facilitare il
confronto e l’approfondimento.
L’argomento
proposto quest’anno, molto attuale e dibattuto, sarà quello della
“paura” nel mondo contemporaneo.
Interverranno
voci del mondo laico e della cultura biblica che, anche se a distanza,
creeranno un dialogo e un confronto sul tema prescelto.
Gli incontri saranno quattro e, come sempre, si terranno in Oratorio:
6
novembre 2008 ore 21,00
Silvia Vegetti Finzi
psicologa
Le paure che sono in noi
13
novembre 2008 ore 21,00
Adalberto Piovano
biblista e priore del monastero di Dumenza
Dobbiamo avere paura di Dio?
4
dicembre 2008 ore 21,00
Gad Lerner
giornalista
Le paure nell’ambiente in cui viviamo
11 dicembre 2008 ore 21,00
Lidia Maggi
pastora battista
Nel buio della paura la speranza: Il popolo che camminava nelle
tenebre vide una grande luce (Is 9,1)
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Da
quarant’anni “nel deserto” per i poveri, cercando un’oasi
Omelia di Padre Clovis Souza Santos alla S.
Messa del 6 giugno 2008
Padre
Clovis Souza Santos vive in Brasile a Salvador de Bahia nella
Favela dos Alagados, cioè tra coloro che vivono in case su palafitte
infisse nel fango sul fondo del mare, spesso inondate da acque
malsane, in terribili condizioni igieniche e in grande miseria.
In giugno è venuto a trovarci e ha celebrato l’Eucaristia con
noi per ricordare i suoi 40 anni tra i poveri. In questo ottobre,
mese missionario, è bello rileggere le sue parole.
La
Bibbia racconta la grande sfida del popolo ebreo in cammino nel
deserto per quaranta anni, dopo essersi liberato dal giogo del
Faraone d’Egitto. Racconta anche che, dopo questi quarant’anni
di lotta, questo popolo arriva finalmente nella Terra Promessa,
iniziandovi una nuova vita, basata sul diritto, la giustizia e
la libertà.
Mi riferisco a questa storia biblica per parlare del mio cammino
e della sua somiglianza con quello degli ebrei. Come è accaduto
per quel popolo, anch’io sono in cammino da quarant’anni, lottando
e affrontando le sfide del deserto, nella speranza di potere arrivare
alla Terra Promessa, o almeno a un’oasi.
Di cosa vi sto parlando, miei carissimi milanesi di questa comunità
di San Giovanni in Laterano? Vi sto parlando del mio lavoro, del
mio cammino, della mia vita insieme ai poveri, soprattutto insieme
ai bambini poveri. Un cammino che a maggio ha compiuto quaranta
anni. Per me sono stati quaranta anni di arduo cammino attraverso
il deserto.
C ome racconta la Bibbia, il deserto è il luogo della prova e
della sofferenza e, di conseguenza, dell’apprendimento. L’uomo
che lo attraversa, superando con fede gli ostacoli che vi incontra,
entra in intimità con Dio e stringe un patto indissolubile con
le persone che soffrono esclusione e privazioni, come ci testimoniano
Mosè, Gesù e tanti altri che hanno fatto questa stessa esperienza.
Dopo avere attraversato il deserto per quarant’anni, oggi mi sento
veramente in intimità con Dio e profondamente impegnato nel vivere
con le persone sfruttate ed escluse che sono la mia gente, quella
degli “Alagados”, che insieme ai suoi bambini è parte della innumerevole
quantità di esclusi del Brasile e del mondo.
Il sentirmi così, in intimità con Dio e con questo forte impegno
verso la mia/nostra gente, mi procura una gioia profonda e gratificante,
nonostante la durezza del deserto. Questa gioia mi viene soprattutto
dal rapporto di fiducia e di amicizia con Dio, che è intimamente
vicino a me e a questa gente che è diventata oggetto del mio impegno
e della mia attenzione.
Ma perché, seppure con tanta gioia nel cuore, cammino da quarant’anni
in mezzo al deserto senza avere ancora trovato un’oasi? Perché,
durante tutto questo tempo in cui sono passati per le opere educative
che ho fondato circa venticinquemila bambini a forte rischio personale
e sociale, le difficoltà economiche per mantenere queste opere,
invece di diminuire, aumentano sempre di più.
Ecco il mio deserto, il deserto che da quarant’anni sto attraversando:
la mia battaglia, senza nessun momento di tregua, per cercare
le risorse per il mantenimento di quest’opera che ha salvato dall’emarginazione
circa venticinquemila bambini che vi sono stati accolti.
Questa battaglia, costante e faticosa, durante tutto questo periodo
è stata per me una vera scuola, in cui ho imparato ogni giorno
di più l’importante e necessaria arte della fede, dell’umiltà,
della privazione, dell’incondizionata fiducia nella Divina Provvidenza,
della speranza nella solidarietà umana. E grande è stata la solidarietà
umana che ho trovato durante questo tempo e per mezzo della quale
si è manifestata la Divina Provvidenza!
Ho iniziato a imparare quest’arte nel 1968 a San Paolo, la prima
città del Brasile, dove ho vissuto per sei anni, e ho continuato
nella seconda città brasiliana, Rio de Janeiro. Alla fine ho approfondito
quest’arte a Salvador de Bahia, la terza città del Brasile, nel
quartiere degli “Alagados”, dove vivo da ventotto anni. In tutto,
quaranta anni, compiuti in questo ultimo mese di maggio. Quarant’anni
e circa venticinquemila bambini salvati dall’emarginazione!
Credo che Dio ha fatto sì che io fossi in Italia, in particolare
a Milano, in questi mesi di maggio e giugno, al compimento del
mio quarantesimo anno di presenza e di lavoro tra i poveri ed
i loro bambini. Trovo giusto che sia successo così perché, in
questi quarant’anni, nessuno mi ha aiutato tanto nel mantenimento
di questa nostra opera educativa quanto gli italiani, così che
stare con voi adesso porta al mio cuore una grande gioia e un
profondo sentimento di riconoscenza e di gratitudine per tutto
il bene che già avete fatto a me e ai miei, e vostri, bambini.
Semplicemente ringraziarvi sarebbe per me e per la mia comunità
degli “Alagados” molto poco. Siamo poveri di risorse materiali
ma ricchi di risorse affettive e spirituali quindi a nome mio
e della mia comunità vi offro, oltre al nostro ringraziamento,
la nostra amicizia e la nostra preghiera, mentre chiediamo a Dio
che vi benedica e vi dia salute e prosperità, gioia e pace.
Camminando da quarant’anni, come vi ho detto, attraverso il deserto
della continua mancanza delle risorse necessarie al mantenimento
dei nostri bambini e, avendo fino ad oggi bisogno di impiegare
l’ottanta per cento del mio tempo per cercare queste risorse,
da molto tempo cerco in questo deserto un’oasi che mi porti un
poco di sollievo.
Nella Bibbia questo numero “40” rappresenta sempre, simbolicamente,
l’arrivo di un nuovo tempo, che porta una situazione migliore
per tutti ma soprattutto per i poveri che, dopo un “quarantennio”
di durezza e di lotta, trovano la Terra Promessa, la loro tanto
desiderata e sognata oasi.
Credo che questa oasi, da me cercata per quarant’anni con afflizione,
fede e speranza, l’ho finalmente trovata tra voi milanesi, nel
felice dicembre 2007, quando l’avete fatta nascere con la fondazione
dell’associazione “Amici degli Alagados”.
Dio vi ricompensi per la vostra così grande generosità e solidarietà
con me e con la mia comunità degli “Alagados” di Salvador de Bahia.
Solidale come mi sono fatto da quarant’anni con i poveri, sembrando
molte volte agli occhi di tanti un accattone in loro favore, penso
sempre più che solo la solidarietà, accompagnata dallo stesso
sentimento di compassione che vediamo in Gesù, potrà portare a
questo nostro mondo, purtroppo tanto malato, la salute, la salvezza
e la pace.
Con il cuore veramente commosso e riconoscente vi ringrazio per
questa così bella celebrazione che avete preparato in omaggio
al mio quarantesimo tra i poveri e i loro bambini. Ringrazio,
ripeto, tutti voi, tutti quelli che hanno preso l’iniziativa di
fondare l’associazione “Amici degli Alagados”, don Angelo Casati,
parroco di questa comunità della parrocchia di San Giovanni in
Laterano, come anche i suoi collaboratori.
Vi ringrazio mio amato Dio, Padre/Madre mio, Padre/Madre nostro,
perché mi avete condotto lungo questi quarant’anni per questo
cammino, dove vi ho trovato, insieme con i poveri che sono immagine
e somiglianza del vostro Figlio incarnato, vero Fratello nostro,
Gesù! Amen
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Progetto
socio-educativo della Parrocchia di Sao Jorge
Associazione “Amici degli Alagados”
In
quasi trent’anni di lavoro comunitario la parrocchia di Sao Jorge,
di cui è responsabile Padre Clovis, è riuscita a organizzare moltissime
persone in un progetto di miglioramento delle condizioni di vita
e di concrete prospettive per il futuro dei più giovani. Sono
attualmente attivi un centro di salute, dove si pratica anche
la medicina omeopatica e si mettono in atto le pratiche di medicina
naturale nell’intento, oltre che di curare, di fare educazione
sanitaria e quindi prevenzione, la scuola ed altri spazi comunitari.
Purtroppo
a causa di difficoltà economiche dovute a mutate politiche governative,
nell’ultimo anno il lavoro educativo ed assistenziale rivolto
a 800 bambini e preadolescenti ha dovuto venire drasticamente
ridimensionato. Rimasti senza stipendio, moltissimi insegnanti
hanno dovuto lasciare il lavoro presso la comunità e, a prezzo
di grandi sacrifici personali, quelli rimasti hanno potuto accogliere
solo 200 tra i bambini più piccoli.
Nella sua visita alla nostra parrocchia nello scorso mese di giugno,
padre Clovis ha fatto presente questa drammatica situazione, che
corre il rischio di peggiorare e di fare dolorosamente terminare
questa esperienza e le iniziative a sostegno dei più bisognosi,
vanificando il lavoro di tutti questi anni per aiutare specialmente
i più giovani ad uscire dal degrado e dalla miseria.
In solidarietà con padre Clovis e la sua comunità, nel dicembre
2007 si è costituita l’Associazione “Amici degli Alagados”, presieduta
da don Angelo Casati, che ha già provveduto a consegnare un primo
aiuto finanziario per fare fronte alle esigenze più impellenti
ed evitare la cessazione delle attività scolastiche.
L’associazione è aperta a tutti coloro che volessero farvi parte.
Per
contattarla, telefonare a Giuseppe Sgaramella (349.5262866) o
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Nella
viva memoria di Paolo VI
di Carlo Maria card. Martini, S.I.
Giovedì
2 ottobre 2008, nell’Auditorium del Centro San Fedele a Milano,
è stato presentato il volume Paolo VI «uomo spirituale», che raccoglie
interventi del cardinale Carlo Maria Martini, dedicati a Papa
Montini, in questo anno XXX dalla morte.
Riportiamo una nostra trascrizione di una parte del discorso del
Cardinale.
È
stato probabilmente un atto di audacia e anche di temerarietà
quello di chiamare a parlare una persona anziana e che non sa
esprimere bene le cose e neanche sa se riuscirà a tenersi in piedi
fino alla fine.
E poi è stato un atto di temerarietà il mettermi così di colpo
in una fornace di emozioni perché ogni persona che incontro, che
riesco a vedere da qui, quando non sono accecato dalle luci, mi
ricorda tanti bellissimi momenti e quindi mi riempie il cuore
di cari sentimenti. Soprattutto il sentimento fondamentale con
cui la Bibbia si esprime nella Torah, il ringraziamento.
Sento la necessità di ringraziare immensamente ciascuno di voi
e quelli che voi rappresentate. […] Vorrei ringraziare ancora
tutti quanti voi perché l’aiuto che mi avete dato nel vivere questa
esperienza di fede è veramente un aiuto determinante […].
Voi con tanti gesti di bontà e di amore, di obbedienza, di ascolto,
mi avete costruito come persona. Io devo moltissimo a voi, arrivando
alla fine della mia vita.
Sono stupito delle tante cose che ho detto su Montini in questo
libro[…]. Certo io mi sono sentito molto diverso da Montini, ma
non ho pensato di imitarlo in alcunché, ma sono stato stimolato
molto da lui. Di questo parlerò ancora.
Io vorrei qui richiamare cinque cose più una che rendono la figura
di Montini presente in questo momento.
Anzitutto era molto timido e quindi schivo. Ricordo una udienza
di duecento professori da tutto il mondo. Il segretario, mons.
Macchi, ci fece una catechesi avvertendoci di non avvicinarci
al Papa dopo i discorsi perché si sente senza fiato. Bisogna lasciargli
spazio perché lui cominci a parlare con ciascuno. Questo era il
suo stile.
Quindi non era tanto l’uomo per le masse, ma l’uomo del dialogo
personale. In questo aveva una capacità di ascolto straordinaria.
Ancora mi stupisco, rivedendomi accanto a lui, mentre gli parlo
e lui, quasi, trattiene il respiro per cogliere bene ciò che gli
si dice, per interessarsi a ciò che viene esposto. In questo molto
diverso dal suo successore! Lui ha voluto essere veramente l’uomo
dell’ascolto del singolo, l’uomo che cercava di cogliere le sfumature
dell’identità personale diversissima per ciascuno. Quindi questa
sua timidità non era se non l’altro aspetto della sua capacità
di ascolto.
Ancora in questa linea vorrei ricordare il suo riserbo e il suo
rispetto per il lavoro dei competenti. Una volta andai da lui,
ero Rettore dell’Istituto biblico, per comunicargli una possibile
scoperta che avrebbe forse rivoluzionato un po’ anche la storia
del Nuovo Testamento. Io ero pieno di entusiasmo, per così dire.
Mi colpì il fatto che Montini rimase un po’ scettico, un po’ freddo,
e poi disse: «Bene, i competenti vedranno». Quindi non si lasciava
prendere dall’entusiasmo apologetico, era molto oggettivo e rispettoso
delle competenze.
Come quarta cosa vorrei ricordare il motivo per cui ho scritto
nel libro che Montini fu per me un po’ come un padre. Non ho mai
detto questo, forse non riesco a dirlo bene e forse non è neanche
bene dirlo, però mi ha colpito e vorrei esprimerlo. Come gesuita,
pronunciando gli ultimi voti, rinunciavo all’eredità paterna,
a tutto quanto poteva essere di mia spettanza e potevo, quasi
calcolare a occhio e croce la somma alla quale rinunciavo. Mi
colpì molto il fatto che Montini, una volta, quando c’era una
grave necessità dell’Istituto Biblico per costruzioni importanti,
mi diede, più o meno la stessa somma.
Come ultima cosa vorrei ancora ricordare un altro punto della
sua delicatezza. Quando ero rettore dell’Istituto Biblico andai
da lui e mi fece una proposta riguardo ad un’iniziativa molto
prestigiosa che Montini voleva affidare al Biblico. Io gli feci
notare prudentemente che se l’iniziativa fosse stata affidata
solo all’Istituto Biblico avrebbe potuto essere snobbata da tutto
il resto della Chiesa. Lui capì immediatamente e di fatto creò
una struttura ecclesiale che si occupò di questo impegno e venne
accettato dalla chiesa intera. Anche in questo io vedevo prudenza,
delicatezza, riserbo e rispetto.
E poi vorrei dire un’ultima cosa su questo Pensiero alla morte
che ascolteremo tra poco e sarà una splendida chiusura per questo
momento così intenso di incontro. Nella mia riflessione pubblicata
in questo libro ho detto che ritengo questo Pensiero alla morte
scritto dal Pontefice vari anni prima della sua morte, quando
il Papa sentiva sì la morte, come tutti noi la sentiamo incombente,
ma non imminente. Mentre invece, io mi trovo a riflettere nel
contesto di una morte ormai imminente. Sono più o meno nell’ultima
sala d’aspetto… nella penultima. Mi accorgo, allora, che se dovessi
scrivere, non lo scriverei così: troppo bello questo testo, meraviglioso,
lirico!
Ma chi si trova dentro deve piuttosto sentirsi scarnificato nelle
parole e nei sentimenti e si trova di fronte a difficoltà che
non ha ancora risolto. Se qualcuno di voi mi dà un aiuto, gliene
sarò proprio grato. Come esprimere una realtà tutta negativa con
parole razionali che sembrano non risolversi in qualcosa di positivo?
Quindi mi trovo di fronte a questa esperienza definitiva, conclusiva
e devo dire che in questo mi ha aiutato Paolo VI con il suo testo
che ascolteremo e con la sua vita, in particolare gli ultimi mesi
quando gli ho dato gli Esercizi Spirituali nel 1978, e quando
l’ho visto praticamente cedere di fronte alla malattia, di fronte
al morbo che lo finiva.
Chiedo per sua intercessione di potere avere anche questo sguardo
di verità.
C.M. MARTINI, Paolo VI «uomo spirituale», a cura di Marco
Vergottini, Istituto Paolo VI - Ed. Studium, Brescia-Roma 2008.
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Spazio
Studio...
non solo compiti
Da
diversi anni all’interno del nostro oratorio è attivo uno “Spazio
Studio” aperto a tutti gli studenti delle scuole medie e superiori.
Anche per quest’anno questo servizio si presenta come un valido
supporto allo studio con caratteristiche che lo contraddistinguono:
- non comporta alcun costo alle famiglie, perché è totalmente
gratuito;
- ha una professionalità, data da volontari qualificati che si
occupano di assistere i ragazzi nei compiti e fornirli di un adeguato
metodo di studio;
- vive della presenza di un educatore professionale con ruolo
di coordinatore, che garantisce continuità al servizio.
Lo Spazio Studio è aperto dal lunedì al giovedì dalle 15.00 alle17.00,
e utilizza i locali dell’oratorio stesso.
Questo
servizio prezioso della nostra comunità educante non si esaurisce
solamente nel momento dei compiti, ma continua anche con uno “spazio
gioco” aperto a tutti in modo da poter dare ai ragazzi un contesto
sano, utile e divertente, nel quale relazionarsi con i coetanei,
i volontari e tutte le persone presenti nell’oratorio.
Risulta inoltre fondamentale il contatto tra le persone che operano
all’interno dello Spazio Studio e la famiglia, attraverso colloqui,
in modo da poter strutturare al meglio l’intervento educativo.
Qual
è l’idea che sta alla base di questo Spazio? È il sogno che la
vera educazione vive della relazione equilibrata e nel contatto
con l’altro. Non solo compiti, quindi, ma il mettersi in gioco
attraverso lo studio, in un ambiente in cui gli altri amici e
studenti, l’educatore o il volontario sono scoperti come straordinari
compagni di viaggio.
Per questo abbiamo bisogno di altri volontari, che abbiano
voglia di spendere un po’ del loro tempo nella sfida educativa:
tutti sono benvenuti, dai più ai meno giovani, soprattutto chi
mastica materie scientifiche e spagnolo!!!
Per
informazioni, adesioni (sia come discepolo sia come volontario)
e quant’altro rivolgetevi senza remore in oratorio da don Paolo
e/o da Andrea.
A presto!
Educatori
e volontari dello “Spazio Studio”
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Nella
Comunità parrocchiale:
hanno
ricevuto il Battesimo
CONTE
CRISTIAN
FENIZIA DANIELE
SPINELLI UMBERTO
MAURO RACHELE
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si
sono uniti in Matrimonio
LECCADITO
ALESSIO GIOVANNI e LOTITO ANNA
POZZI MATTEO e LEONIDA SILVIA
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abbiamo
affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova
RONCAGLIONE
GIOVANNA MARIA DOMENICA ved. FABBRO (a. 67)
FIORE GIACINTA ved. LO BOSCO (a. 87)
PRIVATO DIANA LEA PAOLA in MORONI (a. 47)
GHISLANDI PAOLO ANGELO (a. 54)
CARLO PIZ (a. 57)
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