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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

ottobre 2009   


25 OTTOBRE: GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE

Poiché le tue parole, mio Dio, non sono fatte
per rimanere inerti nei nostri libri,
ma per possederci
e per correre il mondo in noi,
permetti che, da quel fuoco di gioia
da te acceso, un tempo, su una montagna,
e da quella lezione di felicità,
qualche scintilla ci raggiunga e ci possegga,
ci investa e ci pervada.

Fa’ che, come «fiammelle nelle stoppie»,
corriamo per le vie della città
e fiancheggiamo le onde della folla,
contagiosi di beatitudine, contagiosi della gioia …

MADELEINE DELBREL
da La joie de croire
Paris 1968, pp. 200-201.


 

UNA SOSTA CONTEMPLATIVA

L’Arcivescovo ha indirizzato a tutti i fedeli della Chiesa ambrosiana una lettera intitolata PIETRE VIVE che esordisce così: «Sento forte il bisogno che questo anno pastorale sia vissuto da tutti come l’occasione per una sosta contemplativa e rigenerante, un tempo di grazia e di lode affinché, prima di immaginare altri passi da compiere e altre iniziative da realizzare, possiamo anzitutto e insieme riconoscere i grandi doni con i quali Dio ci raggiunge e rinnovare con gioia il nostro cammino…». Questa scelta mi ha riportato alla mente la prima lettera che nel lontano 1980 l’arcivescovo Martini indirizzava alla diocesi, lettera sorprendente, intitolata La dimensione contemplativa della vita. Ad una chiesa che si compiace d’esser la più grande del mondo, singolarmente ricca di opere, Martini chiedeva, come primo atteggiamento, una sosta contemplativa. A distanza di venticinque anni l’arcivescovo Tettamanzi ci invita a dare spazio nella nostra giornata alla contemplazione. Ma come?

La prima condizione è il silenzio. Il silenzio che ascolta, che accoglie. Scriveva Martini: «L’uomo nuovo, come il Signore Gesù che all’alba saliva solitario sulle cime dei monti (cf. Mc 1,3; Lc 4,42; 6,12; 9,28), aspira ad avere per sé qualche spazio immune da ogni frastuono alienante, dove sia possibile tendere l’orecchio e percepire qualcosa della festa eterna e della voce del Padre… Ciascuno di noi è esteriormente aggredito da orde di parole, di suoni, di clamori, che assordano il nostro giorno e perfino la nostra notte; ciascuno è interiormente insidiato dal multiloquio mondano che con mille futilità ci distrae e ci disperde». Un grande filosofo contemporaneo, Martin Heidegger ha acutamente indicato il silenzio come condizione essenziale di ogni vera comunicazione. Il silenzio, ma non nel senso del mutismo. Silenzio e mutismo sono due cose opposte. Si tratta qui del silenzio che fa parte dell’ascolto, il silenzio che io faccio per lasciar parlare l’altro. Il silenzio crea uno spazio per l’ascolto: «Nel corso di una conversazione, chi tace può “far capire”, cioè promuovere la comprensione più autenticamente di chi non finisce mai di parlare... Tacere non significa però essere muto… Solo il vero discorso rende possibile il silenzio autentico. Per poter tacere l’uomo deve avere qualcosa da dire, deve cioè poter contare su un’apertura di se stesso ampia e autentica. In tal caso il silenzio rivela e mette a tacere la “chiacchiera”» (Essere e Tempo, p. 264).

Abbiamo così raggiunto il punto in cui il silenzio è all’origine dell’ascolto e quindi della conversazione autentica. È del resto questa l’esperienza più comune nella comunicazione. Solo chi sa ascoltare, appunto far silenzio, è capace di comunicare autenticamente con l’altro. Diversamente non farà che imporre all’altro se stesso, non farà che tentare di assorbire l’altro nel proprio orizzonte. E questo vale sia sul piano dell’esperienza interpersonale che sul piano dell’esperienza religiosa. Quante volte i rapporti interpersonali, pensiamo alla vita di coppia, sono resi difficili e conflittuali appunto dall’incapacità ad ascoltare l’altro, dalla sottile prepotenza che tende a ridurre l’altro a me invece che rispettarlo nella sua singolarità e alterità. Quante volte uno spirito di dominio rende impossibile la comunicazione interpersonale proprio perché non sappiamo ascoltare, non abbiamo un vero atteggiamento contemplativo che rispetti l’altro, non prevarichi su di lui piegandolo alla nostra presa. Uno stile di silenzio contemplativo è necessario per l’autenticità della comunicazione e quindi della relazione. Anche l’esperienza religiosa, il nostro rapporto con Dio può essere alterato dalla nostra incapacità al silenzio, all’ascolto, dalla nostra pretesa di fare prevalere le nostre parole, il nostro io. Il silenzio contemplativo è la prima condizione perché l’ALTRO con il quale entro in comunicazione sia rispettato nella sua alterità, sia ascoltato. Chi, nella fede, fa l’esperienza ardua ma necessaria del silenzio contemplativo diviene capace di stare di fronte all’altro nel pieno rispetto della sua singolarità, diviene capace di comunicazione autentica. Dovremo trovare in questo anno occasioni propizie al silenzio contemplativo. In questo anno apriremo spazi di silenzio e ascolto nella nostra chiesa, anche con l’aiuto della musica.

don Giuseppe

 

Ogni martedì dalle 20.45
per circa un’ora un gruppo di giovani si raccoglie nel silenzio
della nostra chiesa per una preghiera di intercessione per la pace.
Saranno lieti di condividere con altri, giovani e no, la loro esperienza.

Ogni primo venerdì del mese dalle 17 alle 18
sosta contemplativa davanti all’Eucaristia.

Ricordiamo agli adolescenti e ai giovani
le “Scuola della Parola” decanali a loro rivolte:
prima e seconda superiore: 13, 20 e 27 novembre ore 18
presso la parrocchia di Casoretto
giovani: 26 novembre, 3 e 10 dicembre ore 21
presso la parrocchia di S. Spirito

Ai giovani ricordiamo poi gli Esercizi Spirituali
in Sant’Ambrogio il 16 - 17 - 18 novembre

Fin da ora vi invito a prendere nota
di tre pomeriggi di preghiera e condivisione
che potremo vivere alla Villa Sacro Cuore di Triuggio presso Monza:
sabato 12 dicembre, sabato 13 marzo e sabato 12 giugno.

 

 


La 'fabbrica' del Duomo

omelia di don Giuseppe nella domenica
della Dedicazione del Duomo
domenica 18 ottobre 2009
(Is 26, 1-2.4.7-8; 1Cor 3,9-17; Gv 10, 22-30)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"




PIETRE E VOLTI DI 75 ANNI DI STORIA

Riportiamo il testo dell’omelia pronunciata da s.e. Mons. Carlo Redaelli in occasione della celebrazione eucaristica per i 75 anni della nostra parrocchia, sabato 10 ottobre 2009.

Qualche tempo fa ho trovato per caso una fotografia degli anni ‘20 di questa zona. Si vede questa chiesa così come era prima del rifacimento e dei più recenti ampliamenti e dietro di essa il villaggio dei lavandai con lenzuola e panni stesi sugli appositi filari, un villaggio denominato “Cascine Doppie” che sorgeva nell’area fra via Nöe, via Pascoli, viale Romagna. Nella foto si intravvede il tracciato di viale Romagna con solo le file degli alberelli appena piantati e senza case sui lati e sullo sfondo i primi edifici del Politecnico e in basso lo stabilimento Bianchi.
Quante cose sono cambiate da allora in poco meno di un secolo! Il villaggio dei lavandai che si è spostato a Segrate nel quartiere ancora oggi chiamato Lavanderie, molte case costruite, il completamento di “Città Studi”, il dramma della guerra che ha colpito anche l’edificio qui vicino dove c’erano le suore, le fabbriche chiuse e il sorgere di palazzi residenziali, eccetera. E in questi anni la nascita e poi la crescita di una popolosa parrocchia attorno a questa chiesa dimostratasi da subito piuttosto piccola, ma non per questo meno sentita come la propria casa.
Non tocca a me in questo momento fare la storia degli ultimi 90 anni e neppure dei 75 anni di nascita di questa parrocchia. Qualcuno ci ha già pensato ed è stata riproposta su “Come albero” e qualcuno lo farà in futuro. Spetta a me, invece, partendo dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato, offrire qualche pista per la nostra riflessone e la nostra preghiera.
È naturale partire dalla seconda lettura che parla della Chiesa, della comunità, usando il paragone del campo, ma soprattutto dell’edificio, l’edificio di Dio. Un edificio – quello di questa comunità parrocchiale – sorto grazie all’impegno, alla testimonianza evangelica, alla vita cristiana di molti: sacerdoti, religiose, catechisti e catechiste, educatori dell’oratorio, responsabili e operatori dei vari gruppi, laici e laiche impegnati, ma anche semplici fedeli – ma il termine “semplici” non è per niente riduttivo, perché tutti siamo anzitutto battezzati e quella è la prima e vera dignità nella Chiesa, come ci ricorda il nostro Arcivescovo nella sua lettera Pietre Vive –.
Il primo sentimento di stasera è quindi quello del ringraziamento. Un grazie al Signore, un grazie alla Madonna del Rosario di Pompei, particolarmente venerata in questa chiesa, un grazie a San Giovanni Battista che dà il nome alla parrocchia con quella qualifica “in Laterano” che ci collega immediatamente con Roma e con il Santo Padre dandoci un orizzonte universale che va al di là di queste nostre strade.
L’edificio della Chiesa, però, è sempre in costruzione e ora spetta a voi continuare in questo impegno sulla base del lavoro di chi vi ha preceduto, ma senza mai dimenticare – e Paolo ce lo ricorda con forza nella sua lettera – che il fondamento è Cristo. O si costruisce su di lui, che è la nostra roccia, o si butta via tempo, energie, sogni, progetti e alla fine tutto crolla.
Occorre allora, fondandosi su Gesù, continuare a edificare questa comunità come comunità che vive il Vangelo, che testimonia in questo quartiere l’annuncio del Risorto, che accoglie con apertura e gioia i nuovi venuti, che è attenta a tutte le età, che soccorre ogni povertà.
E se è giusto essere riconoscenti verso il passato e mantenere le cose belle che ci sono state trasmesse, non bisogna mai dimenticare che il Vangelo è sempre una realtà nuova, che lo Spirito è fuoco che infiamma i cuori sempre in modo nuovo ed è vento che sospinge sempre al largo, al di là delle nostre attese e dei nostri progetti e del nostro limitato coraggio. Bellissima l’esortazione del profeta nella prima lettura: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?». Ovviamente il profeta non vuole che dimentichiamo il passato, ma che non restiamo bloccati a guardare indietro invece di aprirci con fiducia e con impegno al futuro. Se la Chiesa di Dio è un edificio, essa è anche paragonabile a un campo: vi accenna Paolo, ma è soprattutto il Vangelo che ce ne parla. Tre parabole che ben conosciamo, soprattutto quella del piccolo seme che diventa un grande albero e che da anni è riferimento per il piano pastorale di questa comunità.
Mi fermo solo sulla parabola che siamo abituati a chiamare della zizzania, ma che forse dovremmo chiamare della pazienza. Certo è una pagina che ci richiama al realismo, un realismo però evangelico: nel campo non c’è solo buon seme destinato a diventare grano, ma c’è anche la zizzania. Questo vale nel campo del mondo, ma anche in quello della Chiesa – compresa questa comunità –, ma pure e forse soprattutto nel campo che è il nostro cuore, che vede la compresenza di semi e frutti evangelici e di semi e frutti di peccato e di egoismo.
Occorre allora essere realisti, sapendo che la vita è piena di doni e di grazie, ma anche di fatiche, di sconfitte, di peccati. Un realismo però che, se vuole essere evangelico, deve essere soprattutto pieno di pazienza, di speranza, di misericordia. Una misericordia non a buon mercato – perché è costata la croce di Cristo –, ma una misericordia autentica che lascia al Signore il giudizio ultimo sulle persone e offre continuamente a chi è ferito nel cuore una parola di consolazione, di perdono e insieme di esigente verità sulla vita. Perché la vita è una cosa seria, non è un gioco o uno spettacolo e per questo ci sarà un giudizio. E la gente di questo quartiere, e in generale di Milano, ha continuamente bisogno di queste parole, che sono quelle di Gesù.
So che la vostra parrocchia ha una particolare attenzione a tutto ciò. Continuate con coraggio, con pazienza, offrendo ascolto, attenzione, accoglienza con una limpida testimonianza delle esigenze del Vangelo, che sono quelle dell’amore. Perché niente è più esigente, niente è più impegnativo dell’amore di Dio: chi si sente amato senza misura non può, nella sua fragilità, che riamare senza misura.
Auguri.

 



QUALI DOMANDE LA CITTÀ RIVOLGE ALLA CHEISA

Pubblichiamo una nostra parziale trascrizione dell’intervento di Ferruccio de Bortoli dello scorso 8 ottobre non rivista dall’Autore. Talune tesi hanno suscitato valutazioni critiche che certamente saranno oggetto di ulteriori riprese.

Conservo un ricordo molto bello dell’incontro che facemmo lo scorso marzo dedicato alla crisi finanziaria. Alcuni di voi nei mesi successivi hanno intrattenuto con me una fitta corrispondenza che mi ha messo duramente alla prova e mi ha anche costretto ad andare a ristudiare alcune cose per non dare risposte sbagliate. Il tema di questa sera: Quali domande la città rivolge alla chiesa, mi coinvolge nel mio ruolo di direttore del «Corriere della sera» perché con questo quotidiano cerchiamo di raccontare una città che ha dei problemi e che dovrebbe riscoprire il suo orgoglio. Io sono innamorato di questa città perché è la mia città, ma qualche volta mi arrabbio con i milanesi perché non difendono la loro città che ha molti problemi, molte fasi convulse, che per certi versi non è quella che noi ricordiamo, quella nella quale siamo cresciuti. Non riconosciamo più alcuni angoli della Milano che ha accompagnato la nostra giovinezza, credo che in parte si sia perduto un rapporto umano più diretto che faceva parte delle caratteristiche di questa città. Credo che anche guardare al passato senza inutili nostalgie ci possa aiutare a comprendere meglio il presente.
Questa è certamente una città solidale nella quale il volontariato cattolico e laico ha potuto espandersi portando un messaggio di solidarietà che però stentiamo a riconoscere quando parliamo di questa città. È certamente una città importante sul piano dell’eccellenza biomedica, capitale industriale, finanziaria e dei servizi. Io la descrivo come una città a cerchi concentrici. Ci sono a Milano tante città racchiuse in una e nei suoi anni migliori la città ha saputo parlare a questi cerchi concentrici creando momenti comuni. Così negli anni ‘50 e ‘60. Gli anni ‘70, come ricordiamo sono stati drammatici. Mi domando come abbiamo fatto a superare quegli “anni di piombo”: credo sia stato un miracolo di pazienza, di convivenza e anche la dimostrazione che la società milanese nel suo complesso conserva una serie di valori di fondo che la mettono al riparo da quelle patologie che infatti ha superato. Ovviamente nei momenti migliori vi sono stati vari collanti. Quello della cultura, quello dell’apertura internazionale, del progresso scientifico …
Nella storia di questa città, nell’ultimo secolo e mezzo, si trovano alcuni momenti in cui la comunità milanese ha saputo darsi degli obiettivi con un’ambizione molto forte. Ma in questi ultimi decenni abbiamo perduto l’ambizione di consegnare ai nostri figli una città migliore. E questa è la conseguenza di una città invecchiata. È importante che questa città sappia ritrovare l’ambizione di quello che vuole essere. L’Expo 2015 può essere una grande occasione ma non può essere solo una occasione edilizia o infrastrutturale, non può essere solo l’accumularsi di cose, a questo deve accompagnarsi un’idea di città e un messaggio che Milano vuole consegnare al mondo. Perché se sarà solo un’occasione per costruire palazzi la sprecheremo.

Arrivo così al nostro tema, alle domande che la città rivolge alla chiesa e il compito che la chiesa ambrosiana deve assumersi. Io credo che qui manchi uno scatto di orgoglio, ma soprattutto la lucidità di individuare quale potrà essere il percorso di questa città. Qui sono venuti meno, negli ultimi anni, i capisaldi di questa città. La borghesia milanese ha cambiato pelle molto rapidamente. Ha smesso di avere un ruolo guida, non ha avuto il coraggio di darsi un ruolo politico. Ha delegato e delegato male. Quando questa era la capitale industriale era molto più facile condividere una serie di valori. Quello del lavoro, per esempio. Nell’ambito della fabbrica c’erano valori condivisi e dall’imprenditore e dai lavoratori. Questo lo si è un po’ perduto. Questa città è diventata più arida, più egoista, cosa che non è mai stata nella sua storia più recente. Il passaggio dall’industria alla finanza ha comportato un mutamento antropologico. Come vogliamo disegnare il futuro della nostra città? Una città che ha un cuore o che si in cammina verso un declino? Siamo in una fase dello sviluppo socioeconomico del nostro Paese e questo è particolarmente visibile nell’economia del Nord-Est in cui sta arrivando alla pensione quella generazione che ha creato imprese dal nulla ma che non sempre è in grado di assicurare la successione. Una generazione che è passata dall’essere operaio a diventare imprenditore di se stessi e deve ora passare il testimone a dei figli che probabilmente non hanno avuto gli stessi stimoli. Siamo in una fase nella quale la tentazione di tirare i remi in barca è molto forte, perché un terzo della popolazione ha più di 65 anni. È una società che ha un grandissimo passato ma forse è tentata di non avere un buon futuro.
Il passaggio da quella che è stata la nostra Milano a quella che sarà la Milano dei nostri figli è la prima domanda che poniamo alla Chiesa. Milano è una città disegnata per i giovani? Tende piuttosto a respingerli, tanto è vero che i giovani si rifugiano nella notte. Questa è una città troppo competitiva e non dimentichiamo che questi ragazzi oggi devono affrontare una competitività a livello internazionale che è feroce, cosa che noi non avevamo. Deve affrontare la concorrenza della seconda generazione di immigrati. Ci sono figli di immigrati che ormai hanno studiato, qualche volta più dei nostri figli perché hanno un sacro furore di farsi strada, cosa che i nostri figli qualche volta hanno perso. Per la prima volta, dopo tanti anni, i nostri figli rischiano di stare peggio di noi. Noi abbiamo migliorato le condizioni delle nostre famiglie e generalmente i nostri genitori erano molto orgogliosi di noi. Lo saranno anche i nostri figli nei nostri riguardi? Non so. Però è un problema che sottovalutiamo. Ci deve essere un ricambio maggiore. Io stesso occupo un posto che poteva esser dato ad una persona di vent’anni più giovane di me e probabilmente sarebbe stata una scelta felice. Quando c’è un cambiamento tecnologico molto forte è chiaro che lo vivono meglio coloro per i quali questo cambiamento è come il liquido amniotico nel quale sono nati. La prima domanda allora è: questa città vuole essere aperta ai giovani? Le nostre sette università hanno una buona percentuale di studenti stranieri ma certo non al livello delle università francesi o inglesi.

Un altro dei valori che noi abbiamo perso è quello delle ragioni per le quali stiamo insieme. Voglio ringraziare don Giuseppe e soprattutto questa parrocchia per la sua presenza come comunità in una città dove tutti possono esser interconnessi con il resto del mondo ma spesso sono soli. Il nostro vicino è spesso un estraneo, non lo vedo nemmeno. Ecco un’altra domanda che rivolgo alla chiesa: come rispondere alla solitudine che è propria della modernità? Viviamo una vita intensa, caotica, qualche volta divertente ma spesso priva di senso. Lo confesso: io ho un lavoro interessante, certamente ben retribuito ma spesso mi chiedo quale è il senso che do alla mia giornata? Mi sento oppresso dal fatto che il mio lavoro non è contestualizzato in una comunità che dà valore a quello che faccio. Una delle grandi risorse di Milano era che i dipendenti comunali o chi lavorava alla Pirelli o alla Montedison avevano comunque l’idea di vivere in una comunità e di fare qualcosa per la propria comunità. Un piccolo esempio: se ho il senso di vivere in una comunità allora mi prendo cura degli spazi comuni che sono anche miei. Milano è invece una città dove gli spazi privati sono tenuti benissimo e quelli pubblici malissimo. In altri Paesi, per esempio in Inghilterra, avviene esattamente il contrario. Noi abbiamo tanti concittadini che sono tali solo dal punto di vista anagrafico ma che dal punto di vista della partecipazione alla vita pubblica sono degli estranei. Solo riscoprendo la forza contagiosa del proprio essere comunità si ritrovano le ragioni per le quali stiamo insieme.

Ritrovare queste ragioni è decisivo per affrontare la sfida della multi etnicità. Come sarà questa città quando saranno integrate persone che appartengono alle più diverse etnie? Milano è, suo malgrado, un laboratorio di multietnicità. Prima esistevano tante Milano concentriche che però erano costituite da persone che parlavano la stessa lingua, anzi lo stesso dialetto. Milano a cerchi concentrici ha saputo far diventare gli ospiti più milanesi degli stessi milanesi. Questa è stata la sua forza. È questo un tema sul quale nessuno di noi ha grandi certezze. Dobbiamo essere in grado di gestire una società multietnica non subirla. Ho su questo tema una posizione, credo, leggermente diversa da quella della Chiesa ambrosiana. Ritengo ci debba essere severità ma al tempo stesso un sistema premiale per coloro che si comportano bene. Se l’immigrato non pensa che il cittadino che sta a Palazzo Marino, possa essere domani uno di loro, come è avvenuto negli Stati Uniti, probabilmente non si integrerà mai. È mia personale opinione che aspettare i 18 anni per dare la cittadinanza sia scelta sbagliata perché temo che questa attesa possa produrre una forma di estraneità, se non di odio. Noi dobbiamo esser in grado di gestire questa società multietnica però senza trasformarla in una società disordinatamente multiculturale perché le tradizioni, i valori sono i nostri, quelli di una società aperta che sa accogliere mettendo alla prova. Io mi devo meritare la cittadinanza che non è un diritto quasi innato ma l’esito di un percorso. Così è stato nella storia di questa città: gran parte dell’imprenditoria e della finanza è stata fatta da stranieri e anche sant’Ambrogio era nato in Germania…


La grande forza di questa città è stata di saper amalgamare, se invece ci facciamo amalgamare i nostri valori si perdono. Questo lo dico con grande forza e questa è una domanda che la città rivolge alla chiesa. Io credo che la capacità di amalgamare nella solidarietà sia una forma evoluta di pensare al futuro della nostra città. Mi rendo conto che questo è un passaggio delicato sul quale si potrebbe discutere. Credo sia questa la domanda più angosciosa che la comunità civile deve accogliere o scontrarsi con un flusso migratorio che non può regolare ma che può prevedere. Può scegliere quale sarà la propria forma di città, deve avere l’ambizione di disegnare un percorso e anche di attrarre i talenti migliori, perché quando una società non è più capace di questa attrattiva allora comincia il suo declino. Deve soprattutto ritrovare il senso dello stare insieme e questo anche grazie anche all’insegnamento della Chiesa.


 

GLI ULTIMI GIORNI DI DON CARLO GNOCCHI

Quando domenica 25 ottobre in piazza del Duomo la Chiesa proclamerà ‘beato’ don Carlo Gnocchi io non potrò non ricordare gli ultimi due mesi della sua vita: gennaio e febbraio 1956. Don Carlo aveva chiesto all’arcivescovo Montini di esonerarmi da ogni incarico perché potessi stare con lui fino alla morte ormai imminente. E così in quei due mesi di cinquantatré anni fa sono stato con don Carlo: per me è stata l’esperienza più forte e più significativa della mia umana vicenda: io e lui soli. Le suore della Clinica Columbus sapevano che non dovevano disturbarci. I nostri incontri erano normalmente due al giorno: uno al mattino e uno nel tardo pomeriggio, “perché voglio prepararmi a vivere la mia morte ricordando e rivivendo la mia vita”. Ogni incontro aveva un tema: la mia adolescenza, il mio periodo di seminario, la mia mamma, la mia fede, la presentazione di me a te e di te a me... Tutti temi che abbiamo approfondito, parlandoci a cuore aperto. Gli incontri terminavano sempre con un ascolto musicale, quasi sempre musica classica e canti degli Alpini. Li ho ancora tutti dentro, sentiti assieme, cantati assieme.Così ho vissuto i suoi ultimi due mesi. Chiesi all’arcivescovo Montini di avvertire don Carlo della fine imminente. Ricordo quando uscì dalla camera e aveva gli occhi pieni di lacrime. Entrato da don Carlo gli dissi: “Sei davvero importante don Carlo, hai fatto piangere il tuo vescovo”. E lui: “Non sono importante, sono un uomo che sta per morire”. Gli proposi allora di ricevere quella che allora veniva chiamata l’Estrema Unzione. Mi disse: “Chiama don Sergio”. Ricordo bene: mentre monsignor Sergio Pignedoli, vescovo ausiliare e grande amico di don Carlo stava per iniziare il rito, il cappellano della Clinica suggerì: “Eccellenza, proceda per breviorem”. Nel linguaggio ecclesiastico voleva dire: usi la formula breve che prevede la sola unzione sulla fronte omettendo quella sulle mani e sui piedi. Don Carlo si alzò dai cuscini e in milanese: “Cus’è, cus’è per breviorem? Don Sergio, cumincia dai pè, in i pè ca m’an purtà a cà da la Russia”.

E poi l’ultima Messa. Don Carlo ha voluto inventare tutto per la sua ultima Messa. Volle mettersi la vestaglia blu, quella bella, quella che metteva solo quando c’era la visita dei medici. Prima il segno della croce, davanti al crocefisso che la mamma gli aveva regalato per la prima Messa. Io all’altarino da campo, lui a letto. Ha voluto che leggessi come prima lettura il capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi: l’inno alla carità. Poi il passo del vangelo di Giovanni: “Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per le persone alle quali vuol bene”. Perché, diceva don Carlo: “l’uomo è uomo solo se ama, un uomo aumenta il valore e la pienezza della sua personalità solo quando agisce per amore”. E nel suo Testamento ha scritto pensando ai suoi mutilatini: “Altri potrà servirli meglio ch’io non abbia saputo e potuto fare, nessun altro, forse, amarli più ch’io non abbia fatto”. Poi, prima della consacrazione secondo il vecchio Canone, il “memento dei vivi” e allora lui ricordava i suoi mutilatini, “la mia baracca”. Usava proprio queste parole. Poi il “memento dei morti”: la mamma, il papà, “non l’ho conosciuto bene, lo conoscerò in Paradiso” (don Carlo aveva perduto il papà all’età di cinque anni). Poi la consacrazione. Terminata la consacrazione aveva voluto che io portassi il nastro con inciso un coro di monaci che cantava: “Adoro te devote…”. La nostra messa è finita così. Ma dopo dieci minuti di silenzio contemplativo, mi dice: “Manca ancora qualcosa”. “Carlo, credo di indovinare, ascolta”. Gli ho fatto ascoltare Stelutis alpinis, la canzone dei suoi alpini morti: “Se tu verrai un giorno su queste pietre, dove mi hanno sotterrato, c’è un prato pieno di stelle alpine, sotto di loro io dormo quieto”. Così l’ultima messa di don Carlo.

Don Giovanni Barbareschi

 


SPAZIOSTUDIO

Già da diversi anni all’interno dell’oratorio è attivo uno Spaziostudio gratuito dedicato a tutti i ragazzi delle medie e delle superiori. Viene offerto un supporto scolastico, un valido aiuto allo studio e un contesto sano nel quale relazionarsi con il gruppo.

Volontari qualificati offrono una multidisciplinarità e la presenza di un educatore professionale garantisce continuità.

All’interno dello Spaziostudio si assistono i ragazzi nel percorso scolastico, si presta particolare attenzione alle difficoltà in modo da proporre un supporto adeguato e utile alla situazione.

Vengono mantenuti contatti frequenti con le scuole presenti sul territorio in modo da garantire una continuità educativa con la scuola stessa.

Risulta fondamentale il rapporto con la famiglia in modo da poter sfruttare al meglio l’intervento educativo.

Oltre ai momenti dedicati alle attività scolastiche, Spaziostudio propone momenti di svago, di gioco e di relazione con i ragazzi.

Spaziostudio
è aperto dal lunedì al giovedì dalle 15 alle 17
presso l’oratorio di San Giovanni in Laterano.
Per informazioni, iscrizioni, adesioni come volontario:
don Paolo Croci: 02.2363858; Bernardo Corbellini: 338.5684377.
mail: dadocorbellini@alice.it; paolo_croci@fastwebnet.it


Una realtà preziosa nella nostra comunità:
CasAmica

L’Associazione CasAmica Onlus gestisce a Milano, in zona Città Studi, tre Strutture d’accoglienza aperte tutto l’anno (via C. Saldini 26 – via Fucini 3 – via S. Achilleo 4) attualmente per un totale di 84 posti letto.
Oltre 3.000 persone l’anno, 26.000 pernottamenti offerti, in favore di tutte quelle persone provenienti da ogni parte d’Italia, accompagnate da un parente, bisognose di cure e terapie prevalentemente oncologiche presso i grandi Ospedali milanesi, in particolare l’Istituto Nazionale dei Tumori e l’Istituto Neurologico Besta.
Gli ospiti sono persone che affrontano il “viaggio della speranza”, quella speranza di trovare a Milano, nei suoi centri ospedalieri di eccellenza, cure e risposte appropriate. Sono persone che, per loro difficoltà socio economiche, si appoggiano alle Strutture di CasAmica Onlus perché non potrebbero fronteggiare un periodo troppo lungo lontano dalle proprie abitazioni, tanto meno permettersi un albergo o una camera in affitto. CasAmica Onlus, con i suoi 60 volontari, si adopera per far sentire gli ospiti il più possibile “a casa” in questo difficile momento della loro vita.
In loro “appoggio”, anche un’assistente psicologa ed un assistente spirituale, due colonne portanti non solo per il malato e il parente accompagnatore, ma anche per il volontario, che si trova molto spesso a seguire casi assai difficili. L’impegno da parte del volontario deve essere costante: si è attenti alle esigenze del malato e del parente accompagnatore, si cerca di rendere meno pesante la loro assenza dalla famiglia e dagli affetti più cari, si offre loro compagnia e amicizia, li si affianca nel disbrigo burocratico, oppure nelle commissioni di gestione quotidiana.
Le Strutture sono organizzate in forma di comunità-famiglia, in cui si condividono spazi comuni. Ciò favorisce la solidarietà tra gli ospiti e aiuta a mantenere un clima “di casa”. CasAmica Onlus è nata oltre vent’anni or sono (1986) grazie alla illuminata iniziativa di una Famiglia di imprenditori milanese, che volle in questo modo onorare la memoria dei propri Genitori. CasAmica non ha alcuna convenzione con enti pubblici e si autogestisce grazie alla generosità di Aziende e Privati. Gli ospiti, se possono, offrono un contributo alla Casa, altrimenti l’Associazione va loro incontro per le tante necessità.
L’Associazione CasAmica Onlus, con le sue Strutture d’accoglienza, non si prefigge solamente lo scopo di accogliere il malato in difficoltà, ma anche di diffondere la cultura dell’attenzione “all’altro”, offrendo un modello di accoglienza solidale, basato sul volontariato, che tiene conto di tutte le componenti umane della persona nella sua totalità e del nucleo familiare cui appartiene.

Progetto “CASAMICA PER I BAMBINI”

Ha già basi concrete il progetto di realizzazione di una nuova Struttura d’accoglienza dedicata principalmente all’ospitalità di bambini e ragazzi ammalati, con le loro famiglie.
Una soluzione adeguata e un tessuto di relazioni umane, che aiuti ad affrontare il momento drammatico della malattia, grazie a volontari formati.
Oggi, CasAmica accoglie i bambini nelle stesse strutture degli adulti e, pur tentando di riservare una particolare attenzione, rimane grande il bisogno di spazi e situazioni a “misura di bambino”.
I bambini vogliono giocare, stare insieme, trovarsi a fare i compiti, leggere o guardare i cartoni animati. Tanto colore, arredi consoni alle loro esigenze, atmosfera serena contribuiscono a creare effetti benefici anche sullo stato di salute del bimbo.
Sono previste 12 stanze doppie per 36 posti letto, con bagno e la possibilità del terzo letto. In pratica: 465 mq di struttura – 150 mq di sala comune – 75 mq di sala giochi – 25 mq di sala studio. Sarà anche allestito un giardino esterno con i giochi.
Tutto questo comporterà un impegno economico di 1.300.000 Euro di investimento.

Per sostenere l’attività di accoglienza di CasAmica e per sostenere l’attuale progetto della quarta Struttura si possono effettuare donazioni fiscalmente deducibili a:
- Assegno bancario, non trasferibile, intestato a Associazione CasAmica Onlus;
- Versamento su c.c.p. n. 34363499 intestato a Associazione CasAmica Onlus
- Bonifico bancario c/c n. 1199 – Credito Artigiano IBAN IT 97S0351201621000000001199 intestato a Associazione CasAmica Onlus
- 5xMille: all’Associazione CasAmica Onlus inserendo il C.F. 97111240152.
Ogni forma di donazione è fiscalmente deducibile
Per info: CasAmica Onlus, via S. Achilleo 4 – 20133 Milano Tel. 02/76114720 e-mail: info@casamica.it - www.casamica.it


 

L'ORATORIO ORGANIZZA UNA
FIERA DEI LIBRI E DEI CD USATI

sabato 7 e domenica 8 novembre

il ricavato verrà devoluto per le attività de
LA TENDA

 






Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

GUGLIELMO PAPI ROSSI
GABRIELE CAVALLO
EMMA ANNA MARIA POLETTO
LUDOVICO MARIA POLETTO
ANTONIO PELLIZZARI


 

hanno celebrato il matrimonio queste coppie
che risiedono nella nostra Parrocchia

CRISTIANO MASNAGHETTI e CHIARA GHIRARDINI a Grillano (Al)
MASSIMO MAURIZIO PIRAS e CINZIA ALBERICI a Rivergaro (Pc)
LUCA SECCO ed ELENA SCARABELLI a Moscazzano (Cr)
ALESSANDRO MARIO JOB e CRISTINA BEZZIO ad Argegno (Co)
PIETRO TUCCI e ROSA CAPUTO a Carvico (Bg)
DANIELE CATALUCCI e MARIE LOUISE BANG a Roma
ENRICO FERRARI e LAURA GANGITANO ad Inverigo (Co)
ALESSANDRO DE ROSA e ALESSIA DE NICOLA a Napoli
ALESSANDRO LORENZONI e ALESSANDRA PASCAZIO a Capurso (Ba)
PIETRO GIAMPIERETTI e MARZIA FAVOTTO a Chiaravalle (Mi)



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

ALBERTO ALBERTI (a. 80)
MARIA FIORE GONNELLA (a. 85)
CAROLINA MERLI (a. 86)
ERNESTA CORTINA (a. 97)
EBE LUISA COLOMBO (a. 85)

 


 


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