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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

ottobre 2011


PREGHIERA ALLA MADONNA DEL DUOMO

Madonnina assunta in cielo,
caparra della gloria che ci attende.
Tu hai portato nel grembo
Gesù Cristo nostro Signore.
Da Te il Figlio di Dio è nato nella carne
per la salvezza degli uomini.
Tu hai seguito la Sua missione
nella gioia di Cana
e nel dolore sotto la Croce.
Pietà elargita a tutto il genere umano,
Tu l’hai accolto, cadavere, tra le braccia.
Tu, Chiesa immacolata,
nella nuova parentela con Giovanni
l’hai salutato Risorto.
Tu ora vivi nella luce della Trinità.
Ascolta l’umile preghiera del Tuo popolo,
conferma la fede, sostieni la speranza,
ravviva la carità.
Guarda benigna l’umanità
sfinita dalla sua debolezza mortale,
mostrale nel Crocifisso risorto
misericordia e letizia.
Proteggi la Tua Chiesa in ogni circostanza,
felice o avversa.
Soccorri noi peccatori adesso
e nell’ora della nostra morte.
Guidaci al Padre
nel Figlio per lo Spirito Santo.
Amata Madonnina, accogli la nostra supplica,
custodisci i Tuoi figli e intercedi. Amen.


Angelo Card. Scola Arcivescovo di Milano


 

VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE

La nostra città ospiterà dal 29 maggio al 3 giugno 2012 il VII Incontro mondiale delle famiglie. Le precedenti edizioni si sono svolte a Roma nel 1994 e nel 2000, a Rio de Janeiro nel 1997, a Manila nel 2003, a Valencia nel 2006 e a Città del Messico nel 2009. Il prossimo anno toccherà a noi e fin da ora vogliamo prepararci a questo evento che vedrà la presenza a Milano, con il papa Benedetto XVI, di centinaia di migliaia di famiglie da tutto il mondo.
Il Consiglio pastorale parrocchiale appena eletto (trovate tutti i nomi a p. 5) studierà le forme della nostra partecipazione a questo evento. Non voglio quindi anticipare scelte che saranno prese collegialmente. Mi limito ad avviare una riflessione sul tema della famiglia. La nostra comunità non è nuova a questa attenzione.
Nella primavera 2007 tre serate sono state dedicate al tema: «La vita della famiglia ci interessa, in tutti i sensi». «La nostra parrocchia – leggiamo su ‘Come albero’ del marzo 2007 – ha immaginato un incontro aperto a tutti, un incontro non soffocato da pregiudizi di alcun tipo, nemmeno da pregiudizi ecclesiastici, un incontro in cui ciascuno possa parlare a cuore aperto della vita vera che si respira nelle case, delle attese a cui dare, se possibile, una risposta o, se non altro, un sostegno». Penso che la felice esperienza di qualche anno fa possa esser utile per prepararci a vivere come parrocchia l’appuntamento del prossimo maggio. Chiedo a quanti allora prepararono quegli incontri di dare nuovamente la loro collaborazione.

La famiglia è una struttura sociale: si è soliti dire che è la prima cellula della società, fortemente segnata dalle condizioni culturali, sociali ed economiche dei diversi paesi e delle diverse epoche. Non esiste LA famiglia ma LE famiglie, cioè diverse modalità di realizzare la comunione tra le persone e la trasmissione della vita. Basti pensare al modello della famiglia patriarcale e a quella d’oggi: non c’è dubbio che le mutate condizioni storiche abbiano determinato forme diverse di vita familiare.
Istintivamente noi ci volgiamo alle Scritture Sacre alla ricerca di una parola illuminante. Ma non è facile, e forse non è neppure corretto, tentare di ricavare dalle pagine della Bibbia un modello di famiglia. Forse qualcuno vorrebbe ricavare dalla prima pagina della Bibbia il modello di famiglia. Ma quella antichissima pagina simbolica non è certo la descrizione puntuale della prima famiglia che avrebbe visto la luce sulla faccia della terra: il signor Adamo e la signora Eva con i loro figli non descrivono affatto il primo modello di nucleo familiare e il giardino di Eden non era proprio la loro prima abitazione. Inutile cercare in quella prima pagina così come nelle successive il modello di famiglia da ricopiare nell’oggi.
E se ci volgiamo al Patriarca Abramo, nostro padre nella fede, la sua esperienza familiare non è certo riproponibile. Basti pensare alla sfortunata situazione di sua moglie Sara che non può avere figli. Sarà la schiava Agar a dare ad Abramo il figlio, Ismaele, attraverso una relazione che noi non esiteremmo a chiamare extraconiugale. Una prassi questa che i nostri criteri morali non accettano. Aprire le pagine della Scrittura per trovare modelli di vita familiare è operazione assai problematica. Gesù stesso ricorda che all’origine il Creatore li fece maschio e femmina, li sottrasse alle famiglie di provenienza perché costituissero una nuova famiglia. Ma aggiunge che per la durezza del cuore Mosè consentì lo scioglimento di quel vincolo che doveva essere indissolubile.

Più che cercare nelle pagine dei Vangeli modelli di vita familiare scopriamo piuttosto la scelta del Figlio di Dio di abitare una famiglia. Il mistero cristiano dell’Incarnazione esprime la cordiale assunzione della condizione umana e della vita familiare. L’evangelista Luca in poche parole esprime questa verità: «E Gesù partì con loro [Giuseppe e Maria] e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso […] E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (2, 51 ss.). Una riga per raccogliere una trentina di anni vissuti da Gesù nella assoluta normalità di una vita familiare. Di quei lunghi anni i Vangeli non ci hanno conservato nulla se non il racconto del primo viaggio compiuto insieme da Giuseppe, Maria e Gesù dodicenne per l’annuale pellegrinaggio a Gerusalemme. Trent’anni di assoluta normalità, noi diremmo di routine… E ne abbiamo conferma ancora da Luca che riferendo la prima uscita pubblica di Gesù, ormai adulto, nella Sinagoga di Nazareth, registra la reazione della gente del villaggio: «Tutti erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”» (4, 22). Davvero istruttiva questa reazione della gente. Per lunghi anni hanno visto il figlio di Maria e Giuseppe venir grande insieme agli altri bambini, giocare con loro, rendersi utile in quella povera casa e nella bottega del falegname Giuseppe. Nessun gesto straordinario rompe il normale, grigio, trascorrere dei giorni. Nessuno poteva intuire il mistero che si celava in quel bambino, ragazzo, giovane. Si capisce lo stupore, la sorpresa quando ormai uomo Gesù manifesta una autorevolezza insospettata. È la stessa meraviglia delle folle che nelle località vicine a Nazareth ascoltano la predicazione di questo giovane Rabbi e ne avvertono l’autorevolezza. Giustamente questi lunghi anni di vita familiare sono denominati ‘vita nascosta’; davvero il figlio di Dio si è nascosto dentro la nostra umanità e l’assoluta ordinarietà di una famiglia di quel tempo.

A Nazareth sul luogo dove la tradizione colloca l’abitazione della santa famiglia, più che una casa una sorta di grotta, è stata costruita una imponente (e brutta) basilica che contrasta con la sua inutile grandiosità con la modestia di quella che doveva essere la ‘santa casa’. A poca distanza dalla Basilica si può visitare il giardino delle Suore Clarisse dove Charles de Foucauld scelse di vivere in una poverissima capanna di legno lavorando come inserviente del monastero per condividere il nascondimento di Gesù a Nazareth. Forse nessuno come il beato Charles ha vissuto questo stile cristiano di silenziosa e nascosta condivisione. Penso a Lui in questa vigilia dell’Incontro mondiale delle famiglia il prossimo maggio. E voglio sperare che la dimensione mondiale dell’evento non conferisca una spettacolarità davvero lontana dallo stile evangelico. Mi piacerebbe invece che in preparazione a quell’evento noi ci curvassimo con rispetto sul vissuto delle nostre famiglie, sulle non piccole fatiche che le segnano, sulle grandi risorse di umanità che racchiudono, sui mutamenti che le attraversano…

don Giuseppe

 



PURIFICARE IL TEMPIO E LA CHIESA
omelia di don Giuseppe nella domenica della Dedicazione del Duomo
domenica 16 ottobre 2011
(Ap 1,10; 21,2-5; 2Tm 2,19-22; Mt 21,10-17)


 

IL NUOVO CONSIGLIO PASTORALE PARROCCHIALE
E IL SUO COMPITO DI CONSIGLIARE

«Cerchiamo» scrive san Paolo nella lettera agli Efesini «di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità». (Ef 4,15-16)
All’interno del corpo ecclesiale, la “collaborazione di ogni giuntura” può avvenire, ovviamente, in tante e svariate maniere, ma uno dei modi più preziosi è quello del “consigliare”. Anch’esso può trovare varie forme e canali di attuazione; ci sono però alcuni ambiti in cui questa attività assume un carattere ‘istituzionale’. Si tratta degli organismi di partecipazione scaturiti dal rinnovamento conciliare e in particolare dei “Consigli pastorali”. Sono questi i Consigli che sono stati rinnovati nelle elezioni che si sono svolte in ogni comunità parrocchiale della nostra Diocesi domenica 16 ottobre u.s.

Nella nostra Parrocchia abbiamo ricevuto 765 voti validi.
Il Consiglio per il prossimo quinquennio sarà così formato:

don Giuseppe Grampa - parroco - di diritto
don Paolo Croci - vicario parrocchiale - di diritto
don Alberto Vitali - residente con incarichi parrocchiali - di diritto
don Giorgio Begni - residente - di diritto

Eletti dalla comunità
I fascia (18-45 anni)
Luca Costamagna
Valeria Tranfa
Alessandra De Leonardis Giorgino
Andrea Ciullo
Luisa Ruffini Amorese
Michele Torelli
Stefano Bellavite Pellegrini
Andrea Longobardi

II fascia (45 anni e oltre)
Mario Ghezzi
Giuliano Corbellini
Corrado Zanella
Emilio Frosi
Paola Zerbini
Gabriella Bertasini
Amalia Grazioli
Marina Mombelli Gaudenzi
Antonino Giannone
Gianluigi Riva
Silvia Bergna
Franco de’ Molinari

Designati dal parroco
Michele D’Amore
Simone Rafano Carnà
Emiliano Bellingeri

 



Scuola della Parola Parrocchiale: primo incontro
LA SCOMMESSA DI DIO, LA SCOMMESSA DI GIOBBE

Mercoledì 28 settembre 2011 il biblista don Matteo Crimella ha tenuto il primo incontro della Scuola della Parola parrocchiale su “Giobbe e l’enigma del dolore”, commentando i primi due capitoli del libro bibilico. Ne riportiamo il testo integrale.

Il libro di Giobbe non è solo il capolavoro della letteratura biblica ma è pure un classico della letteratura mondiale. E tuttavia Giobbe non è un libro facile.
Non è facile la sua lingua, praticamente quasi incomprensibile, banco di prova di tutti i filologi della lingua ebraica. Non è facile la sua composizione raccolta dentro una cornice editoriale (i capitoli 1-2 e 42) che fa da sfondo al corpo del libro (o forse vorrebbe smorzarlo), ovverosia i dialoghi fra Giobbe e i suoi amici. Non è facile la teologia del libro, una sistematica messa in questione della teologia tradizionale, un continuo atto di accusa a qualsiasi volontà di incasellare il mistero di Dio nelle categorie umane.

Chi è Giobbe? Non è certo un personaggio storico. Si tratta di un personaggio leggendario già noto prima dell’esilio. Ezechiele lo cita, insieme a Noè e a Daniele (Ez 14,14.20), per giustificare la responsabilità personale: questi tre giusti, dice il profeta, si salveranno in forza della loro giustizia, nel giorno in cui il Signore decidesse di colpire il loro paese a causa dell’infedeltà del popolo.
Giobbe non è un israelita, viene dalla regione di Uz, un paese che non è facile identificare sulla carta geografica, ma certamente non è nella terra d’Israele; forse si trova nel deserto siriano oppure ai confini con l’Arabia. Anche l’incipit della narrazione (che potremmo tradurre: «C’era una volta nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe») mostra che il libro è una riflessione biblica su un dramma universale. Giobbe è presentato come un patriarca, ricco e rispettato. Tuttavia la sua fortuna viene meno. Il libro di Giobbe è stato collocato fra i libri sapienziali. Esso infatti si interroga sulle questioni riguardanti la vita. La Bibbia, costituita in libro, si dà un ordine che comprende tre classi di scritti: la Legge, i profeti, la sapienza.

La Legge promette beni: la terra, la discendenza, la presenza di Dio. Ma essa non è mercenaria: non accorda la ricompensa a chi le avrà obbedito perfettamente. Essa porta piuttosto a riconoscere la voce di Dio che dona prima di ogni prestazione e anzi la eccede. Questa esperienza della gratuità paradossale della Legge si dà nelle tre tappe del cammino nel deserto: il dono dell’acqua e della manna, il Sinai, le pianure di Moab sulle rive del Giordano. Quest’ultima tappa segna la frontiera tra ciò che può dare la Legge e i beni della terra. La Legge infatti può entrare in Canaan soltanto in quanto viene iscritta nel cuore del soggetto che abita la terra: in tal modo essa diviene segno che i frutti della terra hanno origine dall’amore di Dio. Gli uomini però preferiscono cercare negli idoli la fonte unica della vita. La Legge si conclude così con l’annuncio della sua fine non solo perché si ferma sulle rive del Giordano, frontiera del dono della promessa, ma perché viene ancora trascurata. Verrà infatti dimenticata fino a che non sarà riletta sotto Giosia, alle soglie dell’esilio. Così la Legge si trova situata per sempre nel tempo del «prima» e degli archetipi, delimitata da una fine: l’impossibilità di essere osservata.

I Profeti riprendono la storia alle rive del Giordano e l’accompagnano sino all’esilio, rivelando che c’è ancora un «adesso» e un «oggi» dell’alleanza. I profeti proclamano tutto questo dichiarando che il passato è ormai assente e che il tempo successivo rivela il peccato e la crisi che porterà alla fine della promessa. Infatti la Legge prometteva un bene universale. Ma l’universalità dei beni è posta in pericolo su due fronti: all’esterno per la potenza degli stati vicini; all’interno per l’oppressione dei poveri, che non partecipano ai beni della terra. Questa precarietà del bene non diventa segno che il desiderio deve restare aperto al dono della promessa, ma porta a prendere possesso dell’alleanza quale garanzia di fronte al pericolo della disgrazia. Il profeta di fronte a questo corso della storia e di fronte al peccato non può che annunciare la fine. Il fallimento dei profeti fa rivivere il fallimento della Legge.

La Sapienza è la vita, tutto ciò a cui non si pensa perché vi si è immersi. La promessa e i beni sono confusi con gli elementi dell’esistenza quotidiana. La sapienza pone le categorie di sempre della relazione Dio-uomo, ricercandole in ciò che è più vicino all’esistenza di ogni giorno. Per far questo essa risale alla sorgente della vita (le sue relazioni con Dio) unificando le molteplici manifestazioni di Dio nell’affermazione della sua unicità. Raggruppando in unità tutto ciò che può manifestare il Dio unico e riferendolo a sé, la sapienza appare anteriore alla creazione, sussistente e personificata, ma, evitando di definirsi, rinvia sempre al suo Creatore. Questa sapienza che rivela il Dio uno non disdegna di attraversare il cammino quotidiano dell’uomo né la provocazione della morte. Circa il libro di Giobbe tutti sono d’accordo sul fatto che il libro tratti della sofferenza umana o meglio, della sofferenza dell’innocente. Alcuni ipotizzano che il libro abbia un senso esistenziale, perché guardano al lato umano della sofferenza: come si può convivere con la sofferenza “ingiusta”? Secondo altri il problema è affrontato dal punto di vista teologico: la sofferenza dell’innocente solleverebbe la questione della giustizia di Dio. Il libro rifiuterebbe la teoria classica della retribuzione per cui il giusto è premiato e il malvagio punito. Queste sono le interpretazioni classiche di Giobbe. E tuttavia sfugge qualcosa. Perché ogni volta che crediamo di aver raggiunto il significato del libro di Giobbe, qualcosa sembra contraddire quella soluzione. Perché, come si vedrà a suo tempo, il libro non dà risposte ma pone domande.

Prima di considerare il lungo testo che abbiamo ascoltato vorrei offrire brevemente il piano del libro di Giobbe. È l’unico libro sapienziale con una trama. Il libro della Sapienza, per esempio, presenta un’unità interna, ma più a livello dell’argomentazione teologica che dello sviluppo di una trama. Il libro di Giobbe invece ha un prologo in prosa (i primi due capitoli): Giobbe è un uomo giusto e rispettato ma finisce in miseria. Perde i suoi beni, perde figli e figlie e alla fine è colpito da ulcere. Eppure, nonostante queste terribili sventure Giobbe resta saldo nella sua fede e nella sua rettitudine. È seduto sull’immondezzaio del villaggio e per sette giorni e sette notti sta in silenzio. Lo avvicinano tre amici e dopo il lungo silenzio Giobbe apre la bocca e, in un lungo monologo, maledice il giorno della propria nascita (cap. 3). Dopo questo amarissimo canto della tristezza prendono la parola i tre amici, uno dopo l’altro: Elifaz, Bildad e Sofar; Giobbe risponde loro puntualmente. I dialoghi si avvicendano in tre cicli: in realtà sono discorsi fra sordi.
Esauriti i dialoghi fra Giobbe e i suoi amici, al cap. 28 v’è una bellissima meditazione sulla sapienza: né la tecnica né la ricchezza fanno accedere alla sapienza; solo Dio la conosce. All’uomo spetta solo temere Dio e fuggire dal male. In altre parole: la sapienza umana (quella degli amici di Giobbe) è fallita.
A questo punto Giobbe interviene con un lungo monologo (Gb 29-31), molto più lungo della sua lamentazione di partenza. Si tratta di una vera e propria apologia nella quale Giobbe paragona la sua antica felicità (Gb 29) con l’angustia presente (Gb 30). In un grido accorato verso l’Altissimo Giobbe rivendica la propria innocenza per poi sfidare esplicitamente Dio.
Prima dell’intervento di Dio prende la parola un altro personaggio, Eliu, un giovane sapiente figlio d’Israele. Eliu riprende le affermazioni e le richieste di Giobbe indurendole senza alcuna compassione. Per altro verso le risposte dei tre amici non gli sembrano sufficienti. In realtà il discorso di Eliu sa di retorica altezzosa: egli vanta la grandezza divina ma non ammette l’innocenza di Giobbe; così i suoi discorsi girano a vuoto.
Infine prende la parola lo stesso Yhwh. Giobbe pensava che la sua sofferenza ingiustificata facesse trasparire un disordine nel governo del mondo. Il Signore gli domanda che cosa ne sappia dell’ordine del mondo e fin dove arrivi il potere dell’uomo sull’universo e su ciò che esso contiene. Il Signore non risponde direttamente a Giobbe ma gli pone una serie di domande facendogli passare in rassegna la propria opera cosmica. A questo punto Giobbe ammetterà di aver parlato troppo in fretta (Gb 40,3-5; 42,2-6). L’epilogo in prosa (42,7-17) spiega come il Signore abbia lodato il discorso di Giobbe e deplorato quello dei suoi tre amici, ridando poi a Giobbe il suo onore e la sua fortuna.

Entriamo ora nel vivo del racconto che abbiamo ascoltato. Iniziamo dai primi due capitoli che sono interamente giocati su due piani. Si passa infatti dalla terra al cielo: prologo in terra e prologo in cielo. Che cosa ne viene? Che il lettore ha una doppia visione dei fatti: da una parte sa quanto accade sulla terra e dall’altra ha il privilegio di sapere quello che succede in cielo, nella scena del consiglio divino di cui Giobbe invece è all’oscuro. È il cosiddetto effetto dell’opacità: il personaggio ignora quello che i lettori conoscono.
Come viene presentato Giobbe? Come un uomo virtuoso e pio (Gb 1,1-5). Giobbe è un uomo «integro e retto, che temeva Dio e si teneva lontano dal male» (v. 1). L’integrità caratterizzava già Noè (Gen 6,9) ed Abramo (Gen 17,1): è il perfetto equilibrio fra la dimensione orizzontale (le relazioni) e la dimensione verticale (il timore di Dio). È il ritratto per eccellenza di un uomo virtuoso. Ne consegue che il Signore lo benedice concedendogli una famiglia numerosa, beni e onori. È la tesi classica della teoria della retribuzione: se fai il bene Dio ti premia! Il racconto indugia su un particolare: Giobbe ogni settimana compiva riti di purificazione per i suoi figli: una misura preventiva per evitare che il male s’insediasse nella sua casa. Con v. 6 la scena si sposta in cielo. Il lettore è messo a parte di quello che avviene ai piani superiori, cosa che il personaggio in questione, Giobbe, ignora. Qual è il nocciolo di questa scena? Mostrare che v’è un legame fra la prosperità di Giobbe e la sua virtù. Il Signore riconosce le virtù di Giobbe e lo dice con le stesse parole già usate dal narratore (v. 8). La scena è quella del consiglio divino, pensato come una corte intorno al sovrano. Al consiglio partecipa anche il Satana, un personaggio che non ha ancora assunto la figura del diavolo, l’angelo decaduto. Egli si limita a esercitare il ruolo del pubblico ministero nei limiti che il Signore gli assegna (Gb 1,12; 2,6). Che cosa dice il Satana? Mette in dubbio la gratuità della virtù di Giobbe. Il Satana propone di distruggere tutto quello che appartiene a Giobbe per saggiarne la reazione. Si tratta di una sfida lanciata a Dio per mezzo dell’inversione dei termini del problema. Il Signore benedice il giusto e lo fa prosperare; per il Satana, invece, è la prosperità che spinge Giobbe alla virtù. In termini più generali: l’uomo si manterrebbe integro e giusto per conservare la benedizione divina; il rapporto con Dio, cioè, sarebbe puramente interessato e dunque mercenario. Ecco la sfida del Satana; e Dio accetta la sfida, convinto che non sono i beni a giustificare la virtù di Giobbe. Dio dunque permette al Satana di attentare ai beni di Giobbe, senza però toccare la sua persona.
Si torna in terra (v. 13). Con un ritmo incalzante e rapidissimo si abbattono su Giobbe le sventure, una dietro l’altra: le sue greggi, i suoi servi e i suoi figli sono uccisi. La narrazione, per mezzo della ripetizione, insiste sull’irrimediabilità delle sciagure provocate da nemici o da eventi naturali. Il lettore però sa che dietro questi agenti c’è la mano del Satana. A fronte di queste disgrazie la curiosità del lettore è ovvia: quale sarà la reazione di Giobbe? Forse il Satana aveva ragione? Giobbe rinuncerà a praticare le sue virtù? Giobbe non sa niente della sfida fra Dio e il Satana; nemmeno sa che se Dio ha scommesso, ha un certo margine di sicurezza di vincere. La reazione di Giobbe è duplice. Umanamente scioccato si prostra nella confusione più totale. È prostrato, come un cadavere pronto per essere posto nella tomba. Come nudo è venuto al mondo, nudo lo lascerà (Gb 1,21). Insieme però riconosce che quanto ha avuto proveniva da Dio. Giobbe non obietta niente se Dio gli porta via quanto gli ha dato: anche adesso benedice Dio. In altre parole: il Satana ha perso la scommessa: le virtù di Giobbe non dipendono dalla sua prosperità; Giobbe è veramente virtuoso.
La scena (siamo all’inizio del cap. 2) si sposta nuovamente in cielo. Con soddisfazione Dio riconosce che la prima prova non ha potuto cambiare il suo giudizio su Giobbe (cf. il giudizio di 2,3 che ripete quello di 1,8). Giobbe non ha una relazione con Dio di tipo mercenario. Ma il Satana torna alla carica: se Giobbe venisse colpito nella sua carne, nelle sue ossa, forse che resterà virtuoso? Il Signore accetta la nuova sfida, imponendo al Satana di non attentare alla vita di Giobbe, cioè di non farlo morire.
Si ritorna sulla terra (v. 7b). Giobbe è colpito da ulcere dal capo alla pianta dei piedi. Diventa come un lebbroso di cui si teme il contagio, al punto da essere escluso dalla comunità, diventando un rifiuto. Esce dalla città, laddove si bruciano le immondizie. Giobbe è malato, ha perso l’onore, è avvilito dalla solitudine: ecco la nuova e terribile prova cui è sottoposto. Il Signore ha scommesso sulla fedeltà di quest’uomo sfigurato, respinto, abbandonato, ma tutto ciò Giobbe non lo sa. Resta solo. Addirittura la sua sposa gli rinfaccia la sua integrità morale, canzonandolo sarcasticamente. La moglie, in questo modo, diventa inconsciamente alleata del Satana; la donna ha cioè intuito che questa prova è stato Dio a permetterla. Ella, cioè, fa quanto il Satana prevedeva che avrebbe fatto Giobbe, una volta colpito nella sua persona. Per Giobbe è un’ulteriore prova che aumenta la sua sofferenza e la sua solitudine. Ma, ancora una volta, Giobbe non insulta Dio. Il Satana ha perso ancora una volta la sua scommessa: nell’avvilimento più terribile Giobbe resta un giusto. Il racconto continua: arrivano gli amici. Questi tre uomini rappresentano tutta la sapienza dell’Oriente. Intendono dar prova di compassione per l’amico comune. Arrivano e nemmeno lo riconoscono tanto è sfigurato. I loro gesti ricordano la pietà funebre. Si avvicinano, si siedono in terra e per sette giorni, come per un morto (cf. Gen 50,10), stanno in silenzio.
Così termina il prologo. Gli attori principali ci sono tutti e il lettore conosce la posta in gioco del dialogo che ora inizierà fra Giobbe e i suoi amici. Giobbe finora è stato marmoreo, quasi disincarnato di fronte alla propria immensa sofferenza. Forse che non avverte nella sua coscienza d’uomo il peso di quell’improvviso cambiamento impostogli da Dio? Forse che la sua intelligenza può tacere dinanzi al cambiamento di cui fa le spese? La coscienza di essere rimasto integro e retto può forse bastargli per assentire alle sue disgrazie? I dialoghi che seguono metteranno allo scoperto tutta la sofferenza di Giobbe.
Un’ultima osservazione prima di addentrarci nell’urlo di Giobbe. Il lettore è stato informato delle due sedute del consiglio divino. Il Satana, esecutore autorizzato delle prove di Giobbe, sparisce. Ma il Signore, che ha permesso tutto questo e di fronte a cui Giobbe ha chinato il capo, come ne esce? Forse che tutto si possa risolvere in silenzio? Forse che Giobbe non avrà proprio niente da dire? Dopo un’intera settimana di silenzio Giobbe apre la bocca e maledice il giorno in cui nacque (Gb 3,1-26). Si tratta di una maledizione, meglio, di un augurio che il giorno della nascita e addirittura del concepimento sia annullato. Giobbe intende cioè rinnegare se stesso. Il giorno è la luce, è il segno della creazione (cf. Gen 1,3). Giobbe invece vorrebbe che quel giorno sia tenebra: l’uomo disperato preferisce il caos all’ordine, il buco nero dell’oscurità allo splendore della luce. Giobbe rinnega se stesso: la notte del suo concepimento la vorrebbe inghiottita nelle tenebre.
Giobbe vorrebbe annullare la propria nascita e dunque se stesso. Ma essendo tutto ciò impossibile si chiede perché è nato, perché è stato messo al mondo. Sarebbe meglio la morte: così la sua vita non avrebbe conosciuto la sofferenza. Sarebbe già sepolto, avrebbe evitato tutte le pene. La domanda a proposito del perché si trasforma in un atto d’accusa nei confronti di Dio. In 3,23, per la prima volta, Giobbe cita il nome divino. Della propria esistenza l’uomo ignora lo svolgimento: è Dio a stabilire il percorso, l’uomo è solo forzato. Ecco il problema più radicale di Giobbe: Dio!

Il libro di Giobbe obbliga il lettore a prendere sul serio e sino in fondo le grandi domande dell’uomo. Giobbe spazza via ogni superficialità, conduce ciascuno al cuore dei problemi, elimina ogni risposta preconfezionata. Il dramma di Giobbe poi giunge al suo nocciolo più profondo, quello teologico: davvero Dio è buono e affidabile? La vita, afferma Giobbe a più riprese, sembra dimostrare che Dio non è così: la preghiera non ha risposta, la sofferenza dilaga senza confini, Dio pare essere un cinico o addirittura un sadico. Detto in altre parole: qual è la logica che presiede alle scelte di Dio? Forse Dio agisce in modo arbitrario? È dunque inaffidabile, un nemico crudele dell’uomo, paradossalmente soddisfatto e divertito delle pene delle sue creature? Ecco le grandi domande, le sfide ardite, le provocazioni di questo libro. Esse scandalizzano, inquietano, lasciano senza pace. E tuttavia solo passando attraverso questo deserto si arriva alla terra promessa.

Questa sera non intendo dire altro. Vorrei unicamente leggere due testi letterari molto vicini a Giobbe. E chiedermi e chiedervi se noi abbiamo questa sensibilità che non evita le domande ma le guarda in faccia, le fa proprie, le custodisce come una sfida, senza la fretta di facili risposte consolatorie.
Il primo testo è una pagina dal capolavoro di Herman Melville, Moby Dick o la balena. Guardando il cielo si rilegge la vita dell’uomo come una terribile tragedia. Scrive il grande narratore americano:
Ci dev’essere una chiave da qualche parte, un momento… sst… silenzio! Per Giove, eccola! Guarda, Doblone, questo tuo Zodiaco è la vita dell’uomo in un solo capitolo: e adesso voglio leggerla, così sul libro. Su, Almanacco! Cominciamo. Ecco Aries o il Montone, bestia libidinosa che ci genera; poi Taurus, il Toro, che per prima cosa ci dà una cornata; poi Gemini o i Gemelli, vale a dire la Virtù e il Vizio: noi cerchiamo di raggiungere la Virtù, quando, ecco! arriva Cancer, il Granchio, che ci riporta indietro; e qui, allontanandoci dalla Virtù, Leo, un leone ruggente, ci attraversa la strada, dà dei morsi feroci e tira arcigno una zampata; noi fuggiamo e salutiamo Virgo, la Vergine! è il nostro primo amore, ci sposiamo e ci crediamo per sempre felici, quando trac! viene Libra o la Bilancia, la felicità pesata e trovata mancante; e mentre ci piangiamo sopra, Dio mio! che salto facciamo quando Scorpio o lo Scorpione ci punge alle spalle; curiamo la ferita quando zac! ci arrivano addosso le frecce: è Sagittarius o l’Arciere che si diverte. Mentre ci caviamo le frecce, in guardia! Ecco l’ariete da assedio. Capricornus o il Caprone, che arriva scagliato a tutta forza e noi schizziamo a testa innanzi, mentre Aquarius, il Portatore d’acqua, versa tutto il suo diluvio e c’infradicia; e per finire con Pisces, o i Pesci, dormiamo. Ecco un sermone, questo, che è scritto nell’alto dei cieli e il sole lo attraversa ogni anno e pure ne esce sempre sano e ben disposto.

Il secondo testo è una poesia di Renzo Barsacchi dal titolo Tu puoi soltanto attendere.
Il tempo è incerto. In bilico il sereno
e la pioggia. Ma né l’uno né l’altro
dipendono da te.
Tu puoi soltanto attendere, scrutando
segni poco leggibili nell’aria.
Ti affidi al desiderio
ascoltando il timore. Le tue mani
sono pronte a difendersi e ad accogliere.
Così non sai quando Dio ti prepari
una gioia o un dolore e tu stai quasi
origliando alla porta del suo cuore,
senza capire come sia deciso
da quell’unico amore,
lo splendore del riso o delle lacrime.

 

SCUOLA DELLA PAROLA
GIOBBE E L’ENIGMA DELLA SOFFERENZA

I prossimi ncontri guidati da don Matteo Crimella,
dottore in Scienze Bibliche.
26 ottobre ore 21.00
30 novembre ore 21.00
gli incontri si terranno in Chiesa


PARLIAMO DEL SERVIZIO GUARDAROBA
DELLA SAN VICENZO


Sacchi che entrano, sacchi che escono dal cancellone della Parrocchia; c’è sempre un gran via vai di merce e non solo il giovedì mattina quando distribuiamo ai nostri “clienti” ciò di cui hanno bisogno.
Vogliamo spiegarvi un po’ la dinamica di questi sacchi. Come sapete ogni lunedì e mercoledì mattina un bel gruppetto di noi, una quindicina circa, vincenziane e non, ci troviamo nel locale guardaroba a lavorare e c’è sempre un clima di amicizia molto sereno e allegro; il nostro lavoro è sì faticoso, ma, fatto in compagnia, diventa piacevole e divertente.
Il cancellone è spalancato ed ecco i sacchi che entrano in abbondanza! Si tratta di oggetti e capi d’abbigliamento offerti da tutti voi che vengono da noi sistemati nei vari armadi oppure selezionati in diversi modi. I capi molto belli e inadatti per i nostri ospiti in parte vengono sistemati in cantina per essere poi riproposti alla nostra Fiera natalizia, in parte venduti a persone che trattano l’usato ai mercati rionali, oppure venduti direttamente da una di noi al mercato della domenica mattina.
Questo ci consente di acquistare biancheria intima, jeans, tute, pannolini, saponi, dentifrici e rasoi molto graditi dai nostri ospiti. Però ci arrivano purtroppo anche indumenti sporchi o usurati che, con notevole fatica, siamo costrette a riciclare come stracci.
Tutti questi sono sacchi che escono.

Oltre che dai nostri amici del giovedì spesso ci vengono chiesti indumenti da alcune realtà che fanno fatica a reperirne, ma che devono soddisfare tante necessità urgenti.
Si tratta dei City Angels, della Caritas per il Centro di via Corelli, del Centro di accoglienza di via Barzaghi, del Centro aiuto alla vita o delle assistenti sociali di via Ricordi per casi particolari.
Ecco altri sacchi che escono!

Lo scopo del nostro lavoro bello, ma impegnativo, è un gesto di solidarietà e di amicizia verso chi non ha la possibilità di acquistare gli indumenti o gli oggetti di cui necessita. Si tratta quasi esclusivamente di stranieri (extracomunitari e non) di solito senza lavoro e spesso anche senza casa. Non è facile il rapporto con alcuni di loro che si dimostrano prepotenti, aggressivi e furbi, o hanno un aspetto fisico scostante. Loro hanno mille scusanti per comportarsi così, ma noi ogni tanto perdiamo la calma. Passata l’arrabbiatura però cerchiamo di ricordare che proprio in loro, in questi “ultimi” dovremmo vedere il volto di Gesù.
Nel Vangelo di Matteo al capitolo 25 versetto 40, leggiamo: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

“quelle del guardaroba”

 

Nel mese di agosto l’associazione City Angels ha chiesto al nostro guardaroba degli indumenti; pubblichiamo qui di seguito la lettera di ringraziamento.

Spettabile
Parrocchia San Giovanni in Laterano
Milano

Milano, 14 settembe 2011

Con la presente desideriamo ringraziarVi per la donazione di indumenti da destinare a persone in stato di necessità, da Voi fattaci durante il mese di agosto u.s. Il Vostro contributo è stato molto importante per l’attività di volontariato che noi svolgiamo quotidianamente.
Ancora un grazie riconoscente.

Associazione City Angels Lombardia Onlus
Il Vice Presidente

 


L'EDUCATORE

Domenica 18 Settembre, don Paolo ha convocato tutti gli educatori del nostro oratorio per una giornata di “ritiro” prima dell’inizio di tutte le attività che la pastorale prevede. Il calendario che in questi giorni è stato consegnato alle famiglie dell’oratorio è anche frutto di quella giornata. Gli stimoli che ne sono derivati mi hanno portato a fare alcune riflessioni riguardo alla figura dell’educatore, che qui condivido.

EDUCATORE, DISCEPOLO
Dopo la celebrazione delle lodi mattutine, don Paolo ci ha chiesto, prima di parlare delle novità di quest’anno, di aprire un confronto molto sincero sul ruolo dell’oratorio e su quello di noi educatori. C’è stato così uno scambio sulle proprie esperienze e difficoltà per il percorso che compiamo in oratorio. In molti non è mancato il senso di inadeguatezza e timore verso le fatiche di un anno che sta per cominciare a tempo pieno: “…sono davvero in grado?”, “…i miei co-educatori mi aiuteranno o dovrò pensare tutto da sola?” e ancora: “…cosa possiamo dire ai ragazzi?”. Questi sono in particolare i primi disagi che i neo-educatori sperimentano. È successo a tutti, e ancora queste domande tornano nel tempo, come un ritornello, durante il passare degli anni. Quando penso al mio cammino di fede, mi torna sempre alla mente il viaggio in Terra Santa e le parole del prete che con noi celebrava la Messa sul Lago di Tiberiade. Dinanzi al luogo che è stato teatro di molti episodi del vangelo, ci veniva fatto notare che Gesù aveva chiamato come suoi discepoli persone semplici e non certo grandi credenti. Come a dire: non preoccuparti, tu cammina, vai, segui il Signore. Proprio per questo mi piace molto il canto “Amare questa vita”, il canto dei discepoli che dicono “si, ti seguo, eccomi!” e che alle preoccupazioni del viaggio, fanno prevalere la gioia dell’incontro con Gesù, che a un Pietro che gli diceva di allontanarsi da lui (“perché dovresti chiamare me, peccatore? Non ci sono altri più adeguati?”) concede il conforto e la benedizione: “Non temere!”. Fare l’educatore diventa davvero desiderio di essere come i discepoli, uomini senza paura. Non sai cosa ti aspetta ma in fondo sei fiducioso, lasci le barche in mare e metti il tuo navigare nelle mani di Dio.

DISAGI E CONSOLAZIONI
Dei disagi e delle consolazioni di un educatore, molto dipende dal gruppo in questione; vedendo un po’ i casi del nostro oratorio (ma è realtà comune a tutti), ciò che caratterizza un gruppo non è soltanto l’età, ma anche il contesto in cui crescono: la famiglia, la scuola, gli amici, e, ovviamente, loro stessi.
Ci sono gruppi in cui le “punte di diamante” sono di più, altri invece in cui i componenti sembrano quasi senza entusiasmo e capacità ricettiva.
Molto spesso, però, queste situazioni si rivelano soltanto apparenti. A guardar bene, chi si pensa “tiepido” (che per il dizionario dell’educatore significa né rompiscatole né particolarmente profondo, ndr) ogni tanto ci sorprende per la sua intuizione, per il suo desiderio di crescere e vederci più chiaro. È il caso di chi, non facendo quasi mai interventi, un giorno esprimeva le sue difficoltà nel capire la fede della giovane Chiara Luce Badano, morta serena, a soli 18 anni dopo una malattia che le aveva rubato il corpo, ma non la fede. Incontro indimenticabile quello, seguito da altri sul senso della vita e sul modo di vederla da piani diversi. Eppure i ragazzi non sono sempre così…a dire la verità ogni tanto si ha l’impressione che siano un po’ lunatici: passano da uno stato di attenzione all’altro, da un umore desideroso di condividere, al timido silenzio di chi pare assente. Dopo uno o due anni di attività, inevitabilmente, arriva il momento in cui l’educatore si chiede: “ma io, cosa ci sto a fare con questi ragazzi?”.
È il peso della fatica, la sensazione che “non sei proprio adatto”, perché ti conosci, e sai che reagisci male di fronte a delusioni che ti sembrano impossibili da accettare. Ho vissuto questo stadio “terminale” dopo soli pochi mesi dall’inizio del cammino con i preadolescenti. Era Dicembre, e chiedevamo ai ragazzi: “cos’è per voi il Natale?”, ottenendo come prime 3 risposte: luci - neve - regali. Il guaio vero è che nemmeno il 4° posto della classifica era occupato da alcun riferimento alla nascita di Gesù! Che delusione, quel giorno! Effettivamente queste risposte sul Natale avevano un che di singolare, diciamo così (…) però con l’aiuto di don Paolo lo stupore si era ridimensionato, anche ricordandoci delle nostre immaturità ai tempi in cui i posti dell’Agorà li occupavamo noi. Ed è così che si capisce che bisogna avere un po’ di pazienza, che non si può pretendere di vedere un albero che pianta non lo è ancora diventato, ma sta crescendo: coperto dalle erbacce, c’è (!), ma non si vede.
Il desiderio di voler subito vedere i risultati è cosa normale, ma rischia davvero di fare un doppio danno: primo, fare un analisi distorta della situazione, secondo, perdere di conseguenza la fiducia (nel nostro compito e nei confronti dei ragazzi) e affrontare male tutti gli altri incontri. In questo senso anche per l’educatore vale il detto “non si finisce mai di imparare”: il senso ultimo del tuo ruolo lo vai scoprendo di volta in volta. Nel momento in cui è servizio per gli altri (educandi), è anche occasione di crescita per me (educatore ma pur sempre discepolo). Con questa prospettiva, cambiano un po’ le cose… l’insopportabile fatica di ottenere l’ascolto diventa richiamo intelligente; l’immaturità di un ragazzo che continua a fare confusione, diventa palestra in cui allenare la propria pazienza, per trattarlo come un pesce fuor d’acqua, per fargli capire che è il caso che cambi, si adegui, perché i suoi compagni sono veramente interessati all’incontro. Sono cresciuti e così le dinamiche dell’incontro cominciano a cambiare: il fuoco, dopo tanta fatica iniziale, comincia ad accendersi! Hai patito il freddo, è vero, ma poi ti accorgi che la legna ha finalmente preso, ed è piacevole accostarsi ad un incontro con un nuovo calore, sprigionato da fiamme (maggior attenzione, pretesa di affrontare argomenti importanti, preghiera senza fastidiose interruzioni) che scaldano davvero, propagando un entusiasmo che fa tornare chi, per la troppa superficialità, si era allontanato.
Questo problema della fiducia in quello che fai è un nocciolo duro con cui mi sono sempre scontrato, ma anch’io ho capito che non si tratta di uno sforzo vano. L’esperienza del coro mi ha insegnato che è il tempo a rivelare le qualità buone di semi che possono germogliare solo dopo mesi, o addirittura anni. Non hai la sicurezza di poter vedere un giorno i risultati, ma intanto sei contento di quello che fai e gusti il detto evangelico per cui «si prova più gioia nel dare, che nel ricevere» (At 20,35).

CALENDARIO O CAMMINO?
Anche quest’anno sono tanti i momenti che l’oratorio propone per i ragazzi del dopo cresima: incontri, pellegrinaggi ecc... Tra tutti i gruppi, se contiamo anche il calendario decanale, ci sono almeno 20 date fissate. Ma un anno non è fatto solo di date, orari e pizzate. Il compito dell’oratorio non è quello di imporre i propri ritmi alla vita quotidiana dei ragazzi, come a segregarli, ma piuttosto quello di accompagnare i cammini di tutti, incoraggiare il cammino della fede e anche la fatiche e le delusioni che i ragazzi, dai primi anni delle medie, cominciano a vivere sulla loro pelle e gestire da soli. L’oratorio non è un centro educativo con un “programma” annuale: il racconto che ho fatto prima degli incontri degli anni passati, dimostra che non c’è un percorso prefissato.
Esistono dei “punti fissi”, certo, ma tarati secondo le diversità e varietà del cammino che si sta compiendo. Questo perché non c’è bilancio o analisi che misuri la bellezza delle relazioni e dei momenti passati insieme, perché l’oratorio non è una struttura qualsiasi in cui si impara a comportarsi bene e si può giocare a… ping-pong (volevo scrivere calcio, ma poi mi sono ricordato che siamo di San Giovanni in Laterano!), ma dimora dove chi ha incontrato il Signore e tanti altri discepoli, vi ha trovato del bello per crescere e sostare un po’
Un luogo dove il ragazzo sa di trovare ristoro, come a un pozzo da cui prelevare acqua sempre buona, perché lì lo ha portato la sete di una vita piena, fatta di relazioni e amicizie. Una sete di chi, magari senza accorgersene, nella fluidità dei modelli offerti dal mondo cerca la solidità del Vangelo per dare un senso al suo cammino.

Costa


SALICE D'ULZIO: INSIEME SI CRESCE!

Alcuni sostengono che il buon giorno si veda dal mattino. Se avessimo dovuto trasportare questa vetusta espressione della saggezza popolare all’esordio del nostro viaggio per Salice d’Ulzio, saremmo rimasti profondamente delusi. Tuttavia, come accade nella miglior tradizione del genere letterario comico, una partenza problematica cela in sé un esito grandioso ed inaspettato. Proprio questi due aggettivi possono qualificare la vacanza estiva del nostro Oratorio.
È strano come a volte la geografia che si studia sulle cartine sia così distante da quella vissuta sulla strada. Un viaggio di poco più di duecento chilometri di tutta autostrada si è tramutato in un’odissea di dieci ore. Sembrava che tutto il mondo si fosse dato appuntamento sulla strada provinciale della val di Susa, quel 27 giugno mattina. I militanti del partito anti-tav hanno ben pensato di impedire la circolazione sull’unica arteria che collega il nord Italia con la Francia, creando disagi di ogni genere. Non finirò mai di lodare i fratelli Lumière e la Disney Pictures perché sono stati la nostra salvezza ed un buon intrattenimento per un pullman di bambini dalla terza elementare provati dal girovagare per le strade montane e pedemontane. Dopo aver valicato il Sestrière, finalmente giungiamo all’ambita destinazione: l’albergo nella frazione sovrastante Salice.

Il primo turno è popolato dai ragazzi delle elementari, che, a parte qualche eccezione, si rivelano da subito camminatori entusiasti, pronti a seguirci lungo i sentieri dei boschi circostanti. Poco lontano dal nostro alloggio inizia il parco naturale del Gran Salbertrand, che consta anche di un provvidenziale spazio per giocare, allestito con tavoli da picnic (anche ottimi per la celebrazione della S. Messa), con una splendida vista su tutto l’arco alpino italo – francese. La scansione delle giornate non è lasciata al caso o al capriccio del momento. Il tema dell’oratorio estivo insisteva proprio sul vivere bene il tempo, considerato proprio nella sua qualità essenziale di dono di Dio. Tempo, quindi, non come uno spazio da possedere, riempire perché vuoto spaventa, ma come dimensione in cui impegnare se stessi nella relazione con il Signore, ascoltandolo ed accogliendolo nel suo continuo rivelarsi. Si alternano, quindi, momenti di gioco, passeggiate e svago a momenti dedicati alla preghiera e alla celebrazione comunitaria della S. Messa. Indimenticabile il momento di chiusura della giornata, quando, prima della buonanotte con camomilla, don Paolo raccontava a puntate la storia di tre pinguini sull’arca di Noè. Storia che, mentre era in grado di attrarre l’attenzione dai ragazzi come fosse una calamita, riusciva a produrre uno strano effetto di assopimento su qualcuno degli educatori… E al termine della giornata “riunione animatori” per programmare il giorno seguente e per stare un po’ insieme: era bello vedere questi adolescenti stanchi per la fatica di “stare dietro” ai piccoli, ma contenti perché si rendevano conto di quanto fosse prezioso il loro apporto!

La seconda settimana, invece, è stata segnata dalla convivenza del gruppo delle medie con una società sportiva locale di basket e pallavolo. La fatica di dover coabitare in spazi comuni ristretti è stata compensata dall’accoglienza reciproca ma soprattutto dalla clemenza del tempo, che ci ha permesso di sfruttare ampiamente i prati circostanti. Credo che la miglior qualità dei ragazzi di questa fascia d’età non sia proprio la voglia di camminare in salita (ma nemmeno in discesa), nonostante la bellezza ammaliante dei boschi! Il motivo del tempo, chiave interpretativa della settimana vissuta con le elementari, è stato amplificato e approfondito con le medie. I ragazzi sono stati divisi in gruppi che si alternavano nella preparazione del gioco e della preghiera, nel riordino e nella distribuzione delle merende. L’apice della settimana è stata la caccia al tesoro notturna, immancabile e attesa. Il lavoro più divertente, che ha coinvolto gli educatori, è stato, però, nascondere accuratamente gli indizi nei posti più impensabili, tanto che qualcuno è andato perso…. E come non ricordare il pomeriggio trascorso sugli alberi? A parte qualche sfortunato che soffriva di vertigini, i ragazzi si sono lanciati con entusiasmo in un percorso di carrucole, scale e corde che si snodava a qualche metro di altezza tra i larici del parco. Infine, è stata proposta anche una mattina di deserto, caratterizzata da una meditazione sulla parabola del seminatore (divisi in fasce d’età), da un momento di silenzio e meditazione personale, per concludere con una ripresa comune con don Paolo. Insomma: una vacanza molto vivace e articolata, particolarmente ricca di “caos”… di pasta… di patate… di scherzi bonari e di… umanità!

Un ringraziamento speciale, sicuramente, deve andare a tutte le persone che hanno speso il loro tempo e le loro energie per la riuscita della vacanza: i genitori, gli educatori, gli animatori e don Paolo. Il loro lavoro e la loro presenza hanno contribuito a rendere ricche, intense ed indimenticabili queste due settimane di montagna vissute insieme.

Matteo


SABATO 19 E DOMENICA 20 NOVEMBRE
DALLE 9.30 ALLE 13 E DALL 15 ALLE 19

FIERA DEL LIBRO

oper i vostri regali di Natale ...
Novità editoriali, grandi classici, libri per bambini
testi di riflessione e studi biblici

Il ricavato sarà destinato alle attività de "La Tenda"


 

Il Gruppo vocale Mysthere
diretto dal m° Luca Cuomo
cerca nuove voci, soprattutto soprani e tenori.
Il repertorio spazia dal sacro al profano,
dal Rinascimento al Barocco, da Mozart a Mendelssohn.
Non è necessario saper leggere la musica,
basta aver voglia di cantare insieme.
Le prove si tengono tutti i giovedì alle ore 21 in via Pinturicchio, 35.

VI ASPETTIAMO!

 

 


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

hanno ricevuto il battesimo

ANNA SANDRA DINA CONTALDO
MICHELE FRARE
LAURA PIERINI
MASSIMO GIULIANI
FILIPPO GIACOMO SIBILLA
FILIPPO COMPAGNINO
GUGLIELMO DE GIUSEPPE
ANTONELLA DIGIESI
MARINA FIOCCHI
ANDREA FIORANI
TRILOK GIUSEPPE GALLO

 

si sono uniti in matrimonio
SONJA ZACCHETTI e ARTURO MICHISANTI
CHRISTIANE MONGU MAYELE e LUCA VINCIGUERRA

 

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

TERESA FORNILLO (a. 105)
LUCIANO COLOMBI
ITALO LESTINGI (a. 95)
ANGELA CHIARA RUZZA (a. 35)
VLADIMIRO ALBERA (a. 82)
FRANCO GATTI (a. 87)
MARIA LUISA REDAELLI (a. 77)
DANIELE RESCALLI (a. 78)
NICOLETTA PIZZUTO (a. 79)
GIOVANNI TOMMASI (a. 69)
GIUSEPPINA FRANCA TANZARELLA (a. 80)

 


 


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