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Scuola
della Parola Parrocchiale: primo incontro
LA SCOMMESSA DI DIO, LA SCOMMESSA DI GIOBBE
Mercoledì
28 settembre 2011 il biblista don Matteo Crimella ha tenuto il
primo incontro della Scuola della Parola parrocchiale su “Giobbe
e l’enigma del dolore”, commentando i primi due capitoli del libro
bibilico. Ne riportiamo il testo integrale.
Il libro di Giobbe non è solo il capolavoro della letteratura
biblica ma è pure un classico della letteratura mondiale. E tuttavia
Giobbe non è un libro facile.
Non è facile la sua lingua, praticamente quasi incomprensibile,
banco di prova di tutti i filologi della lingua ebraica. Non è
facile la sua composizione raccolta dentro una cornice editoriale
(i capitoli 1-2 e 42) che fa da sfondo al corpo del libro (o forse
vorrebbe smorzarlo), ovverosia i dialoghi fra Giobbe e i suoi
amici. Non è facile la teologia del libro, una sistematica messa
in questione della teologia tradizionale, un continuo atto di
accusa a qualsiasi volontà di incasellare il mistero di Dio nelle
categorie umane.
Chi
è Giobbe? Non è certo un personaggio storico. Si tratta di un
personaggio leggendario già noto prima dell’esilio. Ezechiele
lo cita, insieme a Noè e a Daniele (Ez 14,14.20), per giustificare
la responsabilità personale: questi tre giusti, dice il profeta,
si salveranno in forza della loro giustizia, nel giorno in cui
il Signore decidesse di colpire il loro paese a causa dell’infedeltà
del popolo.
Giobbe non è un israelita, viene dalla regione di Uz, un paese
che non è facile identificare sulla carta geografica, ma certamente
non è nella terra d’Israele; forse si trova nel deserto siriano
oppure ai confini con l’Arabia. Anche l’incipit della narrazione
(che potremmo tradurre: «C’era una volta nella terra di Uz un
uomo chiamato Giobbe») mostra che il libro è una riflessione biblica
su un dramma universale. Giobbe è presentato come un patriarca,
ricco e rispettato. Tuttavia la sua fortuna viene meno. Il libro
di Giobbe è stato collocato fra i libri sapienziali. Esso infatti
si interroga sulle questioni riguardanti la vita. La Bibbia, costituita
in libro, si dà un ordine che comprende tre classi di scritti:
la Legge, i profeti, la sapienza.
La
Legge promette beni: la terra, la discendenza, la presenza di
Dio. Ma essa non è mercenaria: non accorda la ricompensa a chi
le avrà obbedito perfettamente. Essa porta piuttosto a riconoscere
la voce di Dio che dona prima di ogni prestazione e anzi la eccede.
Questa esperienza della gratuità paradossale della Legge si dà
nelle tre tappe del cammino nel deserto: il dono dell’acqua e
della manna, il Sinai, le pianure di Moab sulle rive del Giordano.
Quest’ultima tappa segna la frontiera tra ciò che può dare la
Legge e i beni della terra. La Legge infatti può entrare in Canaan
soltanto in quanto viene iscritta nel cuore del soggetto che abita
la terra: in tal modo essa diviene segno che i frutti della terra
hanno origine dall’amore di Dio. Gli uomini però preferiscono
cercare negli idoli la fonte unica della vita. La Legge si conclude
così con l’annuncio della sua fine non solo perché si ferma sulle
rive del Giordano, frontiera del dono della promessa, ma perché
viene ancora trascurata. Verrà infatti dimenticata fino a che
non sarà riletta sotto Giosia, alle soglie dell’esilio. Così la
Legge si trova situata per sempre nel tempo del «prima» e degli
archetipi, delimitata da una fine: l’impossibilità di essere osservata.
I
Profeti riprendono la storia alle rive del Giordano e l’accompagnano
sino all’esilio, rivelando che c’è ancora un «adesso» e un «oggi»
dell’alleanza. I profeti proclamano tutto questo dichiarando che
il passato è ormai assente e che il tempo successivo rivela il
peccato e la crisi che porterà alla fine della promessa. Infatti
la Legge prometteva un bene universale. Ma l’universalità dei
beni è posta in pericolo su due fronti: all’esterno per la potenza
degli stati vicini; all’interno per l’oppressione dei poveri,
che non partecipano ai beni della terra. Questa precarietà del
bene non diventa segno che il desiderio deve restare aperto al
dono della promessa, ma porta a prendere possesso dell’alleanza
quale garanzia di fronte al pericolo della disgrazia. Il profeta
di fronte a questo corso della storia e di fronte al peccato non
può che annunciare la fine. Il fallimento dei profeti fa rivivere
il fallimento della Legge.
La
Sapienza è la vita, tutto ciò a cui non si pensa perché vi si
è immersi. La promessa e i beni sono confusi con gli elementi
dell’esistenza quotidiana. La sapienza pone le categorie di sempre
della relazione Dio-uomo, ricercandole in ciò che è più vicino
all’esistenza di ogni giorno. Per far questo essa risale alla
sorgente della vita (le sue relazioni con Dio) unificando le molteplici
manifestazioni di Dio nell’affermazione della sua unicità. Raggruppando
in unità tutto ciò che può manifestare il Dio unico e riferendolo
a sé, la sapienza appare anteriore alla creazione, sussistente
e personificata, ma, evitando di definirsi, rinvia sempre al suo
Creatore. Questa sapienza che rivela il Dio uno non disdegna di
attraversare il cammino quotidiano dell’uomo né la provocazione
della morte. Circa il libro di Giobbe tutti sono d’accordo sul
fatto che il libro tratti della sofferenza umana o meglio, della
sofferenza dell’innocente. Alcuni ipotizzano che il libro abbia
un senso esistenziale, perché guardano al lato umano della sofferenza:
come si può convivere con la sofferenza “ingiusta”? Secondo altri
il problema è affrontato dal punto di vista teologico: la sofferenza
dell’innocente solleverebbe la questione della giustizia di Dio.
Il libro rifiuterebbe la teoria classica della retribuzione per
cui il giusto è premiato e il malvagio punito. Queste sono le
interpretazioni classiche di Giobbe. E tuttavia sfugge qualcosa.
Perché ogni volta che crediamo di aver raggiunto il significato
del libro di Giobbe, qualcosa sembra contraddire quella soluzione.
Perché, come si vedrà a suo tempo, il libro non dà risposte ma
pone domande.
Prima
di considerare il lungo testo che abbiamo ascoltato vorrei offrire
brevemente il piano del libro di Giobbe. È l’unico libro sapienziale
con una trama. Il libro della Sapienza, per esempio, presenta
un’unità interna, ma più a livello dell’argomentazione teologica
che dello sviluppo di una trama. Il libro di Giobbe invece ha
un prologo in prosa (i primi due capitoli): Giobbe è un uomo giusto
e rispettato ma finisce in miseria. Perde i suoi beni, perde figli
e figlie e alla fine è colpito da ulcere. Eppure, nonostante queste
terribili sventure Giobbe resta saldo nella sua fede e nella sua
rettitudine. È seduto sull’immondezzaio del villaggio e per sette
giorni e sette notti sta in silenzio. Lo avvicinano tre amici
e dopo il lungo silenzio Giobbe apre la bocca e, in un lungo monologo,
maledice il giorno della propria nascita (cap. 3). Dopo questo
amarissimo canto della tristezza prendono la parola i tre amici,
uno dopo l’altro: Elifaz, Bildad e Sofar; Giobbe risponde loro
puntualmente. I dialoghi si avvicendano in tre cicli: in realtà
sono discorsi fra sordi.
Esauriti i dialoghi fra Giobbe e i suoi amici, al cap. 28 v’è
una bellissima meditazione sulla sapienza: né la tecnica né la
ricchezza fanno accedere alla sapienza; solo Dio la conosce. All’uomo
spetta solo temere Dio e fuggire dal male. In altre parole: la
sapienza umana (quella degli amici di Giobbe) è fallita.
A questo punto Giobbe interviene con un lungo monologo (Gb 29-31),
molto più lungo della sua lamentazione di partenza. Si tratta
di una vera e propria apologia nella quale Giobbe paragona la
sua antica felicità (Gb 29) con l’angustia presente (Gb 30). In
un grido accorato verso l’Altissimo Giobbe rivendica la propria
innocenza per poi sfidare esplicitamente Dio.
Prima dell’intervento di Dio prende la parola un altro personaggio,
Eliu, un giovane sapiente figlio d’Israele. Eliu riprende le affermazioni
e le richieste di Giobbe indurendole senza alcuna compassione.
Per altro verso le risposte dei tre amici non gli sembrano sufficienti.
In realtà il discorso di Eliu sa di retorica altezzosa: egli vanta
la grandezza divina ma non ammette l’innocenza di Giobbe; così
i suoi discorsi girano a vuoto.
Infine prende la parola lo stesso Yhwh. Giobbe pensava che la
sua sofferenza ingiustificata facesse trasparire un disordine
nel governo del mondo. Il Signore gli domanda che cosa ne sappia
dell’ordine del mondo e fin dove arrivi il potere dell’uomo sull’universo
e su ciò che esso contiene. Il Signore non risponde direttamente
a Giobbe ma gli pone una serie di domande facendogli passare in
rassegna la propria opera cosmica. A questo punto Giobbe ammetterà
di aver parlato troppo in fretta (Gb 40,3-5; 42,2-6). L’epilogo
in prosa (42,7-17) spiega come il Signore abbia lodato il discorso
di Giobbe e deplorato quello dei suoi tre amici, ridando poi a
Giobbe il suo onore e la sua fortuna.
Entriamo
ora nel vivo del racconto che abbiamo ascoltato. Iniziamo dai
primi due capitoli che sono interamente giocati su due piani.
Si passa infatti dalla terra al cielo: prologo in terra e prologo
in cielo. Che cosa ne viene? Che il lettore ha una doppia visione
dei fatti: da una parte sa quanto accade sulla terra e dall’altra
ha il privilegio di sapere quello che succede in cielo, nella
scena del consiglio divino di cui Giobbe invece è all’oscuro.
È il cosiddetto effetto dell’opacità: il personaggio ignora quello
che i lettori conoscono.
Come viene presentato Giobbe? Come un uomo virtuoso e pio (Gb
1,1-5). Giobbe è un uomo «integro e retto, che temeva Dio e si
teneva lontano dal male» (v. 1). L’integrità caratterizzava già
Noè (Gen 6,9) ed Abramo (Gen 17,1): è il perfetto equilibrio fra
la dimensione orizzontale (le relazioni) e la dimensione verticale
(il timore di Dio). È il ritratto per eccellenza di un uomo virtuoso.
Ne consegue che il Signore lo benedice concedendogli una famiglia
numerosa, beni e onori. È la tesi classica della teoria della
retribuzione: se fai il bene Dio ti premia! Il racconto indugia
su un particolare: Giobbe ogni settimana compiva riti di purificazione
per i suoi figli: una misura preventiva per evitare che il male
s’insediasse nella sua casa. Con v. 6 la scena si sposta in cielo.
Il lettore è messo a parte di quello che avviene ai piani superiori,
cosa che il personaggio in questione, Giobbe, ignora. Qual è il
nocciolo di questa scena? Mostrare che v’è un legame fra la prosperità
di Giobbe e la sua virtù. Il Signore riconosce le virtù di Giobbe
e lo dice con le stesse parole già usate dal narratore (v. 8).
La scena è quella del consiglio divino, pensato come una corte
intorno al sovrano. Al consiglio partecipa anche il Satana, un
personaggio che non ha ancora assunto la figura del diavolo, l’angelo
decaduto. Egli si limita a esercitare il ruolo del pubblico ministero
nei limiti che il Signore gli assegna (Gb 1,12; 2,6). Che cosa
dice il Satana? Mette in dubbio la gratuità della virtù di Giobbe.
Il Satana propone di distruggere tutto quello che appartiene a
Giobbe per saggiarne la reazione. Si tratta di una sfida lanciata
a Dio per mezzo dell’inversione dei termini del problema. Il Signore
benedice il giusto e lo fa prosperare; per il Satana, invece,
è la prosperità che spinge Giobbe alla virtù. In termini più generali:
l’uomo si manterrebbe integro e giusto per conservare la benedizione
divina; il rapporto con Dio, cioè, sarebbe puramente interessato
e dunque mercenario. Ecco la sfida del Satana; e Dio accetta la
sfida, convinto che non sono i beni a giustificare la virtù di
Giobbe. Dio dunque permette al Satana di attentare ai beni di
Giobbe, senza però toccare la sua persona.
Si torna in terra (v. 13). Con un ritmo incalzante e rapidissimo
si abbattono su Giobbe le sventure, una dietro l’altra: le sue
greggi, i suoi servi e i suoi figli sono uccisi. La narrazione,
per mezzo della ripetizione, insiste sull’irrimediabilità delle
sciagure provocate da nemici o da eventi naturali. Il lettore
però sa che dietro questi agenti c’è la mano del Satana. A fronte
di queste disgrazie la curiosità del lettore è ovvia: quale sarà
la reazione di Giobbe? Forse il Satana aveva ragione? Giobbe rinuncerà
a praticare le sue virtù? Giobbe non sa niente della sfida fra
Dio e il Satana; nemmeno sa che se Dio ha scommesso, ha un certo
margine di sicurezza di vincere. La reazione di Giobbe è duplice.
Umanamente scioccato si prostra nella confusione più totale. È
prostrato, come un cadavere pronto per essere posto nella tomba.
Come nudo è venuto al mondo, nudo lo lascerà (Gb 1,21). Insieme
però riconosce che quanto ha avuto proveniva da Dio. Giobbe non
obietta niente se Dio gli porta via quanto gli ha dato: anche
adesso benedice Dio. In altre parole: il Satana ha perso la scommessa:
le virtù di Giobbe non dipendono dalla sua prosperità; Giobbe
è veramente virtuoso.
La scena (siamo all’inizio del cap. 2) si sposta nuovamente in
cielo. Con soddisfazione Dio riconosce che la prima prova non
ha potuto cambiare il suo giudizio su Giobbe (cf. il giudizio
di 2,3 che ripete quello di 1,8). Giobbe non ha una relazione
con Dio di tipo mercenario. Ma il Satana torna alla carica: se
Giobbe venisse colpito nella sua carne, nelle sue ossa, forse
che resterà virtuoso? Il Signore accetta la nuova sfida, imponendo
al Satana di non attentare alla vita di Giobbe, cioè di non farlo
morire.
Si ritorna sulla terra (v. 7b). Giobbe è colpito da ulcere dal
capo alla pianta dei piedi. Diventa come un lebbroso di cui si
teme il contagio, al punto da essere escluso dalla comunità, diventando
un rifiuto. Esce dalla città, laddove si bruciano le immondizie.
Giobbe è malato, ha perso l’onore, è avvilito dalla solitudine:
ecco la nuova e terribile prova cui è sottoposto. Il Signore ha
scommesso sulla fedeltà di quest’uomo sfigurato, respinto, abbandonato,
ma tutto ciò Giobbe non lo sa. Resta solo. Addirittura la sua
sposa gli rinfaccia la sua integrità morale, canzonandolo sarcasticamente.
La moglie, in questo modo, diventa inconsciamente alleata del
Satana; la donna ha cioè intuito che questa prova è stato Dio
a permetterla. Ella, cioè, fa quanto il Satana prevedeva che avrebbe
fatto Giobbe, una volta colpito nella sua persona. Per Giobbe
è un’ulteriore prova che aumenta la sua sofferenza e la sua solitudine.
Ma, ancora una volta, Giobbe non insulta Dio. Il Satana ha perso
ancora una volta la sua scommessa: nell’avvilimento più terribile
Giobbe resta un giusto. Il racconto continua: arrivano gli amici.
Questi tre uomini rappresentano tutta la sapienza dell’Oriente.
Intendono dar prova di compassione per l’amico comune. Arrivano
e nemmeno lo riconoscono tanto è sfigurato. I loro gesti ricordano
la pietà funebre. Si avvicinano, si siedono in terra e per sette
giorni, come per un morto (cf. Gen 50,10), stanno in silenzio.
Così termina il prologo. Gli attori principali ci sono tutti e
il lettore conosce la posta in gioco del dialogo che ora inizierà
fra Giobbe e i suoi amici. Giobbe finora è stato marmoreo, quasi
disincarnato di fronte alla propria immensa sofferenza. Forse
che non avverte nella sua coscienza d’uomo il peso di quell’improvviso
cambiamento impostogli da Dio? Forse che la sua intelligenza può
tacere dinanzi al cambiamento di cui fa le spese? La coscienza
di essere rimasto integro e retto può forse bastargli per assentire
alle sue disgrazie? I dialoghi che seguono metteranno allo scoperto
tutta la sofferenza di Giobbe.
Un’ultima osservazione prima di addentrarci nell’urlo di Giobbe.
Il lettore è stato informato delle due sedute del consiglio divino.
Il Satana, esecutore autorizzato delle prove di Giobbe, sparisce.
Ma il Signore, che ha permesso tutto questo e di fronte a cui
Giobbe ha chinato il capo, come ne esce? Forse che tutto si possa
risolvere in silenzio? Forse che Giobbe non avrà proprio niente
da dire? Dopo un’intera settimana di silenzio Giobbe apre la bocca
e maledice il giorno in cui nacque (Gb 3,1-26). Si tratta di una
maledizione, meglio, di un augurio che il giorno della nascita
e addirittura del concepimento sia annullato. Giobbe intende cioè
rinnegare se stesso. Il giorno è la luce, è il segno della creazione
(cf. Gen 1,3). Giobbe invece vorrebbe che quel giorno sia tenebra:
l’uomo disperato preferisce il caos all’ordine, il buco nero dell’oscurità
allo splendore della luce. Giobbe rinnega se stesso: la notte
del suo concepimento la vorrebbe inghiottita nelle tenebre.
Giobbe vorrebbe annullare la propria nascita e dunque se stesso.
Ma essendo tutto ciò impossibile si chiede perché è nato, perché
è stato messo al mondo. Sarebbe meglio la morte: così la sua vita
non avrebbe conosciuto la sofferenza. Sarebbe già sepolto, avrebbe
evitato tutte le pene. La domanda a proposito del perché si trasforma
in un atto d’accusa nei confronti di Dio. In 3,23, per la prima
volta, Giobbe cita il nome divino. Della propria esistenza l’uomo
ignora lo svolgimento: è Dio a stabilire il percorso, l’uomo è
solo forzato. Ecco il problema più radicale di Giobbe: Dio!
Il
libro di Giobbe obbliga il lettore a prendere sul serio e sino
in fondo le grandi domande dell’uomo. Giobbe spazza via ogni superficialità,
conduce ciascuno al cuore dei problemi, elimina ogni risposta
preconfezionata. Il dramma di Giobbe poi giunge al suo nocciolo
più profondo, quello teologico: davvero Dio è buono e affidabile?
La vita, afferma Giobbe a più riprese, sembra dimostrare che Dio
non è così: la preghiera non ha risposta, la sofferenza dilaga
senza confini, Dio pare essere un cinico o addirittura un sadico.
Detto in altre parole: qual è la logica che presiede alle scelte
di Dio? Forse Dio agisce in modo arbitrario? È dunque inaffidabile,
un nemico crudele dell’uomo, paradossalmente soddisfatto e divertito
delle pene delle sue creature? Ecco le grandi domande, le sfide
ardite, le provocazioni di questo libro. Esse scandalizzano, inquietano,
lasciano senza pace. E tuttavia solo passando attraverso questo
deserto si arriva alla terra promessa.
Questa
sera non intendo dire altro. Vorrei
unicamente leggere due testi letterari molto vicini a Giobbe.
E chiedermi e chiedervi se noi abbiamo questa sensibilità che
non evita le domande ma le guarda in faccia, le fa proprie, le
custodisce come una sfida, senza la fretta di facili risposte
consolatorie.
Il primo testo è una pagina dal capolavoro di Herman Melville,
Moby Dick o la balena. Guardando il cielo si rilegge la vita dell’uomo
come una terribile tragedia. Scrive il grande narratore americano:
Ci dev’essere una chiave da qualche parte, un momento… sst…
silenzio! Per Giove, eccola! Guarda, Doblone, questo tuo Zodiaco
è la vita dell’uomo in un solo capitolo: e adesso voglio leggerla,
così sul libro. Su, Almanacco! Cominciamo. Ecco Aries o il Montone,
bestia libidinosa che ci genera; poi Taurus, il Toro, che per
prima cosa ci dà una cornata; poi Gemini o i Gemelli, vale a dire
la Virtù e il Vizio: noi cerchiamo di raggiungere la Virtù, quando,
ecco! arriva Cancer, il Granchio, che ci riporta indietro; e qui,
allontanandoci dalla Virtù, Leo, un leone ruggente, ci attraversa
la strada, dà dei morsi feroci e tira arcigno una zampata; noi
fuggiamo e salutiamo Virgo, la Vergine! è il nostro primo amore,
ci sposiamo e ci crediamo per sempre felici, quando trac! viene
Libra o la Bilancia, la felicità pesata e trovata mancante; e
mentre ci piangiamo sopra, Dio mio! che salto facciamo quando
Scorpio o lo Scorpione ci punge alle spalle; curiamo la ferita
quando zac! ci arrivano addosso le frecce: è Sagittarius o l’Arciere
che si diverte. Mentre ci caviamo le frecce, in guardia! Ecco
l’ariete da assedio. Capricornus o il Caprone, che arriva scagliato
a tutta forza e noi schizziamo a testa innanzi, mentre Aquarius,
il Portatore d’acqua, versa tutto il suo diluvio e c’infradicia;
e per finire con Pisces, o i Pesci, dormiamo. Ecco un sermone,
questo, che è scritto nell’alto dei cieli e il sole lo attraversa
ogni anno e pure ne esce sempre sano e ben disposto.
Il
secondo testo è una poesia di Renzo Barsacchi dal titolo Tu puoi
soltanto attendere.
Il tempo è incerto. In bilico il sereno
e
la pioggia. Ma né l’uno né l’altro
dipendono da te.
Tu puoi soltanto attendere, scrutando
segni poco leggibili nell’aria.
Ti affidi al desiderio
ascoltando il timore. Le tue mani
sono pronte a difendersi e ad accogliere.
Così non sai quando Dio ti prepari
una gioia o un dolore e tu stai quasi
origliando alla porta del suo cuore,
senza capire come sia deciso
da quell’unico amore,
lo splendore del riso o delle lacrime.
SCUOLA
DELLA PAROLA
GIOBBE E L’ENIGMA DELLA SOFFERENZA
I prossimi ncontri guidati da don Matteo Crimella,
dottore in Scienze Bibliche.
26 ottobre ore 21.00
30 novembre ore 21.00
gli incontri si terranno in Chiesa
PARLIAMO
DEL SERVIZIO GUARDAROBA
DELLA SAN VICENZO
Sacchi che entrano, sacchi che escono dal cancellone della Parrocchia;
c’è sempre un gran via vai di merce e non solo il giovedì mattina
quando distribuiamo ai nostri “clienti” ciò di cui hanno bisogno.
Vogliamo spiegarvi un po’ la dinamica di questi sacchi. Come sapete
ogni lunedì e mercoledì mattina un bel gruppetto di noi, una quindicina
circa, vincenziane e non, ci troviamo nel locale guardaroba a
lavorare e c’è sempre un clima di amicizia molto sereno e allegro;
il nostro lavoro è sì faticoso, ma, fatto in compagnia, diventa
piacevole e divertente.
Il cancellone è spalancato ed ecco i sacchi che entrano in abbondanza!
Si tratta di oggetti e capi d’abbigliamento offerti da tutti voi
che vengono da noi sistemati nei vari armadi oppure selezionati
in diversi modi. I capi molto belli e inadatti per i nostri ospiti
in parte vengono sistemati in cantina per essere poi riproposti
alla nostra Fiera natalizia, in parte venduti a persone che trattano
l’usato ai mercati rionali, oppure venduti direttamente da una
di noi al mercato della domenica mattina.
Questo ci consente di acquistare biancheria intima, jeans, tute,
pannolini, saponi, dentifrici e rasoi molto graditi dai nostri
ospiti. Però ci arrivano purtroppo anche indumenti sporchi o usurati
che, con notevole fatica, siamo costrette a riciclare come stracci.
Tutti questi sono sacchi che escono.
Oltre che dai nostri amici del giovedì spesso ci vengono chiesti
indumenti da alcune realtà che fanno fatica a reperirne, ma che
devono soddisfare tante necessità urgenti.
Si tratta dei City Angels, della Caritas per il Centro di via
Corelli, del Centro di accoglienza di via Barzaghi, del Centro
aiuto alla vita o delle assistenti sociali di via Ricordi per
casi particolari.
Ecco altri sacchi che escono!
Lo scopo del nostro lavoro bello, ma impegnativo, è un gesto di
solidarietà e di amicizia verso chi non ha la possibilità di acquistare
gli indumenti o gli oggetti di cui necessita. Si tratta quasi
esclusivamente di stranieri (extracomunitari e non) di solito
senza lavoro e spesso anche senza casa. Non è facile il rapporto
con alcuni di loro che si dimostrano prepotenti, aggressivi e
furbi, o hanno un aspetto fisico scostante. Loro hanno mille scusanti
per comportarsi così, ma noi ogni tanto perdiamo la calma. Passata
l’arrabbiatura però cerchiamo di ricordare che proprio in loro,
in questi “ultimi” dovremmo vedere il volto di Gesù.
Nel Vangelo di Matteo al capitolo 25 versetto 40, leggiamo: «In
verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo
di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».
“quelle
del guardaroba”
Nel
mese di agosto l’associazione City Angels ha chiesto al nostro
guardaroba degli indumenti; pubblichiamo qui di seguito la lettera
di ringraziamento.
Spettabile
Parrocchia San Giovanni in Laterano
Milano
Milano,
14 settembe 2011
Con
la presente desideriamo ringraziarVi per la donazione di indumenti
da destinare a persone in stato di necessità, da Voi fattaci durante
il mese di agosto u.s. Il Vostro contributo è stato molto importante
per l’attività di volontariato che noi svolgiamo quotidianamente.
Ancora un grazie riconoscente.
Associazione
City Angels Lombardia Onlus
Il Vice Presidente
L'EDUCATORE
Domenica
18 Settembre, don Paolo ha convocato tutti gli educatori del nostro
oratorio per una giornata di “ritiro” prima dell’inizio di tutte
le attività che la pastorale prevede. Il calendario che in questi
giorni è stato consegnato alle famiglie dell’oratorio è anche
frutto di quella giornata. Gli stimoli che ne sono derivati mi
hanno portato a fare alcune riflessioni riguardo alla figura dell’educatore,
che qui condivido.
EDUCATORE,
DISCEPOLO
Dopo la celebrazione delle lodi mattutine, don Paolo ci ha chiesto,
prima di parlare delle novità di quest’anno, di aprire un confronto
molto sincero sul ruolo dell’oratorio e su quello di noi educatori.
C’è stato così uno scambio sulle proprie esperienze e difficoltà
per il percorso che compiamo in oratorio. In molti non è mancato
il senso di inadeguatezza e timore verso le fatiche di un anno
che sta per cominciare a tempo pieno: “…sono davvero in grado?”,
“…i miei co-educatori mi aiuteranno o dovrò pensare tutto da sola?”
e ancora: “…cosa possiamo dire ai ragazzi?”. Questi sono in particolare
i primi disagi che i neo-educatori sperimentano. È successo a
tutti, e ancora queste domande tornano nel tempo, come un ritornello,
durante il passare degli anni. Quando penso al mio cammino di
fede, mi torna sempre alla mente il viaggio in Terra Santa e le
parole del prete che con noi celebrava la Messa sul Lago di Tiberiade.
Dinanzi al luogo che è stato teatro di molti episodi del vangelo,
ci veniva fatto notare che Gesù aveva chiamato come suoi discepoli
persone semplici e non certo grandi credenti. Come a dire: non
preoccuparti, tu cammina, vai, segui il Signore. Proprio per questo
mi piace molto il canto “Amare questa vita”, il canto dei discepoli
che dicono “si, ti seguo, eccomi!” e che alle preoccupazioni del
viaggio, fanno prevalere la gioia dell’incontro con Gesù, che
a un Pietro che gli diceva di allontanarsi da lui (“perché dovresti
chiamare me, peccatore? Non ci sono altri più adeguati?”) concede
il conforto e la benedizione: “Non temere!”. Fare l’educatore
diventa davvero desiderio di essere come i discepoli, uomini
senza paura. Non sai cosa ti aspetta ma in fondo sei fiducioso,
lasci le barche in mare e metti il tuo navigare nelle mani di
Dio.
DISAGI
E CONSOLAZIONI
Dei disagi e delle consolazioni di un educatore, molto dipende
dal gruppo in questione; vedendo un po’ i casi del nostro oratorio
(ma è realtà comune a tutti), ciò che caratterizza un gruppo non
è soltanto l’età, ma anche il contesto in cui crescono: la famiglia,
la scuola, gli amici, e, ovviamente, loro stessi.
Ci sono gruppi in cui le “punte di diamante” sono di più, altri
invece in cui i componenti sembrano quasi senza entusiasmo e capacità
ricettiva.
Molto spesso, però, queste situazioni si rivelano soltanto apparenti.
A guardar bene, chi si pensa “tiepido” (che per il dizionario
dell’educatore significa né rompiscatole né particolarmente profondo,
ndr) ogni tanto ci sorprende per la sua intuizione, per il suo
desiderio di crescere e vederci più chiaro. È il caso di chi,
non facendo quasi mai interventi, un giorno esprimeva le sue difficoltà
nel capire la fede della giovane Chiara Luce Badano, morta serena,
a soli 18 anni dopo una malattia che le aveva rubato il corpo,
ma non la fede. Incontro indimenticabile quello, seguito da altri
sul senso della vita e sul modo di vederla da piani diversi. Eppure
i ragazzi non sono sempre così…a dire la verità ogni tanto si
ha l’impressione che siano un po’ lunatici: passano da uno stato
di attenzione all’altro, da un umore desideroso di condividere,
al timido silenzio di chi pare assente. Dopo uno o due anni di
attività, inevitabilmente, arriva il momento in cui l’educatore
si chiede: “ma io, cosa ci sto a fare con questi ragazzi?”.
È il peso della fatica, la sensazione che “non sei proprio adatto”,
perché ti conosci, e sai che reagisci male di fronte a delusioni
che ti sembrano impossibili da accettare. Ho vissuto questo stadio
“terminale” dopo soli pochi mesi dall’inizio del cammino con i
preadolescenti. Era Dicembre, e chiedevamo ai ragazzi: “cos’è
per voi il Natale?”, ottenendo come prime 3 risposte: luci - neve
- regali. Il guaio vero è che nemmeno il 4° posto della classifica
era occupato da alcun riferimento alla nascita di Gesù! Che delusione,
quel giorno! Effettivamente queste risposte sul Natale avevano
un che di singolare, diciamo così (…) però con l’aiuto di don
Paolo lo stupore si era ridimensionato, anche ricordandoci delle
nostre immaturità ai tempi in cui i posti dell’Agorà li occupavamo
noi. Ed è così che si capisce che bisogna avere un po’ di pazienza,
che non si può pretendere di vedere un albero che pianta non lo
è ancora diventato, ma sta crescendo: coperto dalle erbacce, c’è
(!), ma non si vede.
Il desiderio di voler subito vedere i risultati è cosa normale,
ma rischia davvero di fare un doppio danno: primo, fare un analisi
distorta della situazione, secondo, perdere di conseguenza la
fiducia (nel nostro compito e nei confronti dei ragazzi) e affrontare
male tutti gli altri incontri. In questo senso anche per l’educatore
vale il detto “non si finisce mai di imparare”: il senso ultimo
del tuo ruolo lo vai scoprendo di volta in volta. Nel momento
in cui è servizio per gli altri (educandi), è anche occasione
di crescita per me (educatore ma pur sempre discepolo). Con questa
prospettiva, cambiano un po’ le cose… l’insopportabile fatica
di ottenere l’ascolto diventa richiamo intelligente; l’immaturità
di un ragazzo che continua a fare confusione, diventa palestra
in cui allenare la propria pazienza, per trattarlo come un pesce
fuor d’acqua, per fargli capire che è il caso che cambi, si adegui,
perché i suoi compagni sono veramente interessati all’incontro.
Sono cresciuti e così le dinamiche dell’incontro cominciano a
cambiare: il fuoco, dopo tanta fatica iniziale, comincia ad accendersi!
Hai patito il freddo, è vero, ma poi ti accorgi che la legna ha
finalmente preso, ed è piacevole accostarsi ad un incontro con
un nuovo calore, sprigionato da fiamme (maggior attenzione, pretesa
di affrontare argomenti importanti, preghiera senza fastidiose
interruzioni) che scaldano davvero, propagando un entusiasmo che
fa tornare chi, per la troppa superficialità, si era allontanato.
Questo problema della fiducia in quello che fai è un nocciolo
duro con cui mi sono sempre scontrato, ma anch’io ho capito che
non si tratta di uno sforzo vano. L’esperienza del coro mi ha
insegnato che è il tempo a rivelare le qualità buone di semi che
possono germogliare solo dopo mesi, o addirittura anni. Non hai
la sicurezza di poter vedere un giorno i risultati, ma intanto
sei contento di quello che fai e gusti il detto evangelico per
cui «si prova più gioia nel dare, che nel ricevere» (At 20,35).
CALENDARIO
O CAMMINO?
Anche quest’anno sono tanti i momenti che l’oratorio propone per
i ragazzi del dopo cresima: incontri, pellegrinaggi ecc... Tra
tutti i gruppi, se contiamo anche il calendario decanale, ci sono
almeno 20 date fissate. Ma un anno non è fatto solo di date, orari
e pizzate. Il compito dell’oratorio non è quello di imporre i
propri ritmi alla vita quotidiana dei ragazzi, come a segregarli,
ma piuttosto quello di accompagnare i cammini di tutti, incoraggiare
il cammino della fede e anche la fatiche e le delusioni che i
ragazzi, dai primi anni delle medie, cominciano a vivere sulla
loro pelle e gestire da soli. L’oratorio non è un centro educativo
con un “programma” annuale: il racconto che ho fatto prima degli
incontri degli anni passati, dimostra che non c’è un percorso
prefissato.
Esistono dei “punti fissi”, certo, ma tarati secondo le diversità
e varietà del cammino che si sta compiendo. Questo perché non
c’è bilancio o analisi che misuri la bellezza delle relazioni
e dei momenti passati insieme, perché l’oratorio non è una struttura
qualsiasi in cui si impara a comportarsi bene e si può giocare
a… ping-pong (volevo scrivere calcio, ma poi mi sono ricordato
che siamo di San Giovanni in Laterano!), ma dimora dove chi ha
incontrato il Signore e tanti altri discepoli, vi ha trovato del
bello per crescere e sostare un po’
Un luogo dove il ragazzo sa di trovare ristoro, come a un pozzo
da cui prelevare acqua sempre buona, perché lì lo ha portato la
sete di una vita piena, fatta di relazioni e amicizie. Una sete
di chi, magari senza accorgersene, nella fluidità dei modelli
offerti dal mondo cerca la solidità del Vangelo per dare un senso
al suo cammino.
Costa
SALICE
D'ULZIO: INSIEME SI CRESCE!
Alcuni
sostengono che il buon giorno si veda dal mattino. Se avessimo
dovuto trasportare questa vetusta espressione della saggezza popolare
all’esordio del nostro viaggio per Salice d’Ulzio, saremmo rimasti
profondamente delusi. Tuttavia, come accade nella miglior tradizione
del genere letterario comico, una partenza problematica cela in
sé un esito grandioso ed inaspettato. Proprio questi due aggettivi
possono qualificare la vacanza estiva del nostro Oratorio.
È strano come a volte la geografia che si studia sulle cartine
sia così distante da quella vissuta sulla strada. Un viaggio di
poco più di duecento chilometri di tutta autostrada si è tramutato
in un’odissea di dieci ore. Sembrava che tutto il mondo si fosse
dato appuntamento sulla strada provinciale della val di Susa,
quel 27 giugno mattina. I militanti del partito anti-tav hanno
ben pensato di impedire la circolazione sull’unica arteria che
collega il nord Italia con la Francia, creando disagi di ogni
genere. Non finirò mai di lodare i fratelli Lumière e la Disney
Pictures perché sono stati la nostra salvezza ed un buon intrattenimento
per un pullman di bambini dalla terza elementare provati dal girovagare
per le strade montane e pedemontane. Dopo aver valicato il Sestrière,
finalmente giungiamo all’ambita destinazione: l’albergo nella
frazione sovrastante Salice.
Il
primo turno è popolato dai ragazzi delle elementari, che, a parte
qualche eccezione, si rivelano da subito camminatori entusiasti,
pronti a seguirci lungo i sentieri dei boschi circostanti. Poco
lontano dal nostro alloggio inizia il parco naturale del Gran
Salbertrand, che consta anche di un provvidenziale spazio per
giocare, allestito con tavoli da picnic (anche ottimi per la celebrazione
della S. Messa), con una splendida vista su tutto l’arco alpino
italo – francese. La scansione delle giornate non è lasciata al
caso o al capriccio del momento. Il tema dell’oratorio estivo
insisteva proprio sul vivere bene il tempo, considerato proprio
nella sua qualità essenziale di dono di Dio. Tempo, quindi, non
come uno spazio da possedere, riempire perché vuoto spaventa,
ma come dimensione in cui impegnare se stessi nella relazione
con il Signore, ascoltandolo ed accogliendolo nel suo continuo
rivelarsi. Si alternano, quindi, momenti di gioco, passeggiate
e svago a momenti dedicati alla preghiera e alla celebrazione
comunitaria della S. Messa. Indimenticabile il momento di chiusura
della giornata, quando, prima della buonanotte con camomilla,
don Paolo raccontava a puntate la storia di tre pinguini sull’arca
di Noè. Storia che, mentre era in grado di attrarre l’attenzione
dai ragazzi come fosse una calamita, riusciva a produrre uno strano
effetto di assopimento su qualcuno degli educatori… E al termine
della giornata “riunione animatori” per programmare il giorno
seguente e per stare un po’ insieme: era bello vedere questi adolescenti
stanchi per la fatica di “stare dietro” ai piccoli, ma contenti
perché si rendevano conto di quanto fosse prezioso il loro apporto!
La
seconda settimana, invece, è stata segnata dalla convivenza del
gruppo delle medie con una società sportiva locale di basket e
pallavolo. La fatica di dover coabitare in spazi comuni ristretti
è stata compensata dall’accoglienza reciproca ma soprattutto dalla
clemenza del tempo, che ci ha permesso di sfruttare ampiamente
i prati circostanti. Credo che la miglior qualità dei ragazzi
di questa fascia d’età non sia proprio la voglia di camminare
in salita (ma nemmeno in discesa), nonostante la bellezza ammaliante
dei boschi! Il motivo del tempo, chiave interpretativa della settimana
vissuta con le elementari, è stato amplificato e approfondito
con le medie. I ragazzi sono stati divisi in gruppi che si alternavano
nella preparazione del gioco e della preghiera, nel riordino e
nella distribuzione delle merende. L’apice della settimana è stata
la caccia al tesoro notturna, immancabile e attesa. Il lavoro
più divertente, che ha coinvolto gli educatori, è stato, però,
nascondere accuratamente gli indizi nei posti più impensabili,
tanto che qualcuno è andato perso…. E come non ricordare il pomeriggio
trascorso sugli alberi? A parte qualche sfortunato che soffriva
di vertigini, i ragazzi si sono lanciati con entusiasmo in un
percorso di carrucole, scale e corde che si snodava a qualche
metro di altezza tra i larici del parco. Infine, è stata proposta
anche una mattina di deserto, caratterizzata da una meditazione
sulla parabola del seminatore (divisi in fasce d’età), da un momento
di silenzio e meditazione personale, per concludere con una ripresa
comune con don Paolo. Insomma: una vacanza molto vivace e articolata,
particolarmente ricca di “caos”… di pasta… di patate… di scherzi
bonari e di… umanità!
Un
ringraziamento speciale, sicuramente, deve andare a tutte le persone
che hanno speso il loro tempo e le loro energie per la riuscita
della vacanza: i genitori, gli educatori, gli animatori e don
Paolo. Il loro lavoro e la loro presenza hanno contribuito a rendere
ricche, intense ed indimenticabili queste due settimane di montagna
vissute insieme.
Matteo
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