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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

settembre 2008    


Un tempo per cominciare, un tempo per finire

Non ti nascondo che oggi, scrivendo, mi prende nodo d’emozione. La sento pulsare ai polsi, arrivare agli occhi, bussare fino quasi a inumidirli. Qualcuno, più temprato d’ascesi, più santo, saprebbe dominare le emozioni, fors’anche zittirle. Confesso lontananza da queste terre alte d’ascesi, e appartenenza a misure più umane, più comuni, più terrene. Uomo. Come tanti.

“Uomini” ha scritto qualcuno “non si nasce, ma si diventa.” Grazia delle grazie, mi sono sempre detto, sarebbe diventare uomo come Gesù. Sogno di una vita, sogno inseguito. E sono qui a confessare la distanza. Che, posso sbagliarmi, penso non stia nell’assenza dell’emozione.

Emozione anche per un foglio. Come - direbbe qualcuno - ti perdi per un foglio? Con questo foglio ci fu un appuntamento, ogni mese. E dura da più di vent’anni. Per una sorta di fedeltà, che non andava violata.

Ebbene c’è un tempo per cominciare, c’è un tempo per finire.

Che cosa ricordo del giorno in cui iniziai a scrivere su questo foglio? Ricordo che era dicembre nella nostra città. Dicembre di ventidue anni fa, il primo foglio. La città di dicembre, i rumori, il passo affrettato, l’affollamento dei negozi a seduzione di Natale, le facce intirizzite dai primi rigori dell’inverno. Sentivo la stranezza della scrittura. Solitamente scrivi a volti che insegui: ti si illuminano scrivendo, come se tu parlassi non a pagine, ma a occhi. E apri il cuore. In quel dicembre fu un parlarsi per un azzardo di fiducia. Che non poteva essere scontata. Ma solo attesa, sperata. Nell’azzardo della gratuità di chi ti legge.

Oggi scrivo che è domenica di agosto. La città semivuota, alle finestre bussa il rumore leggero del silenzio, un refolo di vento pulisce il cielo, il ripetersi accorato a intermittenza di un richiamo sonoro di allarme sembra dilatare gli spazi. La città vuota e il cuore colmo. E visi e visi che navigano. Navigano a non finire, per tratti di mare, nel cuore. Questo piccolo cuore. Ed è pomeriggio d’agosto, pomeriggio di navigazione. Nel cuore.

C’è un tempo per cominciare e c’è un tempo per finire. Ricordo il primo foglio. Allora era un foglio verde. Non aveva un nome, suo. Verde, perché il colore lo distinguesse dalle pagine bianche della rivista della Diocesi “Il segno”, in cui era mensilmente ospitato. Poi divenne foglio a sé. Lo chiamammo “Come albero”. E non era solo desiderio di dare un nome, a fuga da anonimato. Non era un nome qualunque. Il nome diceva un sogno, sogno di vangelo: il seme e l’albero del vangelo. Lo ricordavo lo scorso mese, ripercorrendo la storia della nostra piccola cattedra dei non credenti. Era più che nome, era un sogno.

Coscienza di una piccolezza, dichiarata: piccolo seme di senapa. E desiderio di illimitatezza: i rami sognano, inseguono il vento, inseguono il cielo, ospitano. Ospitano, punto e basta. In assenza di porte. Ma tra i rami, disegnati per il vento, un nido, il piccolo calore del nido. Siamo stati rami al vento? Siamo stati nido?

Mi sono detto che il logo “come albero” poteva forse essere evocativo anche di un cuore. Il cuore di un prete minore. Prete minore come questo, che sta per lasciare. Cuore dunque “come albero”. Illimitatezza e calore. Ospitalità. Anche per uccelli “migratori”. Gli uccelli migratori, che mi ha ricordato in questi giorni un amico con una poesia di un libretto di Haiku, che mi ha regalato:
uccelli migratori-
anche la casa dove sono nato
è oggi il tetto di una notte.

Ora che lascio, più acuta si fa la coscienza di non essere stato abbastanza l’“illimitato” dei rami che respirano il vento e il “calore” del nido che accoglie. E dunque rimane a memoria la coscienza di avere molto da farmi perdonare. Molto.

Ma, insieme alla coscienza dell’avara misura che ha segnato questo mio ministero nella grande città, lo stupore per la grazia che mi fu concessa. “Grazia”, la parola dice dono per cui trasalire. E non certo merito da sbandierare.

Quante volte in questi anni mi sono chiesto come fosse possibile contenere. Contenere in questa misura limitata del mio cuore tante storie, tanti cammini. Ospitare, anche per poco. E commuoversi ai voli. Voli che non sempre bevono il cielo. A volte conoscono ferite che risucchiano verso la terra. E ripartenze dolorose. Essere nel nido e essere nel volo. Come poteva il cuore contenere? Ospitare? Se non per “grazia”? Sarebbe dissacrazione, sacrilegio, ingenuità imperdonabile attribuirne il merito alla propria misura. Tanta e tale è la sproporzione tra il piccolo di un cuore e lo sconfinamento delle mille e mille storie che sono state ospitate.

Ospitare e inseguire, sia pure per un breve tratto, i voli. E sognare che negli occhi degli uccelli, lungo rotte invisibili, fatte di vento, sia rimasta l’attrazione per Gesù. E sia lui a condurre e a soccorrere il volo. E non ne impallidisca mai la memoria nella sete degli occhi. Lui. E nient’altro che il suo vangelo. Se fossi riuscito a tanto o se questo in parte avessi almeno sfiorato, se questo fosse rimasto nelle vene di donne e uomini con cui ho camminato, mi verrebbe da esultare. Come per una grazia, la grazia delle grazie.

La sete di Gesù negli occhi. Dentro i voli, i voli della vita. La sete che ci salva. Salva dal fuoco fatuo, pallido delle idolatrie, civili e religiose.

Delle mille e mille e mille storie che mi hanno emozionato in questi anni, storie di voli, che hanno traccia nel cuore, vorrei qui ricordare, su questo foglio ultimo, simbolo di tante altre, quella di una donna che qualche anno fa venne a cercarmi, per via che un giorno le era capitato di ascoltare il mio nome ad una trasmissione e l’aveva annotato. Mi raccontò come, poco tempo prima, in una delle sue notti, forse la più imbevuta di disperazione, a un tratto, inaspettatamente, in lei, che da trent’anni non metteva piede nelle chiese, proprio in lei, nella sua mente, fosse sbucata all’improvviso una invocazione, piccola come brivido di luce nella notte. Questa: “Dì una sola parola e sarò salva”. “Trovai” mi disse “la pace.” Provo ancora emozione al racconto. Non mi si cancellerà tanto facilmente dagli occhi quella notte, la risposta di luce al grido disperato di una donna, lo stupore per il filo che, dopo anni e anni, la ricondusse a Gesù, a una invocazione del vangelo, lo stupore per un filo ancor più esile, quello di una trasmissione che aveva condotto a me quella donna.

Che ne sai tu del volo degli uccelli? E come puoi augurarti che unica sia la loro rotta nel cielo? Niente imprigionamenti. O sequestri in rotte predeterminate. Purché rimanga sete di Gesù e della sua parola negli occhi, nelle rotte per il cielo. Ho osservato in questi anni, stupendomi, mille e mille e mille rotte nei cieli.

Forse è ora che chiuda la pagina di questo foglio. C’è un tempo per aprire e c’è un tempo per chiudere. A riaprire questo foglio sarà un amico, don Giuseppe Grampa. E ancora sono qui a registrare la bellezza di un filo: la conoscenza viene da lontano. Quando ero ancora giovane prete, ebbi l’avventura di conoscere, in anni non dimenticati, la sua famiglia, in una parrocchia di Busto Arsizio. Mi sono rimasti amici, da allora, lui, il fratello, vescovo a Lugano, i suoi. Sarà lui ora a seguire e a sorprendersi ai voli.

C’è un tempo per cominciare e c’è un tempo per chiudere. Di solito si celebra la bellezza del cominciare. Meno, quasi mai, la bellezza del chiudere. Da bastian contrario come sono, vorrei dire che c’è bellezza, bellezza da assaporare, anche nel chiudere: proprio allora ti è dato sentire quanto del popolo, con cui hai camminato, ti sia rimasto nelle vene. Quanto dei loro visi, dei loro voli pulsino in te! E misuri anche quanto le loro storie ti abbiano, per grazia, aiutato. Aiutato anche ad essere prete, prete un po’ meno “prete”, lontano da derive clericali.

Così, chiudendo, il pensiero va a tutti voi. Come l’apostolo Paolo, ma da smisurata distanza, vorrei dirvi: “La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori… scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori” (2 Cor 3,3). La mia lettera, siete voi.

C’è una bellezza da assaporare anche nel chiudere. È quella che ti assale quando osservi il viso di coloro con cui hai diviso giorni e notti e ti prende stupore per come sono cresciuti nel viaggio, dovrei dire, per come sono cresciuti all’ombra della Parola di Dio. Non sono imprigionati né potranno più esserlo. Non sono schiavi, di niente e di nessuno. E’ come se la Parola di Dio li avesse liberati dalle mille vischiosità mondane ed ecclesiastiche. Li senti maturi e liberi, come Dio vuole i suoi figli. Uomini e donne che onorano la libertà della coscienza, l’impronta più alta del Dio in noi.

Proprio sapendo di questa mio profondo convincimento che la vera lettera siete voi, “grandi” sono stati i miei collaboratori più vicini a non cedere al rituale in uso quando un prete se ne va. Quasi sempre succede che si vada ad immaginare pubblicazioni patinate, spesso di maniera, per lo più enfatiche, con destinazione aria chiusa di cassetti dimenticati. Loro invece, don Alberto, don Paolo, don Giorgio e , con loro, i collaboratori che mi sono stati vicini in questi anni, “grandi” nei pensieri del vangelo, mi hanno risparmiato gli incensi fuori misura di un libro patinato. È altro il luogo su cui scrivere, altro il luogo su cui Dio ama scrivere, altro il luogo su cui noi scriviamo i nomi amati. Nomi che ci accompagnano, per le rotte infinite dei cieli.

“La lettera siete voi.” E non ha pagine finite.

C’è un tempo per chiudere e c’è un tempo per riaprire.

Per riaprire in un luogo più segreto. Il luogo dell’anima.

don Angelo



LE FRONDE E LE RADICI
Il saluto di don Giuseppe a don Angelo

Cerco nella memoria e scopro che i miei incontri con don Angelo sono avvenuti grazie ad altri: grazie a mia sorella e al mio futuro cognato che si preparavano al matrimonio sotto la guida di don Angelo allora coadiutore nella nostra parrocchia di san Giovanni a Busto Arsizio. La cura di don Angelo per questo momento decisivo della vita - la preparazione al matrimonio - viene da lontano... Poi altri amici mi parlarono di don Angelo trasferito come parroco a Lecco. E infine mi hanno parlato di don Angelo in questi anni i suoi scritti: l’ho incontrato nelle sue omelie; in alcuni piccoli, preziosi libriccini di poesie; negli editoriali sul Notiziario della sua parrocchia milanese. Dunque un incontro, una conoscenza mediata da persone amiche e da parole scritte, sobrie e intense.

E questo è davvero per me il tratto singolare della personalità di don Angelo: manifestarsi attraverso la cura per le relazioni con le persone e la cura per la parola, mezzo per lui privilegiato di comunicazione e relazione. Non so se sono stato designato come successore di don Angelo in ragione dell’antica amicizia che ci unisce o per una sintonia che porta anche me a riconoscere alla parola il ruolo decisivo nella costruzione di relazioni significative.

Sono persuaso che la trama di amicizie che solo una parola limpida alimenta sia il tesoro più prezioso che possiamo ‘accumulare’ nei nostri giorni. Me ne accorgo vedendo con quale sincero affetto le persone in questi giorni accompagnano il congedo. In questi giorni ho scoperto un’altra sintonia con don Angelo: entrambi abbiamo il ‘pollice verde’ e ci prendiamo cura di fiori e piante. Forse con una differenza: don Angelo guarda ai rami degli alberi accoglienti per gli uccelli del cielo, non possessivi perché aperti al vento che gioca con le fronde. Di un albero mi piace immaginare le radici, profonde nella terra: le mie radici sono la mia storia e le innumerevoli persone grazie alle quali sono quello che sono.

Nelle mie radici riconosco anche don Angelo e le sue parole.

don Giuseppe Grampa



IL VOLTO DI UN AMICO
Il saluto della comunità a don Angelo

Come si ricorda la visita nella chiesa di san Giovanni in Laterano in Milano che don Angelo Casati ha retto per ventidue anni?

Non è detto che si debba essere entrati nell’edificio che si affaccia su piazza Bernini, ora deturpata da un cantiere che ha provveduto a segare gli alberi prospicienti proprio la chiesa della comunità che vuole essere “come albero”.

Più che visitare si viene visitati: Angelo, per fedeltà al nome, reca buone notizie, trasmette vangelo che varca le soglie e si dissemina per le vie. “Ecco, in mezzo un angelo” (H. Banse). Si è visitati nelle case quando c’è festa o c’è sofferenza con una discrezione affettuosa e una disponibilità smisurata, ci si incrocia nelle vie del quartiere, nelle strade della città, nei sotterranei della stazione che ricorda l’orrore della deportazione, sui sentieri di montagna e sulle piste del deserto, nel sole e nel vento del figlio dell’uomo, nelle pene del dolore e dell’ingiustizia, raccolte e accompagnate, “nei volti degli amici/la terra di domani”.

“A don Angelo che gli va incontro lieve e sorridente” (Abramo Levi) che cosa può dire l’uomo comune e vero?

Forse non c’è nulla da dire, nel silenzio delle cose, solo un sussurro di sottile silenzio in cui cogliamo una presenza che procede, precede, sopravviene e soccorre.

“Sei la porta
non un muro
sordo
e invalicabile, Signore.
Non il fine corsa
ma l’introduzione.
E dimora
all’infinito migrare
una tenda:
ombre segrete,
parole dissepolte,
luce
che trema
sui volti”.

Un uomo che cammina, una comunità in cammino, un incrociarsi e accompagnarsi di uomini liberi oltre gli steccati e il risentimento delle appartenenze esclusive: è quanto abbiamo visto e conosciuto in questo uomo, in questo luogo che si è fatto come albero, nuovo, esemplare progetto pastorale, nuovo oratorio, giornale nuovo e diffuso in ogni dove, sito informatico accogliente e frequentato, cattedra dei non credenti, luogo di formazione per promessi sposi, si è fatto odòs, si è fatto La tenda.

Nella precedente parrocchia di San Giovanni in Lecco, La tenda era la testata del giornale parrocchiale. Qui è divenuto il dono che don Angelo lascia sulle strade del quartiere.

Da questo venire incontro sulle strade del mondo si passa anche nella chiesa come luogo di culto e di celebrazione. E anche i muri, l’arredamento, il colore, lo stile dell’edificio si è reso “lieve e sorridente”.

Anche in questo caso si è risolto il prodigio di un sacro penetrato dal santo, una crocevia di luci ed ombre, di croci e di fiori, di lumi e chiarori che hanno trasformato questo quadrilatero irregolare in casa di celebrazione della Parola, un festoso, sempreverde e fiorito giardino.

Per anni che sembrano i più intensi della nostra vita abbiamo visto e ascoltato don Angelo, profeta della parola e ministro dell’Eucaristia. Per anni abbiamo gustato il tripudio della sintonia con i nostri arcivescovi, della comunione con le chiese, della condivisione cattolica davvero con le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto…(GS 1).

Il tripudio di una gioia senza confini ha abitato i nostri cuori nei canti e nel silenzio alla comunione ed ha sorriso negli occhi di don Angelo, accesi dalla luce dell’invisibile, indici dello Spririto giusto, quello che non si autocelebra, ma rinvia sempre alla Croce, all’albero che apre il cielo.

Non si entra in questa chiesa, essa vi viene incontro. Salutare don Angelo non si può, ci ha narrato che non c’è addio per gli occhi e le mani abitati dalla memoria del Risorto, ancora Non il fine corsa, ma l’introduzione alla fede che fa liberi.

Il coro di grazie che don Angelo ha raccolto intorno a questa chiesa è umile e grande, un coro fuori coro il continuo semplice dono di sé che è entrato nella storia vera delle famiglie, delle coscienze e di questo piccolo gregge.

Grande teologo questo nostro parroco, come riconosceva la scrittura laica di Giuseppe Pontiggia nell’introduzione alla seconda raccolta di poesie di Angelo Casati, se teologia è conoscenza dell’amore di Dio, è carità, parola e azione fecondante.

Ma dove sta il novum, la novità del vangelo, la cosa sorprendente? Sta nel seminatore, figura, in primis, di Dio. Sta in quel gesto largo, noi diremmo, poco oculato, di uno che getta il seme senza curarsi di dove finisca, cedendo, diremmo, alla logica dello spreco. Se c'è da gettare un seme, sembra dire, segui la logica dello spreco. La cosa che sorprende è questa. Sorprendente, se la confrontiamo con la nostra logica di avveduti calcolatori. Noi guardiamo i risultati immediati, e se non ci sono, chiudiamo. Concludiamo che sono parole sprecate, è fiato sprecato, energie buttate al vento. E che, dunque, la larghezza è ingenuità, somma ingenuità, è perdere tempo: occorre selezionare il pubblico. Dio è diverso. E quelli che credono in lui, ma credono veramente, credono in quel gesto largo, senza parsimonia, un po' folle, del seminatore. Giudicateli da come ragionano i credenti. Se il gesto è avaro, dicono di credere, ma credono in un altro Dio, in un Dio diverso. Perché lui, il Dio dei nostri padri, l'abbiamo sentito, è uno che ha fiducia, scommette nella forza segreta della sua parola. Per lui, non scende invano: "Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra , senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà senza effetto, senza aver operato ciò che desidero, senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata".
Gesto largo, gesto fiducioso. Mi ritorna alla mente e non finisce di colpirmi una frase della seconda lettera di Pietro:"La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza" (2 Pt 3, 15). La magnanimità! Chissà se nella vita d'ogni giorno, io ci credo! Credo che la salvezza sta nella magnanimità. E non nella meschinità
. (dall’omelia della XV domenica per annum, 13.7.2008)

CS, Milano 4.9.2008




Non violare

Non violare questo cielo
chiaro,
il profumo della terra.
Non violare, ti prego,
il grembo del silenzio.
O non conosci
il sottile
fruscio del vento,
lo strusciarsi di fronda
su fronda in amore?
Io ascolto il fruscio
della terra.
Io so che se Dio viene
è in un sottile alito di vento

don Angelo Casati

 



FAGLI SENTIRE COMUNQUE UN’AMICIZIA
omelia di don Angelo nella ventitreesima domenica del Tempo ordinario
domenica 7 settembre 2008 (Ez 33, 7-9; Rm 13, 8-10; Mt 18, 15-20)

È un problema della chiesa, ma non solo della chiesa. È un problema della vita quotidiana: che cosa fare quando un fratello sbaglia? Attorno a questo interrogativo si intersecano i pensieri delle letture di oggi.

La prima lettura, quella tratta dal profeta Ezechiele, rispondeva con un’immagine, trasparente: “essere sentinella” con chi sbaglia. Sentinella! Ma non perché tu sia chissà chi o chissà che cosa. “Figlio dell’uomo” è scritto “io ti ho costituito sentinella per gli israeliti”. Anzi, letteralmente, “figlio del terrestre”, uomo fatto di fragile argilla. E allora, con il fratello che sbaglia, essere consapevoli delle due cose insieme: che siamo fatti di povera argilla, noi per i primi e, insieme, sentinelle. E dunque lontani da ogni ombra di arroganza che ci fa sentire superiori all’altro e, insieme, lontani da ogni ombra di viltà che ci fa tacere.

Essere sentinella - lasciatemi dire - significa vedere lontano. Una sentinella guarda in avanti, scruta l’orizzonte futuro, cerca di sorprendere segni nascosti. Le tracce di vita o le tracce di morte. Che sentinelle saremmo se ci limitassimo a ripetere luoghi comuni, a registrare le cose che sono sotto gli occhi di tutti? Ebbene avere occhi che guardano lontano è servizio preziosissimo per l’altro e per la comunità. Non lo è, quando siamo segnati da miopia dello spirito, quando non vediamo al di là di un passo. Coloro che sono malati di miopia, di miopia dell’intelligenza e dello spirito, se ben ci pensate, non fanno opera di riconciliazione, fanno opera di divisione.

Ogni volta che penso a questa verità, alla mente mi riaffiorano le parole di Danilo Dolci, che più volte vi ho ricordato. “Chi guarda avanti dieci anni” diceva “pianta alberi; chi guarda avanti cento anni, pianta uomini. Michele aggiunge: e chi guarda avanti solo dieci minuti, pianta grane.”

E noi con chi siamo? Quando un fratello sbaglia, guardiamo avanti dieci minuti o dieci anni o cento anni?

E così veniamo al vangelo di Matteo. Dopo il discorso della montagna, dopo il discorso missionario, dopo il discorso in parabole, ecco il discorso alla comunità, e il problema che cosa fare quando un fratello sbaglia. Qui Matteo, forte dell’insegnamento di Gesù, elabora per la comunità una sua procedura. Non è detto che le procedure oggi debbano essere identiche a quelle dei giorni di Matteo. Ma è estremamente importante sorprendere gli atteggiamenti che sottostanno a questa procedura.

Il primo atteggiamento, che mi sembra di leggere tra riga e riga, è questo: l’appassionarsi di tutta la comunità alla vicenda dell’altro. Non so se l’avete notato, spesso si sorvola: il “legare” e “sciogliere”, che noi abbiamo attribuito esclusivamente a Pietro. “Legherai… scioglierai”, qui, due capitoli dopo, è attribuito senza esclusioni a tutti, a tutti i discepoli. Noi ne abbiamo fato un potere esclusivo di alcuni, mentre tutti, secondo Gesù, abbiamo una parola che può sciogliere da pesi che soffocano. Ognuno può dire all’altro: “alzati e cammina”.

Il secondo atteggiamento, che leggiamo tra riga e riga, riguarda il clima che si deve respirare, anche quando c’è da correggere, che è un clima di fraternità. “Se tuo fratello…” è scritto. E ancora “se tuo fratello…”. Rimane fratello. Comunque.

In terzo luogo: è tale la passione che hai per il fratello, a tal punto ti importa che le escogiti proprio tutte, le inventi tutte, pur di non perderlo: “Ammoniscilo tra te e lui solo, prendi con te una o due persone, dillo all’assemblea”. Noi ci fermiamo molto prima.

Ma nella prassi - voi lo avete senz’altro notato - è sotteso anche un insegnamento su uno stile di delicatezza: non mettere l’altro in difficoltà, pubblicizzando; ammoniscilo tra te e lui solo. Una norma che sottende il rispetto dell’altro, mentre spesso invece norma è il pettegolezzo, la maldicenza. Spesso, capita anche nella chiesa, lo stile è della denuncia, l’adire i superiori, senza prima aver parlato a tu per tu con l’altro.

E infine una parola per interpretare il difficile monito: “Se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano”. A volte si è interpretata questa parola come un farla finita. E dunque “scomunicalo!”. Ma come? Gesù non ha appena finito di raccontare che il pastore non si rassegnerà mai a dare per perduta una, neppure una, delle sue pecore? E allora cosa pensare?

So che la mia è un’interpretazione molto personale e forse anche un po’ bizzarra. Ma mi sono fermato su quelle due parole: “Sia per te come un pagano e un pubblicano”. Mi sono chiesto qual era l’atteggiamento di Gesù verso i pagani e i pubblicani. Non si diceva forse che era amico dei pubblicani e dei peccatori? Amico. E allora ho prolungato la raccomandazione di Matteo. Mi sono detto: “Sia per te, come erano per Gesù i pagani e i peccatori. Fagli sentire comunque un’amicizia. Come la faceva sentire ai pubblicani e ai peccatori Gesù. Comunque.



Dio sta nel dettaglio
Incontro con Paolo de Benedetti alla Cattedra dei non credenti il 20 maggio 2008

È bello che sia Paolo De Benedetti a concludere questi incontri della Cattedra, con lui abbiamo cominciato, e tante altre volte in questi anni generosamente ci ha regalato la sua presenza, la sua sapienza…”
Sorride don Angelo con gioia, con affetto, sentimenti che circolavano la sera del 20 maggio, tra i tanti accorsi nella sala dell’oratorio. E la trattazione dell’argomento si è dipanata pian piano, con quella leggerezza precisa ed insieme semplice, attraente che è propria di PDB rivelandosi alla fine come una piccola summa di temi biblici e teologici consegnati a noi quasi breviario di vita e di fede.

Ha Doresh, colui che cerca e che vuol essere cercato

«Mosè si accosta al roveto ardente, incuriosito: non sa, non vede, che, nascosto dentro il roveto, Dio lo guarda, lo aspetta… Non è lassù in cielo, tra le nuvole, è lì tra i rovi.»

C’è silenzio intenso nella sala affollata.
«E ricordate» prosegue «la vicenda del profeta Elia, che obbediente al comando del Signore, esce dalla grotta ed invano cerca Dio nei grandi eventi naturali, infine lo troverà in una “voce di silenzio sottile”. Un maestro rabbinico ha commentato dicendo che Dio parla talvolta tra i capelli del tuo capo. E noi possiamo aggiungere che tutta la storia biblica e postbiblica è un progressivo passare dai tuoni ai silenzi sottili, dagli universali, chiamiamoli così, ai dettagli.
Così evocata, risuona la parola del rabbì di Nazareth: “non temete, tutti i capelli del vostro capo sono contati…»

Mitžvot : ciò che conta è il mittente

E poi Dio sta nei precetti, nelle mitžvòt. Ma cos’è il precetto?
«Sapete che, secondo il calcolo rabbinico, i precetti sono 613 di cui una parte positivi, ed una parte negativi, ma, di essi, alcuni sono sospesi perché legati al culto del Tempio, che non c’è più.
Dunque non si tratta del Decalogo, che è una specie di riassunto, le mitžvòt hanno a che fare con la vita quotidiana. Ad esempio nel libro dei Numeri è scritto:“Il Signore aggiunse a Mosè: parla ai figli di Israele e ordina loro che si facciano di generazione in generazione fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola; avrete tali fiocchi e quando li vedrete, quando li guarderete, vi ricorderete di tutti i comandi del Signore per metterli in pratica, e sarete santi per il vostro Dio”.»

Ecco come si fa ad essere santi: guardando i fiocchi, nei fiocchi, nei tzitziòt, ti ricordi di Dio. Lo stesso per i tefillim, quelle scatolette di cuoio che contengono frasi della Torah, che si legano alla fronte e al braccio.

«Talvolta è stato detto che in questi precetti c’è un valore metaforico, oppure che esprimono norme igieniche, riti e costumi: ma poiché per la tradizione ebraica l’uomo non è puro spirito, è sintesi di anima e corpo, la centralità della corporeità fa sì che la presenza di Dio sia sperimentata dall’uomo comune nella vita di ogni giorno, nelle sue attività e ruoli di padre, di lavoratore. L’osservanza di un precetto riporta la persona a far presente Dio, a ricordarlo. In Deuteronomio a proposito del sabato è detto “osserva il sabato”, in Esodo “ricorda il sabato”. L’osservanza è strettamente legata al ricordo. Quindi, a guardar bene, ciò che conta non è il contenuto del precetto, ma il mittente. Ed è il mittente che si fa presente nel precetto, non l’azione concreta che viene richiesta.»

Essere un midrash vivente

“Dio sta nel dettaglio” vuol dire anche, continua Paolo De Benedetti, che lo possiamo trovare in una parola, in un nome: pensiamo ai migliaia e migliaia di nomi dei bambini morti ad Auschwitz, che sono scandititi uno dopo l’altro nella Galleria buia dello Yad Vashem: «Sta soprattutto nei volti, nel volto dell’altro, l’altro che mi è vicino, l’altro del mio condominio, non quello che sta in Australia.
Infine Dio sta in ogni vivente del creato, una mosca, un verme, un albero, gli occhi del nostro cane… E mi riconcilio con Paolo, che,malgrado fosse ossessionato dalla Legge, dai precetti, nella Lettera ai Romani ha detto quella cosa bellissima “tutta la creazione geme nelle doglie del parto ed aspetta la redenzione finale…”
Paolo De Benedetti conclude richiamando il midrash evangelico della donna che spazza tutta la casa alla ricerca della moneta perduta. Così fa con noi il Dio che cerca e che vuol essere cercato: ci affida il compito di essere a nostra volta un midrash vivente, la realizzazione, nella nostra vita, del “settantunesimo senso”, il nostro, della parola di Dio.

Franca Ciccòlo
A Milano, il 7 settembre 2008





Nella Comunità parrocchiale:

hanno ricevuto il Battesimo

FILIPPO SACCHETTO
TOMMASO SACCHETTO



abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

LUCIANA CABRINI (a. 83)
ROSA MOREA (a. 83)
FEDERICA RIZZI ved. BUSSOLATI (a. 90)
FULVIA CHIARA MUCCIOLI ved. TARCHI (a. 79)
ANDREA CAVENAGHI (a. 88)
GIUSEPPE RABBIA




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