parrocchia - celebrazioni - omelie - cattedra - oratorio - gruppi - come albero - preti - blog - link
 
 
Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

settembre 2010


PER RICOMINCIARE...

Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra.
Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d'Israele.
Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte.
Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

 

SALMO 120


 

TUTTI A SCUOLA

È lunedì 13 settembre e scrivo queste righe mentre dalla mia finestra vedo ragazzi e ragazze che attraversano piazza Bernini per recarsi alla scuola di piazza Leonardo: è il primo giorno di scuola. Tutti a scuola! Forse alcuni studenti avrebbero preferito prolungare le vacanze… a loro vorrei dire che sono davvero fortunati nell’iniziare un nuovo anno di scuola. Nel mondo almeno 130 milioni di bambini non possono frequentare la scuola: non imparano né a leggere né a scrivere. Fortunati noi che possiamo andare a scuola! Ma non solo i nostri ragazzi iniziano la scuola: quest’anno la nostra parrocchia chiama a scuola gli adulti, tutti gli adulti per quella che chiamiamo SCUOLA DELLA PAROLA. Esattamente trent’anni fa, nel settembre del 1980 il cardinale Carlo Maria Martini dava inizio nel nostro Duomo a quella che appunto chiamò La Scuola della Parola. Così il cardinale Martini ha raccontato quegli inizi: «Al mio arrivo a Milano come arcivescovo un gruppo di giovani mi ha avvicinato e mi ha chiesto di spiegare loro come meditare a partire dalla Sacra Scrittura, cioè come fare la lectio divina: ho proposto loro una serie di incontri in Duomo. Conoscendo l’incostanza dei giovani non avrei mai pensato di incontrarne molte centinaia e ho pensato che si trattasse dell’entusiasmo della prima volta. Il mese dopo erano il doppio, crescevano di numero, di mese in mese, tanto da riuscire a occupare tutti i 4.000 posti a sedere del Duomo e poi da riempirlo tutto, anche d’inverno. cosa che se pensate al fatto che il Duomo non è riscaldato genera un po’ di commozione. Non si trattava di una predica né di una catechesi: mi sforzavo semplicemente di mettere quei giovani davanti al testo biblico, di farli specchiare nel testo, personalmente. Chiedevo loro di domandarsi: “Come questo testo parla a me e di me?”. Così per cinque anni. Il Duomo era talmente pieno che non bastava più e allora abbiamo pensato di disseminare l’esperienza in settanta chiese della diocesi affidando a 70 sacerdoti e laici il compito di animare la scuola della parola decentrata». Ho avuto la grazia per sette anni di essere uno di quei settanta. Anche per questo insieme con gli altri preti della parrocchia ho pensato di proporre alla nostra comunità la Scuola della Parola. Ci farà da guida don Matteo Crimella, sacerdote ambrosiano, che ha conseguito il dottorato in Scienze bibliche presso l’Ecole Biblique di Gerusalemme. Il grande scrittore francese Paul Claudel diceva: «I cristiani sono così rispettosi della Scrittura, che esprimono questo rispetto con lo starne lontano». La nostra iniziativa vorrebbe aiutarci tutti a conoscere meglio le parole della Sacra Scrittura. Lascio di nuovo la parola al cardinale Martini per raccomandare a tutti la Scuola della Parola che stiamo per iniziare: «Oggi un cristiano non può diventare un adulto nella fede, capace di rispondere alle esigenze del mondo contemporaneo, se non ha imparato a fare in qualche modo la lectio divina. Va fatta da ciascun cristiano che abbia un minimo di cultura di base e intenda percorrere un cammino spirituale serio… Io non mi stancherò di ripetere che essa è uno dei mezzi principali con cui Dio vuole salvare il nostro mondo occidentale dalla rovina morale che incombe su di esso per l’indifferenza e la paura di credere. La lectio divina è l’antidoto che Dio propone in questi ultimi tempi per favorire la crescita di quella interiorità senza la quale il cristianesimo, che non può fondarsi soltanto sulle tradizioni e sulle abitudini, rischia di non superare la sfida del terzo millennio… Nessun cristiano che abbia un minimo di cultura e che voglia fare un serio cammino interiore, dica di non avere tempo. Si può non avere tempo per leggere il giornale, per vedere la televisione, per sorseggiare un aperitivo, per seguire le competizioni sportive, ma non si può non trovare il tempo per la lettura della Parola di Dio». Lo scopo della Scuola della Parola è insegnare a fare la lectio divina, insegnare a mettersi personalmente di fronte al testo, per pregare a partire da esso. Insegnare a vivere con gioia, con gusto, con sorpresa l’incontro con la parola di Dio scritta, che poi diventa incontro con Gesù che mi sta chiamando e al quale cerco di rispondere. Al centro della Scuola della parola sta la Parola: tutti siamo in docile ascolto del testo. Il predicatore è solo un aiuto nella lettura e meditazione del testo, ma facendo in modo che risulti chiaro il primato del testo, il primato della Parola di Dio. Ancora il Cardinale: «Il punto fondamentale che qualifica la Scuola della Parola (con il quale sta o cade questa esperienza) è di favorire un contatto attivo con il testo (che è propriamente la lectio) così da propiziare un contatto personale con il Signore (che è la meditatio e la contemplatio)». E sono minuziose le indicazioni che offre perché la lectio sia rigorosa: «Come dividere il testo per cercare di discernere la sua struttura? Come potremmo coglierne le scansioni? Come mettere in rilievo gli elementi portanti? Quali sono i personaggi chiave? Ne abbiamo dimenticato qualcuno? Quali le parole essenziali e quali i verbi delle azioni principali? Quali risonanze bibliche evoca in noi questo testo? Abbiamo sentito altrove queste parole, forse nella liturgia o leggendo un’altra pagina del vangelo?». Ricordo che nei primi incontri in Duomo veniva distribuita una biro con la scritta: Sottolinea il vangelo. La Scuola della parola ci educò al rispetto del testo per lasciarne emergere la forza rivelante. Confesso d’essermi appassionato allo studio di quelle sillabe preziose che sono il veicolo della comunicazione di Dio a noi. Concludo ricordando quello che a trent’anni di distanza dalla prima Scuola della Parola, mi sembra il frutto più prezioso. Lo faccio riprendendo l’ultima consegna di Paolo agli Anziani di Efeso prima di salpare alla volta di Gerusalemme: «E ora vi affido al Signore e alla sua Parola». Notiamo: Paolo non dice vi affido al Signore e vi affido la sua Parola. No l’affidamento al Signore e alla sua Parola è un unico dinamismo. La Parola non è altri che Gesù stesso e il Concilio ci ha esortati con forza ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» con la frequente lettura delle divine scritture.

don Giuseppe

 


CESARE E DIO

omelia di don Giuseppe
nell'ottava domenica dopo Pentecoste
domenica 18 luglio 2010

(1Sam 8, 1-22a; 1Tm 2, 1-8; Mt 22, 15-22)

Rimandiamo la lettura dell'omelia su questo sito alla voce "omelie"


MARIA DI MAGDALA

Giovedì 27 maggio u.s. abbiamo concluso le celebrazioni del mese dedicato a Maria con una seconda meditazione di Dora Castenetto, docente di teologia spirituale nella Facoltà teologica di Milano (la prima la trovate sul numero di maggio di “Come albero”). Il testo, cortesemente trascritto dalla sig.ra Rita Girotti, che ringraziamo, mantiene lo stile parlato e non è stato rivisto dall’Autrice. .


Quando don Giuseppe mi ha chiesto di proporre una riflessione al femminile sul Vangelo, ho pensato alla figura di Maria di Magdala (di cui ho una particolare predilezione): lui ha accettato e sono contenta di poter dire qualcosa di lei. Chi è questa donna? I biblisti discutono sulla figura di tre donne: Maria della casa del fariseo, Maria di Betania e, finalmente, la Maddalena. Non so se gli studiosi hanno ragione, perché alcuni dicono che le donne sono tre, alcuni dicono che è una sola, a me interessa sottolineare che un filo rosso percorre queste tre figure, e ne fanno una sola, al di là delle riflessioni dei biblisti: questo filo rosso è l’amore, la tenerezza profonda, la totalità di un dono ricevuto, accolto e restituito che dà senso al vissuto delle tre donne o dell’unica donna in tre momenti diversi. Allora consentitemi di dire rapidamente qualcosa di queste tre donne o di questa unica donna in tre momenti diversi. Mi pare di poter chiamare Maria nella casa (o Maddalena) nella casa del fariseo la donna dell’alabastro in frantumi. Poi c’è Maria di Betania che conosciamo bene, che è seduta in un ascolto stupito e adorante del suo Maestro. Infine, la Maddalena nel Giardino della Risurrezione.

Maria in casa del fariseo (Lc 7, 36-50)
Mi pare che sia bello guardare questa donna che è in ginocchio ai piedi di Gesù, e piange (così come piange la Maddalena al sepolcro). Questa donna rompe un vaso di alabastro, colmo di profumo prezioso, anzi, “colmo fino all’orlo”, come dire “è proprio straripante, è proprio pieno”. Io ho meditato tante volte su questo vaso perché mi pare che tutta la pienezza, la bellezza di una vita, tutto ciò che si possiede, tutto ciò che simboleggia il bello, il tesoro che si possiede, è versato ai piedi di Gesù, senza la paura di trattenere nulla per sé. O forse (e questa è una delle interpretazioni che alcuni biblisti danno in questo periodo) questa donna era venuta per corrompere Gesù proprio con questo profumo: Infatti succedeva che quando si invitavano degli amici, il pranzo poteva terminare magari con un rapporto con una prostituta; e questa era venuta con il profumo appunto, forse per corrompere Gesù. Ma le cose cambiano, perché Gesù la guarda. E questo sguardo di Gesù le penetra dentro, tanto che lei ha un sussulto, forse un’intuizione che rovescia in questo momento la prospettiva della sua vita e rovescia anche la prospettiva per la quale era venuta in casa di questo fariseo. E allora non sa fare altro che prendere questo profumo e mandare in frantumi il vaso: il Vangelo di Matteo dice “fracto alabastro”, “spezzato l’alabastro” “mandato in frantumi l’alabastro”... la casa viene inondata di profumo! Ma ora il profumo inonda il Signore in maniera così diversa da quella per cui lei era venuta! Mi pare che questo gesto di questa Maria simboleggi il voler donar tutto, assolutamente tutto, senza trattenere nulla per sé, neppure il bene più grande che poteva avere, la sua bellezza, la sua forza d’amore, la sua femminilità. Sappiamo che questo suo gesto non viene approvato, perché qualcuno dice, come succederà con Giuda più tardi: “Ma come, questo profumo poteva essere conservato, e se proprio voleva darlo al Signore, avrebbe dovuto venderlo e il ricavato darlo ai poveri”. Ma questo è un fariseismo: come succede anche oggi, di fronte a un gesto di gratuità e di donazione assoluta spesso si trovano delle giustificazioni.
Tuttavia quando la donna incrocia lo sguardo di Gesù e sente la sua voce, percepisce che è Lui il dono e non può che dare tutto ciò che ha, incurante dei commenti contro di lei: sente lo sguardo del Signore che le penetra dentro, percepisce la sua voce che sconvolge i nostri disegni, i nostri piani. E così capita a questa donna. Io credo che questo succeda anche a noi, quando sentiamo la voce del Signore, quando noi percepiamo in profondità la sua voce, quando noi incrociamo così il suo sguardo: allora non possiamo che consegnare a Lui totalmente la nostra vita.
Questa prima pagina che abbiamo meditato è una pagina per tutti: quando noi rompiamo il nostro alabastro dopo una vita di fragilità e magari di peccato non dobbiamo avere paura di sentire la voce del Signore e di incrociare il suo sguardo, avvertendo contemporaneamente il peso e la fatica delle nostre fragilità e del nostro peccato, ma con la consapevolezza che il Signore le cancella.

Maria di Betania (Lc 10, 38-42)
Nella seconda pagina che leggiamo, vediamo Maria che, seduta ai piedi del Maestro, lo ascolta. Non richiama la Madonna questo atteggiamento di Maria di Betania? Sta seduta e ascolta, si nutre di questa parola. E allora mi pare che Maria di Betania ai piedi del Signore ci insegni la preghiera cristiana. La preghiera cristiana non è fatta di nostre parole, ma è fondamentalmente ascolto, lasciando parlare il Signore, e, se mai, le nostre sono una risposta alla sua parola. La preghiera cristiana è fatta di silenzio, di comunione, è fatta di una capacità di rispondere alla Parola, è fatta di una restituzione, capendo e diventando persuasi che l’iniziativa è sempre e soltanto Sua, come era stata nella casa del fariseo. È Lui che guarda la donna, è Lui che la colpisce nel profondo del cuore. Maria di Betania sta in questa prostrazione, lì, ai piedi del Signore e ascolta, ascolta. Ma è proprio in questo stare, che si esprime la medesima comunione che abbiamo registrato in casa del fariseo: là sta ai piedi di Gesù e inonda con le sue lacrime i piedi di Gesù, qui sta ai piedi di Gesù e ascolta. Sta, non vorrebbe staccarsi da Lui, così come non vorrà staccarsi quando lo incontrerà nel giardino della Risurrezione. Il medesimo verbo stare si ritrova al capitolo 19 di Giovanni: «Stavano presso la croce di Gesù sua Madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala». È possibile stare presso la croce a lungo? È possibile stare comunque presso la croce per tanto tempo? Ma la croce non è una croce vuota, è la croce di Gesù. Credo che la croce da sola non sapremmo né reggerla né accoglierla, ma se sulla croce c’è l’amato del cuore, come è per Maddalena, allora si sta lì, come ad accogliere nel cuore l’ultimo dono delle sue parole e del suo respiro. E allora si può abbracciare la croce, così come si vede in qualche quadro, dove Maria di Magdala sta ai piedi della croce ma abbracciandola. È già tanto restare ai piedi della croce, ma restare ai piedi della croce e abbracciarla è un discorso molto difficile. E come il profumo versato su Gesù anticipava la sua sepoltura, così ai piedi della croce sembra che questa donna – Maria di Magdala, Maria di Betania, non ci interessa – voglia ancora trattenere questo corpo, questo suo amato.

Maria al Giardino della Risurrezione (Gv 20, 11-18)
Finalmente arriviamo al capitolo 20 del Vangelo di Giovanni. C’è ancora il verbo stare. «Stava all’esterno, vicino al sepolcro e piangeva». “Ma è una donna che sa solo piangere?” ci viene da chiedere. In questo stare vicino al sepolcro è come non volersi staccare da quel toccare Gesù che l’aveva avvinta, prima in casa del fariseo, poi nella sua casa di Betania, infine persino sulla croce. Piange, piange un amore perduto, nascosto. Credo che questo sarebbe un tema molto interessante da considerare perché fa parte della nostra vita: infatti, anche nelle vocazioni più riuscite spesso si può registrare uno smarrimento quando si sperimenta la perdita di un amore che pareva forte e che sembra scomparso. Maria Maddalena fuori dal sepolcro, mentre piange l’amore perduto del suo Gesù, del Signore che aveva tanto amato, rappresenta un po’ noi nei momenti di smarrimento e di prova, quando perdiamo un’amicizia, un amore, una persona cara e siamo come perduti perché ci manca quello che ha costituito l’espressione di un amore grande. Quando lei si sente rispondere dagli angeli o dalle guardie che è inutile che cerchi perché il sepolcro è vuoto davvero, lo smarrimento aumenta dentro di lei.
E allora nasce la ricerca. Anche qui senza la pretesa di un’esegesi biblica, mi pare che questo brano potrebbe essere intitolato La ricerca della fede. Noi cerchiamo il Signore non solo quando lo sentiamo, ma anche quando ci pare di averlo smarrito, quando sembra che la fede non abbia senso e significato, perché il desiderio di Lui, la nostalgia di Lui, anche se inconsapevole, è dentro di noi. Noi siamo fatti per Lui e quindi questa nostalgia ci sta dentro. Per questo Maria lo cerca al buio. La ricerca di Gesù è una ricerca notturna: «Era ancora buio». Come si fa a ricercare l’amato del proprio cuore al buio? Eppure il Signore è lì vicinissimo, perché il Signore non ci lascia soli nei momenti di smarrimento e di paura, nei momenti di angoscia e di desolazione, anche se noi non lo vediamo perché c’è buio, perché i sensi tacciono, perché l’esperienza sensibile non c’è. E allora cerchiamo senza scoprirlo: è una ricerca nel pianto.
Quando poi finalmente Maria vede e sente “l’ortolano”, gli domanda: «Dimmi dov’è». Non è questa anche la domanda che nasce nel nostro cuore quando cerchiamo il Signore e abbiamo la sensazione di non trovarlo, di non vederlo, e allora ci rivolgiamo a qualcuno che ci possa indicare la strada: «Dimmi dov’è, dimmi dove l’hai messo se per caso l’hai messo via tu»? Anche questa è una ricerca nella debolezza della fede, per questo faticosa: «Dimmi dov’è». Mi vengono in mente le pagine del Cantico dei Cantici dove questo discorso della ricerca è molto forte; questo libro biblico è la storia di due amanti, simbolicamente noi e il Signore; questa donna che ha perduto l’amato del suo cuore lo cerca affannosamente, interrogando tutti quelli che incontra: interroga i pastori, «Se avete visto l’amato del mio cuore ditemi dov’è», e poi interroga i prati, i fiori, l’erba, le piante, gli animali ma nessuno le risponde. È come la nostra ricerca di fede: «Dimmi chi è il Signore, dimmi dov’è… Come faccio a trovarlo in questo fatto, in questa circostanza, in questa vicenda? Come faccio a trovarlo nella preghiera, se la preghiera non mi esce dal cuore, sembra non dirmi nulla?». Poi, quando finalmente l’amato si fa vivo, improvvisamente, così come improvvisamente era scomparso l’amata dice: “Io ho cercato il Signore e il Signore era lì, lo ritrovavo nelle cose, lo ritrovavo nelle persone, lo ritrovavo nelle vicende del mio quotidiano, lo ritrovavo in un momento di festa, in un momento di dolore”: questa è la ricerca della fede. Silvano del Monte Athos scrive questa cosa molto bella: «Dio lo scopriamo solo quando abbiamo sperimentato di averlo perduto». Allora ha ragione san Giovanni della Croce quando dice: «Che cos’è la fede? La fede è un ambito certo ma oscuro”. Come fa essere certo e oscuro? La fede è proprio questa decisione… La nostra fede qualche volta è un non capire a livello logico, intellettuale, e tuttavia dire di sì. Quando? Quando il Signore la chiama per nome “Maria”. Allora è come se si illuminasse la vita, è come se capisse d’improvviso che Lui è lì, perché Lui la chiama per nome. Soltanto Lui sa il suo nome, e soltanto Lui sa il nostro nome. Cosa vuol dire? Quando Gesù chiama Maria sa chi è questa donna; e quando il Signore ci chiama per nome sa chi siamo, con la nostra storia, con le nostre paure, con le nostre gioie, con il nostro cuore piccolo o grande, con le nostre fragilità, con le nostre debolezze: sa chi siamo. E Maria si volta! In questo gesto quasi fa memoria di quello che ha vissuto, del rapporto che ha vissuto con Lui, di quella relazione d’amore che ha intrecciato con il Signore Gesù. Ma l’esperienza con il Signore chiede di aprirsi alla novità sorprendente sempre, perché il Signore nel farsi riconoscere si rivela sempre in modo imprevedibile: una volta si rivela mentre noi viviamo una esperienza di dolore, qualche volta si rivela mentre siamo con i nostri bimbi, un’altra volta si rivela quando viviamo un’esperienza di amicizia. E questa è la fede. La fede è proprio quest’esperienza dell’incontro con il Signore che ci viene incontro e ci chiama per nome in modo imprevedibile.
Da tutto questo impariamo che noi non siamo capaci di cercare Dio, ma quando ci si sente chiamati per nome allora ci volgiamo e lo riconosciamo. Noi conosciamo il Signore perché Lui ci cerca per nome, e noi possiamo rispondere perché Lui ci cerca, e ci cerca perché ci ama.
Un’ultima considerazione. Maria ha riconosciuto Gesù, ha ritrovato l’amore della sua vita e vorrebbe trattenerlo per sé, ma il Signore le dice: «Non mi trattenere, ma va’ dai miei fratelli…». Ma come! Aveva pianto tanto fuori dal sepolcro vuoto, aveva interrogato il giardiniere, poi finalmente ritrova il suo Signore e Lui le dice: «Vai, non stare qui, non mi trattenere per te, ma va’ dai miei fratelli»! Qui subentra una considerazione importante: quando noi parliamo dei nostri fratelli, quando noi parliamo del prossimo, quando noi parliamo delle persone a cui dobbiamo portare l’annuncio della Resurrezione e quindi l’annuncio del Signore, noi diciamo sempre “nostri fratelli”, ma sono tali perché fratelli di Gesù! Noi impariamo a voler bene ai nostri, alle nostre sorelle e ai nostri fratelli, cioè a volere bene al prossimo, perché sono i fratelli di Gesù e noi pure siamo con Lui, ma anche perché è come se Gesù ci dicesse: “Non mi cercare dove non ci sono: cercami nella carità, cercami nella prossimità, cercami nei miei fratelli”. Allora Maria corre, come illuminata da questa parola del Signore. Corre. E dice: «Ho visto il Signore», cioè: «Ve lo posso dire perché io l’ho visto».
L’evangelizzazione di cui parliamo tanto, è un andare in risposta ubbidiente a questo “Va’ dai miei fratelli” di Gesù e annunciare con la forza della testimonianza, cioè con la forza di un vissuto, che noi l’abbiamo incontrato. Come sarebbe diverso il nostro parlare di Lui se potessimo avere la forza della Maddalena che dice: “Io l’ho visto il Signore, io l’ho incontrato”. E questo andare dai fratelli evangelizza proprio così, avendo nello sguardo e nel cuore il Signore risorto. «Ho veduto morire la morte», recita un canto popolare, perché la Risurrezione di Gesù dice che la morte è sconfitta. “Io il Signore l’ho visto”, allora vuol dire che è proprio risorto, io ho visto morire la morte.
Allora questo annuncio si farà denso di una comunione, di una contemplazione, di un amore, perché il nostro evangelizzare è “semplicemente” un annunciare ciò che abbiamo visto, lasciando trasudare nella nostra vita questo “aver visto”, questo essersi lasciati incontrare dal Risorto. E allora l’efficacia del nostro annunciare sarà indubbia
.



MEMORIA, SPERANZA, PREGHIERA

omelia di Mons. Piergiacomo Grampa
per la Celebrazione della Cresima

domenica 16 maggio 2010

Questa domenica, posta tra l’ascensione di Gesù al cielo e la discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, ha un suo fascino e una sua suggestione tutti particolari. Gli atti degli apostoli ci dicono che i discepoli di Gesù rimasero nel cenacolo in attesa dello Spirito Santo. Ci domandiamo quali poterono essere i loro sentimenti, quali furono le emozioni, i pensieri, i presentimenti, i progetti, i discorsi in quei giorni tra l’ascensione e la pentecoste. Anche noi siamo riuniti in attesa del dono dello Spirito Santo. Confrontiamo il nostro stato d’animo con quello degli Apostoli.

Penso che l’atteggiamento primo fu quello della memoria. Di fronte alla salita di Gesù al cielo, chi gli era stato più vicino, aveva ascoltato le sue parole più segrete, conosciuto i suoi miracoli, partecipato alla sua preghiera, vissuto con maggiore intimità le sue giornate doveva riandare col pensiero a rivivere quell’esperienza affascinante ed intensa dei giorni trascorsi con lui. I discepoli sono riuniti nel ricordo vivo del loro maestro, per coltivare la sua memoria, per rivivere assieme quanto Gesù aveva detto e fatto. La fede è coltivazione della memoria. C’è fede quando si ripercorre, si approfondisce, si cerca di scavare nel ricordo reso vivo, presente, attivo, efficace. È l’esperienza che avete fatto anche voi nel periodo di preparazione alla cresima, avete cercato di mantenere viva la memoria di Gesù, vi siete impegnati per conoscerlo meglio. È l’atteggiamento di Maria, la madre di Gesù, che «Meditava tutte queste cose, conservandole nel suo cuore». È importante conquistare questo atteggiamento meditativo se vogliamo mantenere viva la nostra fede.
Vorrei farvi un augurio: che possiate realizzare quanto ci faceva ripetere il salmo responsoriale: “contemplare il volto di Gesù”. Come Stefano nel momento del martirio: «Ecco contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Possiate trovare tempo, avere desiderio interiore di conoscere sempre meglio, di saper contemplare il volto del più bello tra i figli dell’uomo. Vedere il volto di Gesù non solo per un godimento estetico di tutte le opere d’arte meravigliose e sublimi che lo ritraggono, ma contemplare il volto di Gesù per rafforzare l’amicizia con lui, rinnovare l’impegno di restargli vicino, di essergli amico fedele e generoso. Se volete essere cristiani veri, autentici amici dovete coltivare la memoria viva di Gesù.

Penso che un secondo atteggiamento albergasse nel cuore dei discepoli nei giorni tra l’ascensione la pentecoste. Un atteggiamento di preoccupata speranza. Non poteva mancare in loro la preoccupazione per il futuro. Quale sarebbe stata la loro sorte ora che il Maestro era scomparso completamente dai loro occhi, ma non dal loro cuore? Come affrontare la situazione nuova, l’ostilità degli avversari, le indifferenze del mondo esterno? Che ne sarebbe stato di loro, del loro futuro? Erano in attesa! Gesù non aveva promesso loro la venuta del suo Spirito Santo? Non esiste vita cristiana senza attesa, che è desiderio di futuro, certezza di novità, tensione verso un domani aperto. Vivere nell’attesa del Signore che verrà, del suo Spirito che opera in noi meraviglie. Vivere nell’attesa, nella speranza che vince ogni delusione e scoraggiamento: è il secondo atteggiamento richiamato a noi dai discepoli di Gesù nei giorni tra l’ascensione e la pentecoste. Attesa che è occasione per rinnovare il vostro impegno, la cresima non è il Sacramento dell’abbandono ma dell’impegno rinnovato, della responsabilità accresciuta, della coerenza. Volete sapete ciò che maggiormente rattrista il mio cuore di Vescovo? È pensare, quando amministro le cresime che quella celebrazione segna, per molti di voi, il momento dell’abbandono invece che quello dell’impegno, della fedeltà, della crescita. Dopo la Cresima perdete la speranza di poter restare amici di Gesù. La vostre preoccupazioni, difficoltà e lotte uccidono la speranza.

E poi un terzo atteggiamento mi pare di dover cogliere: quello della preghiera. Sono gli Atti degli apostoli ad assicurarci che in attesa dello Spirito Santo i discepoli erano assidui nella preghiera con Maria nel Cenacolo. Lo Spirito Santo viene dove è atteso, desiderato, invocato. Lo Spirito Santo rinnova e porta frutto solo se lo si vive con spirito di preghiera. Pensiamo quanto intensa dovette essere la preghiera di lode e di invocazione dei discepoli. La preghiera che è nutrimento dell’amore e della carità; la preghiera che è espressione del nostro vuoto e del nostro bisogno di riempirlo con la sovrabbondante carità dello Spirito. La preghiera è il respiro di ogni anima che fa memoria e vive nell’attesa che si compia il regno di Dio. Se la dimensione più vera della Chiesa è quella del già e del non ancora, l’esperienza della Cresima deve farci sentire in modo particolarmente intenso questo sentimento del già e del non ancora. Del già visto, vissuto, sperimentato, che non è ancora però la pienezza della nostra conversione, della nostra adesione piena e totale allo Spirito del Signore Gesù, del nostro impegno perché la sua volontà sia fatta e il suo regno venga. Celebrazione della memoria, dell’attesa, della preghiera: del già e del non ancora, quello della Cresima. Venga lo Spirito Santo a dare pienezza e compimento al regno di Dio in noi e nel nostro mondo, quanto ne abbiamo di bisogno voi lo vedete. Quando le forze del male, della violenza, del peccato vi assediano non dimenticate la preghiera, la fedeltà alla Messa festiva, di rispondere alle proposte che vi vengono dalla parrocchia e dall’oratorio non solo di gioco e di divertimento, ma di preghiera, di crescita interiore, di vita spirituale. Lo Spirito Santo vi faccia sentire questo bisogno ed accresca il vostro desiderio di pregare.

Memoria, speranza e preghiera devono essere i frutti della vostra Cresima.


 

PRENDERE SUL SERIO LE COSE DEI PIÙ PICCOLI
Una piccola esperienza
di "Tempo per le famiglie" nella nostra parrocchia

Anche quest’anno l’esperienza del “Tempo per le Famiglie” sta svolgendo al termine. Durante la conclusione, prevista per il 10 giugno, saluteremo ventun dolcissimi bimbi… bimbi che abbiamo conosciuto quando quasi tutti ancora gattonavano e che poi abbiamo visto pian piano alzarsi e muovere i primi timidi e incerti passi… Li abbiamo seguiti con tenerezza e attenzione in questi mesi cercando di offrire loro uno spazio che non fosse solo un luogo, ma anche un tempo per incontrare altri bambini e per sperimentare e sperimentarsi in nuove scoperte.
Ma forse c’è ancora qualcuno che non conosce il “Tempo Per le Famiglie”! È anzitutto un’esperienza educativa, da tempo diffusa nella città – ma che nel nostro territorio è offerta dalla Parrocchia – per le famiglie che hanno bimbi piccoli (dai 9 ai 36 mesi). Don Paolo ha messo a disposizione uno spazio dell’oratorio, don Giuseppe ha destinato alcune risorse economiche che hanno fatto sì che Fondazione Aquilone potesse gestire il servizio attraverso due educatrici e la consulenza di una pedagogista (Alessandra Giovannetti) che ha accompagnato con passione il percorso di questo terzo anno di attività.

Una mamma che quest’anno ha utilizzato il servizio racconta: «Ogni martedì e giovedì mattina ai bimbi veniva data la possibilità di iniziare ad incontrare e prendere confidenza con altri bambini in un ambiente organizzato con diverse proposte di gioco (una bellissima cucina in legno per il gioco del far finta, l’angolo morbido, lo spazio del gioco a terra...)». Una nonna aggiunge: «Le educatrici hanno strutturato le mattinate secondo una routine che dà sicurezza ai bimbi: dopo l’accoglienza, era possibile il gioco libero, poi la merenda e le canzoni cantate in gruppo grandi e piccoli, infine proposte di gioco strutturato per la scoperta di nuove emozioni e sensazioni ed anche per le prime esperienze di autonomia». Un’altra mamma afferma: «Il tempo per le famiglie è stato anche per noi grandi la possibilità di incontraci, fare amicizia, condividere le esperienze, cercare risposte alle proprie incertezze. Siamo sempre più convinti che genitori non si nasce, ma si diventa».

Fondazione Aquilone è convinta che “Tempo per le famiglie” sia un’opportunità educativa non in alternativa al nido (esso infatti risponde ad altri bisogni), ma un servizio importante per le famiglie che non utilizzando il nido, sono comunque alla ricerca di opportunità per uscire dalle solitudine, di proposte che possono arricchire la crescita dei bimbi e prepararli al passaggio alla scuola dell’infanzia. “Tempo per le famiglie” è anche una risorsa per nonni: sanno che possono contare per qualche ora alla settimana sulla creatività e la gioia di uno spazio che offre attività e incontri.

Questa bella esperienza non sarebbe stata possibile senza la sensibilità dimostrata da don Giuseppe e don Paolo verso i più piccoli della comunità ai quali vanno i nostri più sentiti ringraziamenti. Anche con questo servizio la comunità parrocchiale ha voluto esprimere la propria attenzione verso le famiglie e il proprio impegno nel "prendere sul serio le cose dei più piccoli".

Desideriamo infine ringraziare tutte le famiglie che mai come quest’anno hanno partecipato con entusiasmo e calore alle attività proposte e tutti i bambini e le bambine che con i loro teneri sorrisi hanno scaldato anche le giornate più piovose di Milano!!

Magda, Debora e Loris.

 


L'ORATORIO IN CIFRE

Mi capita talvolta di parlare con qualcuno dell’oratorio e delle sue attività. Spesso mi si chiede: ma quanti bambini ci sono? Quanti giovani? Cosa fate? Come si sostiene economicamente l’oratorio? Cerco di dare alcune risposte “numeriche”, lasciando ad un altro articolo successivo qualche riflessione più ampia. L’oratorio ha queste attività:

Iniziazione cristiana (il catechismo che va dalla terza elementare alla prima media): quest’anno erano iscritti 367 bambini, di cui 96 al primo anno, 96 al secondo anno, 99 al terzo anno e 86 al quarto, quello della cresima. Per aiutare questi bambini abbiamo circa 30 catechiste (alcune fanno un doppio turno!) e 6 ragazze delle superiori, che le affiancano. Sapendo che il rapporto educativo migliore per un’esperienza come quella del catechismo dovrebbe essere 1 catechista per 9 bambini al massimo… fate voi i conti!

Il “dopo cresima” (dalla seconda media all’università):
Il gruppo di seconda media oscillava sempre tra i 35 ei 50 ragazzi ad ogni incontro (soprattutto quello in cui c’era la cena insieme), guidato da tre educatori più il sottoscritto;
Il gruppo di terza media si è stabilizzato intorno ai 25-30 ragazzi con due educatori più me;
I gruppi delle superiori (prima e seconda, terza e quarta) hanno raggiunto anche quota 50 insieme, ma la media è intorno ai 20 per gruppo, guidati da otto educatori;
Il gruppo giovani raduna la quinta superiore e gli universitari, che già fanno gli educatori e si occupano di altre attività in e fuori parrocchia: siamo intorno alla ventina di persone, con un educatore oltre me.

Lo Spazio Studio: un educatore tiene le fila di questa bella iniziativa che ha iscritto circa trenta ragazzi delle medie e delle superiori, seguiti da una ventina di volontari.

Il Tempo per le Famiglie di cui avete trovato un articolo su questo numero del notiziario.

L’Oratorio si mantiene grazie alla generosità delle famiglie, alle attività che si svolgono e alla partecipazione della parrocchia: per esempio non paghiamo riscaldamento ed elettricità. Da settembre 2009 al giugno 2010 le entrate sono state circa 26.000 euro, di cui 8.782 per le offerte libere per il catechismo, la prima comunione e la cresima; 9.000 per le varie attività di carità e circa 8.000 tra il bar, le feste, contributi dal Consiglio di Zona, dai genitori che usufruiscono del “Tempo per le Famiglie” ecc.
Le uscite sono state circa 25.000 euro (25.182 per la precisione), di cui 9.000 per la carità ad Haiti, 3.000 per le attività della “Tenda”, 5.000 per il Tempo per le Famiglie e lo Spazio Studio e 5.500 per il catechismo (Bibbie, materiale, regali prime comunioni, cresime, feste…), il resto per le spese del bar e della gestione tecnica (da notare i 400 euro delle spese bancarie!!!!). Questa estate dovremo affrontare anche la tinteggiatura dell’oratorio, un nuovo impianto luci per la zona “agorà” e un servizio di videosorveglianza per prevenire i furti e gli atti di vandalismo di cui anche quest’anno siamo stati vittime.

Questi i numeri… ma per fortuna l’Oratorio è MOLTO di più!
Ma di questo ne parleremo un’altra volta.

Don Paolo


ALLA RISCOPERTA DELLE RADICI

La festa per il 45° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di don Giancarlo Bandera, tenutasi il 2 giugno scorso a Saint-Nicolas in Valle d’Aosta, avrebbe potuto rischiare di ridursi ad una banale “operazione nostalgia”. Se non è stato così, il merito va dato anzitutto alla tenace volontà del festeggiato: dare ai partecipanti un’occasione preziosa per riscoprire le radici della propria fede e per rilanciare l’impegno per tradurla in gesti concreti nella vita di tutti i giorni. Eravamo presenti in circa duecento, compresi i figli e qualche genitore degli “ex-ragazzi del Don”.

Don Giancarlo ci ha chiesto per prima cosa di fare mezz’ora di silenzio come facevamo proprio sul quel prato e tra quegli abeti trent’anni fa e nel silenzio provare a interrogarci sul cammino compiuto da allora e verificare quanto di quello stile di contemplazione e di condivisione sia rimasto nella nostra vita o possa tornare a esserci. Chi ha voluto, ha scritto le proprie riflessioni, anonime o firmate, e le ha consegnate a don Giancarlo.

La celebrazione eucaristica, i canti, le parole di don Giancarlo all’omelia ci hanno invitati a fare il punto sui nostri sogni di allora e a ridare ad essi il respiro del Vangelo.

La condivisione del cibo, sia quello che ciascuno si era portato da casa, sia quello accuratamente preparato per tutti da alcuni volontari, ci ha fatto sperimentare ancora una volta «com’è bello e come dà gioia che i fratelli vivano insieme». Infine abbiamo fatto una passeggiata nel bosco, raccontandoci gli uni gli altri dove ci ha portato la vita e augurandoci di rivederci presto.

Con l’occasione abbiamo festeggiato anche il 30° di sacerdozio di mons. Carlo Redaelli e ricordato il 14° di fra’ Marco Di Fronzo, entrambi presenti.

Abbiamo raccolto per il viaggio di don Giancarlo a Papua Nuova Guinea euro 2.000: ogni anno negli ultimi tempi don Giancarlo si è recato pellegrino presso qualche missionario e questa volta – che ha detto essere l’ultima – ha deciso di andare dall’altra parte della Terra.

La giornata è stata bellissima, anche grazie al sole sfavillante, don Giancarlo è stato molto contento, il ringraziamento è per il Signore che ha dato di fare un’esperienza così importante allora e così emozionante trent’anni dopo.

Stefano Pierantoni


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

 

hanno ricevuto il battesimo

ELENA INTELLIGENTE
GIOVANNA LUCIANO
GIANLUCA MARIA ROSSI
VIRGINIA MARIA CRISTINA SGOBBI
SIMONE COLOMBI
ALLEGRA CAROLINA AGOSTO
LORENZO D'ADDATO
LEONARDO PAGNUZZATO
ADRIANA PEDERCINI DE LA RIVA
SOFIA LO STIMOLO
MARCO RINALDI
ANDREA PENCO
ZOE ALIFFI
GIADA DE SANTA
GABRIELE ZANDA
GRETA SCHNEIDER
LEONARDO FIOCCA
EDOARDO RANGONE
PIETRO RIMOLDI
LORENZO IACOVINO

 

si sono uniti in matrimonio

LUCA CERRI E SILVIA PIRANI
ALBERTO CAMPOLONGO E PLAMENA KOLEVA STOYANOVA

 

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

GIUSEPPE DELLEDONNE (a. 86)
CARLO VERGANTI (a. 93)
GIUSEPPE CHIEPPA (a. 82)
STELIO FRATI (a. 90)
RAFFAELLA CARTIGLIANI ved. BRESCIA (a. 88)


 


torna alla homepage