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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

settembre 2011


GRATITUDINE NELLA VITA

Noi ti lodiamo, o Padre,
sorgente di ogni bene e di ogni gioia,
per il dono della vita e del Vangelo,
per la Pasqua del Cristo tuo Figlio
e per la luce del tuo Spirito in noi.

Quando ascoltiamo la Parola di Gesù
e la viviamo in famiglia e nel mondo,
quando siamo riuniti nel suo Nome
e lo veneriamo nel volto del debole
allora riconosciamo stupiti
che l’amore di Dio è in mezzo a noi,
sentiamo ardere il fuoco della missione
e l’appello del Signore risorto:
“Voi siete per me pietre vive
e santi per vocazione:

mi sarete testimoni
fino ai confini della terra!”.

Benedici la nostra Diocesi col suo Vescovo,
le comunità cristiane e i loro pastori,
tutti gli uomini e le donne che ami
figli tuoi in questa santa terra ambrosiana.

E tu Maria, vergine e madre,
voi padri Ambrogio e Carlo,
santi e beati della nostra Chiesa
intercedete per noi
perché presto venga il Regno di Dio
e sia per tutti pienezza di gioia e pace.
Amen. Vieni Signore Gesù!

Dionigi Card. Tettamanzi


 

GRAZIE DIONIGI ... BENVENUTO ANGELOI

Due i sentimenti che mi accompagnano in questo settembre: vorrei contagiare ognuno di voi che legge queste righe perché abbia nel cuore e sulle labbra due parole: grazie e benvenuto.
Il grazie è anzitutto rivolto al cardinale Dionigi Tettamanzi che dopo nove anni come nostro Arcivescovo lascia il suo compito. L’anagrafe ha le sue dure esigenze.
Di Lui vorrei ricordare un gesto e una parola. Il gesto è quello di stringere le mani. In questo anni lo ha fatto innumerevoli volte avvicinando ogni persona con spontanea e calda umanità. Iniziando i suoi discorsi il cardinale Tettamanzi si è rivolto “a tutti e a ciascuno” come a sottolineare il valore di ogni persona affidata alle sue cure di Pastore. Attraverso il suo sguardo mite e paterno ci ha mostrato in questi pochi anni il volto di una chiesa curva sulle sofferenze dei suoi figli. E con forza ha ripetutamente affermato: «I diritti dei deboli non sono diritti deboli». Ma non si è limitato a proclamare dall’alto del pulpito del Duomo questo impegnativo principio. Lo ha attuato sia con iniziative coraggiose di presenza accanto ai più deboli, sia con il Fondo di solidarietà per le famiglie in difficoltà per la crisi economica. E mentre qualche amministratore comunale enumerava, come un vanto, le centinaia di sgomberi dei campi nomadi alla periferia della città, nel dicembre del 2010 il Cardinale si recava proprio nel campo rom di via Triboniano per non far mancare proprio agli “ultimi” il suo sostegno.

Se in questi anni la nostra città non ha del tutto ceduto ai richiami ostili all’accoglienza dei terzomondiali, dei rom, degli islamici, lo dobbiamo soprattutto al Cardinale che non a caso è stato soprannominato l’Imam di Milano. Chi lo ha così denominato voleva ovviamente offenderlo, in realtà questo titolo attesta una apertura a quel mondo musulmano che non possiamo emarginare ma che dobbiamo saggiamente integrare. Quando nove anni fa il cardinale Tettamanzi arrivò da Genova a Milano come arcivescovo taluni dissero che la diocesi aveva il suo parroco brianzolo. Di nuovo una formula di non tanto sottile disprezzo. Ricordo un nostro parrocchiano che in occasione della benedizione natalizia della casa a fatica accettò il libriccino scritto dal cardinale Tettamanzi che portavo in dono. Mi disse che Tettamanzi non era all’altezza per guidare una diocesi come la nostra. Questi nove anni hanno dimostrato proprio il contrario. Ha scritto di Lui il nostro parrocchiano Gad Lerner: «Giù il cappello di fronte a chi, in nome di ciò in cui crede, è pronto a sfidare le ostilità. Il cardinale Tettamanzi ha pagato queste sue convinzioni con coraggio, sopportando anche epiteti insultanti e certo per lui dolorosi; ma in quel frangente ha mostrato una tempra e una autorevolezza meritevoli di una memoria riconoscente. Anche in futuro la sua figura crescerà nella nostra considerazione…».

La seconda parola: ‘benvenuto’, è per il cardinale Angelo Scola, nostro nuovo arcivescovo. Anche lui è brianzolo, di Lecco, ma certo non si dirà che è un parroco brianzolo. Alle spalle ha importanti esperienze di studio alla Cattolica di Milano e all’Università di Friburgo in Svizzera, e di insegnamento a Roma. Vescovo a Grosseto e patriarca a Venezia.
Per alcuni anni ho avuto la felice occasione di lavorare con Lui nella redazione della rivista di teologia ‘Communio’. Ci si trovava mensilmente in via Saffi per preparare i quaderni della Rivista e così è nata tra noi una cordiale amicizia. Nella formazione di Angelo Scola ha avuto un ruolo decisivo don Luigi Giussani e il movimento di Comunione e Liberazione. Avremo allora un arcivescovo ‘ciellino’? Per taluni questa qualificazione rappresenterebbe un handicap dal momento che i ‘ciellini’ sarebbero un corpo a parte dentro la realtà della diocesi. Altri addirittura pensano che la nomina di un arcivescovo ciellino sia una replica all’elezione del sindaco Pisapia. Per dirla grossolanamente: sindaco di sinistra e arcivescovo di destra…
Credo si tratti solo di pregiudizi e confido nell’intelligenza di Angelo Scola e nella capacità della nostra chiesa milanese di ‘educare’ i suoi pastori. Fu il cardinale Martini a scrivere di ritenersi un vescovo educato dal suo popolo. E nella vicenda del cardinale Tettamanzi davvero i problemi, le difficoltà, le attese del popolo hanno plasmato in modo significativo le scelte dell’arcivescovo. Sono certo che il vescovo Angelo saprà ascoltare la sua gente, noi che lo accogliamo con gratitudine e gioia. Ma parole di gratitudine e di benvenuto sono anche, in questo settembre, per quei laici che hanno fin qui lavorato nel Consiglio pastorale parrocchiale e nel Consiglio per gli affari economici della parrocchia. Il loro mandato viene a scadenza e domenica 16 ottobre la nostra comunità sarà chiamata a rinnovare questi organismi di partecipazione.
Trovate nelle pagine che seguono le indicazioni pratiche per questo rinnovo. Qui voglio, ancora una volta, dare voce alla gratitudine per i membri del Consiglio Pastorale Parrochiale: Begni don Giorgio, Bellavite Crosti Matilde, Bratina Giorgio, Ciccolo Fabris Franca, Colombo Capo Silvia, Cottarelli Francesco, Croce Nadia, Croci don Paolo, Cuoccio Anna Maria, Di Renzo Francesca, Eccher Tommaso, Hotimsky Frances, Lotta Sebis Liliana, Moresco Fornasier Mariella, Motta Lombardo Marica, Palazzetti Vitiello Eugenia, Pellizzi Ballardini Paola, Pontiggia Andrea, Sala Carlo, Schiavone Nigris Manuela, Tenca Cesarina, Tentori Zerboni Romilda, Vicinanza Roberto, Vitali don Alberto, Volontè Rino, Zanda Federico e Zanda Tomaso. E ricordiamo Tommaso Tranfa, deceduto nel 2008 ed Eugenio Brasca deceduto lo scorso anno. Grazie anche ai membri del Consiglio per gli Affari Economici: Barbieri Giuseppe, Beltrami Zanaboni Anna, Croci don Paolo, Mariggiò Alfredo, Peverelli Luigi, Rossari Augusto, Sgaramella Giuseppe, Temporin Mauro, Volontè Rino. Hanno lavorato con intelligenza e amore per questa nostra comunità.
E infine chiedo che altri si offrano come possibili candidati per il nuovo Consiglio pastorale parrocchiale. Si tratta di mettere a disposizione una sera ogni mese per leggere insieme la realtà del nostro quartiere e, alla luce dell’Evangelo, trovare le strade per camminare insieme come discepoli dell’unico Signore.

don Giuseppe

Il card. Angelo Scola farà il suo ingresso ufficiale in Diocesi domenica 25 settembre, con tappa a S. Eustorgio alle ore 16 e l’ingresso in Duomo alle ore 17.


CERCARE ... INCONTRARE
omelia sul Vangelo di Lc 9, 7-11 proposta da don Giuseppe
al termine del pellegrinaggio a Santiago de Compostela

a Bilbao il 4 settembre 2011


L’evangelo di questa domenica è, come vedremo, felice conclusione del nostro cammino a Santiago ma è parola istruttiva per chiunque voglia essere discepolo del Signore, cercatore del suo volto. Al centro Erode il tetrarca incuriosito dalla figura di Gesù. Ritroviamo in questo testo le diverse opinioni che circolavano a proposito di Gesù, come nei testi di Mc 8,27ss. e Mt 16,13ss. I contemporanei di Gesù, la gente, ha particolare stima nei confronti di questo giovane predicatore proveniente da Nazaret. Infatti in tutti e tre i testi Gesù viene assimilato alle grandi figure religiose del passato, a cominciare da Giovanni Battista. L’eco delle sue parole infuocate e la sua morte drammatica per mano proprio di Erode, doveva esser assai viva tra la gente.

Gesù un nuovo Giovanni Battista, un nuovo Elia, un nuovo profeta. Gesù nella serie dei grandi personaggi della storia di Israele. Sappiamo, dai due testi sopra citati di Marco e Matteo, che questa assimilazione di Gesù ai grandi del passato non coglie la sua vera natura, la sua identità. Gesù non è UNO dei grandi della storia, Gesù è IL Messia. Non è UNA delle molte parole che Dio ha voluto comunicare agli uomini (Eb 1,1-2), è LA Parola. Potremmo dire che proprio nel cambio di articolo (uno\il; una\la) sta la singolarità di Gesù. Proprio per questo Gesù ha chiesto ai suoi discepoli e chiede oggi ad ognuno di noi tutt’intera la dedizione della vita alla sua Persona e all’evangelo (Mc 8,35): una vita “perduta” per Lui e per l’Evangelo non è affatto una vita perduta. Anzi.

Nel testo odierno vi è un piccolo dettaglio, prezioso. Si dice appunto che Erode “cercava di vedere Gesù”. Perché questo desiderio? Sempre Luca riferisce che quando Gesù viene condotto per ordine di Pilato davanti ad Erode, nel corso del processo, il tetrarca ne è molto contento perché ha sentito parlare molto di lui e spera di poter assistere a qualche miracolo. La curiosità, l’attesa di un gesto mirabolante, è all’origine di questo “cercava di vedere Gesù”. Sappiamo che questo incontro tra Gesù ed Erode si risolve nel silenzio assoluto di Gesù che non risponde alle molte domande di Erode. Si può, allora, cercare di vedere Gesù senza riuscire a incontrarlo davvero.

Ancora Luca ci dice che un altro uomo, davvero poco raccomandabile, cercava di vedere Gesù. Si tratta di Zaccheo, capo dei pubblicani cioè degli esattori delle tasse, un uomo che aveva accumulato una grande ricchezza frutto di abuso e sopraffazione nella raccolta delle tasse. Eppure quest’uomo arriva ad incontrare Gesù, anzi è Gesù stesso che lo scopre nascosto tra il fogliame del sicomoro e lo obbliga a scendere e aprirgli la porta della sua casa. Due uomini che cercano di vedere Gesù: al primo, Erode, Gesù si nega; al secondo, Zaccheo, Gesù si dà con larghezza di cuore. C’è, allora, una ricerca di Gesù, mossa da motivi futili e superficiali come nel caso di Erode, ricerca che non approda a nulla, che non genera un vero incontro. E c’è una ricerca mossa dal tarlo dell’inquietudine, della consapevolezza della propria indegnità, mossa dal desiderio di cambiare vita: e Gesù si lascia trovare, anzi si dona a chi lo cerca con cuore sincero. Ci sono altri casi di ricerca di Gesù che approdano all’incontro e altri invece che falliscono. Così quando la folla che si è abbondantemente nutrita del pane moltiplicato da Gesù, lo cerca per farlo re e così assicurarsi questa risorsa alimentare a buon mercato, Gesù si sottrae a questa ricerca e fugge. Non vuole esser cercato solo perché operatore di prodigi. E invece vi sono ricerche autentiche che approdano ad un incontro. Così i due discepoli di Giovanni il Battista. Seguendo l’indicazione del loro maestro i due vanno dietro a Gesù che domanda loro: “Che cercate?”. Sappiamo che questa ricerca diviene un incontro, uno stare con Gesù nella sua casa. E i due, Andrea e Giovanni, non lasceranno più il Signore. Una ricerca che cambia la vita, per sempre.

E infine, il mattino del primo giorno dopo il sabato, mattino della Risurrezione, Maria di Magdala che in lacrime cerca il cadavere di Gesù si sente rivolgere la domanda: “Donna chi cerchi?”. Ancora una ricerca mossa dal grande amore per la persona di Gesù e dal disperato dolore per la sua morte. E questa ricerca si conclude addirittura in un abbraccio in un dolce e forte tentativo di trattenere a sé Gesù che appunto deve dire: “Non mi trattenere…”. Leggiamo questo evangelo al termine del nostro cammino in terra Basca, dopo esser stati pellegrini in cerca di bellezza a Bilbao, Loyola, Burgos, Leon e Santiago de Compostella. Abbiamo ripercorso, sia pure per un brevissimo tratto, il cammino di milioni di uomini e donne che da secoli hanno cercato a Compostella, nel campo della stella che indicò il luogo della sepoltura dell’Apostolo Giacomo, la traccia dell’apostolo che ha seguito il Signore fino al martirio. Possa questo cammino fare di noi e della nostra comunità inquieti cercatori del volto del Signore.

 

PELLEGRINI A SANTIAGO DE COMPOSTELA

Sono le quattro del mattino, è buio e ho sonno; chiusa la valigia e preso lo zaino, scendo in strada e salgo sul taxi per piazza Bernini. L’ora mattutina consente una temperatura gradevole. Ecco le prime persone: le conosco, mi riconoscono e ci si saluta col piacere di rincontrarsi, compagni di un nuovo viaggio. A Linate il gruppo si completa: settanta persone, non poche davvero. Destinazione Bilbao, via Madrid.
A Madrid ci accoglie un aeroporto moderno, dove un’architettura sapiente ha messo insieme dei pilastri colorati quasi fossero degli steli che sorreggono delle ampie corolle fatte di strisce di legno a formare il soffitto: è un piacere guardare il rincorrersi delle linee e dei colori. In meno di un’ora di volo, arriviamo a Bilbao, capitale dei paesi Baschi. Una bianca struttura dalle linee flessuose e funzionali quasi a formare la tesa di un cappello accoglie i viaggiatori: è il benvenuto dell’architetto Calatrava. Qui ogni scritta è in spagnolo e in basco e a scuola da vent’anni circa si insegnano le due lingue.
Riccarda, la guida, e Andrea il suo aiutante, ci invitano salire sui pullman. Sorpresa: al volante due giovani donne, Veronica ed Estrella, le nostre autiste. La grande professionalità e la disponibilità di queste due signore fanno presto passare i timori che alcuni partecipanti avevano manifestato dicendo: “attenzione, perché siamo nelle vostre mani…”.
Lasciati i bagagli in albergo, giriamo per mangiare qualcosa: tapas, tortilla e churros soddisfano ampiamente i nostri desideri. Al pomeriggio guide competenti e appassionate del loro paese, ci raccontano la storia di questa città. A Getxo, comune situato nella sponda destra dell'estuario di Bilbao, vediamo le residenze signorili ispirate alle dimore inglesi costruite dall'alta borghesia durante la industrializzazione, mentre gli operai vivevano nel centro della città sporca e molto inquinata. Lì stavano sia il porto che i cantieri navali che le industrie pesanti. Per poter attraversare l’estuario del fiume Ibizabal, lasciando libero l’accesso alle navi, nel 1893 l’architetto Alberto de Palacio aveva fatto costruire il ponte Vicaya (dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco): il trasporto di auto e persone avviene mediante una navicella che si sposta lungo il ponteggio.
Dopo cena, il Console italiano Giorgio Baravalle e il dott. Santi, industriale italiano che gestisce in loco un’impresa di lavorazione del tonno, ci hanno illustrato come grazie all’indipendenza dal Governo Centrale, ad una tassazione alta sulle persone fisiche ma non sulle imprese, all’impiego totale nella città dei contributi riscossi, sia stato possibile avviare una rifondazione della città: i cantieri navali e il porto sono stati spostati all’esterno, gli edifici da conservare quali le università e i caseggiati lungo il fiume sono stati ripuliti e ripristinati, nuove opere architettoniche e nuovi sistemi di trasporto sono stati attuati. Poiché i servizi, scolastico e sanitario compresi, sono efficienti ed efficaci i cittadini baschi non evadono le tasse. Questo incontro e la bellezza del museo Guggenheim di Gehry, del ponte di Calatrava, della metropolitana di Foster pulita e dotata di ogni sostegno a chi può averne bisogno, ci ha fatto desiderare di vivere lì o almeno sperare che il nostro paese possa avviarsi verso quella direzione!

Il mattino successivo lasciamo Bilbao alla volta di Burgos, via Loyola. La strada si snoda tra monti con boschi ben curati; il cielo è nuvoloso. Dopo un’ora circa arriviamo ad Azpetia e visitiamo la casa-torre dove Ignazio è nato e vissuto. All’età di 15 anni va alla corte del re Ferdinando il Cattolico e riceve un’educazione cavalleresca. Gravemente ferito alle gambe a Pamplona torna a Loyola. Durante la convalescenza, legge la Vita di Cristo e le vite di santi, unici libri disponibili. Attraverso queste letture matura la decisione di “consegnarsi a Dio senza condizioni” e decide di mettersi al servizio di Cristo con una fedeltà cavalleresca maggiore di quella prestata ai signori della terra e fonda la Compagnia di Gesù. La stanza dove Ignazio è stato convalescente e si è convertito, è ora una cappella: lì i nostri sacerdoti hanno celebrato la messa. Il brano del Vangelo chiede un impegno totale a chi vuol diventare discepolo di Cristo, fino “ad odiare se stesso”: impegnativo e ben correlato al percorso di Ignazio. Ciascuno di noi si è interrogato sul proprio percorso e sulle scelte fatte e da fare. Dopo il pranzo, attraversando colline più o meno verdi con molte pale eoliche a definirne il profilo, abbiamo raggiunto Burgos, città delle imprese del Cid Campeador. Attraverso l’Arco di Santa Maria, costruito per accogliere Carlo V, si raggiunge l’imponente Cattedrale gotica, la Chiesa di S Nicola e il centro della città. Stupore: in questa cattedrale non si vede dall’ingresso l’Altar Maggiore. Un imponente coro ha imposto per secoli ai credenti di sentir messa: la celebrazione era “un affare riservato al clero”! Ricchi ed elaborati retabli, scolpiti su legno, dipinti e decorati con oro, narrano le sacre scritture: era questo il modo per educare il popolo che non sapeva leggere. Coro e retabli saranno presenti in tutte le cattedrali gotiche visitate; altra particolarità più volte incontrata sono state le statue delle “madonne imbarassade”. Noi ricordiamo la sola e magnifica “madonna del parto” di Piero della Francesca.
All’esterno delle mura il Paseo: un percorso sotto due filari di grossi platani fatti crescere e potati in modo da creare un portico di rami e foglie. Simpatiche sculture in metallo di dimensioni normali e appoggiate sul terreno, accolgono e accompagnano i visitatori: la vecchietta che cuoce le castagne, due passanti sotto un ombrello che gocciola, il vigile a cui chiedere indicazioni… La sera ci si ritrova per conoscere i nuovi arrivati: tra i parrocchiani c’è una nobile gara tra chi è in parrocchia da più anni: simpatica l’affermazione del parroco che afferma di essere il parrocchiano più giovane. Tra i nuovi partecipanti mi hanno colpito particolarmente gli occhi di Maria Celeste, che sorridono molto prima dell’intera faccia e penso che anche a ciò si debbano le sue speciali torte… e la sensazione di star bene in questo gruppo, da me provata la notte della partenza, è confermata da molti presenti. Si prosegue per Leòn, via Sahagun, importante centro benedettino, dove prosperò una comunità giudaica fino all’espulsione degli ebrei nel 1942. Dopo la cena a Leòn, un gruppo di partecipanti si è avviato al centro (mentre altri davano vita a un torneo di burraco!): venti minuti di passeggiata premiati da un’incantevole visione. In tutta la purezza delle sue forme, splendente di luci si è parata dinanzi a noi la Cattedrale, detta la “pulchra leonina” dall’allora Card. Roncalli, che la descrisse così: più vetro che pietra, più luce che vetro, più fede che luce. Una breve e signorile via porta dalla piazza alla casa-castello di Gaudì. Notevole il Panteon nella basilica di S. Isidoro, tutto decorato a tempera. E ci si rimette in viaggio, perché finalmente nel tardo pomeriggio si arriva a Santiago de Compostela, mèta del nostro pellegrinaggio.

Dal monte Gozo (della Gioia), località da cui i pellegrini vedevano Santiago, un numeroso gruppo di partecipanti decide di percorrere a piedi l’ultimo tratto di strada. Non è facile riflettere sul significato di questa scelta perché le distrazioni dovute al trovarsi nella periferia di una città (automobili, semafori, rumori, insegne...) disturbano la concentrazione. Ma il continuo richiamo del parroco al silenzio, la ricerca sul marciapiede delle conchiglie indicanti il percorso e la volontà di ciascuno di ritrovare se stesso anche nelle persone care, vive e morte, che fanno la sua storia, ci ha portato, attraverso un portico laterale e il suono delle cornamuse, di fronte alla Cattedrale illuminata dalla luce del tramonto. Pellegrini di un breve tratto, ma come tanti altri per nome e conto di tante persone; non per riscuotere al ritorno il giusto compenso presentando la conchiglia, ma per portare con noi e in noi le richieste, gli affetti, i bisogni di chi ci è vicino. Gruppi di giovani e meno giovani stavano seduti sul piazzale chiacchierando, suonando e ristorandosi, gruppi di biciclette messe in cerchio a terra e tenute a bada da un paio di proprietari mentre gli altri in Basilica facevano la coda per abbracciare il busto dorato di S. Giacomo e venerarne le spoglie, suonatori di cornamuse e di chitarre popolavano piazza e spazi circostanti. Alle dodici del giorno dopo la messa del pellegrino in Cattedrale: tante diverse etnie coi loro sacerdoti per cui ti trovavi a fianco giovanotti e ragazze o signori e signore di diversa nazionalità e diverso colore di pelle, coi loro zaini e scarponi: tutti insieme a far popolo di Dio. Un gruppo ha scelto di andare dopo la messa “ai confini della terra”: un bel sole, la nebbia calata improvvisa e per breve tempo sul faro, ha loro consentito di porsi di fronte all’oceano e di rivivere l’impressione e le sensazioni dei pellegrini che lì andavano a lasciare e bruciare i loro logori indumenti, per tornare rinnovati alla vita che li aspettava. La sera riflessione dei nostri sacerdoti nella cappella della Madonna del Pilar: hanno letto e commentato i passi del nuovo testamento riguardanti l’apostolo Giacomo. Note non così “brillanti” circa il suo agire, ma comportamenti dettati da fede cieca e generosità: poi il martirio di spada ha sicuramente riscattato i suoi limiti. Con queste riflessioni a S. Giacomo è stato tolto il cliché di matamoros, continuamente ripetuto dalle guide locali. Un sabato di pullman, con visita alla cattedrale di Oviedo e un ottimo pranzo galieco, con una piacevole sosta a Santander, ci ha riportato a Bilbao.

Il mattino dopo, messa nella cappella attigua all’albergo e visita del museo Guggenheim, sede di esposizioni permanenti e temporanee di arte contemporanea, non sempre facile da fruire e gradire, ma comunque affascinante. Affettuosi auguri ai due infortunati… (per fortuna senza gravi conseguenze). Nel saluto frettoloso a Linate per l’ora tarda, la speranza di ritrovarci insieme il prossimo anno per un’altra avventura; ai don un grazie di cuore e al parroco il compito di pensare fin da ora al prossimo pellegrinaggio.

Anna Maria Bassetto

 

 



SO-STARE NELLE RELAZIONI

Il Come è ormai buona tradizione, operatori e volontari della Tenda, hanno concluso il percorso formativo lo scorso 28 giugno 2011 con un incontro biblico coinvolgendo don Giuseppe e don Angelo.

A don Giuseppe abbiamo chiesto, a partire da una pagina del vangelo, di parlarci della relazione con le persone più fragili. Nel nostro servizio quotidiano, sia come operatori sia come volontari, la relazione è ciò che più ci coinvolge e ci impegna.
Penso che la pagina del vangelo di Marco al capitolo cinque - Gesù guarisce l'emoroissa - possa suggerire diverse riflessioni a tutti noi a conclusione del percorso formativo di questo anno sociale. Anzitutto colpisce la folla che non solo circonda Gesù, ma che anche si accalca attorno a lui. Se tante persone ti stringono, ti schiacciano con la loro presenza come puoi pensare a incontri e a relazioni individuali? Da tutta quella folla che si accalca riceviamo una sensazione di contatti che non rappresentano un desiderio di incontro, delle relazioni, dove non c'è tempo e spazio per poter guardare negli occhi le singole persone. In tutto questo trambusto e assenza di contatti c'è però una donna che anche solo sfiorando la veste di Gesù viene subito da Lui riconosciuta perché lei, sì, esprime un desiderio di incontro autentico.
Avviene un contatto diverso perché nasce dal desiderio di un incontro personale, si basa su un “affidarsi”. E Gesù riconosce questa diversità. «Chi mi ha toccato?». Domanda che fa stupire i discepoli, ma che invece va al cuore dell'incontro. Questa differenza di incontri ci aiuta dunque a fare delle distinzioni: esistono contatti di massa che non producono nulla, e forse solo irritazione, esistono altri contatti, come quello dell'emoroissa, che nascono invece da un desiderio di incontro. Tutto questo ci insegna che è importante, come operatori e volontari, cercare e costruire rapporti non solo quantitativi, ma anche relazioni individuali significative: sono questi incontri che producono qualcosa, che producono un cambiamento in noi e negli altri.
Spesso come volontari e operatori siamo coinvolti in tante cose e in molteplici relazioni: è importante custodire la qualità del rapporto con le singole persone, costruire relazioni dove ci si guarda con fiducia, cercare contatti dove c'è un desiderio di avvicinarsi al singolo, ai suoi bisogni e desideri. In una società come la nostra, con una vita quotidiana frenetica nei rapporti, in un servizio dove ormai i contatti iniziano ad essere centinaia, è importante riprendere la dimensione personale della relazione, l'attenzione al singolo, la dimensione dell'affidarsi all'altro.
Una pagina dunque, questa del vangelo, che ci parla anche della fede: essa è anzitutto un affidarsi alla persona; nella misura in cui possiamo e sappiamo vivere esperienze di fiducia e di affidamento tra di noi, possiamo fare esperienza di affidarci a Dio. Il contatto furtivo con la frangia del mantello di Gesù, il desiderio di incontro, si è trasformato, in un incontro che le dà la “pace”. Gesù le dice: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Le parole del Signore interpretano il gesto della donna: è stata la sua fede che l'ha liberata e le ha restituito la salute e la dignità. Alla fine, Gesù le chiede solo una cosa: «Va’ in pace», cioè con la sicurezza di possedere la vita come dono di Dio e la certezza di realizzarsi in libertà. La pace, nel linguaggio biblico, è espressione di tutti i beni che l'uomo può raggiungere. Gesù ha introdotto questa donna nella pace, in una situazione di salute, di felicità e di autonomia personale, di libertà e di dignità. Le ha restituito la vita fisica e spirituale.

A don Angelo, abbiamo chiesto di parlarci, sempre partire dal vangelo, della relazione genitori-figli: è questa un’altra dimensione relazionale che viviamo ogni giorno nelle nostre case.
Ho pensato che ciò che passa tra genitori e figli Gesù lo ha raccontato anche in una parabola che noi tutti conosciamo e che vorrei semplicemente sfiorare, la parabola del padre prodigo di amore e dei suoi due figli. Storia di una famiglia, di una casa, delle cose che succedono nelle famiglie e nelle case. E Gesù parla di rapporti tra genitori e figli, parla dell’aria delle case, dell’aria malata e dell’aria sana delle case. Una cosa stupisce a prima vista. Voi tutti sapete che bellezza di padre fosse quell’uomo. E non li aveva educati lui quei figli? Non aveva dato loro un esempio, non avevano respirato aria buona nella casa? Quando c’è aria malata nelle case? Quando interessano solo le cose. Quando l’altro lo vivi come un padrone. «Dammi la parte di eredità che mi spetta!», dice il figlio minore. I beni, le cose su tutto! Lo pensava padre padrone, tra le righe ne senti l’accusa. Strano! Il padre non dice una parola che è una. Divise il patrimonio, non chiuse la porta.
Questo pensa Dio, non so se lo pensiamo anche noi: che va rispettata la libertà, invalicabile il valore della libertà. Ma, dentro, a quel padre si spaccava il cuore. Riduzione dell’orizzonte della vita, paurosa riduzione, paurosa riduzione dei rapporti: se ne va, come se la casa non contasse, come se le persone non contassero, come se la relazione non contasse. Aveva avuto i soldi. Contano i soldi. E non è questa la vera disgrazia per una casa, la casa albergo, la casa ridotta a servizi, l’impoverimento dei rapporti? Anche quando decide di tornare il figlio minore pensa a un rapporto basato sul calcolo: tornerà come servo, il padre lo tratterà, pensa, come un servo. E invece ci saranno gesti e parole che sveleranno chi è quel padre: uno che saliva a scrutare se mai tornasse, uno che lo vede da lontano, uno che lo abbraccia e lo bacia, gli dà veste e anello simbolo di dignità e di responsabilità, gli organizza una grande festa. L’abbraccio, il bacio, la vibrazione dei sentimenti, sentirsi in una casa e non semplicemente in un’azienda. Ha trovato nel padre non il calcolo ma l’eccesso dell’amore, che non si piega nella logica del “io ti do se tu mi dai”, nella logica del mercanteggiare che fa l’aria malata delle case.
Ma se osservate le cose in profondità, dovrete concludere che anche il figlio maggiore aveva un rapporto malato. Parlava come uno dell’azienda: “Io ho fatto tanto, avrei diritto a tanto: Questi no, non ha fatto niente, non avrebbe diritto a niente”. L’immagine sottesa è ancora quella del padre padrone. Il padre, commovente quel padre, cerca di smuoverlo. E non è detto nella parabola se sia riuscito a convincerlo della bellezza di quel banchetto, dove splendeva la gratuità. Non sappiamo. Perché rimane invalicabile la soglia della libertà dell’animo umano. Puoi anche, se così decidi, rimanere fuori dalla festa, da una relazione di fraternità. E non sai che cosa perdi! Non sai che cosa significhi questa parola bellissima, la “gratuità”. L’eccesso del padre fa l’aria sana della casa. Dunque la parabola ci insegna che non mancano nella vita, anche nelle case dove non ce lo aspetteremmo, le difficoltà nelle relazioni. Che a generare l’aria malata è l’appiattimento sulle cose, è il vedere l’altro semplicemente come uno strumento per il tuo bene. Che l’aria buona delle case viene dal dare senza calcolare, in eccesso. Come ha dato il Signore.

Operatori e volontari della Tenda


LEGGERE GIOBBE

Giobbe è indubbiamente il grande capolavoro della letteratura biblica. Rompicapo dei filologi a motivo della sua lingua ardita e complessa, Giobbe è sempre stato il breviario dei grandi spiriti dell’umanità: in questo libro essi si sono specchiati, nelle pieghe delle sue pagine si sono cullati, nelle sottili provocazioni che esso custodisce hanno ritrovato il senso delle loro pene interiori. Che cosa è il libro di Giobbe? Si tratta di un dramma; un dramma non una tragedia. La tragedia è tipica del mondo greco. Basti pensare a Edipo: il destino di quest’uomo è segnato da sempre; egli dovrà uccidere suo padre, prendere in sposa sua madre ed essere l’origine di un seguito spaventoso di disgrazie rovinose per la casa di Laio. A nulla valgono i tentativi del padre per sopprimere il neonato: il piccolo Edipo scamperà alla morte, sarà allevato da Polibo, ucciderà il padre Laio e sposerà la madre Giocasta. In tutto ciò la necessità regna sovrana e la libertà non può nulla: la maledizione si compirà secondo quanto aveva preannunciato l’oracolo.
La Bibbia non conosce la tragedia, in essa la determinazione non trova spazio: nella Bibbia v’è il dramma. Sull’uomo non pende, come una spada di Damocle, un’immutabile necessità. Giobbe prova sofferenze inaudite: i suoi figli muoiono uno dopo l’altro, i suoi beni vanno in rovina, egli stesso si ammala, sedendo sulla cenere con un coccio in mano; eppure Giobbe dialoga con Dio: urla, impreca, giunge addirittura alla bestemmia ma non sta di fronte al mistero come di fronte a un destino già scritto. Giobbe è un dramma, il dramma dell’uomo, il dramma di ogni uomo di fronte al mistero del male, della sofferenza, dell’ingiustizia. Giobbe è lo specchio della storia di ogni uomo a confronto col mistero di Dio: un Dio che pare vicinissimo ma è pure distante ed enigmatico.

Chi è Dio? Questa è la grande domanda che suscita il libro, meglio, è il grande tormento di Giobbe. Da una parte infatti il libro scagiona Dio, imputando al Satana la responsabilità del male (cf. Gb 1-2). Dall’altra il dramma dell’uomo Giobbe si pone proprio a questo livello: davvero Dio è buono e affidabile? La vita, afferma Giobbe a più riprese, sembra dimostrare che Dio non sia così: la preghiera non ha risposta, la sofferenza dilaga senza confini, Dio pare essere un cinico o addirittura un sadico. Detto in altre parole: qual è la logica che presiede alle scelte di Dio? Forse Dio agisce in modo arbitrario? È dunque inaffidabile, un nemico crudele dell’uomo, paradossalmente soddisfatto e divertito delle pene delle sue creature?
Ecco le grandi domande, le sfide ardite, le provocazioni di questo libro. Esse scandalizzano, inquietano, lasciano senza pace. Gli amici di Giobbe a fronte della veemenza delle sue parole si rifugiano nei trattati di teologia appresi a scuola e, come pappagalli, ripetono eterne verità disincarnate. Elifaz, il primo amico, espone la tradizionale teoria della retribuzione: se fai il bene Dio ti premia, se compi il male Dio ti castiga; tuttavia la tesi non sta in piedi perché Giobbe dichiara la sua innocenza. Bildad, il secondo amico, riprende il tema dell’equilibrio fra il male morale e la sofferenza: invoca la testimonianza degli antichi per sostenere l’assoluta giustizia di Dio manifestata dalla sorte dei buoni e dei malvagi; ma, ribatte Giobbe, chi può conoscere la giustizia di Dio? Infine Sofar, il terzo amico, accusa Giobbe di esagerare coi suoi discorsi prolissi: la perfezione di Dio sorpassa il cielo e la terra, a Giobbe non resta che convertirsi.
Inutile dire che gli amici sono tratteggiati con sottile ironia: le loro parole sono compassate, misurate, politicamente corrette. È la posizione dell’uomo religioso di ogni tempo, pio e devoto, gentile e conciliante; in realtà questi uomini non conoscono Dio se non per sentito dire e le loro parole, ripetizione psitachica di discorsi appresi all’accademia, né convincono Giobbe né, tantomeno, sono in grado di dire la verità di Dio. Il lettore, a fronte di tanta scienza, è condotto a prendere la parte dei tre dottori, distanziandosi da Giobbe, le cui parole sono un’accusa rivolta direttamente a Dio senza mezzi termini. Tuttavia, allorché Dio stesso prende la parola, la sorpresa è grande: «Dopo che il Signore ebbe rivolto queste parole a Giobbe, disse a Elifaz di Teman: “La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe”» (42,7). Ecco il paradosso: colui che ha lottato con se stesso e con Dio, passando nel crogiolo della sofferenza e giungendo al limite dell’insulto, in realtà ha detto cose rette di Dio; coloro che invece che hanno ripetuto discorsi altrui, difendendo un dio mai incontrato e conosciuto, quintessenza di ragionamenti scolastici, sono riprovati da Dio stesso.

L’ascolto di Giobbe fa emergere un Dio imprevedibile, difficile e misterioso. Contro ogni tentativo (e tentazione) di ridurre il mistero trascendente a schemi umani precostituiti, il libro di Giobbe fa crescere una differente e più profonda relazione con Dio. Dalla sua lettura non si esce mai indenni, in quanto Giobbe obbliga a cambiare registro, spazza via la patina della falsa religiosità, cancella ogni goffa certezza di conoscere il mistero. Giobbe è un libro provocante, non adatto per i conformisti: esso interpella, purifica, accusa, inquieta, tormenta. Giobbe obbliga a prendere posizione e conduce a interrogarsi sulla fede da uomini adulti, abbandonando per sempre la banalità delle ricette preconfezionate.
Scrive Karl Barth nel suo celebre commento alla Lettera ai Romani:
«Quando l’uomo incontra realmente, esistenzialmente, definitivamente, inequivocabilmente, inevitabilmente e senza scampo la domanda: Chi sono io? allora ama Dio. Poiché il Tu che sta di fronte all’uomo, che costringe l’uomo a distinguersi così da se stesso, è Dio; e l’uomo costretto ad affrontare così se stesso, ha già dimostrato il suo amore verso Dio. L’uomo può realmente conoscere gli strali che si conficcano in lui, il veleno che il suo spirito deve sorbire, i terrori che si schierano contro di lui (Gb 6,4). Egli può realmente sapere che la sua vita è una milizia e che i suoi giorni sono quelli di un operaio a giornata (Gb 7,1). Egli può realmente gridare: “Sono forse io il mare o un mostro marino, che tu ponga intorno a me una guardia?” (Gb 7,12). Egli può realmente trovarsi di fronte ad Uno, al di sopra del quale non conosce nessun arbitro che “possa posare la mano su entrambi” (Gb 9,33). Egli può essere realmente l’uomo la cui via è oscura e che Dio ha stretto in un cerchio (Gb 3,23) ed egli è così realmente quell’uomo e appunto perciò è così certamente Dio che lo stringe, che egli non può vedere, conoscere, volere, prender sul serio e valorizzare null’altro, alcuna seconda realtà accanto a questa, ma appunto a questa realtà egli deve necessariamente non arrendersi, con rassegnazione, fatalismo o consolazione religiosa, ma abbandonarsi esistenzialmente col sospiro ineffabile dello Spirito: “Io so che il mio Redentore è vivente” (Gb 19,29)».

don Matteo Crimella


SCUOLA DELLA PAROLA
GIOBBE E L’ENIGMA DELLA SOFFERENZA

Tre incontri guidati da don Matteo Crimella,
dottore in Scienze Bibliche.

28 settembre ore 21.00
26 ottobre ore 21.00
30 novembre ore 21.00
gli incontri si terranno in luogo da definire


UN NUOVO CONSIGLIO PASTORALE PARROCCHIALE

La Chiesa è popolo di Dio in cui tutti i fedeli, in virtù del battesimo, hanno la stessa uguaglianza nella dignità e nell’agire, partecipando all’edificazione del Corpo di Cristo secondo la condizione e i compiti di ciascuno. Esiste quindi una reale corresponsabilità di tutti fedeli nella vita e nella missione della chiesa.
In ogni parrocchia il Consiglio pastorale parrocchiale (CPP) è uno strumento per attuare questa corresponsabilità.
Sono due i compiti del CPP: anzitutto il CPP legge il proprio tempo, i problemi che segnano la vita degli uomini e delle donne che abitano questo territorio, senza chiudersi nello spazio importante, anche se ristretto, del quartiere ma aprendosi alla città, al nostro Paese, anzi al mondo intero.
I laici che in larghissima parte costituiscono il CPP, proprio perché inseriti nelle realtà familiari, sociali, economiche, politiche sono per loro specifica vocazione chiamati a svolgere questo esercizio di lettura e comprensione del nostro tempo. In secondo luogo il CPP è costituito da uomini e donne appassionate per il Vangelo che tentano, insieme, di testimoniarlo attraverso lo stile e i gesti della comunità parrocchiale. Il CPP “consiglia”, cioè indica, quali passi la parrocchia può compiere per essere in questo quartiere segno persuasivo del Vangelo di Gesù.
Il CPP si riunisce una volta al mese e dura in carica cinque anni.
Il CPP è formato dal parroco, dai sacerdoti al servizio della parrocchia e da 20 laici scelti da tutti i parrocchiani.
Il parroco può chiamare a far parte del CPP altri 5 laici al fine di assicurare una adeguata rappresentanza della intera parrocchia.

Domenica 16 ottobre tutti i parrocchiani che hanno compiuto 18 anni saranno chiamati a eleggere 20 persone, scelte tra quanti offrono la loro disponibilità per svolgere tale compito. Chiediamo, quindi, che un buon numero di parrocchiani, di tutte le età, uomini e donne, diano la loro disponibilità ad una eventuale elezione. Non possono essere rieletti coloro che hanno già svolto questo servizio per più di due mandati consecutivi. Fanno parte della nostra parrocchia non poche persone provenienti da paesi stranieri: sarebbe bello che qualcuno di loro si presentasse per questa elezione. Frequentano la nostra parrocchia persone che non abitano nel territorio della parrocchia stessa, ma che hanno scelto la nostra comunità come loro “casa”: anche loro possono rendersi disponibili per l’eventuale elezione.

Tempo utile per dare al parroco la propria disponibilità: 30 settembre.

Domenica 9 ottobre saranno resi noti i nomi di quanti sono disponibili per essere eletti la successiva domenica.

Accanto al CPP esiste anche il Consiglio per gli affari economici (CAE). Suo compito è la cura per i beni della parrocchia, la loro gestione, la decisione circa le spese ordinarie e straordinarie della parrocchia. Annualmente il CAE predispone il bilancio della parrocchia e lo presenta ai parrocchiani e all’Ufficio amministrativo della diocesi.
Il CAE è composto dal parroco, dal vicario parrocchiale e da cinque laici, tre scelti dal parroco e due indicati dal CPP.
Per questo organismo non sono quindi necessarie elezioni da parte di tutti i parrocchiani.


DOMENICA 2 OTTOBRE
FESTA DELL'ORATORIO

Programma:
ore 10.00: S. Messa
al termine si scende in oratorio per i giochi
ore 12.30: Pranzo per i bambini e i ragazzi
(iscrizioni in oratorio 5€ entro venerdì 30 settembre)
ore 14.00: grandi giochi insieme
ore 16.30: merenda e ... riviviamo l'estate: istantanee delle vacanze insieme

 

DOMENICA 9 OTTOBRE
CASTAGNATA DELL'ORATORIO
alla Bressanella di Lecco

 

 

AMICI SUPER..ANTA
martedì 20 settembre
ore 15.30
Riprendiamo i nostri incontri settimanali
con un saluto dopo la pausa estiva
e una merenda insieme.
Parleremo dei programmi per il nuovo anno
nella speranza di ritrovare i vecchi amici e conoscerne di nuovi.
Vi aspettiamo numerosi!!!
Angelo Anna Margherita

 

 

PRIMO INCONTRO DEL
PERCORSO DI PREPARAZIONE AL MATRIMONIO
venerdì 30 settembre
ore 21.00
Per informazioni e iscrizioni rivolgersi in Segreteria Parrocchiale

 

 

ricomincia lo SPAZIO STUDIO
DAL LUNEDÌ AL GIOVEDÌ
DALLE ORE 15 ALLE 17
IN ORATORIO
Per informazioni, iscrizioni e adesioni come volontario
rivolgersi a don Paolo o in Ufficio Parrocchiale


 

Nella Comunità parrocchiale:

 

hanno ricevuto il battesimo

LISA SOPHIE GOUFFRAN
STELLA ANAIS GOUFFRAN
EDOARDO TURA
VINCENZO FEDERICO NEGLIA
MATILDE COSTANZA TURNER
NICOLA SAVARESE

 

abbiamo affidato ai cieli nuovi e alla terra nuova

LAURA DENDENA (a. 87)
CARLO SALVATORE QUARTARONE (a. 64)
GIUSEPPE GUASTAMACCHIA (a. 89)
LETTERIO LA SPINA (a. 69)
FLORA ITALIA (a. 90)
IDA MURÈ (a. 85)
ALESSANDRIO COGLIATI (a. 83)
MARIO PANZERA (a. 72)
ALESSANDRO SAMAJA (a. 87)
LUCIANO ASTI (a. 81)
FRANCO ELIA FELICE GENOVA (a. 67)
ITALIA M. VITTORIA PILLITTERI (a. 92)
PIERANGELA MASSARO (a. 58)
ADRIANO PAZZI (a. 87)
CARMELA TESTA (a. 86)
GABRIELLA REGUZZONI (a. 90)
LUISA MASCHERPA (a. 76)
GABRIELLA PAXI (a. 79)
CARLA BELLONI (a. 80)
LUCIANA BELLINI (a. 87)
NERIO COFFA (a. 75)
GIUSEPPINA RAIMONDI-COMINESI (a. 80)
VITTORINO FELLEGARA (a. 83)
ROBERTO ROSA (a. 46)
DOMENICO BOSELLI
OTTAVIO PAGANI (a. 52)


 


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