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Come albero   

  notiziario mensile parrocchiale

SETTEMBRE 2013

Possa la strada sorgere a incontrarti

e il vento soffiare sempre alle tue spalle.

Il sole splenda caldo sul tuo volto

la pioggia cada dolce sui tuoi campi.

E fino a quando non ci incontreremo di nuovo

possa Iddio tenerti nel palmo delle sue mani.

Antica benedizione irlandese per chi parte e chi arriva


 

PARTIRE NON È SOLO MORIRE

Nei miei 48 anni di sacerdozio ho dovuto fare quattro traslochi, credo quindi di poter capire lo stato d’animo e la fatica di don Paolo, don Giuseppe jr. e don Cesare che in queste ultime settimane hanno fatto trasloco lasciando via Pinturicchio, il quartiere Gratosoglio e Liscate.
Partire è sempre un po’ morire, si dice e infatti partire è lasciare luoghi familiari e soprattutto persone con le quali sono stati creati legami di stima, amicizia, affetto. Eppure partire è condizione comune a tutti noi.
Partono, ogni giorno, dalle terre della fame e della guerra centinaia di migliaia di persone alla ricerca di pane e sicurezza. Arrivano con tutti i mezzi sulle nostre coste. Partenza obbligata e durissima che il Papa ci ha invitati a non circondare di indifferenza o peggio di rigetto.
Partono dalla casa dove sono nati e cresciuti i giovani che vogliono ‘metter su casa’ dando vita alla loro nuova famiglia.
Partono in questi giorni non pochi nostri ragazzi per studiare all’estero. Partire è davvero condizione comune a tutti, perché tutti, senza eccezioni, giorno dopo giorno, ci prepariamo a partire per quello che sarà l’ultimo viaggio.
“Non è questa la nostra casa definitiva” ci avverte la Lettera agli Ebrei. Abitiamo da inquilini provvisori questa nostra terra che pure amiamo intensamente e nella quale mettiamo radici sempre più profonde.
Anche i preti partono.
Un giorno più o meno lontano, per me era il 1960 , lasciano la loro casa, la famiglia per ricevere una nuova casa e una nuova famiglia da amare e servire nel nome del vangelo. In passato la regola era la stabilità pressocchè definitiva in particolare per Vescovi e parroci: morivano sulla breccia, magari carichi di anni e circondati dalla benevolenza dei propri fedeli. Ora non è più così, nessun servizio nella chiesa è definitivo, sono tutti servizi ‘a tempo determinato’.
Le inaspettate dimissioni di Benedetto XVI all’inizio di questo anno forse rendono anche il Soglio Pontificio un luogo provvisorio…A maggior ragione vescovi e parroci a 75 anni sono tenuti a dare le proprie dimissioni. Ma anche tutti gli altri preti che lavorano nella Chiesa non hanno un posto fisso, garantito fino alla pensione, possono anzi devono cambiare.
E credo sia bene così.
Naturalmente la stabilità nel posto di lavoro (anche fare il prete è un posto di lavoro!) presenta qualche vantaggio.
Pensiamo a certi lavoratori che hanno speso una vita in una fabbrica: il loro attaccamento e la loro competenza sono una risorsa preziosa per l’azienda. Pensiamo a certi parroci che hanno accompagnato due, tre o quattro generazioni di fedeli: sono diventati i padri, i nonni, i bisnonni di quella gente raccolta sotto il campanile.
Ma io credo vi siamo almeno due buone ragioni perché un prete parta e cambi posto di lavoro.
La prima ragione è direi psicologica. La lunga permanenza nello stesso luogo può trasformare un lavoro, agli inizi creativo ed entusiasta, in una routine ripetitiva e ingrigita dall’abitudine. “Abbiamo fatto sempre così….perchè cambiare?”. Insomma chi resta troppo a lungo nello stesso posto rischia di distruggere col passare degli anni quanto ha costruito nei primi anni.
Ma vi è una seconda ragione che direi addirittura ‘teologica’, cioè suggerita dalla nostra fede. La Lettera agli Ebrei afferma che “unico è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” e ancora che il grande pastore delle pecore è Lui, solo Lui, il Signore Gesù. Gli altri che pure hanno il nome di pastori - papa, vescovi, preti - lo sono per delega, occupano per un certo tempo un posto che è dell’unico Pastore della Chiesa.
E’ bene quindi che questi pastori per delega si avvicendino perché a tutti risulti chiaro che unico e vero Pastore è il Signore Risorto. Gli altri, dal papa all’ultimo prete, lo sono provvisoriamente, sono tutti lavoratori precari.
E’ triste, che quando un prete lascia la parrocchia dove ha ben lavorato alcune persone seguano il prete lasciando la parrocchia: vuol dire che erano legati al prete più che alla comunità.
E’ bello che ci si affezioni ad un prete, al suo modo di fare, allo stile della sua predicazione, è bello ma attraverso le parole di questo prete che adesso parte noi dobbiamo volgerci sempre e solo a quella Parola che non passa, non parte: “Cielo e terra passeranno ma la mia parola non passerà” dice il Signore. Allora partire non è solo un po’ morire, può essere anche un nuovo inizio, un rinascere.
Quando si rinvasano cambiando loro la terra, le piante solitamente conoscono una nuova e vigorosa crescita. Perché non può essere così anche per il prete?
Ecco il mio augurio a don Paolo, don Giuseppe jr e don Cesare: la nuova terra dove venite trapiantati vi dia, come si dice: ‘una botta di vita’.

don Giuseppe


L’Arcivescovo ha indirizzato alla Chiesa Ambrosiana
una lettera Pastorale intitolata “Il campo è il mondo”.
In questo campo viene seminata la Buona Semente che è il Vangelo.

La nostra comunità dedica a questo tema
gli incontri mensili di quest’anno
rileggendo insieme LE BEATITUDINI

29 Ottobre:
BEATI I POVERI
con Enzo Bianchi priore del Monastero di Bose

23 Dicembre:
BEATI GLI OPERATORI DI PACE
con Erri De Luca scrittore

 


 

FIDARSI DI DIO


“… Anche quella sera, senza dire parole, misero le barche in mare, vita dalle mani di Dio”. Così uno dei canti preferiti dal coro della S. Messa delle ore 10, che rilegge l’episodio narrato nel cap. 21 del Vangelo di Giovanni.
Così per me questa sera, quella della terza domenica che trascorro nella nuova parrocchia: mettere di nuovo la barca della mia vita in mare, fidandomi della Sua parola. Scrive Giovanni che questa era la terza volta in cui Gesù appariva agli apostoli dopo la risurrezione. E quella volta chiese loro fiducia incondizionata. Anzi a Pietro chiese esplicitamente di seguirlo fin dove sarebbe stato necessario.
Loro l’avevano visto risorto, avevano ricevuto il dono della pace e il soffio dello Spirito, avevano visto il segno dei chiodi nelle sue mani… eppure il loro cuore era ancora appesantito, la loro gola non riusciva a sciogliersi in canti di gioia, i loro passi non si erano ancora rivolti verso l’annuncio. Stavano pescando a vuoto, quella giornata, e un senso di fatica attraversava le loro vite. Dovevano fidarsi, o meglio, affidarsi, perché tutto acquistasse senso.
Così per me, stasera: nella grande fatica del lasciare la nostra comunità ritrovare un germe di risurrezione!

Sembra solo ieri quando incrociavo per la prima volta lo sguardo di don Angelo, che mi accoglieva paternamente in Arcivescovado, quando entravo per la prima volta nella nostra chiesa e contemplavo il nostro Crocifisso, quando, con timore celebravo le prime Messe, quando conoscevo le catechiste, quando incontravo Alessio, il primo dei tanti bambini (più di mille!!) che avrebbero dato senso alla mia vocazione, quando i giovani mi scrutavano attenti al nostro primo incontro, quando conoscevo il gruppo H, quando Luisella (e chi era???) mi diceva di aspettare un bambino, quando il Rino mi mostrava orgoglioso il nostro oratorio… e sono passati undici anni… e tante storie sono diventate la mia storia, tanti volti e tanti incontri il volto di Dio e la Sua storia!

Don Angelo mi ha insegnato a “stare sulla soglia” ad accogliere, senza discriminare e senza avere preconcetti; i bambini, gli adolescenti e i giovani mi hanno insegnato a sporcarmi le mani, a sedermi accanto ed essere un po’ come loro per annunciare Gesù; i genitori mi hanno insegnato che la fatica del vivere talvolta apre il cuore ma spesso lo chiude; gli anziani mi hanno educato “all’ascolto”; la fame e la sete di Dio nella nostra comunità non mi hanno mai fatto stare seduto, per accontentarmi di quanto a poco a poco, insieme, stavamo costruendo, ma mi hanno fatto scoprire nuove vie di evangelizzazione; don Giuseppe mi ha insegnato l’attenzione alla corresponsabilità pastorale; le fatiche nei rapporti mi hanno insegnato a guardare sempre di più dentro di me per ritrovare la verità del mio essere prete; i sorrisi per le strade, le quattro chiacchiere, la vita nel “mio” quartiere, gli amici veri, mi hanno fatto sentire davvero uomo tra gli uomini.
E quanti errori!!! Errori educativi, errori di stima, di sopravvalutazione di sé, mancanze di ascolto, rigidità, fraintendimenti: per questi chiedo davvero il perdono!

Undici anni: riguardandoli ho scoperto di non aver fatto niente di straordinario, se non lo straordinario vivere insieme la quotidianità del Regno di Dio che cresce.
E mi sono fidato di Dio… innamorato della mia comunità e della sua vita sapevo di percorrere i Suoi sentieri… per condurre ogni relazione a Lui, fonte della vita!
Ora siamo chiamati a riprendere il largo: voi nel sorriso accogliente di don Giuseppe Lotta e nella guida del nostro parroco; io… nell’imparare ad amare altri volti e altre storie, rendendo grazie a Dio perché ci ha creati con un cuore così grande che permette all’amore di moltiplicarsi e non di dividersi!
Rileggendo queste parole mi rendo conto di quanto sia difficile salutarvi e soprattutto di quanto rimane nel segreto del cuore: sono certo che nessuna briciola di quello che abbiamo vissuto sarà dispersa nell’amore di Dio. Bisogna soltanto portargliela per scoprire che ne fa pane per noi e per i nostri fratelli!
Vi affido a Lui attraverso le mani materne di Maria.

Con amore
Don Paolo

P.S. Il mio nuovo indirizzo:
Parrocchia S. Maria di Caravaggio, via Brioschi, 38 - 20136 Milano.
Il numero di telefono e le mail rimangono invariati!



CONCERTO PER DON PAOLO

W. A. Mozart Ein Musikalischer Spass K 522

W. A. Mozart Divertimento n.15 K 287

L. van Beethoven Sestetto Op. 81

Fatlinda Thaci e Engjellushe Bace violino
Stefan Veltchev viola
Claudio Giacomazzi violoncello
Alessandro Mauri e Ambrogio Mortarino corno

Strumentisti delll’Orchestra I Pomeriggi Musicali

SABATO 5 OTTOBRE ORE 21.00 IN CHIESA


DON GIUSEPPE JR. SI PRESENTA...

Dallo scorso 4 settembre, dopo qualche apparizione e chiacchierata con don Giuseppe e don Paolo, abito nella nostra comunità: vi scrivo qualche notiziola sul mio conto, in attesa di conoscerci personalmente.

Sono nato a Milano il 17/01/1967 da mamma Rosetta e papà Eugenio, tuttora in buona salute ed estremamente collaborativi. Ho un fratello, Roberto, nato un paio d’anni dopo di me, che da sempre mi copre le spalle soprattutto in campo informatico. Ho praticamente sempre vissuto a Quinto Romano (dove si trova Aquatica), nella parrocchia Madonna della Divina Provvidenza. Dopo le regolari scuole dell’obbligo, ho conseguito nel 1986 il diploma di perito industriale per l’energia nucleare, ma già da qualche anno il mio cuore mi stava portando altrove, e non perché due mesi prima della maturità esplose la centrale di Cernobyl! Nell’ultimo anno delle superiori, infatti, avevo iniziato il cammino di noviziato presso il seminario di Saronno, visto che da circa tre anni avevo cominciato a capire che il Signore mi chiamava a seguirlo e a donarmi nell’essere prete.
Sono entrato in Seminario il 5 ottobre 1986 e sono stato ordinato diacono il 10 ottobre 1993, quindi presbitero l’11 giugno 1994.
Dopo la prima estate trascorsa nella parrocchia di Pasturo, in Valsassina, sono stato nominato vicario parrocchiale a Baranzate, all’epoca frazione di Bollate, dove mi sono occupato essenzialmente dell’oratorio, dell’iniziazione cristiana e della pastorale giovanile.
Dal 1995 ho avuto anche l’incarico di insegnante di religione presso la locale scuola media.

Nel settembre 2004 sono stato trasferito nella parrocchia di san Barnaba in Gratosoglio, a Milano. Anche qui ho mantenuto l’incarico della cura dell’oratorio, della pastorale giovanile e dell’ultima parte del cammino di iniziazione cristiana.
A partire dal 2009 mi è stata anche affidata la pastorale giovanile della vicina parrocchia di Maria Madre della Chiesa, con la quale, a partire dal 2010, è iniziato il percorso di comunità pastorale.
Nel 2010 quindi sono stato nominato vicario parrocchiale di entrambe le parrocchie.

Ora sono qui, dove l’accoglienza e i sorrisi che mi avete riservato mi sono stati preziosi per superare la fatica del distacco da Gratosoglio.
C’è una frase importante che mi ha accompagnato in questi anni, dal salmo 52,10: “Mi abbandono alla fedeltà del Signore ora e per sempre”.
In questi giorni un po’ faticosi mi sono sentito proprio così...
Ed eccomi per lasciar scrivere al Signore, insieme a voi, un altro capitolo della nostra vita.

Don Giuseppe


DON CESARE SI PRESENTA...

Ho fatto la mia scelta definitiva per Gesù, nell’ordinazione diaconale, quando non avevo ancora 23 anni ( ho dovuto chiedere il permesso al Papa per iniziare ).
Parto così nell’autopresentarmi perché credo che questa cosa dica bene il desiderio che mi abbraccia e mi descrive: che l’incontro con il Signore della vita sia tutto. Può sembrare altisonante, forse anche presuntuoso ma non posso accontentarmi di mezze vie avendo sperimentato “la via migliore di tutte”, una via che mi è apparsa in tutta la sua bellezza e corrispondenza prima attraverso la famiglia, siamo cinque fratelli, e poi attraverso la vita della Comunità cristiana di Concorezzo, fatta di vita d’oratorio ma non solo.
Il tempo del Seminario mi ha aiutato a scoprire che quello che era accaduto aveva una sua origine: i sacramenti, e una sua ragione: lo studio teologico; ma soprattutto di quegli anni mi è rimasto il gusto di un’amicizia basata e nutrita dalla stessa intuizione vocazionale.
Divenuto prete sono stati diversi i traslochi che ho fatto, in parrocchie tra loro anche molto diverse e apparentemente contraddittorie: ho iniziato con la periferia di Milano (S.Ignazio al quartiere Feltre), poi sono passato nella verde Brianza, patria del mobile (Lissone, Madonna di Lourdes), di lì sono tornato nel centro di Milano, luogo ricco di provocazioni e stimoli (san Marco), infine nel 2006 mi è stato chiesto di iniziare, da Parroco, a Liscate, nella periferia orientale della diocesi. C’è una cosa che lega esperienze così diverse: il fatto che ho sempre obbedito e detto sì alla voce del Vescovo, anche quando mi ha chiesto cose davvero faticose; e in questo dire di sì ho trovato sempre una grandissima convenienza.
Elemento unificante dentro questi 26 anni di ministero pastorale è l’insegnamento nelle scuole superiori, l’utilità di questa scelta è per me davvero grande perché a scuola trovi tutti i ragazzi e a tutti devi dare ragione della fede; esercizio quest’ultimo che mi ha permesso di imparare a non dare per scontato né il mio cammino né quello degli altri.

Ed eccomi all’oggi; ora, inaspettatamente, l’obbedienza mi porta a cominciare di nuovo insieme agli universitari nella chiesa di san Pio Decimo e alla nascente Comunità Pastorale tra san Giovanni in Laterano e san Pio, due incarichi che sento come una ulteriore grande occasione per me; si tratta di una nuova possibilità per dire totalmente sì a quel Gesù che ho scelto e che vorrei diventasse sempre più l’unico bene della vita.
Per questo, nell’attesa di incontrarci, vi chiedo umilmente una preghiera.

Don Cesare


TRE PAESI, DUE DESERTI

“Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore. Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme” (Salmo 121).

Ho provato una grande gioia e una profonda emozione quando don Giuseppe lo scorso autunno ha espresso la sua intenzione di compiere un viaggio in Giordania, Israele, Palestina e nei deserti dell’Esodo.
Anche se la complessa situazione politica dell’Egitto non ci ha permesso di raggiungere il Sinai, tuttavia abbiamo potuto percorrere il deserto del Wadi Rum e quello del Neghev, e prepararci ad assaporare la bellezza dolce insieme ed aspra, solenne e umile della Città Santa.
Venerdì 30 agosto, dopo una visita alla città di Amman, eccoci al monte Nebo, da cui Mosè vide prima di morire la Terra Promessa, dopo i quarant’anni nel deserto. Secondo la Scrittura su questo monte Mosè fu sepolto, ma nessuno ha mai scoperto dove sia la sua tomba, e forse proprio per questo sembra di percepire ovunque la sua presenza nel silenzio e nella luce di quel luogo Santo. Dal monte Nebo la vista si perde lontano verso il mar Morto, il Giordano, Gerico, ma i nostri occhi cercano soprattutto Gerusalemme a cui noi pellegrini del 2000 attendiamo di giungere con un profondo desiderio. L’impressione che mi segna profondamente è quella di sentire la vicinanza di un tempo lontano, tempo che per un momento sembra annullarsi: il tempo della storia si confonde con il tempo dello spirito. La celebrazione della S. Messa nel ricordo di Mosè è uno dei momenti più toccanti per il cuore e più appaganti per lo spirito che abbiamo vissuto insieme. Ancora assorti nella suggestione del luogo che induce a meditare su come è lungo e non facile il cammino dell’uomo che cerca, riprendiamo il viaggio verso sud per giungere a Madaba, città di mosaicisti dove ancora oggi è un’importante scuola di mosaico e dove nella Basilica greco bizantina di San Giorgio ammiriamo increduli lo splendido mosaico del VI secolo D.C., raffigurante una mappa della Palestina realizzata con il contributo di mosaicisti provenienti dall’est, che ben conoscevano ogni particolare dei luoghi. La mappa non è soltanto un documento geografico ma anche un’opera d’arte per i colori e la ricchezza di particolari, come ad esempio i pesci che risalgono il Giordano fuggendo dal mar Morto. Essa è anche una testimonianza religiosa, una sorta di “guida del pellegrino” raffigurante i luoghi santi come quello del Battesimo di Gesù, Gerico, Betania, Betlemme, Gerusalemme.

Continuando il viaggio, il paesaggio attorno a noi diventa sempre più desertico, fino a quando ci appaiono aride montagne dalle morbide forme che si ergono dalla sabbia e che nascondono il grande tesoro che è Petra. Ci accoglie uno splendido albergo dal quale possiamo godere la vista delle montagne illuminate dalla luce rossa del tramonto. Ed eccoci a Petra, gioiello nascosto tra le montagne, un tempo ricchissima capitale dei Nabatei al centro dei commerci carovanieri, la cui visita ci impegna per una intera giornata: attraverso il Siq, lunga spaccatura tra le montagne, raggiungiamo il Tesoro, che appare, inondato dal sole, dopo l’ultima curva del lungo percorso tra le rocce. Circondati da beduini, asini, dromedari e giovanissimi venditori di ogni sorta di oggetti ricordo, sotto un sole cocente visitiamo le antiche rovine. Il luogo, per secoli rimasto nascosto e riscoperto solo nell’Ottocento, offre numerosissime attrazioni archeologiche e splendidi scorci panoramici. La serata è dedicata alla reciproca presentazione dei partecipanti al viaggio, e questa conoscenza si rivelerà molto proficua perché il gruppo diventerà sempre più affiatato e amichevole nel rispetto gli uni degli altri: abbiamo camminato insieme, a volte sostenendoci e cercando di essere di aiuto a due compagne di viaggio giunte in Terra santa doloranti, ma che coraggiose e tenaci non hanno disertato alcun luogo del pellegrinaggio.

La tappa successiva ci porta al Wadi Rum (valle di sabbia), nel cuore del deserto che impariamo a conoscere dalle parole della nostra guida giordana Omar. E’ domenica e un’ esperienza nuova ci attende: raggiungeremo in Jeep il luogo del comando arabo-inglese durante la spedizione condotta da Lawrence d’Arabia . E’ qui che cominciamo a capire cosa è il deserto. Per molti di noi è stato questo uno dei momenti più significativi e toccanti del cammino che ci prepara all’incontro con Gerusalemme: la celebrazione della Santa Messa all’interno di una grande tenda di beduini che ci accolgono con silenziosa e discreta affabilità.
Seguendo il percorso di Laurence d’Arabia raggiungiamo Aqaba, sul mar Rosso, dove attraversiamo il confine e lasciamo la Giordania per entrare in Israele. L’ocra del deserto si confonde con quella delle rocce mentre percorrendo le rive del mar Morto ci dirigiamo verso Masàda. Lungo il percorso fiancheggiato da mucchi di sale luccicante vediamo il luogo in cui la tradizione colloca Sodoma e Gomorra. La sagoma di una donna delineata dalla montagna ricorda la moglie di Lot, divenuta una statua di sale.
Masada si erge grandiosa e terribile in cima ad una montagna impervia e arida . Nella possente rocca costruita da Erode il Grande , dopo la distruzione dei Gerusalemme ad opera di Tito nel 70 D.C., si rifugiarono e resistettero ai Romani per tre anni un migliaio di Zeloti che , dopo una difesa tenace ma senza speranza, secondo il racconto di Giuseppe Flavio, presero la terribile decisione di suicidarsi in massa per morire liberi ed evitare l’empietà della prigionia Romana. Altri Ebrei, gli Esseni, una comunità rigorista di uomini puri che vivevano come monaci dediti alla copiatura delle Scritture, nell’imminenza della disfatta, avevano nascosto i rotoli della Bibbia all’interno di giare di terracotta nelle grotte di Qumran, località sulle pendici dei monti sulla sponda occidentale del mar Morto. Qumran era un luogo sacro, lo testimonia la presenza di numerose vasche per la purificazione, e fu distrutta da Tito nel 68 D.C. I manoscritti, così previdentemente nascosti si sono conservati fino ai nostri tempi e sono stati ritrovati solo nel 1947 per puro caso, avendo un pastore gettato un sasso in una grotta per richiamare una pecora smarrita, e avendo per caso colpito una giara : evento di straordinaria importanza archeologica e religiosa, poiché i manoscritti del I secolo hanno permesso la conferma del contenuto di molti testi dell’Antico Testamento, fino ad allora noti solo per mezzo di copie di epoca medioevale. La missione degli Esseni era la custodia della parola di Dio, che deve accompagnare ogni momento della nostra vita; essa deve essere “lampada ai miei passi, …. luce sul mio cammino“ (Sal 118) : un insegnamento per noi in questo viaggio .

Dopo un bagno ristoratore nel mar Morto, proseguiamo la nostra strada verso nord e raggiungiamo il Giordano, che ci appare come un fiumiciattolo di un verde intenso,fiancheggiato da canne .Raggiungiamo emozionati il luogo dove la tradizione vuole sia avvenuto il battesimo di Gesù (in realtà si trattava di un rito di purificazione) da parte di Giovanni Battista. Da questo episodio inizia l’attività pubblica di Gesù, che prima di cominciare la sua predicazione pretende (Giovanni si era schermito) il bagno purificatore.
Ecco Gerico, forse la città più antica del mondo (gli archeologi hanno attribuito il sito a 10.000 anni fa), fertile e verdeggiante grazie alle sorgenti sotterranee, ricca di piante di datteri e sicomori. Quale occasione migliore per acquistare datteri e i piccoli frutti di sicomoro magari da gustare nel pranzo di Natale ricordando questo straordinario momento? Tappa obbligata nel percorso da nord verso Gerusalemme, Gerico fu molte volte attraversata da Gesù. La guida ci mostra un grande sicomoro indicato come quello sul quale Zaccheo era salito per vedere Gesù (Lc 19, 1-10). Non importa se il sicomoro sia veramente quello su cui salì Zaccheo, quello che importa è che siamo nel luogo in cui Gesù “si lasciò trovare”. Zaccheo era un pubblicano ma aveva una inquietudine interiore e l’incontro con Gesù lo portò in effetti alla conversione. I veri cercatori di Gesù sono coloro che sono disposti a cambiare e lo incontrano.

Il viaggio nel deserto e la sosta a Gerico ci ha preparati alla salita verso Gerusalemme, che ci appare sul far della sera splendida con le sue innumerevoli chiese e moschee. La prima tappa il mattino successivo è la spianata ove sorgeva il Tempio, ora dominata da due meravigliose moschee, quella detta “lontana” (Al-Aqsa) e la “cupola della roccia” detta anche di Omar. La prima, la cui facciata era un tempo grandiosamente costituita da quattordici archi, è secondo la religione musulmana quella da cui Maometto iniziò il suo viaggio verso il cielo per ricevere le istruzioni della preghiera. La seconda, decorata di mosaici blu e oro, domina la spianata. Questo era il luogo del tempio, prima quello di Salomone, distrutto dai Babilonesi, poi quello di Erode distrutto dai Romani. Il luogo del “Sancta Sanctorum”, ove si trovava l’arca dell’alleanza coincide proprio con il luogo della moschea di Omar. E’ il monte Sion, il luogo dove Abramo portò Isacco per il sacrificio e ricevette la promessa della discendenza. E’ il “luogo di Dio”(Salmo 86), il centro della religione ebraica, cristiana e musulmana. Nonostante le differenze e le lotte, in questo luogo si sente forte la presenza del Dio unico: “ la più santa delle dimore dell’ Altissimo: Dio è in mezzo ad essa “ (Salmo 46). Mi ha commosso in quella spianata sentire ed essere certa della presenza eterna di Dio e sentirmi parte della storia che ha in questo luogo le sue radici. Ero esitante di fronte al Muro del Tempio, quasi non mi appartenesse, ma poi mi è stato naturale pregare vicino a donne di diversa religione e sentire la meraviglia del riconoscerle tutte figlie dello stesso Padre. Forse è questo il miracolo di Gerusalemme .

Il dolore del popolo ebraico si rinnova terribilmente per la Shoah alla memoria della quale è dedicata la collina di Yad Wa–Shem (espressione che significa “un posto, un nome” tratta da Isaia 56,5). L’architettura triangolare del Museo, essenziale ed imponente al tempo stesso, simboleggia la stella di David “dimezzata“. Il percorso straziante invita alla riflessione e alla preghiera per tutte le vittime di genocidi senza senso. Ma il momento per me più difficile è stato quello dell’ingresso nel profondo buio della Galleria dei Bambini, illuminato da lucine riflesse da una sola candela, mentre una voce lontana pronuncia i nomi dei piccoli. Non c’è spiegazione o sollievo a tanto dolore. L’unica luce è il Viale dei Giusti che illumina la strada per ogni uomo di buona volontà. Di fronte a tanto dolore resta soltanto la “speranza della croce”.
A Gerusalemme percorriamo la Via Crucis in mezzo a una folla vociante e agitata. Il contesto chiassoso in cui camminiamo doveva essere molto simile a quello in cui Gesù portò la croce verso il Calvario.
Una piccola piazza che si apre dopo l’ultima stradina ci porta alla basilica del Santo Sepolcro. Qui all’interno si venerano sia il luogo della sepoltura e della resurrezione, sia il luogo della crocifissione. Entrambi sono nascosti da anguste cappelle riccamente addobbate e circondate da lampade, icone e abbellimenti di vario stile, tanto che ciò che ci appare all’interno di esse difficilmente assomiglia a quei luoghi che ci siamo immaginati leggendo i Vangeli. Ma non è una delusione, perché comunque quando finalmente riusciamo ad arrivare davanti al Sepolcro e al luogo del Calvario, l’emozione che ci prende è grandissima. Molti di noi hanno sentito il bisogno di ritornarci nei giorni successivi, quando superato ormai il disagio per tutto ciò che intorno ad essi è stato aggiunto, più forte è diventata l’emozione per l’essere a contatto con i luoghi più sacri della nostra fede. Celebriamo la Santa Messa in una cappella laterale.

Saliamo sul Monte degli Ulivi, facendo tappa nel luogo dell’Ascensione, testimonianza di una tradizione antichissima che vuole che qui sia avvenuto l’ultimo atto della permanenza del Signore sulla terra.
Sulle pendici del Monte degli Ulivi, di fronte alla collina di Gerusalemme e al tempio c’è il luogo in cui Gesù pianse per la sorte di Gerusalemme, il “Dominus Flevit”: ciò che colpisce il visitatore è la splendida vista di Gerusalemme che portò Gesù alla commozione al pensiero della sua distruzione.
Impressionante è l’immenso cimitero ebraico, che occupa tutto il monte sul versante che si affaccia verso Gerusalemme. Separa i due monti la valle del Cedron o di Josefat, dove secondo l’antica scrittura avverrà il giudizio universale. Alzando lo sguardo si vedono gli archi sul limitare della spianata del Tempio, “bilance” costruite dai musulmani per pesare le anime nel giorno del giudizio.

Grande emozione suscita in noi la visita del Getsemani, l’orto degli ulivi in cui Gesù pregò intensamente la sera della sua cattura, e in cui i discepoli mostrarono tutta la loro inadeguatezza umana non essendo neppure capaci di restare svegli in un momento così drammatico. Il luogo è bello e ricco di fascino, colpisce la vista di alcuni ulivi bimillenari, dal tronco mastodontico. Nella adiacente chiesa delle Nazioni abbiamo sostato in preghiera di fronte alla roccia sulla quale secondo l’antica tradizione Gesù avrebbe pianto lacrime di sangue nell’imminenza della sua passione (Matteo 14, 32-42).

La incapacità umana di essere fedele di fronte al Dio che si fa uomo e sperimenta la più umana delle tragedie che è la morte, rivive nel ricordo del rinnegamento di Pietro, nel luogo in cui Gesù fu portato dopo la cattura e in cui Pietro per tre volte negò di conoscerlo, luogo oggi chiamato “San Pietro in Gallicantu”. Era la casa di Caifa, sotto la quale si trovavano le prigioni in cui Gesù fu tenuto la notte della sua cattura.
La visita del Cenacolo rappresenta un altro momento forte del nostro pellegrinaggio. Qui Gesù istituì l’eucarestia e il sacerdozio, qui Gesù apparve ai discepoli smarriti e offrì le Sue piaghe per la verifica di San Tommaso, e qui ancora gli apostoli ricevettero lo Spirito Santo nelle Pentecoste. Luogo strano, perché originariamente posto sopra una sinagoga, poi divenuto chiesa bizantina, e quindi moschea oggi possesso degli israeliani che non consentono celebrazioni religiose. Ma il pensiero di ciò che lì avvenne permette di superare le contraddizioni della storia e di rivivere momenti essenziali della vita terrena di Cristo e di sentire il suo amore per noi che si rende vivo nell’Eucarestia.
Ultima meta del nostro straordinario viaggio in Terra Santa è Betlemme, la città di Davide e pertanto il collegamento genealogico tra Gesù e le sue origini ebraiche. La visita alla basilica della Natività ci offre l’immensa emozione di chinarci e pregare di fronte al luogo della nascita del Salvatore. Celebriamo la Santa Messa nella cappella in cui San Gerolamo trascorse molti anni traducendo la Bibbia in latino, e in quella che sarà l’ultima omelia di questo viaggio, don Giuseppe riprendendo una parola del santo ci dice che l’ignoranza della Scrittura è ignoranza di Cristo e quindi lontananza da Lui: un invito per tutti noi a leggere e a conoscere le scritture per viverle.

Conclude il nostro cammino l’interessantissimo e importante incontro con Mons. William Shomali, vescovo ausiliare del Patriarca Latino di Gerusalemme, che ci accoglie e ci illustra con chiarezza la difficile e complessa situazione medio-orientale in cui il rischio dell’islamizzazione è molto forte, sottolineando come il dialogo tra le diverse religioni possa dare un grande contributo alla pacificazione. Il pensiero della difficile situazione politica mondiale ci riporta alla realtà ma rimane in noi la gioia di questo esperienza. Come dice il Salmo “ Davvero beato chi decide nel suo cuore il Santo Viaggio”.

Anna Elisa Broli Riva


UN ANNO DOPO

E' passato un anno dalla morte del cardinal Martini, e non ci sembra vero che sia già così tanto tempo. Ma, appena ci fermiamo a pensare, ci accorgiamo di quanti segni di trasformazione sono comparsi nella chiesa in questo stesso anno.

Così non si può ricordare Carlo Maria Martini senza la consapevolezza di questi dodici mesi, perchè questi eventi aggiungono una chiave di rilettura e di interpretazione della sua figura .

Il 16 marzo scorso partecipammo ad un convegno dal titolo “Martini, uomo tra gli uomini, uomo di Dio”. L'intenzione era quella di raccogliere voci, ricordi, esperienze, testimonianze, comprensioni e interpretazioni della sua figura. L'obiettivo quindi non era quello di inquadrare la persona e definire il suo ruolo, ma quella di lasciarci nuovamente stupire e affascinare dalla narrazione che i singoli relatori facevano di lui.
Un evento non prevedibile fece da valore aggiunto : da pochi giorni era stato eletto papa Francesco. Realizzammo subito che proprio nell'oggi che stavamo vivendo,stavano per compiersi molte cose che Martini ci aveva fatto sperare, coltivandole dentro di noi con il suo insegnamento e la sua vita.

Adesso, dopo un anno, ci troviamo qui a ricordarlo con gli stessi sentimenti , gli stessi ricordi, ma con una consapevolezza ancora maggiore del suo ruolo profetico, quello degli “anni di Gerusalemme e di Gallarate”, come dice Vito Mancuso.
Col passare dei mesi abbiamo assistito a decisioni e visto gesti, che mai avremmo immaginato di vedere e udire: primato della Coscienza, giustizia per i poveri, discernimento invece di giudizio. Stima per ogni uomo, a cominciare dai più deboli, poveri, emarginati ci parlavano di fiducia nello Spirito che è dentro in ciascuno. Parole che hanno sempre fatto parte della tradizione della chiesa, ma che oggi hanno assunto una forza e un primato che ci sembrano essere doni dell' intercessione di padre Carlo che ora vede “faccia a faccia”.

Per questo, dopo un anno, ci piacerebbe ricordare padre Carlo non rimanendo fermi ai ricordi di quegli anni, ai “nostri” ricordi, ma continuando a camminare nell'oggi.
“Non mitizzarmi” disse una volta Martini a Silvia Giacomoni. E' sempre facile il rischio della mitizzazione , del congelamento della sua figura, la riduzione a immaginetta e, infine, il disinnesco del suo potenziale creativo, profetico.

Sarebbe rischioso circoscrivere in una sola istantanea il passaggio di Carlo Maria Martini nella chiesa, riducendolo ad una sola dimensione, magari quella preferita da una chiesa prudente, quella che lo renderebbe innocuo per il futuro. Che non sia innocuo lo dimostrano le centinaia di fiammelle che ostinatamente hanno continuato e continuano ad accendere anonimi visitatori della sua tomba, il fiore fresco quotidiano appoggiato in terra, e soprattutto il germogliare insperato di nuovi segni nella chiesa .

La fedeltà alla sua amicizia e al suo passaggio tra noi ci impone di non dimenticare, perchè come diceva il grande maestro ebreo, lo zaddiq Baal Shem Tov:
“ la dimenticanza conduce all'esilio, ma la memoria conduce alla redenzione “

Con riconoscenza e affetto sempre
Ornella e Federico Zanda


DOMENICA 6 OTTOBRE 2013

FESTA DELL’ORATORIO
PER SALUTARE DON PAOLO e DON GIUSEPPE jr.

Programma

Alle ore 11.00 e non alle ore 10.00 S. MESSA dei ragazzi e delle famiglie
(viene sospesa la Messa delle ore 12.00)

Ore 12.30 Pranzo insieme

Nel pomeriggio giochi per tutti

Per quel giorno sarà chiuso al traffico un tratto di via Pinturicchio.
Potremo godere della strada tutto il giorno!
Per il pranzo: Ogni famiglia è invitata a portare un secondo (tipo torta salata) o un dolce, da condividere con gli altri! Sono gradite bevande.

 

CAMMINO DELL’INIZIAZIONE CRISTIANA

Gli incontri inizieranno dal 7 ottobre con questo calendario:

Lunedì ore 17.00 secondo anno (4°elementare)

Martedì ore 17.00 terzo anno (5° elementare)

Mercoledì ore 17.00 primo anno (3° elementare)

Giovedì ore 18.00 quarto anno (1° media)

Il giorno del gruppo Preado (2° e 3°media) sarà deciso il 23 settembre durante il primo incontro alle ore 17.00.


VENITE, CANTIAMO LA NOSTRA GIOIA AL SIGNORE” (Salmo 94,1)

Con la riapertura dell’oratorio, torna in servizio anche il Coro dei giovani per animare la Messa delle 10.
Anche quest’anno ci ritroveremo per le prove la Domenica dopo la Messa dalle 11 alle 12.45 a partire dal 29 settembre .
Il calendario completo del coro sarà distribuito in tale data e a disposizione in oratorio.
A quanti hanno sempre pensato o per la prima volta pensano che il coro sia una proposta “appetibile” ripetiamo quanto dice il Salmista: "Venite, cantiamo la nostra gioia al Signore!" e aggiungiamo… "già dalla prossima domenica!".
Il gruppo, ormai consolidato, è sempre in attesa di nuove leve, soprattutto di voci maschili.
Non servono iscrizioni, ma solo un po’ di voce e sorriso.
È questo forse il segreto per cui dopo tanti anni la proposta del coro conserva ancora la sua freschezza e il suo slancio...nonostante la sveglia puntata per essere in chiesa alle 9.40!

Coro Erano Uomini Senza Paura


Riapre lo SPAZIO GIOCO PER BAMBINI,
segno concreto e semplice dell'attenzione educativa che l'oratorio e la parrocchia vogliono dare anche ai bambini tra i 6 mesi e i 3 anni martedì, mercoledì e giovedì mattina dalle ore 9 alle ore 12

Per informazioni rivolgersi in ufficio parrocchiale


Venerdì 27 settembre alle ore 21.00

Primo incontro del

PERCORSO DI PREPARAZIONE AL MATRIMONIO

Un secondo corso è previsto a partire dal 17 gennaio 2014
Per informazioni e iscrizioni rivolgersi in ufficio parrocchiale


 

Nella Comunità parrocchiale:

HANNO RICEVUTO IL BATTESIMO

COSTANZA BECCHINI
GIOVANNI TRADIGO SHENADI BADDELIXANAGE

ABBIAMO AFFIDATO AI CIELI NUOVI E ALLA TERRA NUOVA

EMARIA STRONATI - MARINA TORO
ELSA RIZZINI - CARLO CAFOLETTI
ALFREDO OBICINI - ANNA GEREMIA
VITTORIA CAPPELLETTI - ORLANDO NEGRINI
KABEMBA SITUNA - ROSA SERAFINO
MARIA GHEZZI - MARIO GALLI - LUIGI GALLO GORGATTI
GABRIELLA BOTTURA - RAFFAELLO LAURELLI
BIANCAMARIA BARBANTI - ORONZO SARCINA
LUIGIA LANCENI - FRANCESCO GEROSA
ROSANNA CASELLA - FRANCO NESTI
NICOLA FURGIUELE - GIULIANA FOINI
PAUL CIGIC - LUIGIA MANDELLI - LILIANA MANTOVANI

 


 


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