parrocchia - celebrazioni - omelie - cattedra - oratorio - gruppi - come albero - preti - blog - link

 

 

La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella quinta domenica
dopo Pentecoste
23 giugno 2013

 

Gen 18, 1-2a.16-23
Rm 4, 16-25
Lc 13, 23-29

IL NUMERO DEI SALVATI

Ci sono domande che nascono in noi dalla curiosità e che non trovano risposta da parte di Gesù.
Così nell'evangelo di oggi. Alla domanda "Quelli che si salvano sono pochi o tanti?", Gesù non risponde. Se rispondesse fissando il numero dei salvati, cancellerebbe il ruolo decisivo della libertà umana trasformando la vicenda umana in un copione già scritto di cui saremmo le comparse o peggio i burattini. Eppure possiamo in qualche misura rispondere alla domanda, non con un numero ma con alcune consolanti certezze.
La prima: dalla parte di Dio vi è una volontà efficace di salvezza per tutti gli uomini, nessuno escluso. Molti testi del Nuovo Testamento affermano che Gesù ha dato la sua vita per tutti. Così Paolo: "L'amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti" (2Cor 5,14). E sempre Paolo: "La grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini" (Rom 5,15). L'evangelista Giovanni afferma che Gesù è "il salvatore del mondo" (4,42) venuto perchè "niente vada perduto". E secondo Marco l'Evangelo deve essere annunciato "ad ogni creatura" (16,15). Nessuno è quindi escluso, questa la prima certezza.
La seconda certezza è suggestivamente annunciata nella prima lettura. Basterà la presenza di cinquanta giusti perché l'umanità sia salvata. E se saranno solo 45 o 40 o 30 o venti o dieci…abbiamo capito che basterà un solo giusto, basterà l'intercessione di Abramo, il giusto, l'amico di Dio, perché l'umanità non venga sterminata ma salvata. Ma allora quanti si salvano? Dio vuole tutti salvi e basterà trovare un uomo giusto, uno solo, perché l'intera umanità sia salvata. Fino a quando sulla terra vi sarà un uomo, uno solo, una donna, una sola che cammina nella giustizia e nell'amore, allora l'intera umanità potrà esser salvata. Quanti si salvano? La risposta è scritta nella coscienza di ogni uomo che liberamente accoglie o rifiuta. Ma l'appello è per tutti e quanti cercano nel rispetto della loro coscienza le vie del bene, non sono certo lontani da Lui.

Ma sostiamo un momento sull'immagine della porta, anzi della porta stretta: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta…".
La porta di casa stabilisce il confine tra l'interiorità della casa e il mondo esterno. La porta si spalanca per accogliere e introdurre nel calore della casa ma può anche rimanere chiusa per escludere dalla relazione familiare.
Nel linguaggio corrente non si dice forse: mettere alla porta per indicare l'esclusione, l'allontanamento? E uscire sbattendo la porta non è forse gesto ostile di rottura, di inimicizia? Invece attendiamo sulla porta e accompagniamo alla porta chi gode della nostra familiarità.
A ragione l'antico precetto ebraico raccomanda di porre sullo stipite della porta di casa una piccola custodia che racchiude qualche parola del testo sacro.
Visitando le case della mia parrocchia non sono poche le case, compresa la mia, che hanno questo significativo contrassegno. Possiamo allora capire la parola di Gesù che due volte afferma "Io sono la porta" (Gv 10,7.9). E aggiunge: "Se uno entra attraverso di me sarà salvato" (Ivi). Entrare per la porta, come dice l'evangelo odierno, vuol dire riconoscere Gesù, credere in Lui. E chi credendo in Gesù entra per quella porta che è Lui stesso,la fede nella sua persona, viene introdotto nell'intimità della vita di Dio.
Quando l'anonimato del pianerottolo viene rischiarato da una porta che si apre, la casa si offre al nostro sguardo con il suo calore; così quando accogliamo Gesù e la sua Parola, si dischiude per noi l'accesso al mistero di Dio, siamo accolti nella sua familiarità, possiamo chiamarlo Padre.
Ma, infine, perché questa porta è stretta? Se davvero l'accesso alla vita di Dio è per tutti, nessuno escluso, perché non spalancare la porta, magari addirittura abbatterla perché l'accesso sia davvero per tutti? Sì, l'accesso è per tutti ma non è gesto scontato, ovvio. Non bastava per i contemporanei di Gesù aver nelle vene il medesimo sangue, quello di Abramo, e per noi oggi non basta esser anagraficamente cristiani e magari praticanti: bisogna essere operatori di giustizia, è necessaria la limpidezza della coscienza che liberamente, consapevolmente, si consegna nella fede al Signore e alla sua parola.

 

 

 

 



torna alla homepage