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At
1,6-13a;
Ef 4,7-13;
Lc 24,36b-53.
Forse è facile sorridere ascoltando il racconto davvero sobrio
dell’Ascensione di Gesù al cielo… come un palloncino sfuggito
alla mano di un bambino e che si perde tra le nuvole. Le conoscenze
che abbiamo della natura e dello spazio ci impediscono di ritenere
il cielo come la dimora di Dio. Ricordo quando il cosmonauta sovietico
Gagarin fece ritorno dal primo viaggio nello spazio dichiarò di
non aver incontrato Dio nei cieli che sarebbero assolutamente
vuoti.
Lasciamoci
istruire da questo simbolo dell’ascensione. Quell’uomo che ha
vissuto fino in fondo la nostra condizione umana, quell’uomo che
ha lavorato con mani di uomo, amato con un cuore d’uomo, quell’uomo
che ha sofferto ed è stato messo a morte è ora l’innalzato, quell’uomo
è portato in alto, alla destra del Padre perché tutti riconoscano
in lui il vertice dell’intera umanità. Questa immagine spaziale,
salire al cielo, andare in alto, è solo la traccia visibile di
un mistero che ci supera: l’esaltazione del Signore Gesù. L’Ascensione
è come il compimento, la verità della vita di Gesù, della sua
passione e morte in croce. E infatti l’evangelista Giovanni per
indicare la crocifissione usa il verbo “elevare, innalzare”. Gesù
stesso annuncia così la sua imminente morte sulla croce: «Quando
sarò innalzato-elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).
L’elevazione da terra sul patibolo della croce è innalzamento,
glorificazione. Il patibolo anzi è cantato dalla Chiesa «albero
bello e splendente». E sempre alludendo alla sua morte Gesù aveva
detto: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane
solo, se muore nel solco porta molto frutto» (Gv 12,24). L’Ascensione
esprime visibilmente questa certezza: solo chi dà la sua vita,
solo chi la perde per gli altri la ritroverà in pienezza; solo
chi si abbassa nell’umile servizio ai fratelli, questi solo sarà
esaltato, solo chi discende condividendo la condizione umana nella
sua sofferenza e nel morire, questi sarà l’innalzato. Quante volte
Gesù ha descritto la sua esperienza umana come un discendere.
Anche noi lo affermiamo nel Credo: «Discese dal cielo…». Chi discende,
nella logica del condividere, chi non teme di mettersi accanto
a chi è più in basso e sceglie per sé la condizione di colui che
serve, questi è l’innalzato. Paolo ha mirabilmente espresso questo
movimento di discesa e di ascesa: «Cristo svuotò se stesso assumendo
una condizione di servo… umiliò se stesso facendosi obbediente
fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò…
perché ogni lingua proclami che Gesù è il Signore» (Fil 2,5ss.).
L’Ascensione è la risposta al discendere di Gesù, il suo abbassarsi
è vera esaltazione. Al più oscuro discendere risponde la più luminosa
ascensione. Lungi dall’essere una sorta di mirabolante messinscena
che strappa un grido di meraviglia e ci lascia a bocca aperta,
l’Ascensione di Gesù lo mostra a noi come l’innalzato perché si
è abbassato. Tutti noi cerchiamo di salire nella scala sociale,
nella considerazione della gente, cerchiamo in modi diversi di
realizzare la nostra ascensione. L’evangelo di oggi risponde con
le parole di Maria: «L’anima mia magnifica il Signore che rovescia
i potenti dai troni e innalza gli umili, i piccoli, rimanda i
ricchi a mani vuote e ricolma di beni gli affamati». Discendere
per ascendere. Ma questo mistero dell’Ascensione di Gesù, il suo
esser portato in alto, verso il cielo, il suo ritorno al Padre
racchiude un messaggio per noi non facile. Ripetutamente Paolo
ci invita a volgerci verso il cielo: «Se siete risorti con Cristo,
cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo. Pensate alle cose
di lassù» (Col 3,1). E ancora più chiaramente: «La nostra patria
è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù»
(Fil 3,20).
Il
cielo, non la terra è l’ultimo approdo della vita di Gesù e quindi
il nostro definitivo approdo. Eppure noi amiamo appassionatamente
la terra, la abitiamo mettendo in essa giorno dopo giorno radici
sempre più profonde e tenaci. Ma non è questa la nostra casa definitiva.
Questa certezza è per molti sorgente di tristezza e anche di disperazione.
Possiamo coltivare e custodire la terra sapendo che non è la nostra
ultima, definitiva dimora? Ai credenti è stato mosso il rimprovero
d’avere occhi così rivolti al cielo da non saper guardare con
dedizione la terra. Ma noi sappiamo che il Regno di Dio è già
misteriosamente presente nel tempo e che di questo Regno siamo
già qui e ora artefici, costruttori. Per questo l’attesa di cieli
nuovi e terre nuove non deve indebolire l’impegno generoso perché
la novità del Regno cominci a prendere forma nei solchi della
terra.
Preghiera
dei fedeli
Ascolta,
Signore la nostra preghiera.
Per
quanti piegati dalle avversità dalla vita e dalla cattiveria umana
non osano più sperare …
Per ogni uomo e donna: ne sia riconosciuta la dignità e possa
camminare a testa alta …
Per
tutti noi: viviamo i nostri giorni con generosa passione per la
terra elevando lo sguardo a te che sei nei cieli …
Per
i nostri ragazzi e ragazze che ricevono la Prima Comunione e la
Cresima …
Per
Carlo Verganti e Giuseppe Chieppa: ricevano il premio di una lunga
e laboriosa esistenza …
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