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Is
49, 1-7;
Fil 2, 5-11;
Lc 23, 36-43
Confesso
che questo titolo regale attribuito a Gesù mi pone qualche problema.
Del resto Gesù stesso ha rifiutato questo titolo. Leggiamo in
Gv 6,15: «Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo
per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo». Rifiuta quindi
la regalità offertagli dalla folla. La rifiuta anche quando è
Pilato a dire: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù risponde distinguendo
nettamente la sua regalità: «Il mio regno non è di questo mondo»
(Gv 18,33ss.). E parlando dei capi delle nazioni, dei re e dei
grandi Gesù ha avuto parole sferzanti: «I re delle nazioni le
governano e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare
benefattori. Per voi però non sia così, ma chi è il più grande
tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che
serve» (Lc 12,25ss.).
E
proprio l’evangelo di questa domenica ci presenta un’immagine
paradossale di Cristo re inchiodato sulla croce. Il patibolo sarebbe,
allora, il suo trono regale? Viene dichiarato re, ma non ha potere,
è l’immagine dell’impotenza, dell’antipotere. È quindi, quello
di re, un titolo che può essergli attribuito ma secondo un’accezione
assolutamente singolare. Forse proprio questa difficoltà ad attribuire
a Cristo il titolo regale spiega perché la festa di Cristo Re
sia tardiva nel calendario della Chiesa: è stata infatti introdotta
solo nel 1925 per iniziativa del papa Pio XI in una stagione storica
segnata in Europa dall’alta marea dei totalitarismi. Nelle intenzioni
del papa questa festa doveva esprimere il dominio di Gesù sull’universo,
e in particolare nella società e in tal modo relativizzare ogni
altro potere. Doveva soprattutto combattere il laicismo ossia
l’atteggiamento che pretendeva e pretende di estromettere dalla
vita sociale ogni riferimento alla signoria di Cristo. Il papa
Pio XI istituendo questa festa arriva a dire: «I capi di Stato
sia per via personale che a nome del loro popolo non dovrebbero
dunque rifiutare di rendere pubblici omaggi di rispetto e sottomissione
alla sovranità di Cristo». Noi oggi ai politici non chiediamo
tanto: basterebbe una condotta morale più seria e un impegno davvero
laico e preoccupato del bene comune. Lasciamo i pubblici omaggi
o gli atti di sottomissione alla fede cristiana. Rischiano d’esser
comportamenti opportunisti.
Nata
in un contesto polemico e quasi come segno rivendicativo della
presenza pubblica, sociale della Chiesa, la festa di Cristo Re
ha trovato con la riforma della liturgia la sua opportuna collocazione
al termine dell’anno liturgico, a conclusione di quell’itinerario
verso il mistero di Cristo che è appunto l’anno liturgico. La
Chiesa ha infatti un suo calendario che si conclude proprio questa
domenica nel segno di Cristo Re, Cristo senso, vertice, fine del
tempo e della storia. Ma Cristo crocifisso. E come può il crocifisso
essere il Salvatore, il senso della storia? E infatti la folla,
i capi, i soldati e uno dei due condannati insultano Gesù: ha
salvato gli altri e non può salvare se stesso, se fosse davvero
il Messia dovrebbe schiodarsi e mettersi in salvo. Costoro mettono
in dubbio la sua pretesa messianica… Se sei il figlio di Dio devi
usare la tua potenza e salvarti… Essi hanno un’idea di Dio onnipotente,
un Dio faraonico estraneo alla sofferenza umana e alla morte.
Se Dio deve intervenire nella storia deve farlo con grande potenza
e forza. Gesù invece ci rivela un volto di Dio che condivide,
prende parte alla nostra condizione. Gesù ha scelto una via diversa.
Paolo nella seconda lettura afferma che la via scelta da Gesù
non è quella di manifestazioni di forza bensì quella del farsi
servo, svuotandosi di sé nel dono incondizionato. Un grande cristiano
contemporaneo, il pastore Bonhoeffer, impiccato in un campo di
sterminio nazista, così pregava: «Signore Gesù, tu fosti povero,
misero, prigioniero e abbandonato come me. Tu conosci tutta l’infelicità
degli uomini, tu rimani accanto a me quando nessun uomo mi rimane
accanto, tu non mi dimentichi, mi cerchi, tu vuoi che io ti riconosca
e mi volga a te. Signore, odo il tuo richiamo e lo seguo, aiutami».
La
via della croce è una via di donazione, non di conservazione di
sé, dunque un progetto di solidarietà. Una vita per. La via della
croce è la via della solidarietà ad oltranza anche con coloro
che lo crocifiggono. E questa è la via della salvezza come è attestato
dal dialogo con i due condannati a morte con lui. La vita terrena
di Gesù si conclude con l’ultimo miracolo: la potenza di Dio è
tutta nell’amore e nel perdono. Notiamo il diverso atteggiamento
dei due condannati: l’uno chiuso nella sua disperata ribellione,
l’altro invece riconosce le sue malefatte e riconosce che Gesù
è il giusto ingiustamente condannato. Ma perché questo giusto
è qui a morire come me? Lui è qui con me perché io possa essere
con lui. E infatti spontanea sgorga l’invocazione: ‘Ricordati
di me’. Immediata la risposta di Gesù: l’ultimo gesto è l’ammissione
del ladro pentito nel Regno. Notiamo l’"oggi": il momento della
morte è già il momento di una nuova vita. ‘Oggi’ non è semplice
indicazione cronologica. Luca sottolinea spesso l’oggi della salvezza:
«oggi vi è nato un Salvatore» (2,11); «oggi si è adempiuta questa
scrittura» (4,21); «oggi abbiamo visto cose prodigiose» (5,26);
«ecco, io scaccio demoni e compio guarigioni, oggi e domani e
il terzo giorno avrò finito» (13,32); «oggi sarai con me in paradiso»
(23,43). Questo oggi più che una indicazione temporale è l’ora
decisiva, è il momento da non lasciar passare, l’occasione risolutiva.
L’ingresso nel Regno viene qui indicato con una parola rara nel
Nuovo Testamento: ‘paradiso’, ovvero giardino di delizie. In questa
morte c’è già la promessa della risurrezione. Questi due uomini
esprimono due opposti atteggiamenti davanti alla Croce di Gesù.
Il ladrone ostinato: ci rivela drammaticamente il peccato degli
uomini, il nostro peccato. Gesù venne nella sua casa e i suoi
non lo accolsero e ai suoi contemporanei Gesù rimprovererà: «Voi
volete uccidermi perché la mia parola non penetra in voi». La
croce è il segno della nostra durezza di cuore, della nostra chiusura
all’amore di Dio. La croce insegna che il male c’è, che occorre
riconoscerlo nelle sue molteplici forme. È il malfattore che non
si ravvede. Il buon ladrone: ci rivela che dove abbonda il peccato,
lì sovrabbonda il perdono (Rm 5,20): l’ultima parola non è di
condanna e di disperazione ma di perdono e di vita. È il malfattore
che si converte. Il racconto riguardante il malfattore pentito
è costruito come un vero e proprio cammino penitenziale: l’avvicinamento
a Gesù (lo difende dagli insulti dell’altro condannato); la confessione
dei suoi peccati (riconosce d’aver sbagliato e meritare la morte);
la domanda di perdono e salvezza (ricordati di me...); l’assoluzione
della colpa e il perdono (oggi sarai con me...). Questo ultimo
gesto di perdono ci rivela che il Crocifisso è il nostro salvatore.
La pretesa dell’uomo d’essere il salvatore di se stesso è appunto
smentita dall’esperienza drammatica del peccato e della croce.
La scritta sulla croce – Cristo re – ci impedisce di affidarci
ad altri uomini per la nostra salvezza: Gesù è l’unico inviato
per la nostra salvezza. Non dobbiamo aspettarci nessun altro uomo
veramente risolutivo della storia umana. Il Messia è già venuto
ed è il Crocifisso. Ogni grandezza umana, in questa luce viene
così ridimensionata. Nessun liberatore, nessuna eccezionale personalità
potrà mai incantare un cuore davvero credente.
Preghiera dei fedeli
Signore,
fa' di me uno strumento della tua pace
Dove
c'è odio io porti l'amore R.
Dove
c'è offesa io porti il perdono R.
Dove
c'è discordia io porti l'unione R.
Dove
c'è tristezza io porti la gioia R.
Ti
affidiamo la nostra sorella Liliana Patellani che ha compiuto
il suo cammino terreno. Ascoltaci, Signore.
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