Is
26, 1-2.4.7-8
1Cor 3, 9-17
Gv 10, 22-30
Il 20 ottobre 1577 san Carlo consacrava il nostro Duomo: da
allora la terza domenica di ottobre è festa della dedicazione
ovvero della consacrazione del Duomo. I lavori erano iniziati
intorno al 1386 e saranno conclusi con la facciata solo nel
1814. Più di quattrocento anni per quella che giustamente i
milanesi chiamano la ‘fabbrica del Duomo’. Davvero non è possibile
pensare Milano senza il suo Duomo. Basta dare un’occhiata alla
pianta della città costruita su quattro cerchi concentrici:
la cerchia dei Navigli, quella delle Mura spagnole e delle Porte,
quella dei grandi viali periferici, pensiamo a viale Romagna,
e infine la Tangenziale. Il centro di questi quattro cerchi
è il Duomo e la sua piazza e infatti gli eventi decisivi per
la vita della città, siano essi religiosi o politici, sportivi
o spettacolari hanno nella piazza del Duomo il loro spazio naturale.
Questa
festa della chiesa cattedrale ci invita a riflettere sulla chiesa
diocesana. Quando diciamo ‘chiesa’ istintivamente il nostro
pensiero corre a Roma, alla basilica di san Pietro. Nell’immaginario
collettivo quella sarebbe la chiesa per eccellenza con le sue
filiali, le diocesi e le relative chiese cattedrali nelle diverse
città di tutto il mondo. Quando diciamo ‘chiesa’ il pensiero
corre istintivamente al papa Benedetto, vescovo di Roma che
invierebbe i vescovi quali suoi rappresentanti nelle diverse
diocesi o chiese locali. Questo modo di considerare la chiesa
diocesana come propaggine o filiale periferica di una chiesa
centrale, quella romana, non è corretto. I vescovi non sono
come i Prefetti che il governo centrale invia a presidiare il
territorio. La chiesa si realizza anzitutto e pienamente là
dove un vescovo, successore degli Apostoli, raduna una comunità
con l’annuncio dell’Evangelo e con la celebrazione dell’eucaristia.
Allora lì nasce la chiesa nella sua pienezza, non una succursale,
una propaggine, una filiale, una agenzia periferica dell’amministrazione
centrale. Come scrive il Concilio: «In queste comunità, le diocesi,
sebbene spesso piccole e povere e disperse è presente Cristo,
per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica
e apostolica» (Lumen gentium 26). Per noi che viviamo in questo
territorio la Chiesa è questa santa chiesa ambrosiana. Chiesa
di Dio che è a Milano, secondo una dizione antica e che efficacemente
esprime il realizzarsi del mistero della chiesa in un determinato
luogo. Certo la chiesa diocesana non deve vivere nell’autosufficienza
o nell’isolamento ma solo nella comunione con tutte le altre
chiese e anzitutto con quella di Roma, sede di Pietro e dei
suoi successori. Oggi siamo fieri di appartenere a questa grande
chiesa milanese, alla sua tradizione religiosa resa grande da
straordinarie figure di Pastori come Ambrogio e Carlo, come
i cardinali Ferrari, Schuster, Montini, Colombo e Martini. Dobbiamo
esser fieri d’avere oggi come pastore il cardinale Dionigi Tettamanzi.
Della
pagina evangelica che la liturgia ci propone sottolineo sei
verbi che descrivono l’atteggiamento del pastore, quello delle
pecore e infine la qualità della relazione tra pastore e pecore.
Per noi ormai inesorabilmente lontani dalla civiltà agro-pastorale
questa suggestiva metafora pastore-pecore rischia d’essere sempre
meno evocativa o peggio suggerisce atteggiamenti niente affatto
apprezzabili. Dire di un insieme di persone che è gregge comporta
una connotazione francamente sgradevole. Gregge è per noi sinonimo
di passività, di piatto conformismo, di assenza di iniziativa.
E anche la pecora evoca caratteristiche piuttosto sgradevoli.
Dire allora della chiesa come gregge rischia di suggerire tutte
quelle caratteristiche passive, gregarie che certo non fanno
piacere. Ricordo mio padre che era solito ripetere: meglio un
giorno da leoni che cento da pecora. Ma se ci lasciamo guidare
dai verbi di questo testo evangelico scopriamo che la relazione
pastore-gregge è relazione densa di valore, niente affatto passiva
e gregaria ma intensa e coinvolgente. Il Pastore conosce le
pecore e dà loro la vita. Sappiamo come nel linguaggio della
Bibbia conoscere sia verbo della relazione più intensa e coinvolgente
dell’uomo e della donna, relazione che non mette in gioco solo
l’intelligenza ma tutta la persona compreso il suo corpo. Esser
conosciuti dal pastore vuol dire entrare in una relazione che
ci coinvolge interamente con tutte le fibre della nostra umanità.
Dio ci conosce come un uomo conosce la sua donna perché ha con
lei una comunione di vita totale, senza riserve. E il Pastore
conosce fino a dare la vita. Questa è la caratteristica del
Pastore a differenza del mercenario. E le pecore ascoltano e
seguono. Non semplicemente vanno dietro, ma ascoltano, cioè
accolgono attivamente, consapevolmente. Non c’è niente di passivo
e di gregario nel comportamento di questo gregge. Un gregge
intelligente. L’ascolto è il primo atteggiamento del credente.
Non a caso la preghiera più cara alla tradizione ebraica inizia
proprio con questo imperativo: Ascolta Israele (Dt 6,4ss.).
E le pecore seguono, un verbo questo che indica la sequela,
la libera scelta di rispondere alla chiamata e così diventar
discepoli. E infine questa relazione di reciprocità tra pastore
e pecore crea una appartenenza che niente potrà distruggere
(non andranno perdute in eterno), nessuno potrà rapire le pecore
dalla mano del pastore al quale sono affidate. Questa stupenda
avventura d’esser conosciuti da Dio, ascoltarne le parole e
seguirlo è stata possibile e continua ad esserlo per noi proprio
grazie a questa santa chiesa ambrosiana, alla sua secolare storia
di fede, agli uomini e alle donne che qui, nel grembo di questa
madre chiesa, hanno accolto e trasmesso l’Evangelo, lo hanno
vissuto e come materializzato nella stupenda ‘fabbrica del Duomo’.
C’è un modo di dire tipicamente milanese: quando un’opera, per
esempio la costruzione di un edificio va per le lunghe e non
finisce mai si dice che è come la fabbrica del Duomo. E questo
è vero per il Duomo sempre in perenne restauro. Ma anche la
costruzione della chiesa-comunità dei credenti è un vera e propria
‘fabbrica del Duomo’, un impegno per ogni generazione e per
ognuno di noi.
Preghiera
dei fedeli