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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella terza domenica
dopo Pentecoste
9 giugno 2013

 

Gen 3, 1-20
Rm 5,18-21
Mt 1, 20b-24b

PECCATO E SALVEZZA

C'è una domanda che non possiamo evitare e che non a caso accompagna la storia dell'umanità fin dalle origini: perché il male, da dove il male? quale la sua origine? chi ne è l'autore?
L'esperienza quotidiana del male, in tutte le sue forme, interroga l'uomo. La devastante presenza del male suscita una domanda e chiede una risposta. Una risposta, che ritroviamo in molte tradizioni religiose, risolve l'enigma riconoscendo, all'origine un dualismo: un principio positivo, un dio buono, e un principio negativo, un dio malvagio. L'eterno conflitto tra questi due principi, positivo e negativo, luce e tenebra, determinerebbe la vicenda umana e darebbe ragione della presenza del male così come del bene, nei solchi della storia.

A questo interrogativo: da dove il male? risponde anche la grande tradizione ebraica con la seconda pagina della Bibbia.
E' importante che sia la seconda pagina. Infatti la prima pagina, lo ricordiamo bene, narra la creazione scandita dal ritornello: "E Dio vide che era cosa molto buona". La creazione uscita dalle mani di Dio è buona. All'origine non ci sono due principi uno positivo e uno negativo, all'origine vi è solo una creazione buona perché buona, inguaribilmente buona, è l'intenzione del Creatore.

Ma allora, ancor più inquietante la domanda: Da dove il male?
Ecco la seconda pagina biblica, il racconto che abbiamo ascoltato nella prima lettura, nel giardino di Eden, presso l'albero della conoscenza, racconto che siamo soliti dire del peccato originale.
Non è, ovviamente, la cronaca di un evento storico ma un grande racconto mitico che attraverso la simbolica del frutto dell'albero allude alla libertà dell'uomo e della donna che si sottraggono a Dio, alla sua parola.
Voler raggiungere una conoscenza totale e diventare come Dio, secondo il suggerimento del serpente, significa negare il limite imposto alla creatura. Non è quindi un dio malvagio la sorgente del male, è piuttosto l'uso disordinato della propria libertà. Una libertà che non si affida al Creatore ma anzi rompe il legame di appartenenza a Lui, una libertà inquinata dal sospetto che Dio non voglia il nostro bene ma piuttosto la nostra soggezione.

Se rileggiamo con cura il racconto nel giardino di Eden, scopriamo che nell'umanità-Adamo e Eva sono in effetti l'umanità-- si insinua il sospetto nei confronti di Dio, il sospetto che Dio non voglia davvero la felicità dell'uomo ma solo la sua soggezione.
Scopriamo così che il peccato non è tanto la trasgressione di una regola ma la rottura di un legame, è il venir meno di un rapporto di affidamento a Dio.
Non a caso nei profeti il peccato è rottura dell'alleanza con Dio cioè di un vincolo di reciproca fedeltà, il peccato è sempre assimilato con l'adulterio, cioè con il venir meno di un legame d'amore e fedeltà.
Ma allora il peccato è possibile solo in chi ha conosciuto il volto di Dio alleato, amante geloso, interessato ad ogni uomo e donna. Solo chi ha conosciuto il volto di Dio carico di amore e a questo amore si sottrae, può essere detto peccatore.

Prima di confessare i nostri peccati dobbiamo sempre confessare, cioè riconoscere, quanto Dio ci ama.
Ancora, l'esperienza amara del peccato, rivela la nostra libertà. Solo un uomo libero, responsabile di sé può esser detto peccatore.
Quando ci volgiamo alla nostra coscienza per interrogarci sulla qualità delle nostre scelte noi compiamo uno dei gesti più alti: riconosciamo infatti di non esser rigidamente determinati, programmati, condizionati dall'ambiente, dalle abitudini, dai molteplici conformismi. Riconosciamo la nostra libertà.
Ma il peccato non è l'ultima parola e già nel giardino di Eden risuona la promessa del Salvatore, nato da donna. Il suo nome sarà Emmanuele cioè Dio con noi. Il suo nome sarà Gesù, cioè Dio salva.
Sconfiggiamo, allora il sospetto che Dio sia pericoloso rivale dell'uomo e della sua libertà: è con noi, non sopra di noi nè contro di noi.
Con noi, per salvarci: perché non avvenga che anche noi ci sottraiamo alla sua presenza, ci nascondiamo dal suo sguardo, diffidando di lui, temendolo.

 

 

 

 



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