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Gen
14,18-20
1Cor 11,23-26
Lc 9,11b-17
Mi
colpisce, nell’Evangelo che abbiamo appena ascoltato, il comportamento
di Gesù.
Non c’è dubbio che avrebbe potuto fare tutto da solo e assicurare
alla folla stanca e affamata il pane per tutti. E invece vuole
associare i suoi discepoli, vuole associare noi alla sua azione
provvidente e misericordiosa. Non fa cadere dall’alto i suoi doni
ma ci chiama a fare la nostra parte. In un’altra occasione Gesù
aveva agito così: al cieco nato avrebbe potuto aprire gli occhi
con una parola, un gesto e invece lo vuole coinvolgere nella guarigione
mandandolo alla piscina perché si lavi gli occhi e veda. E il
cieco andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
È bello questo agire di Gesù che si serve di noi, della nostra
collaborazione per compiere quello che certamente potrebbe fare
da solo. Impariamo questo stile di Gesù che ci associa ai suoi
gesti, valorizza il nostro pur modesto contributo, rispetta le
nostre capacità. Dio vuole avere bisogno degli uomini perché di
fronte a Lui non siamo né burattini, né robot, né automi: siamo
esseri liberi, coscienti e capaci. I cinque pani e i due pesci
che i discepoli mettono a disposizione, la piccola provvista di
qualcuno previdente, è il segno della nostra partecipazione all’agire
di Gesù per la moltitudine. Questo episodio, nella redazione del
vangelo di Giovanni ha una aggiunta assai significativa: l’apostolo
Andrea mettendo a disposizione di Gesù i pochi pani e i pesci
aggiunge: «Ma che cos’è questo per tanta gente?». Ha ragione Andrea:
come sfamare la moltitudine con pochi pani e pochi pesci?
Con
parole diverse quante volte anche noi confessiamo la nostra inadeguatezza,
il nostro non essere all’altezza dei compiti che ci attendono.
Qualche volta sono i genitori che, pur con tutta la buona volontà,
non ce la fanno ad educare bene i loro figli. Oppure confessiamo,
sfiduciati e delusi: quanto è difficile essere onesti, coerenti,
resistere all’alta marea della corruzione. E se da questa dimensione
personale ci apriamo a quella collettiva, mondiale, dominante
è il senso di impotenza, di inadeguatezza. Come sfamare le moltitudini
che hanno fame e che giustamente cercano, arrivando con ogni mezzo
nei nostri paesi, di raccogliere almeno le briciole che cadono
dalle nostre tavole sempre troppo opulente, pur in tempi di crisi?
Come arginare i conflitti che insanguinano la terra?
Ricordiamo
le vittime della dura reazione israeliana nei confronti degli
equipaggi di pacifisti, disobbedienti, sì, ma per portare aiuto.
E voglio ricordare il vescovo Luigi Padovese ucciso nella sua
casa in Turchia. In quella casa lo avevo incontrato tre anni fa
in occasione di un viaggio in quella terra. Con Lui nacque immediata
una bella amicizia e più volte in questi anni l’ho incontrato
a Milano, dove ancora viveva la sua anziana Mamma. Di lui ricordo
un gesto di grande amicizia nei miei confronti. Quando ho presentato
in Università Cattolica il mio ultimo libro, La schiena di Dio,
mons. Padovese volle partecipare alla presentazione e tenne per
l’occasione una bella lezione sul tema del dialogo tra cristiani
e musulmani in Turchia. Luigi Padovese era un uomo mite, tenace
nel praticare il dialogo in un Paese dove la presenza cattolica
è esigua. È stato, in condizioni obbiettivamente ardue, testimone
dell’Evangelo. Fu minacciato e tentarono di investirlo, per questo
viveva sotto scorta. Forse anche lui fu qualche volta tentato
di pensare che davvero grande è la sproporzione tra le nostre
risorse e i problemi che doveva affrontare.
L’evangelo
ci invita a metterci nei panni dei discepoli e a sentire come
rivolta a noi la parola di Gesù: «Voi stessi date loro da mangiare».
Ci invita a cavare dalla nostra bisaccia quel poco che abbiamo,
ci invita a mettere a disposizione dei bisogni dell’umanità quel
poco che siamo. È poco eppure non è nulla, è disperatamente inadeguato
eppure non è inutile. E se mettiamo questa nostra povertà, con
fiducia, nelle mani di Dio, se facciamo tutto quanto a noi possibile
consapevoli che è poco ma che è tutto quanto abbiamo nelle mani,
se agiamo così dando fondo alle nostre capacità, spendendoci fino
all’ultima briciola, il Signore misteriosamente moltiplicherà
la nostra povertà e ne farà pane abbondante per la moltitudine.
Credo che questo sia l’Evangelo: mettere nelle mani di Dio la
nostra esistenza, con le sue modeste risorse, consapevoli che
il Signore saprà moltiplicarle per il bene della moltitudine.
Nessuno dica mai: sono inutile, non ci so fare, sono un fallito.
Se crediamo all’Evangelo la nostra vita sarà sempre il lieto miracolo
di poco pane che sfama la moltitudine.
Questo
evangelo ci è proposto in questa domenica in cui celebriamo il
Corpo e il Sangue del Signore, festa del Corpus Domini, certezza
della presenza del Signore nei modesti segni del pane e del vino.
Certezza che anche quel poco che siamo possa essere pane per la
moltitudine. Accogliere l’Eucaristia come il vero pane non può
voler dire dimenticare la fame, la miseria che attanaglia gran
parte dell’umanità. Il discepolo che si nutre del corpo del Signore
non potrà sottrarsi alla logica di condivisione fraterna che l’Eucaristia
esprime ed esige. Proprio questa premura di Gesù perché la folla
abbia pane può stimolarci a vivere ogni nostra eucaristia domenicale
come concreta partecipazione alla sollecitudine di Cristo per
la fame della moltitudine.
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